Dossier  VIET NAM / CAMBOGIA
di RANIERO LA VALLE - PREFAZIONE DI TULLIO VINAY

I cinque anni dalla fine della colonia 
L'attacco cinese al Viet Nam (1979)
I gravissimi danni della guerra
La politica cinese secondo il Viet Nam
Il dissidio tra Viet Nam e Cina
Come si vive ad Ha Noi
Le molte aggressioni U.S.A.
Povertà del Viet Nam oggi
Piccoli mestieri e crisi edilizia
Il sistema cooperativo in agricoltura
La riunificazione difficile
Eccesso di rapidità nella fusione?
Era possibile un modello di tipo democratico-occidentale?
Il cambiamento di abitudini e livello di vita al Sud
La scelta tra i dollari e la ciotola di riso
I profughi delle barche: tragedia della povertà
Il tenore di vita a Città HCM
Gli interventi a favore delle vittime della vecchia società
I "campi di rieducazione"
La scelta della ex "terza forza"
Cosa è cambiato per i buddisti
La scelta pastorale della Chiesa sud-vietnamita
Il progetto di nuova Costituzione del Viet Nam
Il dossier Cambogia
Lo sradicamento della popolazione
Le grandi devastazioni e distruzioni
Gli eccidi di massa
Le stragi investirono anche i vietnamiti
Il regime di Pol Pot
Prigionia, torture, lager
Le corvée e i lavori forzati
La Comunità Internazionale non rispose all'appello degli insorti cambogiani
L'intervento vietnamita del gennaio 1979
L'attuale governo cambogiano non è riconosciuto dall'ONU
Cambogia, Viet Nam: il difetto di esistere.
 

Prefazione di Tullio Vinay
Ogni testimonianza è legata alla persona del testimone. Quando si è certi che, per nessuna ragione al mondo, direbbe ciò che non gli risulta come vero, allora egli è credibile e la sua testimonianza è valida. A volte si potrà non concordare con i suoi commenti e con le sue deduzioni, ma mai si potrà dubitare della veracità dei fatti riferiti.
Ormai ognuno conosce Raniero La Valle, autore di queste pagine tratte, per sua concessione, dalla Rivista «Bozze '80». Profondamente credente, come lo si rileva da quanto ha pubblicato in articoli e libri, numerosi gli uni e gli altri, è un politico la cui analisi è sotto la luce della Parola del Signore, alla quale fa assai spesso riferimento esplicito o implicito. Questo suo modo di vedere e di scrivere non è tuttavia strumentalizzazione della fede ai fini della politica, o viceversa, ma è onestà del dire quel che pensa, senza mimetizzarsi, per piacere agli altri, nella libertà che il cristiano ha trovata in Cristo. È per questo che, a volte, è oggetto di opposizioni da parte di chi non sopporta le sue critiche anche se queste son sempre fatte con linguaggio fraterno. Nella sua vita di giornalista è stato condotto ad occuparsi prioritariamente dei popoli oppressi, specialmente del Vietnam sotto la dittatura di Thieu, dei palestinesi, del Sud America. Molti hanno potuto apprezzare i suoi servizi televisivi. Eletto senatore indipendente nelle liste del P.C.I. sia nel 1976 che nel 1979, un chiaro riconoscimento della sua personalità è dato dal fatto che egli è, continuamente ed ovunque, richiesto per dibattiti e conferenze.
Per lunghi anni si è occupato del Vietnam sia durante la dittatura di Thieu sia dopo la liberazione. Memorabile il suo discorso «Cristo Vietnamita» alla conferenza dei «Cristiani solidali con i popoli dell'Indocina» (Torino, 1973) che ha commosso tutti.
I suoi molti articoli sono stati basilari per l'informazione. Da ultimo, nella primavera del 1980, il suo viaggio in Vietnam ed in Cambogia ci ha dato il documento di alto valore che qui pubblichiamo. E ciò è tanto più importante in quanto, prima di partire per questo suo viaggio, egli era incerto sulla valutazione della situazione attuale del Vietnam e, più ancora, del suo intervento in Cambogia. Nessuno può, perciò, dire che quanto egli scrive sia frutto di idee preconcette: è vero proprio il contrario.
Di quest'ultimo viaggio la R.A.I. TV (primo canale) ha proiettato tre servizi. Le immagini, chiarissima illustrazione visiva della situazione attuale del Vietnam e della Cambogia, erano stranamente in contrasto col dibattito che ne è seguito, fatto da personalità appositamente scelte dalla Televisione. Questo scritto viene a far giustizia di ogni polemica, a meno che, come si è detto all'inizio, si voglia porre in dubbio l'onestà dell'autore.
Questo libro ci fa riflettere sulle nostre colpe o, per esser più precisi, sulla stoltezza della politica degli U.S.A. e dei loro alleati. Se alla fine della guerra - la più distruttrice guerra che la storia conosca - gli U.S.A. avessero mantenuto fede agli accordi di Parigi (art.21), riparando i danni della guerra, e gli altri loro alleati avessero concorso alla ricostruzione con mezzi adeguati, si sarebbe evitato tutto quello che gli attuali critici del Vietnam amano tanto sottolineare. Dopo tutto, fin dai primi giorni della liberazione, questo Paese ha cercato subito l'amicizia di tutte le nazioni, non solo di quelle che lo avevano sostenuto politicamente durante la guerra, ma anche di quelle che lo avevano osteggiato. Stati Uniti inclusi.
Nella sua politica estera come in quella interna, il Vietnam ha sognato l'inizio di un'era nuova, desiderando dimenticare il passato e le sue sofferenze. Ma già dai primi giorni cominciarono le campagne di stampa contro il Vietnam. Personalmente ho trovato inspiegabile questo sordo rancore contro un popolo che ha tanto sofferto, durante la colonizzazione prima e durante le lunghe guerre di liberazione poi. Desiderio di rivincita da parte dei francesi e degli americani? Bisogno di dimostrare che si aveva ragione nel dubitare dei vietnamiti? O solo, e come sempre, viscerale odio al comunismo, senza discernimento della cultura del popolo che lo sceglie e che ne cerca l'applicazione?
Oltre l'isolamento economico decretato dall'Occidente, altri due fatti hanno aggravato la situazione:
a) Le calamità naturali: in cinque anni dalla liberazione, un anno di siccità eccezionale, un anno di inondazioni in ben 25 province con la perdita di enormi quantità di derrate alimentari e di bestiame e con la distruzione di colture e di villaggi, e da ultimo il tifone Ruth con le sue immani distruzioni.
b) La politica estera della Cina. Questa politica è stata la rovina maggiore per il Vietnam dopo la guerra. Intanto è dimostrato, e tutti lo sanno, che la Cina non voleva, anche quando aiutava il Vietnam, la riunificazione del paese. Tuttavia, mi sembra che l'avversità sarebbe stata contenuta in qualche modo se la Cina non fosse arrivata ad un'intesa con gli U.S.A. contro l'altra superpotenza, l'U.R.S.S. Solo in funzione anti-sovietica si possono spiegare gran numero di azioni contro il Vietnam.
Con l'appoggio della Cina, quel pazzo sanguinario che è Pol Pot ha sterminato le popolazioni vietnamite di confine, all'intemo della Cambogia come in territorio vietnamita, provocando la prima azione militare nel Becco d'Anitra ed in seguito, dopo l'accordo Vietnam-U.R.S.S., l'appoggio armato vietnamita ai cambogiani in rivolta contro Pol Pot. Qualunque vietnamita troverà assurda l'accusa di velleità imperialiste rivolta al suo paese per l'intervento in Cambogia. Il vero problema del Vietnam d'oggi è alimentare la popolazione e per esso è una grossa sciagura il dover tenere in armi un esercito considerevolmente grande data la minaccia ai confini nord, prima e dopo l'azione di guerra cosiddetta «di punizione» da parte della Cina. Collegata a questa minaccia di guerra e alla difficilissima situazione economica, ha avuto buon gioco la propaganda cinese e americana (la «Voce dell'America» da Manila) per sollecitare la fuga dei vietnamiti. La conseguente tragedia del «popolo delle barche» ha commosso il mondo e lo ha spinto a gridare contro al Vietnam, senza una seria analisi critica della situazione.
Quel che sembra proprio incredibile è il punto di faziosità a cui si è giunti, tanto che le nazioni occidentali riconoscono ancora il governo del genocida Pol Pot, il quale ha il suo posto nel «Palazzo di vetro» a New York, governo senza territorio (salvo l'angolo nord-ovest ai confini della Thailandia) e senza popolo, perché la popolazione scampata ai suoi massacri, si appoggia al governo di Phnom Penh e, con l'aiuto di questo, ricomincia a vivere.
Dopo aver letto quanto Raniero La Valle scrive sulla Cambogia, chi potrà ancora dire che il Vietnam ha voluto invadere la Cambogia per farne una sua colonia? Chi potrà ancora difendere in maniera integralista ed astratta il principio della non ingerenza in tale contesto storico? Chi potrà ancora affermare che l'intervento vietnamita è stato contro il popolo cambogiano e non in sua difesa?
Spero che, almeno su questo punto, i lettori del libro ne escano con idee chiare, perché bisogna esser proprio accecati o da idee preconcette o irretiti in un dogmatismo assoluto per continuare a sostenere una causa insostenibile come quella della legittimità del governo Pol Pot.
Ha ragione Raniero La Valle di cominciare il suo scritto citando quel che ha scritto Gabriel Garcia Marquez dopo una visita in Vietnam: «dopo secoli di guerra, il Vietnam ha perso una grande battaglia in una guerra meno conosciuta ma altrettanto devastatrice delle altre che il paese aveva sopportato: la guerra dell'informazione». Già nei primi mesi dopo la liberazione ne avevo avvertito il pericolo, tanto che ne parlai con responsabili del G.R.P. ad Hanoi. Certamente vi era allora il pericolo della C.I.A., onnipresente, ma oggi possiamo renderci conto di quanti mali si sarebbero evitati con la presenza di giornalisti e della libera informazione. Gabriella Bruno, recentemente tornata dal Vietnam, scrive: «Quante volte, anche qui, mi ripetono che non vogliono altro che vivere in pace, che poter finalmente smobilitare per ricostruire. Perché qui da noi, in Europa, si continua a dire che sono loro a volere la guerra? Sembra che sia questa la cosa che li addolora di più».
Comunque quel che è stato è stato. Questa pubblicazione è un invito a riprendere il discorso da zero, discorso con spirito sereno e non inquinato da strumentalizzazioni di politica interna, come avvenne dopo la liberazione. E tutto ciò anche in considerazione delle sofferenze senza limiti del popolo vietnamita che lotta disperatamente per riprendere il cammino della ricostruzione ed evitare che si frappongano ostacoli politici ai loro sforzi immani. In più non si tradisca l'aspettativa di una nazione che, con la liberazione e la pace, ha sognato anche il suo reinserimento fraterno nella vasta famiglia dei popoli.
Nel gennaio del 1976 ho visitato ad Hanoi una mostra di pittori moderni. M'ha stupito il fatto che, a soli pochi mesi dalla fine della guerra, fra tanti quadri, uno solo, rappresentante una donna col fucile, rievocasse il dramma passato. Tutti gli altri quadri erano un inno alla pace, alla vita, all'amore, alla fraternità. Fra tutti uno m'è rimasto impresso nella memoria. Rappresentava il Vietnam verso il quale volava un nuvolo di colombe bianche ed ognuna di queste, sul petto, aveva disegnata la bandierina del paese di provenienza! V'era anche la colomba italiana. Non la tratteniamo! Vada essa a portare ancora e di nuovo il nostro amore e la nostra fraternità. Amore e fraternità, però, che non siano astratti.
Roma, gennaio 1981

