indice news          Faccia a faccia con la Tigre di Nguyen Khach Vien
 


Lac, il figlio del padrone, lo chiama sempre Bufalo-Bambino, e gli offre patate dolci e bucce di banana mentre lo accarezza sulla groppa. Bufalo-Bambino è già un bel bufalotto: non cerca più sua madre per essere nutrito e sente appena il peso del ragazzo quando Lac gli salta in groppa.
Ogni giorno Bufalo segue la madre e le altre bufale al pascolo sui campi vicino al villaggio e nella radura si diverte a correre come un matto e a nascondersi nella macchia: di là non si vede più nessuno, si sente appena il suono del campanaccio al collo della madre e la voce squillante di Lac: « Bambino, dove sei, dunque? ». Bufalo resta immobile ad ascoltare il vento che mormora tra le foglie e il chiacchiericcio dei ruscelli. « E se rimanessi qui? », pensa. Un piccolo brivido gli corre lungo la schiena al pensiero che la madre e Lac potrebbero abbandonarlo là tutto solo, di notte, faccia a faccia con la tigre. Ritorna allora di corsa dalla madre, che gli dà un colpetto con le corna, si lascia sgridare da Lac e ricomincia a pascolare. 
La sera scende sulla prateria, l'ombra delle montagne vi si stende rapida come una pozza di acqua; lontano, il cielo si tinge di colori eccitanti, arrossando le cime di quelle masse scure là in fondo: le foreste assopite. Qualche volta Bufalo si è sorpreso a sognare quelle foreste lontane e misteriose, mentre contemplava lo splendore del tramonto. Cosa ci sarà là? Alberi immensi, erbe profumate, ruscelli di limpidezza cristallina, certamente, ma cosa ancora? Per saperlo, bisogna avere il coraggio di andare, perché se si resta incollati al fianco della madre non si sapranno mai molte cose.
Quella sera, come le altre sere, nella stalla scura Mamma-bufalo e il suo vitellino ruminano tranquillamente frustando con le code le nuvole di mosche che li assalgono. Improvvisamente Mamma-bufalo dice: « Figlio mio, oggi sei così distratto, che cosa sogni? Non sei più tanto piccolo, presto ti passeranno una corda nel musello, ti metteranno un giogo sul collo e il padrone ti farà tirare l'aratro. Non potrai più giocare come prima: dovrai abituarti a lavorare ». Bufalo non risponde e guarda il tetto della stalla, ruminando. Sì, è cresciuto, si sente pieno di forza, può rovesciare tutto sul suo passaggio a colpi di corna e il vecchio cane, che ancora poco tempo fa lo intimidiva, si dà alla fuga se solo fa finta di caricarlo.
Come è fiero delle sue corna! Puntute, lucenti, curve come lame di falci. Gli prudono e la stalla risuona dei colpi che Bufalo dà contro la barriera. Ogni tanto il padrone gli si avvicina e, carezzandogli le corna, dice: « Andrà lontano questo bufalotto. Sarà certamente il migliore nell'aratura, in tutto il villaggio! ». Lac, alle parole del padre, grida orgogliosamente: « Bambino, sarai il campione! ». Il bufalotto si irrita quando lo chiamano Bambino, e più ancora quando sente parlare di aratura. Una corda attraverso le froge, un giogo sul collo e arrancare tutto il giorno su un sentiero nella risaia fangosa, che vita! D'accordo, non è più un vitellino, un giorno dovrà lasciare la madre e mettersi a lavorare.
