PARADISE NOW
 

Viaggio nel paese che quest'anno ha festeggiato il 30° anniversario della riunificazione.

La guerra è ormai lontana e il Vietnam esalta il proprio patrimonio storico, culturale e naturale.
 


Testo e foto di Fabrizia Postiglione - Week End Viaggi - Novembre 2005
 

Il treno della notte proveniente da Hanoi rallenta fino a fermarsi nell'alba di Lao Cai, annegata nella nebbia. A bordo di una jeep si arranca sulla sterrata che corre parallela al Fiume Rosso, serpente di terracotta liquida che qui divide il Vietnam dalla Cina. Poi la strada comincia ad arrampicarsi verso i 700 metri dell'altitudine di Bac Ha.

Siamo nell'estremo nord-ovest del Vietnam, una delle province meno conosciute e più spettacolari di un paese divenuto la meta di tendenza del turismo internazionale.

Nel 2004 il flusso turistico è cresciuto del 27,9 per cento, con quasi tre milioni di arrivi. I viaggiatori sono affascinati da un popolo dalle antiche tradizioni oggi proiettato ad alta velocità nel futuro.

Molte società  e compagnie straniere stanno investendo in alberghi e spa di lusso e i bulldozer  stanno asfaltando i 1.250 chilometri del Sentiero di Ho Chi Minh, che i viet cong utilizzavano per trasferire , attraverso la giungla, uomini e armi da nord a sud. D'altra parte la storia e la cultura locale sono condite da una gastronomia  eccellente ed economica e da un paesaggio naturale che, nonostante le drammatiche ferite di guerra, si è miracolosamente conservata.

I vietnamiti hanno convertito già da tempo quella che qui chiamano la guerra americana in un gadget acchiappaturisti: ecco allora i tour dell'ex zona demilitarizzata, le visite dei tunnel di Can Cau e le decine di Apocalypse Now Bar "decorati" con residuati bellici.

In questa provincia di Lai Cai, però, il boom economico - che sta mettendo a dura prova l'equilibrio tra bene e male, tra yin e yang, tra regime comunista e neocapitalismo rampante, fra valori tradizionali e tentazioni del mercato globale, fra tutela del territorio e sviluppo accelerato - sembra lontano. Dietro i finestrini del fuoristrada scorrono mammelloni montuosi, piantagioni di tè, uomini che giocano a biliardo davanti alle capanne, donne che essiccano la manioca, insegne di com pho (ristoranti di riso e tagliolini) e venditori di nuoc mia (succo di canna da zucchero), che azionano la centrifuga a mano per ricavare un nettare celestiale.

                
E poi risaie, risaie, risaie. «II mondo, per noi, ruota attorno a un chicco di riso» dice Huong, guida esperta delle province settentrionali e delle etnie locali. Su una popolzione di circa 82 milioni di persone, 1'85% è di etnia vietnamita, il 2% è cinese e il restante 13% è composto da khmer (etnia cambogiana), cham (discendenti del regno hindu Champa) o da uno dei 54 gruppi montagnard perché abitano le montagne del nord o gli Altipiani Centrali. I più numerosi sono i Tay (1.200.000), seguiti da Thai, Muong e Nung.

Ad altitudini elevate (nelle province di Lai Chau, Lao Cai, Son La, Cao Bang) vivono i H'mong, allevatori di vacche, maiali, polli, cavalli e coltivatori di erbe terapeutiche, frutta, verdure. Si dividono in: "fioriti", neri, bianchi e rossi, a seconda degli abiti femminili. Tutte le donne si adornano di collane, bracciali e grandi cerchi d'argento alle orecchie, ma le H'mong fiorite indossano gonne e corpetti ricamati a colori vivaci e portano un fazzoletto a scacchi sul capo, mentre quelle nere vestono ghette, gonne e corpetti di lino blu indaco e in testa sfoggiano copricapo a cilindro.

I Dao vivono a Sapa e al confine con Cina e Laos, venerano gli antenati e sacrificano animali nelle cerimonie. Il costume femminile, su cui spicca un turbante rosso, è arricchito con perline e monete argentate cucite sul tessuto.