                                                                                                                                                                       

I cinque anni trascorsi dalla fine della colonia sono stati terribili; il Vietnam ha pagato con una durissima condizione interna e internazionale lo scandalo dell'indipendenza, la Cambogia ha pagato col genocidio l'esperimento di una società rifatta sul modello della rivoluzione culturale cinese: ma per noi non esiste.
Non si può dire per il Vietnam, che dopo aver trionfato del nemico cattivo, « visse felice e contento per tutto il resto della sua vita ». E' questo lieto fine mancato, che ha sciupato la favola del Vietnam che sembrava così perfetta; ed è questo che non gli è stato perdonato. Così, quando si è visto che il lieto fine non c'era, gli sono state voltate le spalle e si è lasciato libero corso alla grande campagna psicologica volta a estirpare dall'Occidente ogni più piccola traccia della suggestione lasciata dalla vittoriosa impresa antiamericana vietnamita. Come ha scritto Gabriel Garcia Marquez dopo una visita in Vietnam, « dopo secoli di guerra il Vietnam ha perso una grande battaglia in una guerra meno conosciuta ma altrettanto devastatrice delle altre che il Paese aveva sopportato: la guerra dell'informazione ».
C'è un solo modo ora per ristabilire un rapporto serio con il Vietnam, e perciò con la storia che abbiamo vissuto, oltre che con un nodo ancor oggi cruciale della situazione internazionale: istituire questo rapporto fuori dai sogni, dalle favole e dai rancori, con la realtà effettiva di questo Paese, con tutte le sue difficoltà ed i suoi problemi, i suoi successi e i suoi errori, e soprattutto con le ostilità vecchie e nuove a cui esso deve far fronte.
Per questo siamo andati in Vietnam — e in Cambogia — cinque anni dopo la fine della guerra e la liberazione di Saigon, per cercare di vedere e di capire, per realizzare un proposito già formulato da tempo, e per poter dare alle intimazioni di chi ci apostrofava: « che cosa dici ora del Vietnam? », una risposta fondata su una esperienza diretta.
Il primo dato che è emerso da questa ricognizione, in modo più drammatico di quanto immaginassimo, è che il Vietnam non è ancora uscito da una situazione di guerra. Il nemico di ieri, gli Stati Uniti, non è meno nemico oggi, anche se opera con altri mezzi; e il nemico che si è aggiunto, la Cina, fa gravare sul Vietnam una minaccia che se oggi è meno pericolosa di quella americana sul piano militare, a lungo termine potrebbe essere ben più risolutiva. Il conflitto con la Cina non è dunque un semplice incidente sul cammino, ma il nuovo contesto che condiziona tutta la situazione vietnamita, ed entro il quale vanno lette e valutate le varie componenti, politiche, economiche e sociali, di tale situazione.

L'attacco cinese al Vietnam del febbraio-marzo 1979: non fu un incidente di frontiera ma una vera invasione che mirava al collasso politico-militare del Vietnam.
Proprio dal confine con la Cina, nella provincia di Lang Son, è cominciato il nostro viaggio in Vietnam, dopo una breve permanenza ad Hanoi. Lang Son è una delle province settentrionali invase dall'armata popolare cinese tra il 17 febbraio e il 15 marzo 1979, ed anzi fu quella in cui si dispiegò la direttrice principale dell'offensiva.
Tutta la frontiera cino-vietnamita, che si stende per 1460 chilometri, fu interessata all'attacco, ma la penetrazione cinese avvenne lungo un arco di 650 chilometri, investendo la provincia e la città di Lang Son, quella di Cao Bang e la provincia di Hang Lien Son con la città di Lao Cai e il centro minerario di Cam Duong; tre di queste quattro città furono effettivamente occupate dai cinesi. Non deve trarre in inganno il fatto che si trattasse di province di confine. Quella del febbraio-marzo 1979 non è stata una semplice guerra di frontiera; non era questo in discussione, anche se i cinesi da tempo operavano infiltrazioni e intimidazioni, e durante la notte spostavano i paletti di demarcazione per rettificare a proprio vantaggio una frontiera che, stabilita nel 1877 tra il podere feudale in Vietnam e il potere feudale in Cina,
era stata riconosciuta dal Vietnam nel 1945 al momento della fondazione della Repubblica Democratica. In realtà c'era ben di più che una controversia di frontiera. La Cina si era garantita una copertura internazionale, con il viaggio di Deng Xiao Ping in Giappone e negli Stati Uniti e le nuove relazioni speciali stabilite con i due Paesi; e voleva punire il Vietnam per la sconfitta subita in Cambogia, dove il regime filo-cinese di Pol Pot, che minacciava il Vietnam da sud-ovest, era stato spazzato via dagli insorti cambogiani e dall'intervento vietnamita. Proprio il 16 febbraio, la vigilia dell'attacco cinese al Vietnam, il primo ministro vietnamita Pham Van Dong si trovava a Phnom Penh, la capitale della Cambogia, per firmare il patto di amicizia e di cooperazione con il nuovo governo cambogiano.
Già da tempo tuttavia la provincia di frontiera di Lang Son era inquieta. Essa è considerata dai cinesi una zona ideale per azioni di destabilizzazione politica, prima che militare; è abitata da una popolazione di 500.000 abitanti che solo per il quindici per cento è di nazionalità vietnamita; il resto, l'ottantacinque per cento, è formato da minoranze etniche; la maggior parte, il quarantatre per cento, sono Nung, una popolazione di origine cinese, il trentadue per cento, invece, sono Thai.
Nei confronti della minoranza di origine cinese, abituata ad avere frequenti contatti oltre frontiera, la Cina aveva intensificato, dopo la rottura con il Vietnam, un'azione di agitazione e proselitismo; molti erano stati indotti a tornare in Cina. Il 25 agosto 1978 un primo incidente era scoppiato a Dong Dang, un villaggio che si trova proprio al confine. Qui si erano concentrati 3000 cino-vietnamiti, per rientrare in Cina; ma i cinesi avevano chiuso improvvisamente la frontiera e distribuito invece loro delle armi
Ne era nato uno scontro con le forze di sicurezza vietnamite e con la popolazione locale.
E' ancora su questa minoranza che i cinesi hanno puntato nell'attacco del 17 febbraio 1979. Secondo i vietnamiti, non c'è stato un grande scontro di eserciti; all'inizio i cinesi entrarono addirittura alla chetichella facendosi guidare da elementi locali e travestendosi persino da militari e miliziani vietnamiti e addirittura cantando inni rivoluzionari vietnamiti, sicché le piccole postazioni di confine e le stesse popolazioni furono colte di sorpresa. Anche i carri armati erano stati dipinti con i simboli vietnamiti, sicché molti villaggi caddero in mano cinese prima che ci si potesse rendere conto di che cosa stava avvenendo.
Ma anche quando arrivarono le grandi ondate della fanteria cinese che erano state ammassate oltre confine, una battaglia campale non ci fu. I cinesi incapparono in una guerra di guerriglia; né del resto essi avevano alcun sostegno logistico; anche il mangiare se lo dovevano procurare nelle province invase; dal punto di vista militare la spedizione è stata una cattiva prova che spiega le altissime perdite subite dai cinesi, che secondo fonti vietnamite sarebbero state di 20.000 morti sui 200.000 entrati solo nella provincia di Lang Son, e 60.000 morti sui 600 000 soldati penetrati con 600 carri e autoblindo nelle tre province occupate, laddove vietnamiti denunciano solo qualche migliaio di morti da parte loro.
L'obiettivo di Pechino era da un lato quello di istituire dei poteri filo-cinesi nelle province conquistate, puntando sulle minoranze etniche, e dall'altro quello di attirare verso il Nord in uno scontro frontale le grandi divisioni dell'esercito regolare vietnamita schierate e difesa di Hanoi, per provocare il collasso politico e militare del Vietnam. Ma i vietnamiti non caddero nell'insidia; non mossero l'esercito da Hanoi e affidarono la difesa alle milizie locali, formate da battaglioni di 500-600 uomini nei vari distretti e provincie, ai reparti regolari già stanziati nel Nord, e alla popolazione civile armata; e anche le minoranze etniche, anziché passare ai cinesi, presero le armi contro di loro.