A questo pensiero, gli si serra il cuore e non può fare a meno di appoggiare la testa sul ventre di sua madre. Dio, che pelle dolce e calda, che delizia questo odore di fieno che ritrova ogni volta nel suo pelame! Le mammelle di Mamma-bufalo sono secche, ma se non fosse per queste corna il bufalotto avrebbe cercato di succhiare ancora una volta. Mamma-bufalo lo lascia fare, aspetta che il figlio dorma un poco, poi lo ammonisce dolcemente: « La tua testa mi pesa sul ventre, sul fratello che presto nascerà ». È vero, in questi giorni Mamma-bufalo è distratta fino a ignorare la sua presenza; può darsi che pensi a questo fratello nuovo; Bambino si accuccia di nuovo vicino alla madre, ruminando e agitando la sua coda scacciamosche. « Mamma, sai cosa c'è nella foresta? ». « Non ci sono mai andata », risponde Mamma-bufalo, « ma quando ero piccola i vecchi bufali ce ne parlavano ». « Cosa dicevano? » Raccontavano che un tempo i bufali non vivevano con gli uomini, ma pascolavano liberi nelle foreste senza arare o sarchiare ». « Ma allora, dove passavano la notte? Non avevano paura della tigre? ». « La tigre è la signora della foresta, anche allora tutti la temevano, ma non i bufali, che erano forti e combattivi. La tigre non osava attaccare i bufali della foresta! ». « E se io andassi nella foresta, la tigre mi attaccherebbe? ». « I bufali della foresta erano molto forti: tutto il giorno correvano per monti e per valli, battendosi a grandi colpi di corna; i bufali domestici non sono così robusti ». « E io non sono, allora, cosi forte? ». E il bufalotto fa finta di dare un gran colpo di corna a sua madre che risponde al suo gioco per un poco. « Sono stanca, sei proprio forte, ma per affrontare la tigre devi esercitarti a lungo ». Mamma-bufalo e il figlio finalmente si addormentano. L'indomani, il bufalotto si esercita a scendere e risalire velocemente i pendii menando sempre grandi colpi di corna: assume pose da combattimento, attacca a destra, attacca a sinistra, muggisce. « Ma sei matto Bufalo-Bambino! », gli grida Lac. Ma più Bufalo si esercita e più cresce e diventa forte e più le sue corna diventano aguzze. Il padrone ne è entusiasta: « All'aratro batterai tutti i bufali del villaggio! ». Tra sé il bufalotto dice: « L'aratro non mi interessa. È la tigre che batterò, non gli altri bufali! ». Un giorno, il padrone porta Mamma-bufalo a sarchiare la risaia, Lac è a scuola e la stalla è rimasta aperta; Bufalo lascia l'aia e s'incammina sul sentiero. Il vecchio cane cerca di rincorrerlo abbaiando. « Dove vai? Lo dirò al padrone! ». Ma il bufalotto aggrotta le ciglia, abbassa le corna e il cane se la svigna velocemente. Bufalo si butta verso la montagna, col cuore che batte sino a rompersi per la paura che il padrone o Lac lo inseguano; smette di correre solo quando il villaggio è fuori dalla vista. Riprendendo a respirare si sente incerto: deve avventurarsi nella foresta? Desidera ritornare indietro, ma alla fine decide: « Passerò una sola notte nella foresta: domani ritornerò nella stalla. E se viene la tigre mi batterò... ». Si dirige verso la foresta. Ruscelli limpidi mormorano tra i cespugli, l'acqua si getta sulle rocce in spruzzi bianchi di schiuma. Una sorsata d'acqua: che frescura! Non la si può paragonare a quella dello stagno nel villaggio! Alberi secolari drizzano tronchi enormi, dieci volte più grandi del più grande albero del pane del giardino di casa e le loro foglie si perdono quasi tra le nuvole. Non si distinguono neppure gli stormi di corvi che leticano là in alto. Da una nicchia in un albero appare improvvisamente una bestiola: sembra un grosso topo, ha una grossa coda piumosa e subito si presenta: « Sono l'amico scoiattolo, buongiorno al compagno bufalo! ». E scompare. Bufalo guarda le grosse liane che rinserrano i grandi alberi sino a soffocarli, quando una banda di scimmie, comparsa non si sa da dove, riempie la foresta di grida. « Buongiorno, compagno bufalo, buongiorno, salute! » urlano da tutte le parti. Saltano da un ramo all'altro, fanno mille acrobazie, si tirano la coda, gridano, fanno mille smorfie. Un battito di ciglia e sono già ripartite.
