E la "TIGRE"
Vietnam
fa il balzo finale

Anche Hanoi ha abbracciato il mercato e ha una crescita seconda solo a Pechino

Oggi l'ingresso nel WTO, l'Organizzazione Mondiale del Commercio

Corriere della Sera - 26 ottobre 2006

ansa.it - 9 novembre 2006 - 0re 10,18

 Il sigillo del capitalismo verrà impresso oggi, a Ginevra: il Vietnam è pronto a diventare il 150° membro della WTO, l'Organizzazione mondiale del Commercio chesanziona l'accettazione da parte di un Paese delle regole di mercato.

Il timbro di un ritrovato ruolo tra le diplomazie arriverà invece a metà novembre, ad Hanoi, quando il presidente americano George Bush, quello russo Vladimir Putin e quello cinese Hu Jintao parteciperanno a un vertice dell'area del Pacifico. Settimane eccitanti, queste, per la nomenklatura vietnamita: poco più di trent'anni dopo la fine della guerra con gli  Stati Uniti e l'instaurazione  del regime comunista, il  mondo riconosce che le cose sono cambiate, che il Doi Moi, il programma di riforme iniziato nel 1986, sta trasformando il Paese e che il Vietnam corre più forte del  resto dell'Asia.
La nuova tigre — che ha una crescita economica seconda solo a quella della Cina ma
superiore a tutte quelle del Sud-Est Asiatico — oggi sarà dichiarata idonea ad accedere nel club dei Paesi che giocano la partita del  commercio con regole capitaliste. Il gruppo dei negoziatori della WTO varerà un progetto di accordo, già accettato da tutti i membri, che permette ad Hanoi di entrare nell'Organizzazione cinque anni dopo la Cina ma prima dell'ex alleata Russia, ancora impegnata, in questi giorni, in un braccio di ferro con  Washington proprio sui termini di accesso.

Si tratta di una lista di 560 pagine che descrivono modi e tempi dei tagli alle tariffe e ai dazi sui beni che il Vietnam dovrà effettuare e altre 60 pagine riferite ai servizi; in più, una serie di impegni che Hanoi prende per migliorare il suo sistema legale. 

All'inizio di novembre, probabilmente il 7, il Consiglio Generale della WTO ratifiche il tutto. Pochi giorni dopo, nella capitale vietnamita, si riuniranno i capi delle potenze dell'APEC, il foro di cooperazione Asia-Pacifico. Ci sarà un po' di celebrazione ma soprattutto ci sarà corteggiamento: nella diplomazia mobile della regione, l'alleanza con il Vietnam — 84 milioni di abitanti — è un pezzo pregiato. Pechino, che con il Vietnam ha una rivalità storica, negli ultimi tempi ha dato segno di riconoscere l'importanza crescente del vicino. Ma è Washington che sta cercando un rapporto sempre più stretto: Bush ha firmato accordi bilaterali con la dirigenza di Hanoi e tra poche settimane il Congresso dovrebbe votare per il ristabilimento permanente di relazioni commerciali. Nella rete di alleanze in funzione anticinese che la Casa Bianca sta tessendo — rafforzamento del rapporto col Giappone, legami stretti con l'India — il nemico di trent'anni fa è visto come un alleato. 

Il Vietnam riemerge sulla scena internazionale grazie al boom economico che sta vivendo. Dopo la morte, nel 1986, di Le Duan segretario del Partito comunista per quasi tre decenni — il nuovo leader Nguyen Van Linh diede il via alla Doi Moi, una liberalizzazione sull'onda di quella impostata da Deng Xiaoping in Cina nel 1978. Da allora, il Paese si è via via aperto all'economia internazionale e, a parte qualche anno di drammatica crisi agricola, è cresciuto a ritmi elevatissimi. La proporzione della popolazione sotto il livello di povertà è scesa dal 58% del 1993 a meno del 20% l'anno scorso.

Succede che il costo del lavoro è più basso che in Cina e che nel resto dell'Asia ma l'educazione è più alta: ragione per cui i produttori occidentali sono attratti. Inoltre, molti dei profughi fuggiti dopo la conquista comunista di Saigon nel 1975 e i loro figli stanno tornando e si portano dietro gli studi e l'esperienza di business maturata per lo più negli Stati Uniti. In più, la nuova dirigenza eletta quest'anno — il presidente Nguyen Minh Triet e il primo ministro Nguyen Tan Dung, ambedue sudisti di quello che era il Vietnam «americano» — promettono ulteriori aperture.