Prima di ritirarsi i cinesi fecero la terra bruciata: gravissimi sono stati i danni nelle province occupate.
Questa è stata la dinamica della guerra che ha permesso la penetrazione cinese, ma ne ha poi imposto il ritiro; e questa è la ragione per cui ai cinesi non è rimasta altra risorsa, per accreditarsi un successo, che quella di fare la terra bruciata prima di ritirarsi, il 16 marzo. E infatti Lang Son e le altre città invase, appaiono completamente distrutte. Le devastazioni maggiori non sono state provocate dai combattimenti, ma da squadre specializzate di guastatori cinesi, che prima del ritiro, hanno fatto saltare ogni cosa: il mercato, l'albergo, la sede del municipio, la banca, la casa del popolo, le pagode, le fabbriche.
Il bilancio per la sola provincia di Lang Son, che abbiamo visitato, è assai duro; 70 comuni su 200 sono stati devastati; sono stati distrutti 72 asili, 30 scuole di primo e secondo grado, 5 ospedali, 8 librerie, 24 fabbriche, centrali elettriche, (mezzi di trasporto e di irrigazione, 10 mila bufali e buoi, 400 mila metri quadrati di case. I danni sono stati per 332 milioni di dong, la moneta vietnamita, quando in tutta la provincia l'investimento produttivo annuale è di 30 milioni di dong; ottocentodiciotto persone sono state deportate in Cina prima del ritiro cinese, tra cui donne, vecchi e bambini, e sono state poi restituite, salvo i morti, dopo il ristabilimento della tregua.
In tutto il complesso delle province invase, si è avuta la distruzione di 4 città capoluogo, di 320 villaggi, di 735 scuole (su 904), di 428 ospedali o posti medico-sanitari, di un complesso minerario (quello di Cam Duong), di 41 aziende, di 81 industrie.

Secondo i vietnamiti la Cina continua la politica imperialistica delle antiche dinastie; e il Vietnam è il chiavistello che occorre far saltare.
Ma qual è il senso di tutto questo? La questione di fondo, secondo i vietnamiti, è che la Cina persegue una politica da grande potenza in Asia, è attratta dai Paesi del Sud-est asiatico, dove già 20 milioni di cinesi detengono importanti posizioni economiche, e associandosi all'America nell'individuazione della Unione Sovietica come il massimo pencolo mondiale, sostiene la tesi della inevitabilità della guerra.
Ci ha detto Nguyen Khac Vien, scrittore, direttore del Courrier du Vietnam e dell'Istituto per le edizioni in lingue estere di Hanoi:
E' successo che i dirigenti comunisti cinesi che all'inizio, all'epoca della fondazione del partito erano veri comunisti, a poco a poco, sotto l'influenza di determinate condizioni sociali e storiche proprie della Cina e proprie del partito comunista cinese, hanno perso questo carattere di comunisti, e sono diventati dei nazionalisti, che hanno a cuore soprattutto la grandezza e la potenza della Cina, come gli imperatori del passato.
Ecco quindi che hanno ripreso la tradizione imperiale dell'antica Cina, che per venti secoli aveva dominato l'Asia, e hanno voluto, per così dire, assoggettare il Vietnam attirandolo nell'orbita cinese.
Questo progressivo slittamento da una posizione in partenza rivoluzionaria verso posizioni nazionaliste e di grande potenza e controrivoluzionarie, è cominciata una ventina d'anni fa. Tutto questo spingeva a un'alleanza con gli Stati Uniti; gli Stati Uniti sono anch'essi infatti interessati a soffocare il Vietnam socialista; c'è quindi una specie di concordanza tra gli attuali
interessi congiunturali degli Stati Uniti e della Cina.
Ed è proprio il Vietnam che rappresenta il punto nevralgico di questa situazione. Infatti tutto il Sud-Est asiatico, 350 milioni di abitanti, con l'eccezione dei Paesi dell'Indocina, è oggi sotto l'influenza economica degli Stati Uniti, del Giappone e dell'Europa occidentale. Questa è la forma neocoloniale dell'economia di oggi. Nello stesso tempo alcuni di questi Paesi rientrano nelle mire della politica espansionistica cinese nei confronti del Sud-Est asiatico, che è la sola regione di espansione possibile per la Cina. Pertanto, sia per la politica neocolonialista dell'imperialismo nel Sud-Est asiatico, sia per la politica espansionistica di Pechino verso questa regione, il Vietnam, e in genere i tre Paesi dell'Indocina, rappresentano l'ostacolo, il chiavistello che occorre far saltare.

I cinesi sono comunisti? La storia del dissidio tra il Vietnam e la Cina.
Sulla base di queste valutazioni, il primo ministro vietnamita Pham Van Dong ci dice che « in verità, i dirigenti di Pechino non sono veramente dei comunisti », altrimenti « non si sarebbero alleati con l'imperialismo americano, non si sarebbero serviti del regime cambogiano di Pol Pot per scatenare la guerra contro il Vietnam sulla frontiera sud-ovest del Paese, non avrebbero mosso 600.000 soldati per una aperta aggressione contro il Vietnam »; pertanto essi « hanno tradito la rivoluzione cinese e gli interessi del popolo cinese ».
Come si è arrivati a questa situazione, e attraverso quale processo i dirigenti vietnamiti sono arrivati a formulare un giudizio così drastico sui loro potenti vicini del Nord? Ce ne fa la storia, ad Hanoi, Hoang Tung, direttore del Nhan Dan, organo ufficiale del partito comunista vietnamita, che è anche membro del Comitato Centrale del partito e deputato all'Assemblea nazionale.
Quando il defunto primo ministro giapponese, Ohira, si recò a Pechino, nei primi mesi di quest'anno, domandò ai cinesi chi avesse vinto nella guerra cino-vietnamita del febbraio-marzo 1979. Deng Xiao Ping rispose che non aveva vinto nessuno dei due, ma che a lungo termine avrebbe vinto la Cina, perché la Cina indebolisce il Vietnam e farà in modo che non possano prevalere le forze che attualmente lo dirigono. Si può obiettare che chi vuoi fare essere debole l'altro, anche quello è debole; e chi può dare lezioni a chi, è un problema ancora tutto da discutere.
Per stare ai fatti, attualmente quindici divisioni cinesi sono concentrate ai confini col Vietnam, col retroterra immediato di una popolazione, etnicamente affine alle minoranze vietnamite del nord, di cento milioni di cinesi. Noi vogliamo risolvere il problema con la trattativa, e diminuire la tensione al confine; ma come condizione ci chiedono che noi cambiamo la nostra politica. Ma se noi dobbiamo cambiare politica, anche i cinesi debbono cambiare la loro. Non ci possono chiedere di ritirare le nostre truppe dalla Cambogia, mentre sostengono i guerriglieri di Pol Pot che combattono contro il governo di Phnom Penh.
Perciò la situazione è molto difficile. Gli americani hanno mandato di nuovo consiglieri militari in Thailandia e aumentano le loro basi nelle Filippine; nel Sud-Corea le truppe americane sono rimaste, nonostante le promesse fatte da Carter prima della sua elezione. In Giappone, e soprattutto ad Okinawa, è grandemente aumentata la presenza militare americana. La Cina ha stimolato la corsa agli armamenti nucleari, mentre gli Stati Uniti potenziano le loro forze nell'Oceano Indiano. Perciò la tensione è molto alta; e questa è la ragione per cui non possiamo non mantenere un esercito forte; si tratta di un problema vitale per il nostro Paese. Ma questo ci danneggia grandemente, perché non possiamo concentrare tutte le nostre forze per costruire la nostra economia; se dopo il 1975 non ci fossero state altre guerre e minacce di guerra, avremmo potuto costruire il nostro Paese più in fretta. Invece siamo un Paese povero, che dopo una lunga guerra deve ancora avere un esercito forte, essendo rimasto prioritario il problema della difesa. Del resto proprio questa è l'intenzione degli avversari: Deng Xiao Ping ha detto che se il Vietnam concentra i suoi sforzi per la guerra potrebbe fallire; e questo si augurano anche gli americani che prima di ritirarsi dal Vietnam hanno detto che il Vietnam sarebbe caduto, senza l'aiuto americano. Invece siamo ancora in piedi anche se in effetti abbiamo molte difficoltà.
La situazione con la Cina è precipitata nel 1972, dopo il viaggio di Nixon a Pechino. Noi avevamo molto sperato dalla Cina, fin da quando, nel 1949, la rivoluzione cinese aveva vinto. Ed in effetti per sette anni, fino al 1956, le cose erano andate bene. Ma poi, col cambiamento degli assetti di potere a Pechino, la politica della Cina verso il Vietnam è cambiata. E cominciata la lotta di Mao contro gli altri dirigenti e contro l'Unione Sovietica; Mao voleva che il Vietnam si unisse alla Cina per combattere l'Unione Sovietica, mentre la Cina avrebbe appoggiato il Vietnam contro gli americani. Per parte nostra, noi abbiamo combattuto contro il revisionismo di Krusciov, ma non siamo stati d'accordo che la lotta contro Krusciov volesse dire lotta contro l'Unione Sovietica, perciò non ci siamo legati alla Cina contro l'URSS. E' da quel momento che cominciano le difficoltà tra la Cina e il Vietnam.
Alla conferenza di Bucarest del 1960 la Cina tentò di dividere in due il campo socialista, e fece pressioni sul Vietnam perché si schierasse sulle sue posizioni; ma noi abbiamo detto che i nostri nemici erano gli Stati Uniti, e perciò dovevamo raccogliere tutte le forze possibili per combattere contro l'aggressione americana.
Quando Krusciov è caduto, abbiamo proposto che URSS e Cina rinsaldassero i loro rapporti per far fronte agli Stati Uniti. Ma Mao non voleva, ha rovesciato Liu Sciao Ci e la politica verso l'URSS si è fatta ancora più dura, mentre i rapporti tra il Vietnam e la Cina diventavano via via più difficili. A quel momento risale l'inizio dell'influenza della Cina sul partito comunista cambogiano. Noi abbiamo fatto il possibile per aiutare la Cambogia, ma già nel 1966 Pol Pot, dopo un viaggio a Pechino, si
è completamente allineato alla Cina contro di noi, come risulta anche dalle memorie del principe Sihanouk.(nota1) Tuttavia noi abbiamo aiutato le forze di resistenza cambogiane impegnate a combattere, dopo il 1970, il regime filoamericano di Lon Nol. Dopo il viaggio del 1972 di Nixon a Pechino, Pol Pot ha intrapreso una attività anche militare contro di noi; dopo la liberazione del Sud Vietnam, già dal 3 maggio 1975, le truppe cambogiane hanno condotto azioni militare contro il nostro territorio. Noi non volemmo far sapere in pubblico l'esistenza di questa crisi (nota2), ma abbiamo invitato le autorità cambogiane ad Hanoi per discutere e per stabilire mediante trattative la pace sulle nostre frontiere. Abbiamo fatto il possibile, abbiamo anche restituito ai cambogiani la contesa isola di Poulo Wai, che il regime di Saigon si era annessa prima della rivoluzione.
Dopo qualche mese il segretario comunista vietnamita, Le Duan, è andato a Phnom Penh per discutere i rapporti tra i due Paesi. Lo stesso Le Duan e il primo ministro Pham Van Dong si sono poi recati a Pechino per ringraziare il popolo cinese dell'aiuto prestato al Vietnam (nota3) e per chiedere di essere aiutati a risolvere il problema con la Cambogia. Ma la Cina pose il problema dei confini cino-vietnamiti e delle isole che essa rivendicava. Una nostra delegazione è allora andata a Pechino per discutere la questione della frontiera. La Cina però non ha accettato la discussione; la nostra delegazione è rimasta a Pechino per qualche mese, poi è rientrata ad Hanoi.

