ANDAMENTO   LENTO

Da Hanoi a Saigon il viaggio in treno è lungo e lento. Asiatico. Ma ai due capolinea la vita è un turbine di modernità e consumi occidentali che travolge e stritola i residui pregiudizi su uno degli ultimi paesi comunisti del mondo.È dal 1976, un anno dopo la fine della guerra con gli Stati Uniti, che questo treno collega il Nord con Saigon, oggi Ho Chi Min City. Per coprire 1726 km. Impiega circa 40 ore.

 

     ©     PANORAMA TRAVEL - MAGGIO 2006
                   di SERGIO  SCHIANCHI   foto di LUIGI BALDELLI
 

 Pedalando per Hanoi
 L'ultima persona che mi aveva urlato di togliermi le mani di tasca era stato un insopportabile professore di ginnastica. Avevo 15 anni, l'età in cui si ciondola credendosi chissà chi, e mi ero sentito molto imbarazzato. Pensavo che quei giorni fossero ormai passati per sempre, ma una guardia del mausoleo di Ho Chi Minh di Hanoi non la pensava così. Mentre la coda avanzava lenta davanti al corpo mummificato del padre fondatore del Vietnam moderno, la guardia mi gridò qualcosa indicando il mio pollice infilato nella tasca dei jeans. Di nuovo sentii  la stessa sensazione di allora:  imbarazzo e rabbia impotente.  Adesso era anche peggio, perché il bambino davanti a me aveva tutte e due le mani affondate nelle tasche dei pantaloni della divisa scolastica, ma a lui era stata risparmiata l'ignominia.Una regola per il vietnamita patriottico, un'altra per gli infedeli occidentali.
 Il Vietnam  è  a  uno  stadio  di  sviluppo  notevole, ma quello che i depliant turistici non ti dicono è che, per gli occidentali, è un Paese tra i più frustranti in cui si possa viaggiare. Non è tanto una vacanza quanto un trekking tra le residue bizzarrie del comunismo, un esercizio di pazienza e di sangue freddo.
 Il  mausoleo  di  Ho  Chi  Minh  è gelido  e  silenzioso. Il  fondatore del  partito  comunista  vietnamita e primo presidente del Vietnam del Nord, che avrebbe oggi 115 anni, giace in una teca di vetro, vestito di nero e con la barbetta a punta, presidiato ai lati da soldati rigidi come stoccafissi.
È una tomba venerabile e al contempo pubblica, il contrario di ciò che il vecchio zio Ho avrebbe voluto. Ho Chi Minh aveva chiesto che il suo corpo fosse cremato. Invece, sta intrappolato in una scatola a temperatura e umidità controllate, come una scatola di avana, con la gente che gli sfila davanti fissandolo a bocca aperta, e una volta l'anno viene rispedito ai tassidermisti russi per ritocchi.
 Fuori dal silenzio sterile del mausoleo, Hanoi brulica di vita. Qui guidare è impresa temeraria, e la maestria del clacson è un'arte consumata. Il modo migliore per muoversi nel traffico è noleggiare una bicicletta. I vietnamiti penseranno che sei pazzo a prendere quel primitivo mezzo di trasporto: se loro avessero i tuoi soldi si farebbero vedere in giro almeno su una motocicletta Honda Dream.
 Uno dei vantaggi del De Syloia Hotel sono le bici gratuite, costruite modellando il bambù su una struttura di acciaio. Quando pedalate, seguite gli altri ciclisti. Se il vostro fiume di ciclisti decide di passare con il rosso, assecondatelo. Infrangere la legge qui è quasi impossibile e queste manifestazioni di disobbedienza di massa sono esilaranti.
 La zona migliore da esplorare in bici è l'Old Quarter, il vecchio quartiere cinese delle corporazioni, un dedalo di trentasei stradine, ciascuna con il suo commercio specifico. Nel XIII secolo la gente di Hanoi era giudicata in base all'indirizzo. Benissimo per chi viveva in via del Cotone o nella via degli strumenti a corda, ma non oso pensare alla reputazione di chi stava nelle vie del pesce conservato o dei gamberetti secchi.
 Silk Street, la via della Seta, è un paradiso dello shopping, con centinaia di camicie ricamate, biancheria  intima, sciarpe e giacche di velluto a prezzi criminalmente bassi. Le bancarelle sono strapiene di oggetti di lacca di colori vivaci: scatoline, piattini, e ciotole che risplendono d'oro e d'azzurro ceruleo. Poi ci sono gli orologi di marca, tutti inesorabilmente contraffatti, compresa la pubblicità. I venditori ambulanti di frutta e di baguettes che magnificano i loro prodotti urlando con voce stridula e nasale.
 Nel centro, geografico e spirituale, della città c'è Hoàn Kiém Lake, il lago dove, fin dal primo mattino si viene a rimirare la propria immagine riflessa nello specchio dell'acqua e a esercitarsi nel tai chi, la ginnastica tradizionale, una combinazione di gesti lenti e versi gutturali. Mentre passeggio tra i mattinieri ginnasti, la vedo: è Hoàn Kiém turtle, la tartaruga del lago che non si faceva vedere da anni. Un buon auspicio, mi dicono, per il viaggio che sto per intraprendere.

