Verso  il FUTURO
 


Negli ultimi dieci anni in Vietnam c’è stata una rapida apertura verso l’esterno.


Verso il futuro
A partire dagli anni Novanta, il miracolo economico vietnamita non si è mai arrestato. Nello spazio di un decennio si è passati dal razionamento a supermercati e centri commerciali traboccanti di merci di ogni genere.

I primi insediamenti nel Vietnam risalgono alla preistoria; civiltà paleolitiche, mesolitiche e neolitiche si susseguirono nella parte settentrionale del Paese, pare già 500.000 anni prima di Cristo. La raffinata civiltà Dong Son, di cui restano pregevoli artefatti in bronzo, si sviluppò nella pianura del Fiume Rosso nel primo millennio a.C.. A questo periodo si riferisce la leggenda del drago marino che unendosi alla fata delle montagne dà origine ai re Hung, primi sovrani e progenitori del popolo vietnamita.
Nel 111 a.C. l’impero cinese Han riuscì a conquistare le terre del Vietnam settentrionale, che tenne per un millennio influenzando la struttura sociale e politica e la cultura del Paese.
Il dominio cinese fu contrastato da frequenti rivolte, tra cui sono rimaste famose quelle guidate dalle due sorelle Trung, che dopo avere sconfitto i cinesi riuscirono a regnare dal 40 al 43 d.C., e da Dama Trieu, che nel III secolo affrontò il nemico alla testa di un esercito comandato da donne ufficiali, vincendo varie battaglie prima di essere a sua volta sconfitta.
Solo nel 938 Ngo Quyen riuscì a costituire il regno indipendente Dai Viet con capitale Thang Long (l’attuale Hanoi). Il nuovo regno dovette però affrontare vari tentativi cinesi di restaurazione, accettando anche di pagare tributi, e rivolte contadine.
Il regno vietnamita fu rafforzato nel 1010 con l’insediamento della dinastia dei Ly, destinata a durare fino al 1225. In quel periodo, la monarchia fu affiancata da un sistema di mandarinato meritocratico, basato su esami tenuti al Tempio della Letteratura, la prima università del Vietnam fondata nel 1075. Sotto la dinastia Ly ebbe inizio anche la conquista dei territori del Vietnam centrale e meridionale, con le prime vittorie sulle popolazioni Cham, di antica origine malayo-polinesiana e con influenze culturali e artistiche indu, che nel III° secolo avevano fondato in quell’area un ricco regno.
Nel 1225 ascese al potere la dinastia Tran, che vide il triplice tentativo di invasione di Khubilai Khan. Il condottiero mongolo, dopo avere conquistato la Cina, tentava di aprirsi una via di passaggio verso il sud, ma fu respinto dal generale Tran Hung Dao, uno dei più amati eroi nazionali vietnamiti.
Il periodo Tran fu caratterizzato dallo sviluppo dell’agricoltura grazie a importanti opere idrauliche, e dalla fioritura della cultura nazionale; tuttavia, la rivalità tra la burocrazia confuciana e l’aristocrazia e le continue rivolte contadine portarono alla detronizzazione del sovrano Tran nel 1400 a favore della dinastia Ho, e successivamente, nel 1407, al ritorno della dominazione cinese.
La particolare durezza della repressione cinese scatenò la rivolta dei contadini e una nuova lotta per l’indipendenza guidata da Le Loi, futuro imperatore Ly Thai To, che riuscì a sconfiggere i cinesi nel 1428. La dinastia Le riuscì successivamente a sottomettere definitivamente le popolazioni Thai e Muong del Vietnam settentrionale e a sconfiggere i Cham, conquistando l’attuale Vietnam centrale.
Nel XVI° secolo, in seguito all’usurpazione del potere da parte del funzionario Mac Dang Dung, che pose fine di fatto all’epoca Le, ebbero inizio le lotte tra le due grandi famiglie dei Trinh, al nord, e degli Nguyen al sud, destinate a durare fino al XVIII° secolo.
In questo periodo gli Nguyen riuscirono a sconfiggere definitivamente il regno di Champa e i Khmer della Cambogia, conquistando l’intero territorio del Vietnam odierno.
Tuttavia, venivano poste le basi della futura invasione straniera del Vietnam, con i Trinh che chiedevano aiuto all’Olanda, mentre portoghesi e francesi appoggiavano gli Nguyen.