(Nota 1) Norodom Sihanouk, Croniques de guerre... et d'espoir, Parigi, Hachette/Stock, 1979, p. 43.
(Nota 2) Se in Vietnam ci fossero state le condizioni di una libera informazione, questo errore non sarebbe stato possibile. La mancanza di notizie sulla reale situazione cambogiana, ha influito negativamente su tutto il giudizio successivamente dato dall'opinione pubblica internazionale sull'intervento vietnamita in Cambogia del gennaio 1979 (n.d.r.}.
(Nota 3) Nonostante le divergenze politiche, qui richiamate da Hoang Tung, l'aiuto cinese al Vietnam è di fatto continuato fino alla liberazione del Sud Vietnam, nell'aprile 1975 (n.d.r.}.


Nel 1976, abbiamo invitato al IV congresso del partito sia il partito comunista cinese sia quello cambogiano, ma non hanno partecipato. Il 30 aprile 1976 l'esercito di Poi Pot ha ingaggiato una grande battaglia contro il nostro territorio, mentre sul confine settentrionale le forze armate cinesi provocavano piccoli e grandi scontri con le nostre difese. Nel dicembre 1977 c'è stato un grosso scontro con le truppe cambogiane, dopo il quale abbiamo chiesto di stabilire un controllo internazionale lungo
questa frontiera. Ma gli scontri sono continuati e la situazione si è fatta sempre più dura.
Perciò abbiamo aiutato le forze di leng Samrin per rovesciare Pol Pot, per salvare la popolazione cambogiana, ma anche per difendere noi stessi.
La Cina ha reagito attaccandoci a nord, ma prima ha rafforzato i suoi legami con Giappone e Stati Uniti, attraverso il viaggio di Deng Xiao Ping a Tokio e a Washington. Se non ci fossimo difesi, i cinesi potevano arrivare fino ad Hanoi per stabilirvi un regime filo-cinese.
Dopo questa guerra, noi abbiamo riproposto le trattative, ma la Cina ci chiede di ritirare le truppe dalla Cambogia e di rompere con l'Unione Sovietica. La Cina, mentre si lega con gli Stati Uniti ed altri Paesi, non vorrebbe che il Vietnam avesse amici ed alleati, senza i quali il Vietnam non potrebbe difendere la propria indipendenza e il proprio territorio. Noi vorremmo mantenere rapporti normali sia con la Cina, sia con gli Stati Uniti e gli altri Paesi, ma sono gli altri che li rifiutano. Sulla frontiera thailandese Cina e Stati Uniti continuano ad armare e sostenere forze di Pol Pot, di Sihanouk e di altro genere per abbattere il potere di Phnom Penh. Se queste minacce venissero meno, potremmo ritirare anche subito le nostre truppe dalla Cambogia.
In qualche misura si può dire che questa storia dei rapporti tra Cina e Vietnam, è una storia riscritta alla vietnamita; essa però attesta una divergenza di fondo e di lunga data, e offre un quadro estremamente allarmante di tutta la situazione in questa parte dell'Asia, non senza ombre pesanti che si allungano sull'intera critica situazione mondiale.
Allo scrittore Nguyen Khac Vien chiediamo che cosa a suo giudizio questo significhi per gli equilibri mondiali complessivi e per i sempre incombenti pericoli di guerra.
"Da un punto di vista internazionale generale ciò significa che attualmente c'è un'alleanza tra l'imperialismo e i dirigenti cinesi, che noi chiamiamo l'asse Washington-Pechino, contrapposto direttamente ai Paesi socialisti e alle forze di liberazione nazionale di tutto il mondo: in Iran, in Angola, nel Nicaragua così come nel Vietnam. Noi siamo sotto una minaccia di guerra molto seria, perché le forze congiunte della Cina, dell'America, del Giappone appaiono superiori a noi, e c'è sempre la tentazione di schiacciarci, di imporci i diktat di Pechino. La frontiera con la Cina si trova a 150 chilometri da Hanoi, e per una grande potenza, per un grande esercito moderno 150 chilometri non sono molti. E qui c'è anche il rischio di una guerra più generale. Se infatti questa tentazione nei riguardi del Vietnam dovesse prevalere, non si sa fino a dove potrebbero arrivare le
sue conseguenze. Ecco dove sta il pericolo. Al vecchio blocco trilaterale, formato da Stati Uniti, Giappone ed Europa occidentale, si è ora aggiunto un quarto partner, la Cina. Ciò fa apparentemente pendere l'equilibrio delle forze dalla parte imperialista, che diventa perciò sempre più aggressiva e che cerca di riportare indietro la storia, ora in un punto, ora in
un altro. E anche se nessuno può correre il rischio di scatenare una guerra nucleare, potranno esserci quelle che nel loro linguaggio strategico gli americani chiamano « guerre locali », che possano mantenersi entro certi limiti, che consentano di domare un movimento di liberazione nazionale, un paese socialista, o comunque di guadagnare del terreno qua o là.
Perciò, dentro questo quadro generale, fermando la Cina sulla loro frontiera settentrionale, i vietnamiti ritengono di bloccare la spinta di un nazionalismo cinese emergente, contribuendo così alla stabilità e alla pace del mondo.

Come si vive ad Hanoi, capitale contadina di un Paese lasciato quasi solo di fronte a nemici vecchi e nuovi.
Ma come vive il Vietnam, a cinque anni dalla fine della guerra, e dalla unificazione tra nord e sud, in questo clima ancora
profondamente segnato dalle minacce esterne, e in particolare da quella cinese? Hanoi, questa capitale contadina di un Paese fortemente determinato a realizzare il suo sviluppo, si offre, al visitatore che vi giunge attraversando un ponte di fortuna sul fiume Rosso (venuto meno l'aiuto cinese, il nuovo ponte si costruisce ora con l'assistenza sovietica, ma non è ancora finito) come una città piacevole e ariosa, che i francesi hanno costruito nell'800 come una città coloniale con grandi strade, ville e giardini, distruggendo gran parte delle antiche strutture e degli storici edifici della città regale, che da mille anni era la capitale del Vietnam.
Questa parte più moderna della città è ora la zona residenziale prevalentemente occupata dagli edifìci del governo, della amministrazione cittadina, dalle ambasciate, dagli stranieri, dai funzionari. La vita reale, l'addensamento urbano, i traffici, il mercato, si sviluppano nella parte più antica e tradizionale della città, ai bordi del lago della Pagoda della Spada Restituita, dove arriva e parte l'unico tram ereditato dalla colonia francese, rimasto immuto da allora.
Non ci sono automobili, se non quelle ufficiali, non taxi e motocarrozzette come invece si incontrano a Saigon; del resto non
c'è benzina, che viene distribuita solo attraverso i canali ufficiali; la benzina non c'è, perché solo per importare il petrolio essenziale per i camion e per le industrie, il Vietnam spende più di 300 milioni di dollari all'anno, mentre il totale delle sue esportazioni non raggiunge che i 400-500 milioni di dollari; per tutto il resto non c'è valuta straniera da spendere all'estero, nemmeno per gli approvvigionamenti alimentari, e questa è una delle radici del dramma economico vietnamita. Così in Vietnam la meccanizzazione e ancora lontana; tolto il parco dei camion stranieri il cui deterioramento si accelera per la superusura e la mancanza di pezzi di ricambio, il trasporto a mano, a spalla, con i carretti a braccia, con i carri a trazione animale, esercita ancora un ruolo fondamentale.
Perciò ad Hanoi i trasporti pubblici, tram e autobus, possono servire solo il 10-15 per cento dei viaggiatori; la grande dominatrice della città diventa allora la bicicletta, la preziosa conquista del contadino, ma anche del cittadino vietnamita. Ad Hanoi di biciclette ce ne sono 300 mila; si ottengono ad un prezzo controllato di Stato, dopo sei o sette anni di lavoro in fabbrica, negli uffici, o nelle cooperative anche con prestiti fruiti dai sindacati; costano 300 dong, che equivalgono a 5 stipendi mensili; altrimenti, al mercato libero, il prezzo è più che raddoppiato e raggiunge i 700 dong.
Hanoi ha medicato le ferite della guerra. Il quartiere operaio di Kham Thiem, che era stato distrutto nei grandi bombardamenti del Natale 1972, è stato completamente ricostruito, e così pure l'ospedale di Bach-Mai che era stato gravemente colpito negli stessi giorni.