 Sul treno tartaruga
 
La mattina Hoang Kim vende il pane alla stazione centrale di Hanoi, dalle 5 e 30 fino all'esaurimento della sua scorta. È buon pane fresco e dorato, dal profumo vagamente francese. Per forza, la ricetta è francese, sopravvissuta alla sconfitta di Dien Bien Phu e all'offensiva americana.
Il  pomeriggio,  la donna vende pulcini  alla stazione di Long Bien, all'imboccatura dell'antico ponte Raul-Doumer, sul fiume Rosso. Ha un permesso ufficiale delle autorità per esercitare il suo commercio, un formulario giallo su cui è stampigliato il motto nazionale: «Doc Lap, Tu Do, Hanh Phuc» (Indipendenza, Libertà, Felicità). Pertanto, può occupare il marciapiede prima dell'arrivo dei viaggiatori, il cui flusso è regolamentato da controllori in uniforme da poliziotti, come in tutto il resto del Paese.
 
Per andare da una stazione all'altra, Hoang Kim prende il treno che attraversa Hanoi da nord a sud. Il  treno  s'inoltra  nel  cuore  della  città,  rasentando i muri delle case come un elefante in un corridoio. I suoi binari sono di grande utilità per la gente che ci vive accanto. Spazi di gioco per i bambini, laboratori all'aria aperta per gli artigiani del legno, incudini per i fabbri, cucine a cielo aperto, angoli tranquilli per le giovani coppie o per i consumatori di eroina. Sgabelli per i crocchi di anziani.
La ferrovia vietnamita è molto rappresentativa di questa parte dell'Asia: è la vita in sintesi. Così come i binari non restano mai uno spazio inutilizzato, i treni e le stazioni formicolano di un'attività pressoché continua, dal nord dell'India al sud della Malesia. Le stazioni qui sono ben più che semplici fermate. Come mai? Perché questi leggendari espressi trasformano qualsiasi viaggio in un'esperienza unica, durante la quale si può mangiare, dormire, e soprattutto s'impara ad accettare l'esasperante lentezza del tempo.
 Le ferrovie ritmano l'anima del viaggio. Come accade sulla Hanoi-Ho Chi Minh City (ex Saigon), la Transindocinese: 1726 chilometri in una sola tratta, con pochissime zone di scambio per gli incroci. Basta che un treno accumuli ritardo, che trascina gli altri nella sua scia. Bisogna prevedere da trentadue a quarantuno ore di viaggio su questa linea la cui sola esistenza è un successo, tanto è movimentata la sua storia.
Costruita a partire dal 1899, la ferrovia consentiva di collegare Hanoi a Saigon già nel 1930. In seguito fu molto utilizzata dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale. Rinnovata dopo il 1945, fu gravemente distrutta al tempo della guerra d'Indocina. Prima daiVietminh, poi dai francesi. Nuovamente restaurata, fu bersaglio delle bombe americane durante la guerra del Vietnam. Si vedono ancora oggi gli enormi crateri lasciati dalle esplosioni in prossimità dei ponti e delle stazioni nel nord del Paese.