Il sentiero si apre improvvisamente su un immenso pascolo: mai a memoria di bufalo se ne sono visti di così grandi. L'erba tenera si stende fino all'orizzonte e la prateria, cosparsa di fiori di tutti i colori, ricorda la grande stuoia variopinta che il padrone srotola nei giorni di festa; ma questa stuoia ricopre colline intere. Ubriacato dall'odore dell'erba e da tanta meraviglia, Bufalo muggisce forte e si rotola in terra; dall'erba fitta balzano, spaventati, cervi e daini che fuggono velocemente. Bufalo ammira i loro balzi elastici, volanti, ma dopo poco eccoli ritornare: « Compagno bufalo, ci hai spaventati, sei arrivato senza farti sentire, abbiamo creduto che tu fossi la Tigre nera! ». « Ma voi non vi battete con la Tigre? ». « Abbiamo, è vero, grandi corna ma ci sono più di imbarazzo che di utilità: la nostra salvezza è nella fuga », rispondono i cervi. « Ma c'è una Tigre da queste parti? ». « Una Tigre nera, una delle più feroci, detta legge qui. Tutti la temono e quando ruggisce ognuno si nasconde e trema ». Bufalo rabbrividisce, ma si rassicura presto: « Le mie corna sono ben aguzze e sono allenato a combattere. Si vedrà! ». Una brezza leggera gli sfiora le corna quando alza la testa; lontano, le montagne hanno già coperto metà del sole e l'ombra si stende sulla prateria come un lago che straripi. In un attimo il sole scompare, l'ombra copre il pascolo, ma là in fondo, oltre le cime, il cielo si copre di nubi fiammeggianti che ben presto diventano viola, blu scure, nere o non sono già sparite? Bufalo non lo sa bene. La volta celeste è oscura, ma di una straordinaria limpidezza. Là in alto deve essere notte di festa: le luci si accendono ad una ad una e ben presto appaiono migliaia di stelle scintillanti. Il bufalotto contempla lungamente il cielo stellato, ricordandosi delle sue notti tristi, quando sulla sua testa c'era solo il tetto grigiastro della stalla dove ronzano le zanzare. Se non avesse trovato il coraggio di arrivare fin qui, non avrebbe mai visto questo spettacolo. Un gran desiderio di dormire lo prende; sta per rotolarsi nell'erba profumata ma si trattiene: mai dormire all'aperto e soprattutto qui, la Tigre può arrivare all'improvviso! Si dirige verso una barriera di grandi alberi che formano, con le liane strettamente allacciate, un vero muro. Là, almeno, si potrà difendere dalla Tigre: addossato alla barriera non dovrà più temere attacchi alle spalle.
La Tigre dovrà attaccare di fronte, nel campo d'azione delle sue corna. Bufalo studia attentamente il terreno, prova diverse posizioni di combattimento, avanza, rincula, dà grandi colpi di corna a destra, a sinistra, carica in avanti, si piega sulle ginocchia. Si sente sicuro, non ha più freddo, malgrado la rugiada che si posa sul suo mantello; per non addormentarsi cammina tutto attorno. Il silenzio della notte è rotto, di tanto in tanto, dal verso di qualche uccello di passaggio. Improvvisamente un ruggito si sente lontano: Bufalo aguzza lo sguardo e scruta l'oscurità, il cuore gli batte come un tamburo nei giorni di festa, tutto il corpo si tende. Un rumore di erba calpestata: occhi fosforescenti emergono dall'ombra, s'avvicinano rapidamente. La Tigre nera! S'avanza e con lei l'odore di selvatico. A tre passi s'arresta, scopre le zanne enormi e sogghigna: « Bufalotto, conosci la Signora della Foresta? Che occasione per me! È già notte e non ho ancora messo niente sotto i denti. Avanti, non mostrarmi le corna, vieni qui. Ti darò una bella zampata ed eccoti morto senza angoscia e senza dolore ». E continua a sogghignare. Quando la Tigre si era avvicinata. Bufalo aveva creduto che il suo cuore cessasse di battere e le sue zampe avevano tremato. Ma, sentendola così sicura, d'improvviso è pieno di collera e grida: « La foresta è di tutti, nessuno è signore qui! I miei antenati hanno battuto i tuoi. Non ho paura di te! ». La Tigre soffia di nuovo: « Sei coraggioso, ma sei domestico! Come puoi paragonarti a un bufalo della foresta? Se vuoi la battaglia, peggio per te: ti sbranerò fino a ridurti la carne a brandelli, morirai torcendoti per il dolore! ». Bufalo urla con tutte le sue forze: « Non mi divorerai senza combattere, se cercherai di sbranarmi, ti ridurrò le ossa a marmellata! ». « Piccolo