E Pham Van Dong chiese a Kissinger: quante volte gli Stati Uniti devono aggredire il Vietnam prima di fare la pace con esso?
Mentre si ricostruisce, si possono vedere da qualche parte, in città, i cimeli delle lotte combattute, le macchine di guerra che hanno seminato la distruzione. Al museo delle armi, si allineano i cannoni ed i carri americani e cinesi, catturati o distrutti; c'è uno dei B52 abbattuti su Hanoi durante le incursioni del 1972, e anche, nuovo arrivato dopo la guerra con la Cina, un caccia con i colori della Repubblica Popolare, minaccioso ricordo del nuovo nemico.
Ricostruzione e difesa militare sono due temi strettamente congiunti nel Vietnam di oggi. La connessione tra sviluppo civile e impegno militare, appartiene del resto alla tradizione del Vietnam, che dopo una dominazione cinese di mille anni, ha dovuto sempre combattere, a partire dall'XI secolo, epoca a cui risale l'indipendenza vietnamita, contro invasori mongoli e cinesi, giapponesi, francesi e americani.
La Pagoda della Spada Restituita, che è un simbolo di Hanoi, conserva una leggenda del XV secolo. La dinastia cinese dei Ming si era di nuovo impadronita del Vietnam, quando un capo contadino, Le Loi, organizzò una rivolta che per dieci anni vide grandi scontri di armate contrapposte intorno alla capitale (che allora si chiamava Than Long). A indicargli che la via era quella della lotta armata, era stata una tartaruga d'oro, che era emersa dal lago, porgendogli una spada; ma a lotta compiuta, ripartiti i cinesi a cui i vietnamiti avevano restituito 20 mila prigionieri di guerra, 20 mila cavalli e 500 imbarcazioni per facilitarne il rimpatrio, la tartaruga emerse di nuovo dalle acque e si riprese la spada.
Anche i mongoli di Kubilai erano stati rimandati a casa con i loro cavalli, nel tredicesimo secolo, dopo che per tre volte avevano invaso il Paese ed erano stati sconfitti. Il primo ministro Pham Van Dong ci ha detto di averlo raccontato a Kissinger in visita ad Hanoi, dopo la firma degli accordi di Parigi, aggiungendo che anche i piloti americani prigionieri erano stati rimandati via, non con i loro cavalli, bensì con i loro aerei. Ma quante volte, chiese Pham Van Dong, gli Stati Uniti dovevano aggredire il Vietnam, prima di fare la pace con esso? Kissinger rispose che bastava una volta sola. Ma in realtà la pace non è stata fatta. Gli Stati Uniti hanno vissuto il dramma della sconfitta in Vietnam come uno scacco nazionale, anziché come un momento inevitabile di un grande processo di liberazione di popoli ex coloniali. Ed hanno reagito come se il prezzo dovesse esserne quello di una loro esclusione secca dall'area, quando invece avrebbero potuto stabilirvi una nuova forma di presenza, non più coloniale, ma paritaria e rispettosa, che il Vietnam, come ancora oggi ripete, avrebbe accettato e anzi favorito. Ciò avrebbe evitato di lasciare il Vietnam solo di fronte alla Cina, e di ridurlo ad avere, come unico sbocco, quello del rapporto con l'Unione Sovietica e l'area dei Paesi socialisti del Comecon, gli unici che in questo momento aiutano efficacemente il Vietnam. Invece dopo la guerra il Vietnam è stato tagliato fuori da tutti i circuiti politici, diplomatici, economici e commerciali controllati dall'occidente; ha perso nello stesso tempo l'aiuto di 500 mila tonnellate di riso all'anno che forniva la Cina e che assicurava la sufficienza alimentare, e ha perso da 650 milioni a un miliardo di dollari all'anno che era l'entità dell'aiuto economico fornito dagli Stati Uniti al sud, al di là del supporto costituito dall'economia di guerra legata' alla presenza dell'esercito americano.

Il Vietnam oggi è più povero che durante la guerra antiamericana.
Questo spiega perché oggi il Vietnam è più povero che durante la guerra. Non si può parlare di miseria, ma di una povertà dura e severa, ai limiti della sussistenza e quasi ai confini della geografìa della fame. Dappertutto al nord, i prodotti alimentari scarseggiano, per non parlare della mancanza dei beni di consumo correnti, come sapone, stoffa, carbone, carta da scrivere, matite. Se nelle campagne è più facile l'approvvigionamento alimentare, il rifornimento delle città presenta gravissimi problemi.
Ad Hanoi più che altrove si disegnano le immagini della penuria. Ogni pezzetto di terra, anche davanti le case della immediata periferia, viene coltivato per integrare le razioni alimentari assicurate dallo Stato a basso prezzo. La razione di cereali oscilla sui 13 chili al mese, ma solo qualche chilo è di riso, l'alimento nazionale vietnamita, il resto si compone di manioca, mais, o grani importati. Di carne, ce n'è mezzo chilo al mese per persona, poco più di quanto in Europa se ne consuma in un giorno; di verdura, ce n'è 200 grammi al giorno per uno, e l'obiettivo è di arrivare almeno a 250. Il latte non si può fornire a tutti, ma solo ai bambini appena nati e alle loro madri; anche le uova, sono solo per i bambini, e non più di cinque al mese. Ci sono nella zona di Hanoi cooperative e kolkos che potrebbero fornire 10 milioni di uova all'anno, ma ci vorrebbero 2500 tonnellate di mangimi, che non ci sono; e allora di uova se ne produce la metà.
C'è lo sfogo del mercato libero, dove i prodotti non sono razionati, ma costano di più. Ma quello che manca è il potere di acquisto, per tutti gli strati della popolazione della capitale: infatti lo scarto tra il reddito minimo e quello massimo, tra l'apprendista e il ministro è molto ridotto; il contrario non sarebbe del resto tollerabile in una società così povera. Il salario medio, di un operaio, di un impiegato, di un funzionario pubblico, è di 60 dong al mese, che al cambio ufficiale sarebbe 20 dollari, circa 17 mila lire, ma al cambio libero, che esprime il reale valore della moneta, equivale a 4-5 dollari, 4-5.000 lire al mese. Certo, molti servizi sono gratuiti, nulla si paga per le cure mediche, le medicine, la scuola, i libri scolastici, pochissimo si paga per la casa; tuttavia un reddito monetario così basso, è un indice di una strutturale situazione di sottosviluppo, quale è diffusa in tutto il quarto mondo.

I piccoli mestieri fioriscono per le strade di Hanoi. La crisi edilizia: per quattro persone dieci metri quadrati di casa.
Del resto non tutti lavorano. Le industrie, che potrebbero incentivare produzione e occupazione, scarseggiano di materie prime. Nella cinta urbana di Hanoi ci sono 30 mila disoccupati; altri 20 mila sono semi-occupati; così fioriscono i piccoli mestieri; non c'è marciapiede di Hanoi dove non si incontrino piccole officine ambulanti o semplici banchetti per la riparazione delle biciclette, per la gonfiatura dei pneumatici, oppure la sedia del barbiere, la rammendatrice, o i venditori di sigarette che si vendono sfuse una per una, o i banchetti di fiori, di lumi a petrolio, di caschi di tela e altre poverissime cose. E poiché non si butta niente, ci sono le stazioncine di rifornimento di inchiostro per le penne biro, che per pochi centesimi vengono riempite con professionalità e pulizia.
La vita ferve animata e mutevole sui marciapiedi e nelle strade, anche perché in casa non si può stare. Il patrimonio edilizio della città è rimasto quello della struttura urbana dell'epoca francese; ma dal 1954 la popolazione è diventata quattro volte più numerosa, 800.000 persone nella sola cinta urbana interna di Hanoi.
Ognuno dispone in media di 2,4 metri quadrati di abitazione: il che significa che una famiglia di quattro persone ha una stanza di 10 metri quadrati. Dal 1976 si sono cominciate a costruire le nuove case: 60.000 metri quadrati nel '76, 120.000 metri quadrati nel '77, 108.000 nel '78; ma nel '79, l'anno della guerra con la Cina, il programma, (che prevedeva la costruzione di 850.000 metri quadrati entro l'80), è saltato, e l'edificazione è scesa a soli 50.000 metri quadrati di nuove case.
Ora l'Assemblea Nazionale ha deciso di allargare il perimetro amministrativo di Hanoi, così da comprendervi anche terre coltivate; esso arriva fino alle vicine montagne dove, quando ci saranno i soldi, saranno costruite anche stazioni climatiche e di riposo; il complesso della popolazione della città e contado raggiunge ora due milioni e mezzo di persone. Così nella nuova cinta amministrativa di Hanoi, sono comprese anche alcune cooperative agricole che servono, in modo più immediato, all'approvvigionamento della città.

Il sistema cooperativo, fondamento dell'economia agricola vietnamita. Ogni anno aumenta la produzione ma più rapido è l'aumento della popolazione.
Il sistema cooperativo, che è la forma che ha assunto in Vietnam la collettivizzazione delle terre, è la struttura portante dell'economia agricola vietnamita. Esso ha permesso di razionalizzare i sistemi di produzione, di accorpare le terre in vista di una futura meccanizzazione, oggi incipiente (ma secondo stime ufficiali sarebbe già arrivata al 34%), di diffondere l'impiego di varietà di riso ad alto rendimento, di stabilire un sistema di irrigazione efficace. Tuttavia questo non basta ad assicurare l'autosufficienza alimentare del Vietnam. Solo 9 milioni di ettari sono le superfici coltivabili, la messa a coltura di nuove terre non supera il 3 per cento all'anno, e ogni aumento della produzione è immediatamente assorbito da quello della popolazione, che si accresce al tasso del 2,6 per cento all'anno; ciò vuol dire che ogni anno la popolazione attiva vietnamita aumenta di un milione di persone e se oggi i vietnamiti sono 52 milioni, saranno 75 o 80 milioni tra 20 anni.
Il deficit alimentare, che raggiunge oggi i 4 milioni di tonnellate di viveri all'anno, è dunque il problema maggiore; per sopperirvi occorrerebbero competenze tecniche, sementi selezionate, concimi, pesticidi, una più accelerata meccanizzazione, tutte cose che in questo momento di difficoltà e di penuria o sono carenti o non sono possibili.
All'interno delle cooperative, però, le cose vanno bene. Qui i viveri non mancano e anche i redditi sono soddisfacenti. Oltre alla produzione collettiva, c'è quella che ogni famiglia trae da un pezzo di terra riservato al suo uso, di cui può vendere liberamente i prodotti e da cui ricava una buona parte — il 40 o 50 per cento — del suo reddito reale. Il cinque per cento della terra di ogni cooperativa è riservato a questo uso familiare, ma non è infrequente che altri accordi si facciano tra contadini e cooperative per lo sfruttamento individuale anche di altre terre appartenenti al patrimonio collettivo.
Le cooperative peraltro non sono solo strutture produttive, ma comunità di vita e di lavoro, dove tutti si conoscono, eleggono i propri rappresentanti, dove ci sono scuole per i bambini, unità sanitarie, luoghi di riunione, centri di discussioni politiche e di attività culturali. Tale socializzazione nelle campagne è molto importante in un paese ancora prevalentemente contadino, in cui il 60 per cento della popolazione è dedita all'agricoltura (trent'anni fa raggiungeva il 90 per cento) e dove la classe operaia rappresenta oggi, con tre milioni di lavoratori, solo il 13 per cento delle forze produttive del Paese.