Subito dopo la riunificazione, il governo decise di ristabilire il collegamento ferroviario tra il nord e il  sud  in  quanto  simbolo dell'unità  nazionale.  Il Thong Nat (Espresso della Riunificazione), inaugurato il 31 dicembre 1976, poteva finalmente collegare Ho Chi Minh City ad Hanoi. A quella data erano stati riparati 32 gallerie, 160 stazioni, 1400 scambi e 1334 ponti. Oggi la rete ferroviaria vietnamita si dipana per più di 2600 chilometri, da Ho Chi Minh City fino al nord. Si snoda lungo la costa, lungo il golfo del Tonchino, penetra nella giungla per avvicinarsi alla frontiera laotiana, poi ritorna a costeggiare le spiagge deserte del mar della Cina:Vinh, Hue, Danang, NhaTrang... Fermate brevi, stazioni pulite, il tempo di precipitarsi nei piccoli negozi installati sulle banchine, traboccanti di derrate di  ogni  genere,  o di  attendere che gli ambulanti invadano i vagoni. Poi il convoglio riprende il suo cammino. Lentamente.
 A quaranta ore dalla partenza da Hanoi, si arriva a Ga Saigon (la stazione di Ho Chi Minh City) verso le cinque del mattino. Folla silenziosa, intorpidita, ubriaca di viaggio e di paesaggi, che discende da un treno ormai diventato amico.
 Ga Sai Con, stazione di grandi solitudini. Se si ha la fortuna di restare «intrappolati» sui marciapiedi di transito, nell'intervallo tra due arrivi di treno, ci si ritrova immersi in strane eternità di calma. Eccezione asiatica, estremo opposto dell'India. Niente ressa. Pulizia, disciplina. Dopo che la folla ha lasciato i marciapiedi, restano solo poche anime, qualche cappello a punta, qualche monello a torso nudo. Immobilità e silenzio. Contrasto siderale con la strada e le sue pericolose maree di due ruote. I chioschi dei venditori chiudono uno dopo l'altro, nascondendo le loro fragili muraglie fatte di lattine di birra, di pacchetti di biscotti e di sigarette, di giocattoli. Smontano le piramidi di frutti tropicali. Alcune spazzine si danno da fare lentamente nella cappa umida del pomeriggio, prima che arrivi la brezza miracolosa. Un tecnico si infila sotto i vagoni immobili e batte le ruote con il suo martelletto di controllo. Si passa il tempo giocando a carte, guardando un sacchetto vuoto che svolazza per una folata d'aria, o facendo un sonnellino in un vagone. Le centinaia di seggiole e tavolini di plastica blu sono vuoti. Il vento è tiepido. Non succede niente. Immobilità totale, tempo sospeso, cancellato. Poi, impercettibilmente, l'attività riprende. Molto lentamente, i negozi su ruote s'incamminano verso un marciapiede deserto: sta per arrivare un treno. I tecnici si risvegliano, si raggruppano. L'arrivo è alla piattaforma numero 6. Una voce si mette a miagolare negli altoparlanti. C'è un clima di attesa, ci si tiene pronti. Il convoglio finalmente entra in stazione con un lungo fischio, i viaggiatori più impazienti lanciano i loro fagotti dai finestrini. Li recupereranno dopo essere saltati a terra, prima ancora che il treno si fermi. Poi scendono decine di donne con il cappello a cono, il viso protetto dal sole, seguite dai bambini e dai mariti. Ressa, nervosismo, anche se hanno fatto un viaggio breve, non vedono l'ora che finisca. I marciapiedi saranno spazzati, i treni ripuliti,  le lenzuola delle cuccette cambiate, e la calma riprenderà il sopravvento. Di nuovo. Con lentezza, il  ciclo  ricomincia.