insolente! » ruggisce la Tigre e si lancia. Il bufalo carica con le corna puntate, la Tigre tenta di evitarle per azzannare l'avversario alla gola ma, rapido come il lampo, anche il bufalo attacca e le squarcia il ventre. La Tigre rincula e tenta allora di attaccarlo alle spalle: addossato agli alberi, il bufalo punta sempre le sue terribili corna contro il nemico. Si attaccano, si fronteggiano, attaccano ancora. La Tigre è riuscita a lacerare la pelle del bufalo, ma ne ha ricevuto in cambio ferite al ventre e al petto. Il sangue ruscella sul corpo del bufalo; la Tigre riesce a strappargli con una zampata l'occhio destro. La battaglia dura da più di due ore, ora la Tigre ha due costole rotte. Le stelle si vanno spegnendo a poco a poco, gli uccelli notturni non volano più, l'alba è vicina. Bufalo è allo stremo delle forze, la Tigre si lancia ancora per azzannare la gola dell'avversario, che, con un soprassalto disperato, riesce a ributtarla a terra. Si fa sempre più chiaro. L'erba è calpestata su tutto il campo di battaglia. I nemici ansimano. La Tigre si arresta per riprendere fiato: sa che il bufalo non ha più forza per difendersi e decide di sferrare l'ultimo assalto. Ma non si lancia; drizza le orecchie e fila verso la foresta. Bufalo si accascia e perde conoscenza. Un gruppo di uomini è apparso, con fucili e asce: sono boscaioli e hanno udito il rumore della battaglia. Gli lavano le ferite e gli danno da bere; ora Bufalo si riprende a poco a poco, riesce a rialzarsi. Anche Lac e il padre sono arrivati e lo riportano verso la stalla. Mamma-bufalo muggisce di gioia e grosse lacrime colano dagli occhi arrossati mentre gli lambisce le ferite. Vorrebbe rimproverarlo, ma come sgridare un figlio che ha avuto il coraggio di battersi per tutta la notte contro la Tigre? Per molti giorni Lac falcia l'erba tenera e fa preparare riso bollito per Bambino: le sue ferite rimarginano presto ma il suo occhio destro è perduto. Dappertutto al villaggio non si parla che del bufalotto che ha battuto la Tigre: quando Bufalo si abbevera alle fonti e pascola nei campi i suoi compagni l'obbligano a ripetere la scena del combattimento, a insegnare agli altri come battersi con la Tigre. E Bufalo lo fa con gioia, dà grandi colpi di corna a destra, a sinistra, avanza, rincula, si piega sulle ginocchia, carica. Lac applaude e urla a squarciagola: « Ecco un campione! ». Da allora nessuno lo chiama più Bambino, ora è Campione. Del tempo è passato. Campione è di nuovo accucciato vicino a Mamma-bufalo e rumina tranquillamente quando vede avvicinarsi il padrone insieme ai boscaioli che lo avevano curato nella foresta. « Cedeteci questo bufalotto: è forte e combattivo. Sarebbe un peccato farne un bufalo da aratro. Può servire a trascinare i grossi tronchi della foresta ». Campione trasale a sentir parlare della foresta. Non sa di cosa gli uomini stiano parlando, ma vivere nella foresta lo incanta e questa volta non ha più paura della Tigre. Ma abbandonare la madre, Lac, il villaggio? Quella notte gli è difficile dormire; nel buio Mamma-bufalo gli domanda: « Che hai, figlio mio? ». E Bufalo le racconta le sue speranze e le sue paure. Dopo un momento di riflessione Mamma-bufalo gli sussurra: « Sei grande e forte, puoi partire, segui il tuo cammino, niente ti trattiene. Presto ci sarà un fratello che vivrà con me. E ho sentito dire che Lac andrà a studiare in città ». Qualche giorno dopo il boscaiolo torna per prendere il bufalotto.
Campione percorre di nuovo il cammino che porta alla foresta quel cammino percorso una volta di corsa, inseguito dalla paura di essere riportato indietro. Oggi, a ciascun passo, si volta indietro per vedere la madre, Lac, il padrone che lo salutano dall'aia. Anche il vecchio cane, di solito così stizzoso, l'accompagna per un tratto. Il villaggio non è più visibile, i passi del bufalo diventano più lenti. Gli sale al naso l'odore delle erbe, sente mormorare i ruscelli e cinguettare gli uccelli: è già nel cuore della foresta. Grandi alberi bordano il sentiero; alberi che domani i suoi nuovi padroni abbatteranno e lui dovrà trasportare. Accelera il passo, e, con il cuore che batte, inizia la nuova vita.
 


                                               top del file