Le rivolte causate dalla grave crisi agraria e dal malgoverno degli Nguyen sfociarono a partire dal 1771 nella rivolta dei Tay Son, scoppiata nel Vietnam meridionale e guidata da tre fratelli appartenenti a una ricca famiglia mercantile.
In una decina di anni i Tay Son (dal nome della città dove scoppiò la prima rivolta) riuscirono a rovesciare gli Nguyen e due dei fratelli si proclamarono rispettivamente sovrani del Sud e del Centro, mentre il principe Nguyen Anh fuggiva nel Siam e chiedeva aiuto ai francesi. La rivolta si estese al nord dove i Tay Son spodestarono i Trinh e restaurarono la dinastia Le.
Tuttavia, il sovrano Le, debole e incapace di governare, chiese aiuto ai cinesi che ne approfittarono per tentare di invadere il Paese. A quel punto il terzo dei fratelli Tay Son, Nguyen Hue, proclamatosi imperatore Quang Trung, si mise alla testa di un esercito che sconfisse i cinesi nel 1789 e governò fino alla sua morte, avvenuta solo tre anni dopo.
Il mancato successo delle riforme economiche che alienò il favore popolare, e soprattutto il ritorno del principe Nguyen Anh aiutato da siamesi e francesi, decretarono ben presto la fine dei Tay Son. Nel 1802 Nguyen Anh vittorioso fu proclamato imperatore con il nome di Gia Long, fondando la dinastia degli Nguyen e instaurando una monarchia particolarmente conservatrice e repressiva, fondata sulla restaurazione dei valori morali confuciani. La capitale fu trasferita a Hue.
Le continue rivolte e il malgoverno indebolirono la monarchia, favorendo l’invasione francese, inizialmente economica e poi militare.
Nel 1862 l’imperatore Tu Duc fu costretto a cedere alla Francia la sovranità di tre province meridionali; nel 1867 l’intera regione meridionale, chiamata dai francesi Cocincina, divenne una colonia francese. Nel 1883 i francesi imposero all’imperatore un trattato di protettorato sulle regioni centrali (Annam), e nel 1887 fu proclamata l’Unione Indocinese, che comprendeva l’intero Vietnam suddiviso in Tonchino, Annam e Cocincina, il Laos e la Cambogia.
Nonostante la debolezza e poi il collaborazionismo da parte della corte, la popolazione vietnamita non si rassegnò mai alla dominazione straniera. La volontà di indipendenza e la durezza del colonialismo francese, che sfruttava le risorse agricole e minerarie, espropriando terreni e reclutando con la forza i contadini, costretti a lavorare nelle piantagioni in un regime di semischiavitù, diedero vita a continue insurrezioni.
Le prime rivolte, guidate da nazionalisti e intellettuali, che nel 1927 costituirono il Viet Nam Quoc Dan Dang, un partito nazionalista modellato sul Guomindang cinese, furono soffocate nel sangue.
Fu il Partito Comunista Indocinese, fondato nel 1930 da Nguyen Tat Thanh, il futuro presidente Ho Chi Minh, a raccogliere la guida della lotta di liberazione nazionale promuovendo scioperi e rivolte. Nel 1930 i comitati rivoluzionari riuscirono brevemente a prendere il controllo delle due province di Ha Tinh e Nghe An (i famosi “soviet di Nghe Tinh”).
Nel 1941 Ho Chi Minh fondò la lega per l’indipendenza del Vietnam, nota come Viet Minh, nata per condurre la lotta contro il colonialismo francese e l’imperialismo giapponese, ma anche lotta per le riforme sociali. Ho Chi Minh si era formato in Europa (venne anche a Milano, come ricorda una targa nei pressi di Porta Volta).
Il Viet Minh, nonostante la prevalenza della componente comunista, fu inizialmente appoggiato dalla Cina nazionalista e dagli stessi Stati Uniti, opposti al Giappone che si era sostituito alla Francia nel dominio del Vietnam durante la II° Guerra Mondiale.
Il 19 agosto 1945 approfittando della disfatta nipponica, il Viet Minh promosse una rivoluzione nazionale che portò il 2 settembre alla proclamazione della Repubblica Democratica del Vietnam, presieduta da Ho Chi Minh e retta da una coalizione che comprendeva comunisti e nazionalisti, oltre all’ex imperatore Bao Dai che aveva subito abdicato. Le successive elezioni generali confermarono l’adesione plebiscitaria del popolo al Viet Minh.
