Fiabe della Tradizione Vietnamita

La  storia di  TAM  e  CAM
 

Nei dintorni di Hanoi che allora si chiamava Thang Long, abitava una famiglia di contadini che senza essere ricca,
viveva discretamente e in perfetta armonia.
La nascita di una bambina alla quale dettero il nome di Tam, granello di riso, venne ad allietare ancora più la loro vita.
Purtroppo la loro gioia durò poco. La madre morì quando Tam aveva solo tre anni. Il padre, afflitto dal dolore ma preoccupato per non avere figli maschi che potessero continuare il culto degli antenati, dopo altri tre anni decise
di sposarsi di nuovo.
Lieto della sua scelta, fu tuttavia deluso in quanto dopo qualche tempo nacque una seconda figlia cui dettero il nome di Cam, semola di riso.
Qualche tempo dopo, il padre si ammalò e morì. Da quel momento la madre di Cam riservò tutte le sue attenzioni alla propria figlia trascurando completamente la povera Tam che a poco a poco venne considerata alla stregua di una serva, non pagata e malnutrita.
Passarono gli anni e Tam crebbe bellissima nell’aspetto, infaticabile lavoratrice e gentile verso tutti, anche verso la sorellastra e la matrigna.
Al contrario, Cam, nonostante le attenzioni e l’educazione ricevuta, non poteva nascondere la sua bruttezza e l’estrema pigrizia. Il suo carattere si fece sempre più violento e geloso.
Un giorno, la madre ordinò alle due sorelle di andare nel campo di riso a cercare pesci o altri animali acquatici per
arricchire, come sono soliti fare i contadini, la loro dieta alimentare.
Le due ragazze, ciascuna con un cesto, si recarono quindi al campo di riso e cominciarono a esplorare tra il fango. La madre aveva promesso in premio una bella camicia di seta rossa a colei che avrebbe riportato la maggiore quantità di pesce.
Tam, come al solito, si mise immediatamente al lavoro e, arrivato il mezzogiorno, aveva il suo cesto pieno di gamberi e di granchi; Cam, invece, non aveva raccolto che pochi granchi.
Non volendo perdere la camiciola di seta che tanto desiderava, Cam disse allora a Tam: “Guardati come sei sporca, sei tutta ricoperta di fango; quando ti vedrà, la mamma ti sgriderà certamente. Faresti meglio a lavarti nel laghetto dove l’acqua è pulita”.
Tam, credulona, seguì il consiglio della sorella e abbandonato il suo cesto, si immerse nell’acqua per lavarsi. Allora Cam perfidamente prese il cesto di Tam e corse a casa facendo credere che fosse il suo. Naturalmente fu elogiata dalla madre che le consegnò il premio promesso.
Tam dispiaciuta dell’imbroglio piangeva amaramente quando, all’improvviso, le apparve Buddha: “Perché piangi, bambina mia?”, chiese, e la ragazza descrisse la sua disavventura.
“Asciuga le tue lacrime”, rispose Buddha, “guarda se nel tuo cesto è rimasto anche un solo pesce o un granchio”. Tam controllò il suo cesto e vide che sul fondo era rimasto un pesciolino bianco, non più lungo del suo dito, che ancora lottava con ciò che rimaneva della sua vita. Tam allora lo prese e, seguendo i consigli di Buddha, lo portò nel laghetto vicino alla pagoda, coprendolo con petali di loto rosa.
“Ogni giorno”, aveva anche aggiunto Buddha, “ tu andrai a portargli qualche grano di riso e lo chiamerai dicendo:
“Pesciolino, pesciolino, dove sei? Vieni a mangiare il riso che ti porta la tua sorellina, questo riso è povero, ma vale assai più di tutti i cibi d’oro e d’argento degli altri”. Dopo queste parole Buddha scomparve.