L'impatto tra Nord e Sud: la riunificazione difficile.
Ma il grande problema, la grande domanda aperta sul Vietnam 1980, è quella sui modi in cui si è proceduto e si procede all'unificazione tra le due parti del paese, tra il nord austero e contadino, e il sud reduce dall'occupazione americana, dall'opulenza della società dei consumi coloniale, dalla corruzione del vecchio regime di Saigon. Il problema del Vietnam non è Hanoi, è Saigon, oggi città Ho-Chi-Minh.
E' stato giusto il processo seguito per l'unificazione economica, sociale e politica delle due parti del paese? O si sarebbe dovuto procedere in modo diverso? Non c'è stato, come si afferma in Occidente, un'accelerazione drammatica sia dell'unificazione, sia del passaggio a una società socialista nel Sud?
Dice il primo ministro Pham Van Dong: Non c'è stata alcuna accelerazione drammatica nella trasformazione socialista del Sud Vietnam; al contrario questa trasformazione è stata necessaria, tempestiva ed ha dato buoni risultati. Si ricorderà che cosa il neocolonialismo americano ci ha lasciato nel Sud Vietnam al momento della liberazione. Un'economia completamente dipendente dagli Stati Uniti una cultura subalterna, una società piena di piaghe, come disoccupazione, delinquenza, droga, vagabondaggio. Non era forse necessario trasformare quanto prima questa società? Se l'avessimo lasciata com'era, quali difficoltà avrebbe dovuto sopportare ancora la popolazione del Sud Vietnam?
Una testimonianza importante è quella di madame Binh, la leggendaria ministro degli esteri del governo rivoluzionario provvisorio (GNRP) del Sud Vietnam, e come tale una dei negoziatori degli accordi di Parigi del gennaio 1973. E' proprio il confronto con le speranze suscitate digli accordi di Parigi, che rende più drammatica l'attuale situazione del Vietnam del Sud: infatti gli accordi di Parigi prevedevano un processo graduale, per la riunificazione tra Nord e Sud, attraverso la formazione di un governo a tre componenti che, in prospettiva, avrebbe potuto garantire alla società del Sud, e a tutto il Vietnam, uno sviluppo di tipo democratico e pluralistico. Furono gli americani e il regime di Saigon a violare quegli accordi e a rifiutarne l'adempimento; ma una volta liberato il Sud, i vietnamiti non avrebbero potuto egualmente intraprendere una strada più « liberale » e gradualistica? Ci dice madame Binh, attualmente ministro dell'Educazione del Vietnam unificato, non senza prima dichiararsi «francamente delusa » per quella che giudica una certa presa di distanza dal Vietnam dei « compagni comunisti italiani »:
Nel corso della lotta, della nostra lotta contro l'aggressione americana come pure durante i negoziati, noi abbiamo sempre dichiarato che i nostri obiettivi principali erano: l'indipendenza nazionale e la riunificazione del Paese. Per noi questi due obiettivi erano legati molto strettamente, in quanto per avere un'indipendenza nazionale vera non si può essere divisi in due, come lo era il nostro Paese. Ora, negli accordi di Parigi, il punto fondamentale, sancito all'articolo uno, era il ritiro delle truppe americane e il nostro diritto all'indipendenza, alla riunificazione, al rispetto della nostra integrità territoriale. Noi pensavamo che questa era la cosa fondamentale.
Il resto era una questione tra vietnamiti; il popolo avrebbe saputo scegliere il regime che gli sarebbe convenuto e i dirigenti più degni per guidare il Paese. Per questo, in quel momento, in base al rapporto di forza, abbiamo pensato che potevamo passare per una fase di lotta politica, ed in questa ottica pensavamo ad un governo di coalizione; eravamo sicuri che saremmo stati noi a guadagnare la fiducia del popolo, perché noi siamo per il popolo, lavoriamo per il popolo, i nostri quadri erano molto diversi da quelli del regime di Saigon, e certamente avremmo avuto la vittoria.
Ma è proprio questo che essi temevamo; come tutti sanno, da parte degli Stati Uniti e del governo di Saigon l'obiettivo era di riuscire ad avere una tregua mediante l'accordo di Parigi, per poi annientarci; questo tanto per capire come stavano le cose. Da parte nostra noi ci sentivamo naturalmente in dovere di difendere l'accordo di Parigi che consideravamo una tappa vittoriosa all'attivo del nostro popolo. Bisogna dire che se alla fine abbiamo dovuto ingaggiare l'ultima battaglia, liberare con le armi non solo il Sud, ma anche Città-Ho-Chi-Minh, Saigon, è stato sì grazie alla nostra forza politica e militare ma anche a causa del comportamento dei nostri nemici, che hanno fatto degli errori di calcolo, errori che hanno giocato a nostro favore e ci hanno aiutato a vincere l'ultima battaglia. Questo per spiegare i motivi che hanno determinato le nostre scelte: ci siamo trovati di fronte ad una situazione di fatto alla quale dovevamo reagire, le condizioni ci erano favorevoli ed è per questo che abbiamo potuto riportare la vittoria.
Quanto all'unificazione tra i sistemi economici e sociali delle due parti del Paese, e all'opportunità di un certo gradualismo, ebbene è proprio questo che abbiamo fatto. Certo, il nostro obiettivo è costruire il socialismo in tutto il Paese, ma per il Sud, fin dall'inizio, pensammo che le tappe dovessero essere più graduali rispetto al Nord; ed anche adesso posso dire che la nostra politica è questa. Dal punto di vista economico, ad esempio, nel Nord abbiamo due settori: il settore dell'economia di Stato ed il settore dell'economia delle cooperative; sono questi i due settori principali, anche se naturalmente, benché in certi limiti, viene accettato pure il settore privato, individuale. Nel Sud invece l'economia è ancora articolata in cinque settori: esiste ancora la borghesia nazionale, con fabbriche e aziende che appartengono a dei borghesi nazionali; poi c'è un settore che è per metà dello Stato e per metà privato; abbiamo poi dato il via al settore dell'economia di Stato che è ancora ridotto, ed abbiamo anche avviato la prima tappa dell'economia cooperativa; e infine abbiamo le economie private individuali. Quindi come si vede, da questo punto di vista, abbiamo adottato misure più duttili al Sud che al Nord, e questo avviene in tutti i campi.
Ora si può discutere sul modo di assicurare la democrazia nel nostro Paese. Ma noi pensiamo che da noi c'è una vera democrazia; la prima forma di democrazia è assicurare la sicurezza del popolo. Essa continua ad essere minacciata non solo dai nostri nemici di ieri ma anche dai nostri nemici di oggi. Gli americani partendo non hanno portato con sé tutti i loro agenti così ci sono stati a Saigon attentati e sabotaggi. Poi abbiamo avuto il problema della minoranza cinese di Saigon, quasi un milione di persone; una parte e stata leale al nostro fianco, ma una parte si è schierata contro di noi. Poi e e stata la guerra con la Cambogia, il cui confine è a 80 chilometri da Saigon, e molti hanno temuto che la guerra potesse arrivare fino a Saigon, e anche oltre. Infine c'è stata la guerra con la Cina. A questo si sono aggiunte le difficoltà economiche; molta gente era abituata a una vita facile, non si è ancora abituata ad una vita di lavoro; francamente è così. Da qui sono nate le difficoltà, non dai nostri sforzi per edificare i socialismo, anche se tutto questo ha fatto si che una parte della popolazione non riesca ancora a comprendere il senso del socialismo; per loro il socialismo è qualcosa che piove dal cielo, per cui si deve essere felici subito. E allora di fronte a tutte le difficoltà della guerra ed a quelle di ordine economico, una parte della popolazione ha perso l'orientamento.
Se poi si parla di diritti umani, noi pensiamo che prima di tutto diritti umani è questo: rendere la dignità umana a quelli che non l'hanno o l'hanno perduta, o non hanno più speranza nella vita. Di qui il nostro lavoro per gli orfani, le prostitute, i drogati, gli analfabeti; in tre anni abbiamo sottratto all'analfabetismo 1.400.000 adulti e 700.000 bambini, dei 3 milioni e 600.000 analfabeti che c'erano nel Sud al momento della liberazione.
Anche questo è un modo per fare democrazia; per noi la concezione della democrazia ha certo un senso generale, ma poi ci sono le cose concrete, le condizioni concrete. E allora certo ci sono dei pretesti per attaccarci, o da coloro che non amano il socialismo, o da coloro che vogliono rivendicare e giustificare il loro atteggiamento di un tempo. Ma quello che voi vi attendevate è stato fatto, con saggezza tenendo conto dei nostri interessi, degli interessi degli altri popoli degli interessi della pace. E allora la nostra coscienza è tranquilla e andiamo avanti, anche se certo le difficoltà sono tante. In ogni caso la cosa più importante per noi è preservare la nostra indipendenza nazionale.

Sugli sviluppi del processo politico nel Sud abbiamo interrogato anche Nguyen Khac Vien.
Domanda. Avete degli errori da rimproverarvi sul modo in cui è stato condotto il processo di riunificazione tra il Nord e il Sud? Vi si accusa di aver « colonizzato » il Sud.
Risposta. Quando si parla di errori occorre vedere le cose sia sul piano della linea generale sia sul piano delle modalità concrete. Sul piano della linea generale riteniamo che non siano stati commessi errori. Siamo riusciti veramente a riunificare il Paese molto rapidamente, in primo luogo per far fronte al pericolo esterno, che è sempre molto incombente, e in secondo luogo per affrontare la ricostruzione. Si immagini un Paese con due governi di fronte all'aggressione cinese, di fronte alla minaccia di Pol Pot; si immagini due ministeri dell'agricoltura che devono mettersi d'accordo per una scelta comune, per mettere in comune le risorse.