L'ingresso nel WTO non sarà un pranzo di gala per i vietnamiti. Eliminare le protezioni ai prodotti nazionali, soprattutto agricoli, rischia di creare crisi nelle campagne e disoccupazione, almeno nei primi tempi. Per il momento, però, il regime festeggia lo status di fenomeno tra i fenomeni dell'Asia e la nuova sedia al tavolo del capitalismo.

Danilo Taino  - Corriere della Sera - 26 ottobre 2006


 

 

                             Ansa.it    09/11/2006 10:18  WTO: OK ALL'INGRESSO DEL VIETNAM
GINEVRA - Un "momento storico" per l'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e per il Vietnam: riuniti in Consiglio generale, i 149 Paesi membri della Wto hanno formalmente approvato a Ginevra gli accordi per l'adesione della Repubblica socialista del Vietnam all'organizzazione che regola gli scambi commerciali internazionali. Il Paese 'comunista' diventerà il 150° membro della Wto, trenta giorni dopo la ratifica dell'accordo da parte del parlamento di Hanoi.

Altri 28 Paesi, tra cui la Russia, bussano alla porta dell'Organizzazione sempre più vicina all' universalità. "È un giorno memorabile per il processo di integrazione internazionale economica del Vietnam, e il mio governo è determinato a fare del suo meglio per applicare gli impegni assunti", ha affermato il capo delle delegazione di Hanoi, il vice-premier Pahm Gia Khiem in una conferenza stampa.

L'adesione del Paese asiatico, che conta 85 milioni di abitanti, giunge dopo quasi 12 lunghi anni di trattative nel corso dei quali - ha sottolineato il Direttore generale della Wto Pascal Lamy - il Vietnam ha compiuto uno sforzo "intenso per intraprendere riforme e rendere l'economia più trasparente. Per rendersene conto basta dare un'occhiata alla lunga lista di leggi e norme che il Paese ha dovuto modificare per adeguarsi alle regole della Wto". Il Vietnam ha dimostrato che "ancorando le riforme interne nel quadro della Wto è possibile ottenere risultati spettacolari", ha aggiunto Lamy citando il tasso di crescita del Pil dell'8% registrato dal Paese l'anno scorso, inferiore soltanto a quello del grande vicino cinese.

Il ministro del commercio vietnamita Truong Dinh Tuyen ha detto di sperare che la partecipazione del Vietnam alla Wto possa offrire al Paese asiatico nuove possibilità di espansione commerciale. Secondo gli ultimi dati della Wto, le esportazioni di merci dal Vietnam hanno raggiunto i 26,4 miliardi di dollari nel 2004, e le importazioni i 32 miliardi. La domanda di adesione del Vietnam risale al 1995 e negli ultimi anni il Paese ha messo in moto una graduale e crescente integrazione nel sistema degli scambi internazionali.

Dal 1996 sono state avviate politiche di riforma volte a creare un'economia socialista orientata al mercato (doi moi). Il pacchetto di accordi approvato alla Wto (560 pagine in tutto) include anche liste di impegni nei settori agricolo, delle merci e dei servizi.
Nell'ambito dei negoziati d'accesso il Vietnam - Paese in via di sviluppo - si è tra l'altro impegnato a fissare tetti ai diritti doganali da zero a 35% per la maggioranza dei prodotti agricoli e non agricoli. Il Paese ha inoltre assunto impegni per un ampio ventaglio di servizi e non sovvenzionare le esportazioni agricole.
 


