Mekong
Dopo i massacri le dighe feriscono la linfa d'Oriente
 

CAN THO (Vietnam)
Quando senti dire che il Mekong, al dodicesimo posto nella graduatoria dei fiumi più grandi del mondo, scarica ogni anno, nel Mar Cinese Meridionale, 475 mila chilometri cubi d’acqua viene spontaneo chiedersi quanto sia stato il sangue versato insieme all’acqua, pur limitandosi al secolo appena trascorso, che ha visto l’Indocina uscire straziata e distrutta dalle guerre.
Ma per i Paesi assiepati lungo le sue sponde - Laos, Cambogia, Thailandia, Vietnam - la guerra non è finita. Ha solamente cambiato connotati, anche se non sono mancati del tutto, qui e là, episodi cruenti. Non diversamente da quanto abbiamo visto peregrinando lungo le più importanti arterie fluviali del Pianeta, il conflitto che ora si combatte attor no al Mekong riguarda la costruzione di dighe e sbarramenti che spesso comportano la deviazione dei fiumi e ne alterano, talvolta inesorabilmente, le caratteristiche, togliendo loro forza e vitalità fin quasi a prosciugarli.
Il tempio di Angkor Wat, ubicato vicino alla cittadina di Siem Reap in Cambogia. La sacralità del Mekong, che fluisce accanto a luoghi di sublime fascino archeologico e mistico come Luang Prabang nel Laos, coi suoi santuari buddisti o come Angkor, in Cambogia, patrimonio dell’umanità preso d’assalto dai turisti, è fuori discussione. «Nessuno può morire senza aver visto Angkor» aveva scritto perentoriamente Somerset Maugham dopo la sua seconda visita a quella meraviglia del mondo. Qualcuno ha definito il Mekong «il Danubio d’Oriente», un accostamento audace data la diversità degli scenari, malinconia asburgica da una parte, risaie e pagode dorate dall’altra.

Come lo Yangtze in Cina, il Mekong continua ad essere, con tutte le sue bizzarrie, linfa vitale per i 230 milioni di esseri umani che abitano il suo sterminato bacino e da lui dipendono per l’agricoltura, la pesca, la navigazione, i trasporti, l’energia elettrica che le grandi dighe producono e sprigionano.
Nasce sui ghiacciai del Tibet Orientale, a 5.100 metri, e da lì comincia il suo precipitoso cammino verso la pianura: un percorso di 4.350 chilometri (4.800, secondo recenti valutazioni) attraverso sei Nazioni che gli consente di cambiar nome e aspetto: e così è Dza Chu (acqua delle rocce) per i tibetani, Lancang Jiang (fiume turbolento) per i cinesi delle province di Sichuan e Yunnan, Mae Nam Khong (la Madre delle acque) per gli abitanti di Laos, Birmania e Thailandia, quand’è nel piano della maturità; e poi ancora Tonle Thom (grande fiume) per i cambogiani e infine Song Cuu Long (fiume dei nove dragoni) per i vietnamiti, quando smembrandosi nell’immenso delta, sfocia spettacolarmente nel Mar Orientale Cinese.

Scendendo in battello da Phnom Penh verso Chau Doc, il primo porto vietnamita appena dentro il confine, il Mekong offre subito un’immagine della propria esuberanza, vaporetti, chiatte, grosse navi da carico e traghetti che s’intrecciano di continuo con lance, piroghe, sampan e vecchie barche di pescatori: dalla riva giunge il suono di tanti piccoli indaffarati villaggi e la voce dei bambini dietro le piante. Immagine che smentisce la visione anacronistica di un fiume rimasto romanticamente «selvaggio», sfuggito alle manipolazioni dell’uomo che avrebbe voluto addomesticarlo.
Si tratta in realtà di una frequentatissima autostrada internazionale, su cui si lavora, si pesca, si fanno scambi e commerci. Ma affrontando il tema delle guerre dell’acqua, è impossibile negare al Mekong un ruolo da protagonista, anzi da mattatore. Ambedue i conflitti indocinesi (per l’indipendenza dalla Francia, il primo, contro le truppe d’occupazione americane intervenute a sostegno del governo fantoccio di Saigon, il secondo) sono stati infatti combattuti lungo o non lontano dalle sue sponde. E sarà proprio questa esperienza bellica a forgiare il carattere preminente e inamovibile della sua fisionomia: impossibile, ormai, pensare a lui come a un fiume di pace.