Da quella volta Tam non si sentì più sola. Aveva un amico, un essere da nutrire e amare e mai si dimenticò di andare al piccolo lago della pagoda e lasciar cadere nell’acqua i pochi grani di riso.
Andava di nascosto, assicurandosi che nessuno potesse scoprire il suo segreto e, non appena pronunciate le parole suggerite da Buddha, il pesciolino veniva alla superficie.
Cam tuttavia notò quell’andare e venire della sorella e ne informò la madre ed entrambe decisero di catturare il pesciolino.
Il giorno seguente, la matrigna mandò Tam in un lontano campo a raccogliere erba per dar da mangiare al loro bufalo e non appena la ragazza fu lontana, lei e Cam si avviarono al laghetto, dissero le parole che avevano inteso da Tam e il pesce risalì. Lo presero, lo misero sulla griglia e lo mangiarono.
Quando Tam ritornò, corse al laghetto e chiamò il suo amico pesce, ma questi non rispose. Tam chiamò e chiamò inutilmente e infine si accorse di una piccola macchia di sangue che fluttuava vicino al sasso dove il pesciolino era solito ripararsi.
Si sedette allora sull’orlo del laghetto e si mise a piangere disperata. Apparve di nuovo Buddha e, come era avvenuto la volta precedente, disse: “Non piangere, bimba mia, va invece vicino alla siepe di bamboo, guarda attentamente e troverai qualche resto del tuo amico, prendilo e mettilo in un vaso con della terra, sigilla per bene il vaso e seppelliscilo ai piedi del tuo letto. Ti verrà utile”. Ciò detto Buddha scomparve.
Tam tornò a casa e cercò i resti del pesciolino ma inutilmente. Stava ormai abbandonando la ricerca, quando si avvicinò un gallo che disse: “Dammi un poco di riso e io ti aiuterò”. Infatti, grazie all’aiuto del gallo, Tam trovò i resti del pesciolino e lo seppellì come aveva detto Buddha.
Passò un anno durante il quale Tam continuò la sua vita di lavoro e di privazioni. Quell’anno, grazie alla pace che
esisteva nel regno, i raccolti furono abbondanti e per celebrare il felice evento il re ordinò che, nella capitale, si tenesse una grande festa e furono invitati tutti gli abitanti.
Cam passò molto tempo a provare gli abiti migliori e ore intere a lavarsi e a profumarsi mentre Tam, che non aveva mai indossato altro che stracci, non riusciva a comprendere tutti quei preparativi. D’altro canto la matrigna non intendeva certo portare la figliastra così lacera e stracciata alla festa e così per esserne certa mescolò venti misure di riso e di crusca e ordinò a Tam di suddividere per bene il tutto, prima di andarvi, sapendo bene che il compito era praticamente impossibile.
Tam si mise all’opera, e ancora una volta apparve Buddha. “Non preoccuparti”, disse, “ti manderò uno stormo di uccelli che ti aiuteranno”. “Ma gli uccelli mangeranno il riso”, si lamentò Tam disperata, “e io sarò punita”. “Non temere, vedrai che nessun chicco sarà perso”, rispose Buddha.
E infatti avvenne ciò che Buddha aveva detto: in poco tempo riso e crusca furono perfettamente separati senza che nessun chicco risultasse perduto. Anche Tam, quindi, avrebbe potuto andare alla festa e tuttavia, considerando com’era malvestita, disse: “Come posso andare con questi abiti così miserabili?” e il buon genio rispose: “Non essere così abbattuta, ora vai a prendere il vaso nel quale avevi seppellito il pesciolino e aprilo”. Tam andò, aprì il vaso, e dentro vi trovò bellissimi pantaloni di seta, abiti in broccato e un magnifico paio di sandali impreziositi da ali di fenice e decorati con stupendi gioielli. Indossò gli abiti e si trasformò in una meravigliosa fanciulla come mai se ne erano viste in quel regno.
Corse allora verso il castello per partecipare alla festa.