Tuttavia, in base agli accordi di Potsdam era previsto che i giapponesi avrebbero dovuto arrendersi ai cinesi al nord, ai britannici al sud. Mentre truppe del Guomintang in fuga verso Taiwan saccheggiavano il nord, i britannici restauravano subito il potere francese al sud. L’amministrazione francese fu poi restaurata su tutto il Paese, in teoria per soli 5 anni di transizione.
Nel 1946, tuttavia, utilizzando un pretesto, i francesi bombardarono il porto di Haiphong. Fu l’inizio della guerra, segnata da alcuni tentativi di negoziato mai giunti a buon fine, mentre il Governo di Ho Chi Minh veniva riconosciuto nel 1950 dalla Repubblica Popolare Cinese e da tutti i Paesi del blocco sovietico.
Nel 1954 le truppe francesi furono sconfitte nella storica battaglia di Dien Bien Phu, condotta sotto l’abile comando del generale Giap, che segnò la fine del colonialismo europeo in Vietnam.
Gli accordi di pace siglati a Ginevra prevedevano la divisione temporanea del Vietnam in due zone, a nord e sud del diciassettesimo parallelo, e l’organizzazione, entro due anni, di elezioni generali che avrebbero deciso in merito all’unificazione del Paese e al regime che l’avrebbe governato.
Tuttavia il cattolico Ngo Dinh Diem, leader del Governo del sud, rifiutò con l’appoggio statunitense di tenere le elezioni e si pose alla guida di un regime filoamericano e anticomunista. Al nord invece si insediò un Governo comunista guidato da Ho Chi Minh.
La debolezza del regime meridionale, corrotto e inviso alla maggior parte della popolazione, e le crescenti attività dei vietcong (abbrieviazione di Viet Nam Cong San, ovvero comunista vietnamita) nelle zone del sud, indussero gli USA a incrementare l’assistenza a Diem, inviando armi e truppe.
Nell’agosto 1964, con il pretesto di un incidente navale nel Golfo del Tonchino, gli statunitensi avviarono i bombardamenti del Vietnam settentrionale, e meno di un anno dopo i marines sbarcarono a Da Nang.
Tra i famosi episodi della lunga e sanguinosissima guerra spicca l’offensiva sferrata dai nordvietnamiti e dai vietcong nel 1968 approfittando della festa del Tet (Capodanno lunare), che diede al nord un successo militare effimero, ma contribuì a sensibilizzare l’opinione pubblica americana, stanca ormai della guerra.
I primi negoziati, avviati nel 1969, erano tuttavia destinati al fallimento. Le trattative di pace, avviate nel 1972 a Parigi, si conclusero l’8 gennaio 1973 con un accordo che prevedeva il ritiro delle truppe americane.
Il 30 aprile 1975 le truppe del Nord entrarono a Saigon. Il Sud si arrese e il Vietnam venne riunificato sotto un Governo a guida comunista. Era la fine di una guerra costata al Paese milioni di morti, la distruzione delle infrastrutture e di grandissima parte del tessuto industriale e gravissimi danni ambientali dovuti all’impiego di defolianti e armi chimiche da parte degli statunitensi.
Le conseguenze dell’impiego del cosiddetto Agente Orange perdurano fino a oggi, con l’inaridimento di terreni coltivabili, la perdita di gran parte delle foreste e la diffusione di tumori e malformazioni soprattutto nelle aree adiacenti al diciassettesimo parallelo, più intensamente sottoposte ai bombardamenti.
Il Governo del Vietnam riunificato si trovò subito ad affrontare i problemi della ricostruzione e dell’integrazione di due sistemi economici profondamente diversi, con pregiudizi e profonde diffidenze da entrambe le parti. Centinaia di migliaia di abitanti del Sud, timorosi di un bagno di sangue che invece non ci fu, avevano lasciato il Paese all’arrivo delle truppe del Nord, dando inizio al fenomeno dei cosiddetti boat people, e altri fuggirono per motivi economici negli anni successivi.
All’inizio del 1979, in seguito alla campagna antivietnamita condotta dal regime sanguinario di Pol Pot che dal 1975 si era instaurato in Cambogia, e ai massacri compiuti dai cambogiani in alcuni villaggi vietnamiti presso il confine, le truppe vietnamite intervennero nel Paese vicino. Immediatamente la Cina, sostenitrice di Pol Pot, invase le province settentrionali del Vietnam, ritirandosi però poco dopo.