Molti storici osservano che il Mekong non fu teatro di scontri armati particolarmente importanti e risolutivi nelle operazioni militari dopo la sconfitta dei francesi a Dien Bien Phu: ma c’è ancora chi si ricorda che nella seconda parte degli anni Cinquanta i soldati del regime filo-americano di Ngo Dinh Diem si aggiravano nelle paludi e tra i canali del delta per snidare i comunisti di Ho Chi Minh ed eliminarli sul posto: e per questo erano dotati di una ghigliottina portatile, sempre al lavoro. Via una testa, l’altra.
Quasi impossibile raccapezzarsi nella regione del delta, dove il fiume si espande in un reticolo di canali per centinaia di chilometri, tutti di grande ampiezza, e non son per niente certo che il mucchietto di case cui siamo approdati dopo aver zigzagato alla cieca su una barca a motore corrisponda al villaggio di Al Bac, sessanta chilometri a sud ovest di Saigon: qui, nel ’63, ebbe luogo una furiosa battaglia tra la Settima Divisione dell’esercito vietnamita e reparti di vietcong annidati nella zona. Secondo la cronaca - mai verificabile - ebbero la meglio questi ultimi, che persero solo tre uomini: mentre tra i sudvietnamiti - che pure contavano sull’appoggio di 15 elicotteri americani - le vittime furono più di sessanta. «Tutte sepolte qui», assicura la guida. Ma non trovo un cippo che le ricordi.

A Phnom Penh, l’ingordigia dei pesci del Mekong golosi di carne umana sarebbe stata placata ancor prima delle stragi di Pol Pot, che avrebbero intasato il fiume di cadaveri. Nell’aprile e maggio del ’70, per antichi rancori etnici, centinaia di vietnamiti residenti da tempo in Cambogia e senza alcuna affiliazione politica vennero sterminati in un pacifico villaggio vicino all’imbarcadero.
Qualche settimana dopo toccò ad altri vietnamiti, questi sì, comunisti schedati e coriacei oppositori del governo corrotto di Lon Nol. Quando, il 17 aprile ’75, i Khmer Rossi entrano a Phnom Penh, trovano una città fantasma con 2 milioni di abitanti, avvilita, sfinita, sfasciata. Ci penseranno loro a sfoltirla ulteriormente per quattro anni, torturando e massacrando nel Centro di Sterminio di Tuol Sleng - santuario del terrore - 15 mila civili, uomini donne vecchi e bambini.
Qual è, ora, lo stato di salute di questo fiume, monarca assoluto del Regno d’Indocina? Come ho detto all’inizio, sul campo di battaglia un tempo occupato da sud e nordvietnamiti, vietcong e marines sono scesi adesso reparti inermi di Verdi, ecologisti e ambientalisti, muniti solo di megafono: tutti insieme per ricordare al mondo che l’irresponsabile e inarrestabile costruzione di megadighe, cominciata negli anni Ottanta, finirà per «ammazzare» il fiume.