Arrivata al ponte che attraversava il grande fiume, udì suoni di tamburi e tamburelli e voci concitate che annunciavano l’arrivo del re. Tutti i sudditi si scansavano per liberare il passaggio e Tam, emozionata, si mosse con tale veemenza che andò a sbattere contro la spalla del ponte.
Per poco non cadde in acqua ma uno dei suoi magnifici sandali cadde nel fiume.
Intanto il corteo reale raggiunse il ponte, ma lì successe una cosa insolita: l’elefante di testa si fermò improvvisamente e, nonostante tutti gli sforzi, si rifiutò di procedere. L’intero seguito rimase sconcertato e il re, incuriosito da quello strano comportamento di un animale che sempre era stato docile e ubbidiente, si convinse che là, sotto il ponte, doveva esserci qualcosa di particolare e ordinò che, qualunque cosa fosse, venisse individuata.
La ricerca dette i suoi frutti e il sandalo venne trovato. Il re lo guardò con attenzione e, sorpreso dalla delicatezza e dalla bellezza dell’oggetto, volle cercare chi fosse la proprietaria. Per essere certo di trovarla, inviò per il regno i suoi araldi ad annunciare la sua decisione: “La fortunata persona che mi mostrerà l’altro sandalo e avrà piedi perfettamente adatti a questa meravigliosa calzatura verrà proclamata regina”.
Fanciulle giunsero speranzose dai quattro angoli del regno e Cam fu tra le candidate che fallirono la prova. Anche Tam si presentò e, constatato che il sandalo calzava perfettamente i suoi piedi e che aveva anche l’altro uguale, il re annunciò che la ricerca era finita e che avrebbe fatto di Tam la sua regina.
Fu celebrato un matrimonio grandioso e Tam visse finalmente giorni felici. La sua dolcezza e la generosità conquistarono in breve non solo il cuore del re ma anche quello di tutti i sudditi.
Cam e sua madre, invece, rose dalla gelosia, cercavano il modo di vendicarsi da quello che ritenevano un immeritato successo di Tam, e l’occasione venne nel corso dell’anniversario della morte del padre.
Tam chiese al re di poter tornare al villaggio per partecipare alle cerimonie tradizionali. Fu accolta con parole melliflue di benvenuto che contrastavano con i veri sentimenti della matrigna e della sorella ma lei, che non nutriva alcun rancore, non ci fece caso e non poté comprendere che le due donne avevano invece deciso di liberarsene per sempre.
Una mattina, la matrigna le disse: “Hai certo portato offerte sontuose per l’altare di tuo padre, ma l’affetto non si può misurare con il valore dei doni, ciò che importa è la sincerità del cuore. Devi compiere un sacrificio personale, dovresti salire sull’albero di areca, prendere una manciata di noci e portarle sull’altare. Sarebbe questa un’offerta veramente apprezzata”.
Non sospettando nulla, Tam salì sull’albero. Cam e la matrigna attesero che arrivasse in cima e poi cominciarono a tagliare l’albero alla base sinché non cadde nello stagno. Tam cadde anch’essa e annegò. La madre vestì allora Cam con le bellissime vesti di Tam e la condusse a palazzo dichiarando che la regina si era ammalata e che a causa di questa malattia doveva vivere in una stanza buia.
Il re credette a questa storia, ma l’anima gentile di Tam si reincarnò in un rigogolo giallo che cantava nel giardino
svolazzando qua e là seguendo i servitori.
Un giorno, vedendo un servitore mettere un abito del re sopra una staccionata appuntita, lo rimproverò dicendo: “Non mettere l’abito del mio sposo su una staccionata come quella, si potrebbe rovinare”.
Le parole del rigogolo furono immediatamente riportate al sovrano che corse nel giardino dove l’uccellino stava cantando. “Rigogolo, mio bel rigogolo” disse il re, “se realmente sei la mia regina, vieni nella manica della mia tunica.” L’uccellino subito vi si infilò e il re lo accarezzò con affetto, lo depositò in una bellissima gabbia dorata e
laccata e da quel momento lo accudì con la massima cura.