Novità nel commercio mondiale: arriva il Vietnam - Tra Giap e il WTO
Il Vietnam è diventato ufficialmente il 150° membro del WTO, la World Trade Organization. Trent'anni dopo l'unificazione, il Vietnam cessa di essere una guerra e diventa un paese, da osservare non con la rigidità dello schieramento ma con la lente dell'economia. Molti segnali già indicavano il passaggio: il 60% della popolazione è nato dopo il 1975, gli stili di vita sono meno austeri ed inclini al consumo, lo skyline delle città mescola bene le nuove costruzioni con l'elegante architettura francese.
L'ingresso nel WTO è un punto di arrivo di una decisa svolta economica. Dalla fine degli anni '80 il Partito comunista ha lanciato una politica di valorizzazione dell'iniziativa privata e di apertura all'estero che ha dato risultati spettacolari. Il Pil è cresciuto negli ultimi anni dell'8%, a tassi inferiori solo a quelli cinesi. Le condizioni di vita sono migliorate con risultati sorprendenti: se ancora oggi il reddito pro capite è ancora di 620 dollari all'anno, la percentuale della popolazione che vive sotto il livello di povertà è scesa sotto il 20%, rispetto al 58% del 1993. I successi diplomatici sono stati conseguenti: il Vietnam è entrato a far parte dell'Asean (l'Associazione dei paesi del sud est asiatico, originariamente un bastione anticomunista) ed ha stabilito relazioni amichevoli con gli Usa, il più importante partner commerciale.
L'adesione è dunque un tentativo di accelerare un cambiamento già avviato. È il segnale che l'apertura del paese non è più in discussione e che il compito è misurare l'inserimento del Vietnam nell'agone internazionale. Il pericolo principale è la divisione del paese tra chi si inserirà con profitto nella concorrenza internazionale e chi non riuscirà ad intercettare i vantaggi della globalizzazione. Quando le autorità vietnamite affermano che il loro paese è ancora in via di sviluppo, non lo fanno solamente per strappare migliori condizioni al WTO. Affermano una verità oggettiva: due decenni di ininterrotto sviluppo hanno solo parzialmente modificato un panorama produttivo ancora scarsamente industrializzato, un'agricoltura poco meccanizzata, un'economia non monetizzata, un settore dei servizi con molti margini di miglioramento.
Un tale sistema economico deve essere protetto con dazi, con limiti all'intervento straniero nelle industrie strategiche, con una differente etica da lavoro. Queste barriere sembrano tuttavia aver ingessato il paese, impedendogli un fruttuoso scambio con l'estero. È insomma presente la drammatica consapevolezza che il Vietnam per progredire debba allentare le restrizioni, con il pericolo che l'apertura possa acuire le contraddizioni tra la città e la campagna, tra la costa e le regione montuose dove vivono le minoranze etniche. Alla fine ha prevalso l'audacia di una scommessa piena di implicazioni.
Il primo fenomeno sarà l'aumento degli investimenti diretti esteri che trasformeranno presto il paese in uno vasto opificio mondiale. Le motivazioni sono intuibili: produrre costerà meno perché cadranno i dazi sulle parti importate, il settore dei servizi sarà esposto alla concorrenza, il mercato interno allargherà la sua base, il «business environment» sarà più garantito. Il secondo, in sequenza, sarà l'aumento delle esportazioni, soprattutto di beni a maggiore valore aggiunto ma pur sempre con bassi costi di produzione. Ne risulterà un maggior sostegno alla domanda globale e dunque alla crescita. Già oggi il Vietnam è uno dei maggiori produttori mondiali nel tessili e calzature: essere membro del WTO garantisce che l'imposizioni di dazi, in ossequio ai principi del libero mercato, sarà difficile. Inoltre il paese ha costi di produzione ancora più ridotti di quelli cinesi, vantando al tempo stesso una forza lavoro efficiente.
La terza conseguenza è quella più densa di incognite. Verrà infatti registrata una crescita del settore privato, sia nel campo della produzione che dei servizi. Avrà luogo una gestione dell'economia meno ideologica e tesa al rispetto dei parametri di efficienza. Aumenterà quindi il ruolo dei partner stranieri, proprio per la loro maggiore esperienza in settori cruciali. Saranno creati nuovi posti di lavoro nel settore dei servizi, nella meccanica, nell'information technology. Contemporaneamente dovrà radicalizzarsi la ristrutturazione di impianti industriali che non sono fonte di profitto e che non potrebbero sopportare la concorrenza internazionale. Si tratta quasi sempre di grandi complessi di proprietà statale, mantenuti in vita da sussidi governativi e da un mercato senza rischi. Questa operazione non sarà indolore e troverà ostacoli dalla parte più conservatrice della dirigenza. La ricchezza del paese dovrà crescere in armonia, creando differenze sociali che gli diano dinamismo ma non lo destabilizzino. I governanti hanno dunque di fronte una scelta insidiosa di strategia: calibrare un aumento della ricchezza che renda meno dolorosi gli inevitabili sacrifici. L'adesione al WTO è strumentale a questa politica. Si tratta in sostanza di ampliarne gli effetti innovativi senza che questi colpiscano una struttura economica ancora fragile.
Il manifesto del 07 Dicembre 2006 - Romeo Orlandi

per leggere altri articoli del Sud Est Asiatico entrare nel sito http://groups.yahoo.com/group/italia-vietnam/messages
per ricevere direttamente i messaggi dal sito italia-vietnam scrivere all'indirizzo [email protected]