Il comitato di cui fanno parte i governi di quattro Paesi - Laos, Cambogia, Thailandia e Vietnam - sostiene che il Mekong ha raggiunto «il livello più basso» dalla sua storia e che un qualsiasi referto medico potrebbe definirlo «agonizzante»: e non esita a metter sotto accusa, addossandole la maggiore responsabilità, la Cina, che però - aggiunge con rassegnazione - «ha l’asso nella manica e può fare impunemente tutto ciò che vuole». Lo ha già fatto. E, imperterrita, continua a farlo.
È l’84 quando, nella provincia meridionale cinese di Yunnan, cominciano i lavori per la diga di Manwan, che entra in funzione nel ’96. Lo stesso anno aprono i cantieri per un altro massiccio sbarramento, la diga di Dachaoshan, che dovrebbe essere ultimata tra poco ma ha già creato problemi nel flusso delle acque. Non ci sarà comunque disoccupazione nel settore dell’ingegneria idraulica dal momento che sarebbe imminente la realizzazione di due altri grandiosi progetti: la diga di Xiaowan (altezza prevista 292 metri) che dovrebbe essere completata entro il 2012 e le cui dimensioni la collocherebbero immediatamente al secondo posto, dopo quella, mastodontica, delle Tre Gole, sullo Yangtze; e infine ultima sfida per gli ingegneri cinesi - la costruzione della Sambor Dam, un’impenetrabile chiusura di cemento e acciaio che, se realizzata, farebbe impazzire il Mekong, scatenando inondazioni e allagamenti per un raggio di 500 chilometri.
Se in un passato neanche troppo remoto, il Mekong ha esercitato grande fascino, grazie anche alla prosa di scrittori che, frequentandolo, hanno ambientato sulle sue sponde le loro erotiche fantasie (Somerset Maugham, Graham Greene, Marguerite Duras, André Malraux), l’interesse che ora suscita è quello di un malato illustre che si sta spegnendo. Sottoposto da anni a uno sfruttamento economico senza limiti, corre il rischio di passare alla Storia come il fiume che ha sostenuto il peso del più gran numero di dighe nel mondo: un triste primato.
Un primato che ha fatto molti danni. Dopo la costruzione delle dighe, intere comunità sono state costrette a precipitose evacuazioni sotto la minaccia di una valanga d’acqua che li avrebbe inghiottiti. Si parla di milioni di persone: chi dice dieci, chi cinquanta. A Can Tho, tumultuosa capitale del delta, s’incontrano famiglie fuggite dal Laos o dalla Cambogia dopo che il Mekong o qualcuno dei suoi numerosi affluenti erano straripati dagli argini.
Le piene - raccontano - hanno colpito duro la gente, i campi e l’industria del pesce, che in tempi normali è fiorentissima. Sotto queste acque melmose s’agita un formidabile patrimonio ittico, ricco di 1200 specie.
La Cambogia ha una produzione di 400 mila tonnellate di pesce d’acqua dolce l’anno - al quarto posto, apprendo, dopo la Cina, l’India e il Bangladesh - che dopo l’«avvento» delle dighe è calata del 12 per cento. Grandi e piccoli drammi che non sembrano toccare la Cina, se è vero che il suo programma di sviluppo industriale prevede la costruzione di almeno 15 dighe entro il 2010: né risulta che i suoi tecnici abbiano fatto analisi approfondite per stabilire quale impatto esse avrebbero potuto avere sui Paesi vicini. Dalle tre grandi dighe sul Mekong (una già funzionante, le altre due in costruzione) Pechino spera di ottenere - leggo su un opuscolo - l’equivalente in energia elettrica pulita di 15 centrali idroelettriche.
Salendo o discendendo un fiume, arriva sempre il momento in cui ti senti, per pochi minuti, come un marinaio senza bussola o mappa nautica, smarrito. Ma appena la barca sguscia dentro il labirinto di canali del delta (cinquemila chilometri di corsie d’acqua - i nove Dragoni - su un territorio di quasi due milioni di ettari), il cuore è in festa. Più che rassicuranti le condizioni dell’economia: la regione, dove si concentra il 40 per cento della produzione agricola, esporta più di un milione e mezzo di tonnellate di riso all’anno.

Si vive sull’acqua, a Can Tho: in mezzo a un tripudio di voci e di barche di tutti i tipi e dimensioni, quelle grandi da carico e quelle piccole, agili e snelle. Si tratta per lo più di vere e proprie case galleggianti per famiglie quasi sempre numerose e in crescita permanente: padri e madri, nonni e nonne e una caterva di chiassosissimi bambini che si gettano in acqua con tuffi acrobatici da saltimbanchi. Ed è sorprendente come scorra liscio, senza intralci e grovigli, il traffico di giunche e sampan attorno ai tre mercati galleggianti, presi d’assalto ogni giorno, ogni ora del giorno.
Un quadro festoso, esilarante quasi. In realtà, osserva lo scrittore australiano Milton Osborne che ha indagato a lungo nel Vietnam della guerra e del dopoguerra, «più del quindici per cento della popolazione del delta vive in povertà» e «i problemi sociali che hanno fatto della regione un terreno così fertile per il reclutamento del Partito Comunista nelle decadi precedenti non sono ancora scomparsi».
Conclusione pienamente condivisa dal signor Trinh Quang Man, che per otto anni ha combattuto nelle paludi del delta con l’esercito sudvietnamita e vive tuttora da queste parti, manager di una catena di grandi alberghi: «Erano combattimenti molto aspri - ricorda -, uomo contro uomo e molti di noi ci han lasciato la pelle. I nostri fratelli del Nord li chiamavano Vietcong, per me erano un esercito di liberazione. Gli americani avevano qui la 25a Divisione, ma per loro era come una vacanza, un picnic. Le due grandi Potenze avevano scelto il Vietnam come campo di battaglia».
Il presente, sul Mekong, è una donna che sta remando, sola, sulla sua barca. E’ alta, severa, e tuttavia sorridente, per nulla imbarazzata da Luigi che, per ritrarla, al meglio, dà gli ordini di manovra al nocchiero della nostra imbarcazione, su, giù, di qua, di là, sorpassala, stalle a fianco, accelera, eccetera.
Il sole rosso fuoco è appena spuntato dietro una siepe d’alberi sulla baia. Il Mekong è il suo fiume, lei nient’altro che la donna del fiume.

Ettore Mo - Reportage: Le guerre dell'acqua - Corriere della Sera 18-12-2005