SAIGON  PROIBITA
 


L'Espresso 13 ottobre 2005   -   di Gianni Perrelli.
Girano in tondo su motorette scassate lungo il perimetro della Pham Ngun Lhao, lo stradone di Ho Chi Minh City dove di notte la vita pulsa più frenetica. Poco più che minorenni, disinibite, sfrontate. A caccia di clientela fra le legioni di turisti eccitati dall'animazione di un quartiere che vanta la maggior concentrazione vietnamita di ristoranti e locali da sballo. Puntano come falchi le prede maschili. Cercano di stanarle accostandosi loro ai marciapiedi, in un creativo capovolgimento dei costumi che regolano da noi la prostituzione stradale. A volte anche in coppia. «Massaggi, massaggi», è lo scarno menu che propagandano decise. Ma gli ammiccamenti e le mise - minigonne o pantaloni aderentissimi a vita bassa e t-shirt strizzate - non lasciano alcun dubbio. Quello è solo il prologo. Per lo "special" basta accordarsi sul prezzo. Trenta dollari, stipendio mensile di un professore di scuola, e l'occidentale in vena di brividi esotici si può accomodare sul sellino posteriore dello scooter che riparte verso un alberguccio compiacente.
A Ho Chi Minh City, anzi Saigon come insistono a chiamarla i residenti che non hanno mai digerito il cambio del nome imposto dai capi comunisti di Hanoi, sono riesplosi gli animal spirits della tentazione.
Per tre decenni la nomenclatura al potere ha cercato di arginare sotto una cappa di austerità socialista l'industria delle umane debolezze. Tutto inutile. Saigon ha inciso l'edonismo nel suo Dna. A differenza della nordica Hanoi (che pure oggi è meno imbalsamata) è una metropoli più gioiosa, con uno spirito quasi mediterraneo.
Una città con otto milioni di abitanti orgogliosa di non dormire mai. Percorsa a ogni ora del giorno e della notte da nugoli di motorette (quattro milioni) che imbottigliano le poche macchine in circolazione e producono nuvole di smog (moltissimi girano con le mascherine). Che nell'ultimo decennio, incalzata da un incontenibile processo di urbanizzazione, si sta divorando le campagne circostanti. Che a Dong Khoi, la strada del lusso fin dai tempi del colonialismo francese (si chiamava rue Catinai), allinea le griffes più fascinose. E che al calar delle tenebre rinverdisce senza più freni la fama di Parigi del Sud-Est asiatico. Se Hanoi ha vinto la guerra, Saigon con la sua allegria sta vincendo la pace.
All'Allez Boo, un bistro-discoteca che attira molti americani, si ballano gli hit del rock filippino fra i tavolini per strada. Davanti, in una miscela stordente di modernità e vecchiume, scorre un'umanità indaffarata in ogni tipo di traffico. Spacciatori di hashish e di eroina. Reclamizzatori di pizzerie e Internet café. Anziani conducenti di bici-risciò. Contadine col cappello conico che si trascinano sul bilanciere le verdure, le arachidi, i dolcetti di sesamo. Giovani con le magliette dei nostri calciatori che amoreggiano ai bordi del vicino parco fra lo sciamare dei topi e degli scarafaggi che fuoriescono dai tombini. Scooter che troppo spesso si scontrano sull'asfalto quasi perennemente bagnato nella stagione delle piogge. Una movida asiatica assordante.
Il rumore è considerato un segno di evoluzione. Il galoppo sfrenato dei decibel martella i timpani all'Apocalypse Now, bar dal nome ironico che ai rampolli della nuova borghesia rossa serve cocktail "bellici" altrettanto allusivi (B52), oltre a leccornie della cucina indocinese e al cappuccino, al top nella classifica vietnamita dei prodotti trendy. Per ritrovare un po' di quiete bisogna spostarsi fuori, nel giardinetto, o nella sala da biliardo (onnipresente in tutti i locali) dove cambia il sottofondo: alla musica techno si sostituisce dai teleschermi sulle pareti la voce dei cronisti che commentano le partite di calcio europee (una nuova esca della globalizzazione in quest'angolo di
mondo).