In certi settori si è proceduto con troppa rapidità nella fusione tra la società del Nord e quella del Sud. Ma la linea generale viene rivendicata come giusta.
D. Questo nessuno lo contesta. Il problema è piuttosto quello della rapidità detta fusione dei due modelli sociali.
R. In questo caso bisogna distinguere tra settore e settore. Per esempio in campo politico il varo di un governo unificato, di un'amministrazione unificata è stata una cosa molto rapida, avvenuta sulla base di un consenso politico; se non ci fosse stato un consenso politico la cosa non sarebbe stata possibile. In campo economico, per fare un altro esempio, l'unificazione della moneta è stata realizzata tre anni dopo la liberazione, mentre rapida è stata l'unificazione dei programmi d'insegnamento. Insomma dipende da settore a settore: l'unificazione può essere stata più rapida in uno e più lenta in un altro. In campo commerciale, il commercio estero è stato nazionalizzato così come lo sono state le grandi aziende capitalistiche. Nel commercio interno invece, le aziende piccole e medie non sono nazionalizzate; quindi qui non c'è ancora un'unificazione. In agricoltura ci sono ancora molti esempi di iniziativa individuale; solo una parte degli agricoltori sono entrati nelle cooperative, ma ci sono stati luoghi e momenti in cui si è voluto andare troppo rapidamente. Ecco, sono stati compiuti errori per quanto riguarda le modalità di realizzazione dell'unificazione, i suoi tempi. A volte si è voluto procedere troppo in fretta. Nel 1979 il Comitato Centrale del partito comunista ha riconosciuto questi errori, li ha analizzati, e ha emanato la cosiddetta Sesta Risoluzione del Partito per por fine, per correggere questi errori.
D. Per esempio il cambio della moneta non ha dato luogo a traumi individuali? Si è anche parlato di suicidi. Era un'operazione che doveva essere fatta in quel modo o si poteva procedere diversamente?
R. Non era possibile lasciare irrisolto il problema della moneta per troppo tempo: non è possibile usare due monete diverse nello stesso Paese; ne soffrono, tra l'altro, anche i rapporti Nord-Sud. Prima del 1978, ogni volta che andavo a Città-Ho-Chi-Minh ero costretto ad andare in banca a cambiare i miei soldi; e poi ci sono i parenti, gli amici, non solo il commercio; e senza un'unica moneta non è possibile andare avanti. Bisogna unificare la moneta perché è anche un mezzo per ostacolare la speculazione, l'accaparramento e cose del genere.
D. Non si è trattato però solamente di un cambio tecnico della moneta, si trattava anche di abolire certi capitali.
R. Era un mezzo per far venire alla luce certi capitali illegali. Se siete titolari di un'azienda e disponete di capitali li potete depositare legalmente in banca, ma se avete fatto del mercato nero e avete dei milioni che non siete in grado di giustificare, è difficile poterli versare in banca. Sulla questione del cambio della moneta abbiamo interpellato anche l'economista Nguyen Xuan Oanh, ex vice-premier del vecchio regime ai tempi di Cao Ky, ex governatore della Banca centrale vietnamita ed oggi membro del « Fronte della Patria » di Città Ho-Chi-Minh. Gli abbiamo chiesto se il modo in cui si è proceduto al cambio della moneta era giusto, dal suo punto di vista di ex governatore della Banca centrale, e quali sono state le sue conseguenze. Ha risposto il prof. Oanh: Bisogna dire che era giustificato sul piano politico e sociale. Dal punto di vista tecnico, credo che si è trattato di una misura che è stata forzata dalle circostanze, poiché prima di procedere a una riforma monetaria, è necessaria molta preparazione; bisogna fare gli inventari, che noi non abbiamo fatto; bisogna fare una specie di riforma sociale e, soprattutto, dell'ordine economico del Paese che noi non abbiamo fatto. Dunque posso dire in una parola che la riforma monetaria è stata forzata dalle condizioni sociali e, forse, politiche.
Le conseguenze sono state che noi abbiamo rallentato il tasso di crescita dell'economia. Abbiamo perduto un'organizzazione di produttori e l'abbiamo sostituita con una nuova organizzazione che non è stata rodata come si doveva. Ora, in qualsiasi cambiamento c'è sempre un rallentamento; ma questo rallentamento, in questo momento, è stato corretto, è stato accelerato dalla risoluzione n. 6 del Comitato Centrale ed io credo che la produzione è ripresa a un ritmo molto più elevato. E contiamo nel futuro di poter raggiungere, almeno, il livello precedente.

Era possibile in Vietnam un modello di tipo democratico-occidentale? In realtà non si poteva scindere quel modello dal sistema coloniale da cui il Vietnam aveva dovuto liberarsi con le armi.
Riprendiamo ora il discorso con Nguyen Khac Vien, interlocutore ricorrente nella nostra indagine.
D. Per quanto riguarda i problemi delle libertà democratiche, della libertà di stampa, del pluralismo politico, ci si aspettava che al Sud ci si sarebbe rifatti ad un modello democratico costituzionale mentre il socialismo era già stato edificato o veniva edificato al Nord; come avete risolto il problema del rapporto tra le due vie?
R. Bisogna considerare anzitutto che c'è un consenso nazionale sui grandi obiettivi, che per noi sono l'indipendenza nazionale, e la nuova società edificata su basi socialiste. Nessuno pensa infatti di ricostruire il capitalismo. Qui non è come in Occidente, da noi il capitalismo non è altro che il colonialismo; è stata la borghesia imprenditoriale che si è messa al servizio del colonialismo, ed è stata una piccola borghesia impotente, completamente impotente di fronte alle multinazionali e agli imperialisti. Quindi mantenere il capitalismo in Vietnam significa di fatto, tornare a perdere l'indipendenza nazionale. Perciò è sotto un'altra forma che occorre concepire il pluralismo da noi, e non sotto la forma di partiti che si oppongono gli uni agli altri come in Europa, dove c'è una borghesia dominante e poi c'è la classe operaia e altre classi i cui interessi divergono da quelli della borghesia. Pertanto il modello occidentale di democrazia parlamentare può andare bene per un
certo Paese in un determinato periodo storico, ma non è un modello universale necessariamente valido per noi.
D. Tuttavia in Occidente ci si aspettava qualcosa di diverso per quanto riguarda il processo democratico nel Vietnam del Sud.
R. E' un po' come qui da noi dove c'è chi critica i partiti comunisti europei perché non hanno preso il potere in un determinato momento. Evidentemente è difficile per degli stranieri capire la situazione sociale e storica di un paese in un certo momento. Noi riteniamo di aver scelto la via più razionale e più democratica possibile. Adottare invece in questo momento il modello occidentale significherebbe favorire il ritorno delle forze reazionarie, e perdere l'indipendenza. Sarebbe quindi una scelta antidemocratica. Sarebbe un po' come se in Europa, dopo la vittoria del 1945, al riparo della libertà democratica, si fosse autorizzato a rientrare nella legalità il partito fascista.

"Mantenere in Vietnam il capitalismo, che era la forma concreta del colonialismo, significa tornare a perdere l'indipendenza nazionale". Questa ci sembra la risposta più dirimente che hanno ricevuto le nostre domande sul processo politico interno vietnamita, dopo l'unificazione. Si conferma che la via adottata per costruire una società determina la futura forma politica della società stessa. I vietnamiti, contro le prospettive e le speranze accese dagli accordi di Parigi, hanno dovuto adottare la via rivoluzionaria e militare per portare a termine l'unificazione e l'indipendenza del paese; e questo ha determinato gli sviluppi successivi, ivi compresa l'impossibilità di adottare modelli di transizione di tipo democratico-occidentale; questa, al di là delle volenterose distinzioni di madame Binh su ciò che è « vera democrazia », è la ragione di fondo per la quale la strada della democrazia non è riuscita a diventare una prospettiva attendibile per il Vietnam.

Milioni di persone nel Sud hanno dovuto cambiare  abitudini di vita e livelli di reddito
Di fatto il passaggio dalla vecchia alla nuova situazione ha prodotto nella società del sud, e soprattutto a Città Ho-Chi-Minh, dei fortissimi traumi. Non mancano sopravvivenze delle antiche forme e abitudini di vita, il tennis, le motociclette con la benzina al mercato nero, gli usi di una grande città di impronta occidentale. Ma certo la maggior parte della popolazione si è trovata a dover cambiare modi di vita, status professionale, condizioni di lavoro. Le prostitute non hanno più potuto fare le prostitute; un milione di soldati e ufficiali di Van Thieu, hanno dovuto smettere di fare gli ufficiali e i soldati; lo stesso è avvenuto per migliaia di funzionari e burocrati; anche gli avvocati e i magistrati, per rompere la continuità con il vecchio regime, sono stati allontanati dall'avvocatura e dalla magistratura; i medici sono entrati nelle strutture pubbliche, ma hanno dovuto abbandonare l'esercizio privato, per il quale non ci sarebbero peraltro le medicine da prescrivere, perché le poche che ci sono, venute meno le forniture americane, sono distribuite dagli ospedali; alcuni professori hanno dovuto abbandonare l'insegnamento; i grandi commercianti o speculatori
hanno smesso commerci e traffici, dopo la nazionalizzazione del grande commercio, e inutilmente sono stati invitati a trasformarsi in imprenditori o dirigenti d'azienda, perché un commerciante non si improvvisa industriale.
Insieme al mutamento delle abitudini di vita, e di lavoro, c'è stata la grande caduta dei redditi monetari. Finite le rendite speculative e i profitti da capitale, finiti gli stipendi privilegiati di migliaia di dollari all'anno, e talvolta al mese, si sono generalizzati i redditi vietnamiti di 60 dong al mese, che a Saigon in certi casi di operai specializzati possono arrivare anche fino a 180 o 250 dong, ma sono pur sempre redditi equivalenti a pochi dollari al mese.
Certo sono rimaste ricchezze vaganti o nascoste, denaro ne circola più che al nord, la riforma monetaria non ha espropriato capitali non illegittimi, che possono essere usati però solo per scopi produttivi, controllati dallo Stato; ma la crisi economica provocata dalla fine della colonia e dal nuovo assetto politico si è ripercorsa severamente su tutti.
Ne chiediamo un bilancio al prof. Nguyén Xuan Oanh, l'economista sud-vietnamita già interpellato a proposito della riforma monetaria. Questa la sua risposta.
Dopo la guerra, dopo la liberazione, bisogna dire che abbiamo avuto molte difficoltà d'ordine economico. Tanto per cominciare, occorre dire che l'eredità della guerra grava in modo molto pesante sulla nostra società.
Abbiamo perso, d'un tratto, un miliardo di dollari di aiuti (americani) dall'estero; abbiamo, poi, tutta l'eredità lasciataci dalla guerra: una popolazione abituata a un livello di consumi abbastanza alto; gravi problemi sociali come quello delle prostitute, dei giovani che avevano adottato, in generale, atteggiamenti molto sregolati nella vita, e che bisogna, adesso, rieducare. Sul piano economico, abbiamo perso, quasi interamente, la fonte di materie prime che costituivano la base principale delle nostre industrie. Cito, per esempio, l'industria dei tessili. Qui noi abbiamo cinque o sei società tessili abbastanza grandi, tra le prime del Sud-est asiatico, ma dopo la cessazione degli aiuti americani, abbiamo perso tutte le fonti di materie prime. Il filato di cotone non arriva più, i pezzi semilavorati per la maggior parte delle nostre fabbriche di montaggio ci sono negati dall'estero; abbiamo anche perduto la fonte che ci veniva soprattutto dall'Europa come ad esempio per i prodotti farmaceutici. Avevamo anche una forte importazione dall'Italia, che ora è cessata: prodotti chimici, farmaceutici, macchine da scrivere, da calcolo, moto-scooter. Abbiamo anche perduto la fonte del petrolio che è il combustibile più importante del Paese. Nemmeno i prodotti chimici che abbiamo importato finora dall'America ci arrivano più, e così siamo obbligati a produrli sul posto. Tutto ciò si deve assommare alle difficoltà che sono state provocate dai tifoni, dalle inondazioni, che hanno colpito e distrutto circa un terzo del nostro raccolto.
Inoltre, abbiamo avuto il problema della disoccupazione che era abbastanza grave dopo la guerra, e che è stato risolto dal governo attuale. In questo momento penso che la disoccupazione vada scemando abbastanza rapidamente. Abbiamo istituito le nuove zone economiche, e questo ci ha un po' aiutato a distribuire meglio la popolazione. Abbiamo anche il problema dei mezzi di trasporto: per il parco camion, per le vetture di cui disponiamo, per le ferrovie, ci servono dei pezzi di ricambio... Aggiunto a tutto ciò, abbiamo avuto una guerra che è durata due anni con la Cambogia sul confine ovest e, l'anno scorso, con la Cina, al nord. Dunque, i problemi
sono grandi ma, in tutti i casi, bisogna dire che il retaggio della guerra, di trent'anni di guerra, ha veramente molto pesato sulla popolazione.