Quando Cam si accorse di ciò che era successo, avvertì la madre che subito consigliò alla figlia di uccidere l’uccellino, di arrostirlo e mangiarlo, gettando i resti in un angolo nascosto del giardino.
Da questi resti nacque un albero di pesche e il re trovò grande piacere nel sostare sotto la sua ombra e sentire il profumo dei fiori e dei frutti.
Ancora una volta Cam, gelosa dell’albero, lo disse alla madre che le consigliò di tagliarlo e col legno costruire un telaio.
Il pesco venne tagliato e con il legname un falegname costruì un magnifico telaio. Ma il telaio cigolava in modo insopportabile; pareva quasi avere una voce umana che dicesse: “Hai rubato il marito di tua sorella. Tua sorella ti strapperà gli occhi”.
Cam terrorizzata chiese ancora l’aiuto della madre, che le consigliò di fare a pezzi il telaio e bruciare il legno nel camino.
La cenere fu gettata lontano dal palazzo e da essa crebbe un albero di cay tho, i cui frutti sono molto grandi e intensamente profumati.
Passò di là una vecchia che sentendo il profumo e vedendo il frutto lo desiderò, ma incapace di salire a prenderlo disse: “Frutto, mio bel frutto, cadi nel mio cesto”, Il frutto cadde e la donna lo portò a casa mettendolo sull’altare.
Nei giorni successivi accadde qualcosa di straordinario. La donna tornando a casa trovava che tutto era stato messo in perfetto ordine e la tavola preparata con cibi deliziosi.
Successe più volte e infine la donna volle scoprire il mistero. Tornò presto e scoprì che una fanciulla di una bellezza straordinaria stava rassettando la casa e preparando la cena. Entrò e abbracciò la fanciulla chiedendole chi fosse e perché mai si prendesse tanta cura della sua povera casa.
Tam, perché naturalmente si trattava di lei, raccontò l’intera storia delle sue peripezie e delle sue reincarnazioni, dicendo di essere stata infine trasformata in una fata e posta a vivere dentro un frutto di cay tho per aiutare una anziana donna sola le cui virtù erano ben note a tutti i poteri celesti. L’anziana donna pregò allora Tam di non trasformarsi ulteriormente e di diventare sua figlia adottiva.
Tam acconsentì e le due donne vissero aiutandosi reciprocamente. Decisero poi di aprire una piccola locanda vicino al villaggio. La nuova figlia adottiva era così
graziosa, diligente e gentile, che presto la locanda fu conosciuta e molti viaggiatori si fermavano volentieri per riposarsi. Un giorno il re, viaggiando in incognito, volle anch’egli fermarsi alla locanda. L’anziana donna gli offrì una
fragrante e profumata tazza di the e su un piccolo elegante vassoio mise qualche noce di areca e foglie di betel artisticamente preparate da Tam. Il re, che ancora non si era fatto riconoscere, gustò la bevanda ma si soffermò in particolare sulle foglie di betel. “Queste foglie di betel assomigliano stranamente a quelle che mi preparava mia
moglie”, pensò tra sé, e chiese di conoscere chi le aveva preparate. L’anziana donna chiamò allora la giovane aiutante e immediatamente il re riconobbe Tam che mai aveva dimenticato.
La giovane donna raccontò al re tutte le sue avventure. La gioia del re fu immensa e il giorno seguente un corteo giunse all’umile casa per condurre la regina al palazzo con una cerimonia degna del suo rango.
In seguito Cam incontrò una morte terribile e la matrigna fu colta da un grandissimo rimorso.
Quanto a Tam, fu una regina di grande saggezza e virtù, solo paragonabili alla sua grazia e bellezza. Visse lungamente per la felicità del marito, aiutandolo con i suoi accorti consigli.