 Sotto i bombardamenti di Saigon
 
Nel cielo sconvolto di Ho Chi Minh City, che nell'ex Saigon tutti chiamano sbrigativamente HCMC, il bombardamento ha inizio poco prima del crepuscolo. Flash di luce rigano la facciata dell'Hotel Equatorial, grondante di pioggia. Inutile cercare con gli occhi le leggendarie silhouette degli Haeys, gli elicotteri di evacuazione sanitaria della guerra del Vietnam. Ci sono però i pionieri della  Rivoluzione che,  foulard rosso, tamburi battenti, hanno aperto le ostilità. In un gioco di luci stroboscopiche, esplodono le prime bombe: ma libereranno solo nuvole di lustrini. Benvenuti al dodicesimo anniversario della Vietnam Investment Review, la rivista di economia e di finanza pubblicata dal ministero della Pianificazione della repubblica socialista del Vietnam. Sera di temporale alla fine del monsone. Al primo piano dell'Equatorial, hotel di gran lusso, la festa è patrocinata soprattutto dalla birra Forster. Una cameriera con un cappello da cowboy e una vertiginosa minigonna serve bicchieri a ritmo da catena di montaggio. Gli invitati, quasi esclusivamente vietnamiti, portano tutti un numero: cosa che dà alla serata l'aria di un film di James Bond sponsorizzato da una marca di shampoo. «Salve numero due», mi apostrofa una ragazza. «Sono il numero sedici», mi sussurra rifilandomi un biglietto da visita. È specializzata in marketing & strategie business. Business, la parola magica che ha scacciato da Ho Chi Minh City i cappelli conici. Addio cyclo, biciclette e ragazze in ao dai, il vestito tradizionale. Le giovani di Saigon si muovono ormai su motociclette dalla linea aerodinamica, con gli occhi protetti da occhiali di Versace o di Gucci.
 
Le moto Honda, star degli anni Novanta con i loro dolci nomi Dream, Wave o Future sono ancora le più numerose, ma non sono più il massimo della moda. Dalle sei del mattino, gli abitanti di Saigon fanno rombare il motore del loro scooter Attila o Honda Stream da 3000 euro, o si mettono al volante di un 4x4 Ford o Toyota. Si buttano in un balletto incessante nelle vie straboccanti  di  rivenditori  di telefoni  Nokia e di  negozi  di vestiti, che espongono in vetrina foto di sublimi vietnamite in abiti aderenti.
 Gli orfani dello zio Ho hanno ormai abbracciato il credo dello zio Sam e delle tigri asiatiche, guardando dritto davanti a sé e premendo l'acceleratore. La politica? Non sanno che farsene. Non ne vogliono sentire parlare. Quello che fa smaniare la gente è la voglia di avere soldi in tasca. L'individualismo ha il vento in poppa. La Saigon di “Un americano tranquillo”, il film tratto da Graham Greene, delle donne annamite e dei nonnetti ha subito uno notevole svecchiamento. Più della metà della popolazione ha meno di vent'anni. Provate a parlar loro della guerra, del comunismo: la storia interessa molto meno del display a colori dell'ultimo telefonino Samsung, in vendita al Diamond Plaza, il grande magazzino chic che ha appena aperto dietro alla cattedrale e alla posta, a un centinaio di metri dal palazzo della Riunificazione. Al primo piano si può giocare a bowling, andare al cinema o frequentare i più bei golf club del pianeta. Lo spettacolo della Saigon di oggi potrebbe far rivoltare nella sua teca di vetro il venerabile zio Ho, che nella ex Saigon è presente solo in effigie. I suoi ritratti costellano tutti i muri pubblici.
 Nel weekend. La gioventù dorata di HCMC invade i centri commerciali. Ogni volta, il cocktail è lo stesso: fastfood, bowling, sale di biliardo, giochi video e musica assordante. Più tardi, si fa rotta verso i reparti dei supermercati e i saloni di bellezza, che spuntano in continuazione dappertutto. Non si contano le proposte di cure sbiancanti. Non sorprende. La parola d'ordine per le donne di Saigon che vogliono apparire eleganti è avere la pelle chiara. Prima di inforcare le due ruote, ogni donna si munisce, oltre che della mascherina per proteggersi dall'inquinamento, di un caschetto e di guanti che coprono le braccia fino alle spalle. In città si vedono enormi manifesti dei cosmetici Shiseido: la modella che vi campeggia è un'occidentale dall'incarnato trasparente.
 La notte comincia. Le ragazze, ma anche i ragazzi, si infilano occhiali da sole e T-shirt griffate Hugo Boss, Gucci o Dolce & Gabbana, e vanno a scatenarsi al Liquid, al ritmo della musica techno, scandito dalle luci stroboscopiche. Oppure si mescolano ai residenti stranieri che invadono la pista di  un locale notturno il cui nome suona in qualche modo ironico: Apocalypse Now.
Quando arriva il lunedì, vanno all'università a seguire corsi di economia o di inglese, o sognano di ottenere un "mba" (master in business administration) all'estero. Anche la prima damigella di Miss Vietnam frequenta un master di marketing a HCMVC.