Tra le etnie degli Altopiani Centrali figurano i Jarai, Ì Sedang e i Banhar.  Il mercato domenicale di Bac Ha è frequentato dai H'mong Lenh. Le donne sono poco più che adolescenti e tutte portano un neonato chiuso in un fagotto sulla schiena. Le scarpe di plastica sbocconcellata rivelano la povertà di questa tribù che, nonostante gli incentivi statali per il controllo delle nascite, fa troppi figli. I H'mong scendono dalle montagne per vendere, comprare, mangiare e per bere in compagnia il vino di riso glutinoso o l'alcol di grano, con gli uomini che inscenano accese compravendite di maiali e bufali in uno spiazzo polveroso, mentre le consorti si infervorano davanti alle bancarelle di gomitoli colorati.

Sotto le tettoie dei ristoranti ambulanti ribollono pentoloni di zuppe di maiale o pollo e il fumo serpeggia verso il cielo, diffondendo l'aroma di zenzero e nuoc mam (salsa di pesce). L'odore acre dell'olio per lampade si mescola agii afrori umani, mentre le madri nutrono i bimbi coi noodles, che loro succhiano avidamente a occhi chiusi. Gli adulti tuffano i bastoncini nelle ciotole dì riso, mordicchiano canna da zucchero arrostita, divorano insaccati bollici o panfoglie di banana.

Nel pomeriggio si sale fino a Sapa, dove il sole illumina le risaie terrazzate e il  Fransipan, l'Everest vietnamita (3.143 metri).

Quando si rientra ad Hanoi, due giorni dopo, è l'ora di punta, che ti accarezza, umida e bollente. Per le strade si riversa l'ondata dei motorini strombazzanti, un assaggio dell'onnipresente inquinamento acustico. Le ragazzine cavalcano gli scooter strizzate in Jeans, micromagliette e guanti alti fino all'omero - per non abbronzarsi -, i giovanotti in gilet di pelle e Nike ai piedi si contendono la strada con risciò, camion e bici guidate da vecchietti incartapecoriri. Contadine nel classico abito-pigiama con cappello a cono trasportano bilancieri di bambù con canestri di polli vivi, manchi, banane.

         
Hanoi è la capitale di un Paese dalla storia tormentata, che si stiracchia per 1.600 chilometri nella penisola Indocinese. Quest'anno ha festeggiato il 30° anniversario della riunificazione (la capitolazione del Vietnam del Sud avvenne il 30 aprile 1975, a opera dei comunisti del Nord) con parate militari e adunate.

Celebrazioni più in sordina, però, rispetto al 2000, quando Bill Clinton, che alla guerra non partecipò - fu il primo presidente americano a mettere piede nel Vietnam del Nord.

Colpisce il fatto che la gente non nutra risentimento verso gli ex nemici - cinesi, francesi, giapponesi, yankee - che ora sono i turisti più numerosi.

Hanoi offre parchi, pagode, mercati tipici, quartieri storici, boulevard alberati, gallerie d'arte, pasticcerie francesi, wine bar. E laghi, sulle cui sponde, all'alba, si riuniscono cittadini di tutte le età per fare "tai chi", jogging o giocare a badminton.

Si respira un'aria da città di provincia francese anni Trenta, nell'immergersi nel Quartiere vecchio, dove ferve però una "vita da marciapiede" tipicamente asiatica: tra le ruote di moto e bici parcheggiate c'è chi vende riso, taglia il cocco sull'asfalto, cucina spaghettini, espone altari a Confucio, lava bicchieri.

Si rende omaggio alla Pagoda degli Ambasciatori, il Tempio della Letteratura (università confuciana del 1070), il Tempio Ngoc Son e il Mausoleo di Ho Chi Minh, dove è esposto il leader imbalsamato.

L'indomani tocca alla baia di Halong: tremila isole carsiche emergono dal Golfo del Tonchino e a bordo di una giunca si fa lo slalom nella penombra nebbiosa tra fantasmi di roccia.

Tam Coc, due ore a sud di Hanoi, rivela un paesaggio simile: si va sul fiume a bordo di barchini, guidati da ragazze che remano coi piedi e dalle risaie vellutate spuntano dei pan di zucchero in stile carioca.

Da Hanoi si prende il volo verso Danang, per raggiungere Hué, ex capitale imperiale sul Fiume dei Prorumi. La Cittadella fu costruita come la Città Proibita di Pechino ed è stata capitale della dinastia Nguyen. Il bel mausoleo dell'imperatore Khai Dinh sorge invece in una vallata,

sorvegliato dalle statue dei mandarini.

Più affascinante la vicina Hoi An, fiorente porto fluviale tra il XVII e il XIX secolo, con un centro storico protetto dall'Unesco, con le case settecentesche dei mercanti cinesi, trasformate in gallerie d'arte o sartorie.