Lo sforzo dell’intervento in Cambogia, protrattosi per diversi anni, e le sanzioni internazionali, con l’embargo da parte degli USA e dei loro alleati e il blocco degli aiuti da parte delle Organizzazioni Internazionali colpirono duramente l’economia vietnamita già stremata dai lunghi conflitti.
La situazione fu aggravata da condizioni climatiche eccezionalmente sfavorevoli e da tentativi falliti di applicare la collettivizzazione agricola nel sud del Paese.
Già all’inizio degli anni Ottanta, vista la situazione disastrosa, furono introdotti con successo i primi titubanti elementi di riforma economica.
Nel dicembre 1986 il VI° Congresso del Partito Comunista Vietnamita promosse ufficialmente la politica di riforme, definita in vietnamita doi moi (rinnovamento). Dopo anni di collettivizzazione e di regime economico pianificato, veniva introdotto un sistema economico orientato al mercato, anche se non è mai stato abbandonato il regime politico comunista.
Negli anni successivi, il Vietnam adottò progressivamente un sistema economico basato sulla coesistenza tra imprese statali e imprese private; abbandonò la predilezione per le grandi corporazioni pubbliche a favore delle piccole e medie imprese; favorì i settori orientati all’esportazione e varò una politica di promozione degli investimenti stranieri.
L’insistenza sull’industria pesante, tipica del panorama economico del blocco sovietico che appoggiava il Vietnam, fu abbandonata a favore della produzione di beni di consumo. Il quadro macroeconomico fu stabilizzato eliminando l’inflazione e introducendo gli elementi tipici di un’economia di mercato.
Il successo delle politiche macroeconomiche di stabilizzazione, l’afflusso massiccio degli investimenti stranieri e il fiorire di attività economiche private indussero in breve tempo una crescita eccezionale del prodotto interno lordo e del reddito del Paese.
A partire dagli anni Novanta, il miracolo economico vietnamita non si è mai arrestato, rallentando brevemente solo in concomitanza con la crisi che nel 1997 ha ben più duramente colpito altri Paesi dell’Asia, e il tenore di vita della popolazione è esploso. Nello spazio di un decennio si è passati dal razionamento e dalle lunghe file nei negozi statali vuoti, a supermercati e centri commerciali traboccanti di merci di ogni genere.
Nel 1995 il Vietnam ha ristabilito le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti e ha aderito all’Associazione dei Paesi del Sudest Asiatico; si appresta oggi a entrare nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. I rapporti con la Cina sono stati normalizzati; oggi il Vietnam vanta ottime relazioni con la maggior parte dei Paesi del mondo, compresi
quelli dell’Unione Europea, la stessa Francia, il Giappone e gli ex alleati dell’Europa orientale. Le Organizzazioni Internazionali sono tornate in massa, gli aiuti allo sviluppo affluiscono da tutto il mondo e le relazioni economiche e culturali fioriscono.
Contemporaneamente alle riforme economiche, si è assistito a una rapida apertura verso l’esterno; il Vietnam una volta chiuso e inaccessibile fa grandi sforzi per promuovere il turismo e gli stessi vietnamiti cominciano a viaggiare e sono incoraggiati a studiare all’estero. Lo stile di vita è mutato in pochissimi anni; oggi la vita quotidiana delle classi medie urbane non è dissimile da quella degli altri Paesi della regione, nonostante occasionali appelli alla moralizzazione da parte di anziani leader conservatori: un proverbio vietnamita dice: “Se tieni la finestra aperta, entra l’aria fresca ma entra anche l’aria sporca”.
Permangono grandi disparità tra le città e le zone rurali; mentre l’industrializzazione avanza e l’agricoltura nelle aree pianeggianti viene modernizzata, sulle montagne i contadini coltivano la terra con metodi arcaici e i villaggi remoti vivono in condizioni di estrema povertà e arretratezza. Le infrastrutture nelle aree rurali sono ancora molto carenti. 
Tuttavia, il Governo, con l’aiuto delle Organizzazioni Internazionali, sta promuovendo programmi di sviluppo su tutto il territorio, con notevole successo. In particolare, l’alfabetizzazione dei giovani è ormai universale, e gli indicatori sanitari sono più che soddisfacenti per un Paese in via di sviluppo.