Lo stesso frastuono si ritrova al Lido Bar, singolare night senza entraineuse in cui il compito di riscaldare la scena è affidato alle cameriere sexy piazzate dietro il bancone. Ognuna controlla una fetta di territorio. E, nella sua zona, marca strettamente a uomo l'avventore. Cercando di farlo sentire unico e desiderabile. Dopo averlo portato su di giri, pur di continuare a farlo consumare può anche decidere di dargli un appuntamento in un innocente caffè. Ma il giorno dopo. Quando alle due stacca, in genere va a casa. A dormire da sola. L'identikit è quello della studentessa di provincia che per mantenersi all'università la sera recita la parte della seduttrice.
Le eminenze politiche di Hanoi temono una deriva morale della città che nella guerra vinta contro gli americani hanno conquistato ma non sono poi riusciti a disciplinare.
L'eccesso di libertà ha conseguenze pesanti. Il dilagare della droga, che il governo cerca invano di bloccare minacciando di morte gli spacciatori. E quello dell'Aids, contro cui si è approntata soltanto un'inutile panacea: la chiusura anticipata delle discoteche. «È aumentato il tenore di vita della popolazione», dice il reverendo Ignatius Ho Van Xuan che dirige il più grande centro di evangelizzazione per i cattolici (7 milioni di fedeli su 84 milioni di vietnamiti): «Ma il maggior benessere ha seminato fra i giovani il consumismo selvaggio e la promiscuità sessuale. La Chiesa sta cercando di mettere a punto un piano di prevenzione contro l'Aids. Non è facile con tutte le ragazze senza più valori che la sera invadono i templi del karaoke».
La Saigon cosmopolita, nel bene e nel male, è diventata la vetrina più luccicante di una nazione che, con un tasso di sviluppo del 7,5 per cento (secondo nel mondo solo a quello della Cina), si sta unendo al carro delle tigri asiatiche. Le forze trainanti sono il tessile, grazie al costo del lavoro irrisorio, e la coltivazione del riso (il Vietnam è il secondo esportatore mondiale dopo la Thailandia). La spinta propulsiva parte dalla liberalizzazione economica decisa dal governo nel '94 con lo slogan del "doi moi" (rinnovamento), che sul modello cinese conserva però saldamente nelle mani del partito il monopolio delle decisioni politiche. Il dissenso continua a essere duramente  represso. Basta una semplice critica alla linea ortodossa per far scattare l'accusa di spionaggio ai danni dello Stato.
II Vietnam non ama però gli accostamenti con la Cina, per lungo tempo nemica. Rivendica una via originale allo sviluppo, in cui l'autocrazia del potere si sposa sì con le opportunità offerte dal capitalismo, ma con una maggiore attenzione per gli equilibri sociali. Una formula più facile da enunciare che da realizzare. Alla formazione delle  nuove ricchezze metropolitane, favorite da una corruzione endemica contro cui nulla hanno combinato le crociate del partito, si contrappone la drammatica penuria delle campagne dove le famiglie contadine vivono con un dollaro al giorno.
Al Pil del Vietnam danno un robusto contributo (il 30 per cento) le rimesse degli emigrati. Specie quelle provenienti dagli Stati Uniti, con cui il paese, dopo 30 anni dalla fine del conflitto, che produsse cinque milioni di morti, mostra di aver regolato tutti i conti. I rapporti diplomatici sono stati ripristinati dieci anni fa. Dal 2000 è in vigore un trattato commerciale. Nei mesi scorsi il premier Phan Van Khai ha compiuto la prima storica visita a Washington, preludio dell'ammissione del Vietnam (a fine anno) al Wto.
Nei centri delle grandi città proliferano i fast food con le insegne americane. La Coop Mart sta lanciando una nuova catena di supermercati. E grazie al volo diretto San Francisco-Hanoi, inaugurato lo scorso dicembre dalla United Airlines, migliala di ex marines nostalgici tornano sui teatri bellici senza scalo.
La meta più gettonata è Cu Chi, la foresta a due ore di auto da Saigon coventrizzata dal napalm, nelle cui viscere i khmer rossi avevano scavato centinaia di chilometri di gallerie. Ora è diventata un'attrazione turistica. Una Disneyland della guerra che ancora suscita incubi negli americani, come - più a Nord - il sentiero di Ho Chi Minh.
Anche la Vietnam Airlines, per avvicinare sempre di più gli ex irriducibili nemici, ha allo studio un collegamento con gli Stati Uniti. Per ironia della storia, il capo del progetto è il pilota nord-vietnamita che, prima della capitolazione del Sud e della fuga degli americani, bombardò il palazzo presidenziale di Saigon.
Gianni Perrelli