Si sorpassa in fretta Nha Trang, brutta Rimini vietnamita, per raggiungere Dalat, sugli Altipiani Centrali, che fu la residenza estiva dell'ultimo imperatore, Bao Dai.

Il clima è fresco e fra le colorate ville coloniali c'è una mini Tour Eiffel e un vivace mercato frequentato da montagnard e venditrici di pesce, ortaggi, fragole, fiori e cocco. Ma il governo vietnamita ha pensato bene di rendere la vita difficile alle tribù degli Altipiani: la crisi è esplosa a causa del boom del caffé low cost, sostenuto dalla Banca Mondiale.

Contadini dell'etnia dominante hanno occupato terre indigene per coltivare il caffé, ma il dissodamento dei boschi distrugge l'equilibrio ecologico e gli sfollamenti causati dalla costruzione delle dighe per l'irrigazione hanno generato dolore e miseria.

Le proteste dei montagnard, vessati anche per cause religiose (alcuni hanno la colpa di essere cristiani), sono sfociate in sanguinose repressioni da parte del regime comunista. Duemila persone si sono rifugiate in Cambogia, ma molte sono state rimpatriate con la forza.

I verdissimi Altipiani si sono trasformati in un vivissimo e penetrante ricordo quando l'orizzonte prende le forme della città che, più di ogni altra, evoca torbidi fascini tardocoloniali, fumerie d'oppio e passioni candide e perverse, come quella de L'Amante di Marguerite Duras.

Se Hanoi è una bella donna che si permette di invecchiare con grazia, Saigon ha scelto lifting e botulino per vivere una seconda gioventù.

Ribattezzata Ho Chi Minh City (ma tutti continuano a chiamarla Saigon) assolve il compito di locomotiva economica e avanguardia culturale del Paese. Era già pronta a generare una rampante imprenditoria quando, nel 1986, il regime si accorse che il Paese - collettivizzato secondo i dettami marxisti e ormai privo dei finanziamenti russi - era alla bancarotta.

Fu varato il Doi Moi, l'apertura all'economia di mercato: oggi Saigon è il laboratorio dove si costruisce il nuovo Vietnam. Si edificano a ciclo continuo ponti, palazzi, strade, ma non è stato facile riemergere da decenni di distruzioni belliche e dalla crisi delle tigri asiatiche di fine anni Novanta. Se nel District 1 si passeggia fra alberghi coloniali, Internet point, grattacieli, boutique e discoteche per turisti e yuppy in Suv, in periferia e nelle campagne si tira avanti con un dollaro al giorno.

L'economia è stata liberalizzata, la politica no. «Alla gente interessa la libertà di arricchirsi, più che la libertà di scegliere i leader politici», sussurra una studentessa seduta in un Web Café. Il 40 per cento della popolazione ha tra i 18 e i 25 anni e ha vissuto solo le privazioni dell'isolamento post 1975, non l'estasi ideologica per l'indipendenza dai francesi o per la vittoria sugli americani.

Alle sei del mattino, uscendo dalla cintura urbana diretti al delta del Mekong, la metropoli già pulsa a pieno ritmo: chi va in fabbrica, in ufficio, a scuola. Passa una jeep vestita a festa, con baldacchino rosso e simboli del sole. E un carro funebre, ma per i vietnamiti è il segno positivo di una rinascita, perché credono nella reincarnazione.

La spiritualità locale è stata forgiata da quattro religioni - buddismo, taoismo, confucianesimo e cristianesimo - e le prime tre hanno creato un mix peculiare:Tam Giao, la Triplice Religione. La strada per Cai Be, su uno dei bracci del Delta, è una sequenza di bananeti, bancarelle di nuoc dua, caffetterie, cartelloni di propaganda governativa, com pho, monoblocchi di cemento, risaie. Le fanciulle pedalano con gli svolazzanti ao dai, abiti tradizionali con pantaloni e lunghe tuniche dai vertiginosi spacchi laterali.

Ed ecco il Mekong, immenso e indaffarato. Nasce dal Tibet, attraversa Myanmar, Thailandia, Laos, Cambogia e sfocia qui. Sull'acqua sfilano chiatte stracolme di riso e galleggiano house-boat, dove si cucina e si fa il bucato. Alcune donne raccolgono molluschi immerse fino al collo, sorridendo al nostro passaggio.

Gente fantastica, quella del delta. Dolce e allegra. Nonostante la fatica di vivere.