La scelta è stata tra i dollari della colonia e la ciotola di riso dell'indipendenza. Ma molti cinesi preferivano i dollari.
La gravita della situazione economica è il prezzo pagato dal Vietnam per la scelta politica che ha fatto di liberarsi dal colonialismo; la punizione del sistema e della potenza rifiutati è stata durissima, e i vietnamiti si sono trovati così a scegliere tra i dollari della colonia e la ciotola di riso dell'indipendenza. Il complesso della società vietnamita ha scelto quest'ultima; ma chi ha scelto i primi, non aveva ormai altra strada che quella di lasciare il Paese.
Chi ha soprattutto risentito del trapasso di società e del trauma economico che l'ha accompagnato, è stata la comunità degli ottocentomila cinesi di Saigon. Si tratta di una comunità molto compatta, con i suoi notabili, le sue gerarchie, e soprattutto con la sua aristocrazia di seimila famiglie della grande borghesia cinese concentrate nel quartiere centrale di Saigon-Cholon, dove possedevano 36 banche straniere, 62 teatri e cinema, 14 ospedali, centinaia di scuole, da dove controllavano l'esportazione, l'importazione e i trasporti e, con questa base materiale, praticamente dominavano tutta l'economia del sud. Questo non vuol dire che non ci fosse una grande quantità di cinesi poveri, che più facilmente si sono adattati alla nuova situazione, anzi ne hanno tratto beneficio entrando nelle cooperative di produzione che sono state istituite nel quartiere (camicerie, aziende artigianali ecc.), dove tra lavoro in sede e lavoro a domicilio si può arrivare a guadagnare fino a 3-400 dong al mese; ma se per i vietnamiti la conquista dell'indipendenza nazionale può motivare politicamente il sacrificio economico che essa ha comportato e comporta, per i cinesi benestanti o ricchi, ospiti del Vietnam ma non certo appassionati o gelosi della sua indipendenza, questa motivazione politica non sussiste, e dunque il bilancio si è chiuso per loro in pura perdita; in più è sopraggiunta la rottura tra Vietnam e Cina, e il timore, alimentato e ingigantito dagli agenti cinesi, di trovarsi presi tra due fuochi.

I profughi delle barche: tragedia più della povertà che dell'oppressione.
Sono stati così proprio i cinesi, ad alimentare il grande esodo, drammaticamente vissuto nella vicenda dei boat people, o della gente delle barche. Si calcola che mezzo milione di cino-vietnamiti se ne sono andati, di cui 100 mila in Cina, gli altri in vari paesi dell'Asia e in America. A loro, aperto il varco delle fughe, si sono aggiunti i vietnamiti che non hanno sopportato il cambio di vita, di reddito, e la durezza della crisi economica e della carenza alimentare, aggiungendo una nuova migrazione alle grandi migrazioni di questo secolo, tragedia più della povertà che dell'oppressione, dai 376.000 emigranti italiani che ripararono in America nel solo 1913, ai 126.400 profughi del Laos che secondo le Nazioni Unite si sono rifugiati quest'anno in Thailandia.
Dice Hoàng Tung, il direttore del Nhan Dan: II problema dei profughi non è nuovo per il Vietnam ed è in gran parte fomentato dall'esterno; anzi si potrebbe dire che, dalla sua origine, è stata una creazione malvagia prima dei francesi, poi degli americani e dei cinesi. Dopo la fine della guerra con la Francia nel 1954, la Francia e gli
Stati Uniti hanno fatto una grande campagna per indurre i cattolici del Nord Vietnam a trasferirsi nel Sud, dicendo che dove i comunisti vanno al potere aboliscono la religione e uccidono i cattolici. Così circa un milione di cattolici hanno abbandonato il Nord e sono andati nel Sud. La propaganda per convincere i cattolici alla migrazione, diceva che Cristo si era trasferito nel Sud, ma Cristo vive dappertutto, come sapete. Se dove i comunisti sono al potere Cristo abbandona il Paese, allora come potrebbe essere Papa un polacco?
Vent'anni dopo, prima della fine della guerra nel Sud, gli americani avevano predisposto piani per la evacuazione di un milione di persone, che avrebbero dovuto abbandonare il Paese prima della sconfitta; ma prima del 30 aprile 1975 riuscirono a farne uscire solo 150.000. Rimasero anche un milione di soldati di Thieu, rimasti legati agli Stati Uniti; molti di loro erano pronti ad abbandonare il Paese e a spingere altri a seguirli. C'è stata poi la questione degli hoa, i residenti cinesi, che la Cina ha spinto a lasciare il Vietnam; ne sono partiti infatti mezzo milione. Si dice che noi abbiamo incoraggiato o addirittura organizzato le fughe; ma noi abbiamo 3.200 chilometri di litorale e migliala di isole che è impossibile controllare; e ci sono decine di migliala di pescatori che dispongono di una barca; perciò è facile organizzare le partenze eludendo il controllo. In effetti sono stati i nemici a far ingigantire questo problema. Noi non vogliamo impedire la partenza di quelli che desiderano lasciare il Paese, ma per partire legalmente e con garanzie di sicurezza occorrono delle condizioni, occorre che ci sia un Paese disposto a ricevere i migranti e che siano
coperte le spese del viaggio.
Dice il primo ministro Pham Van Dong: Gli americani sono stati battuti, hanno dovuto andarsene dal Vietnam, però non si sono rassegnati alla loro sconfitta, e cercano in ogni modo di vendicarsi di noi. Perciò da una parte appoggiano la Cina nella sua aggressione contro il Vietnam, dall'altra si sono allineati con Pechino per esasperare il problema dei profughi, con lo scopo sia di creare difficoltà al Vietnam, sia di screditare il Vietnam nel mondo. Noi abbiamo punito gli agenti degli Stati Uniti e della Cina che hanno fomentato e organizzato le fughe illegali e nello stesso tempo, con spirito umanitario, abbiamo permesso a quanti vogliono espatriare per riunirsi con le loro famiglie o per altri giusti motivi, di partire legalmente ed in modo organizzato. Questo è un problema umanitario, e deve essere risolto con spirito di umanità.

Nonostante le difficoltà, a Città Ho-Chi-Minh il tenore di vita è più alto che al Nord.
Tuttavia nel Sudvietnam e a Città Ho-Chi-Minh il momento più duro sembra passato. La città vive una vita normale; la popolazione è di 3.300.000 abitanti, mentre era di 4 milioni col vecchio regime; il traffico non è solo di biciclette, come ad Hanoi; nei giardini si fa ginnastica al mattino e ci si addestra alle attività paramilitari; la criminalità, politica e comune, assai alta nei primi mesi dopo l'unificazione, quando era organizzata per bande dagli stessi ex ufficiali di Thieu, è ritornata a livelli normali, pur se sussiste un problema di criminalità e prostituzione giovanile. Nei mercati i prodotti sono vari e abbondanti, e l'animazione è vivissima, soprattutto nel settore del commercio privato, affollato anche di contadini che portano i prodotti dalla campagna. In tale settore gli stessi prodotti razionati, offerti a prezzi fìssi dallo Stato, si possono comprare al mercato libero a prezzi più alti. Per esempio lo zucchero, che costa 2, 3 dong al chilo per la quota assegnata a ciascuno, si compra a 17 dong sul mercato libero. Lo stesso avviene per il riso, le stoffe ed ogni altra cosa. Il settore dei banchi di Stato, che convive con quello privato, offre minori prodotti, e appare silenzioso e austero, privo dell'animazione e della fantasia del settore libero.
Saigon ha dovuto affrontare al momento della liberazione problemi colossali. C'erano 800 mila orfani, decine di migliaia di drogati, un milione di disoccupati, milioni di analfabeti. Ora i disoccupati sono 200 mila, molta gente è tornata ai villaggi, nuove iniziative economiche sono sorte, molte a base cooperativa e artigianale; per eliminare l'analfabetismo c'è stata una grande mobilitazione di quadri; tutti i bambini, come già al Nord, sono stati integrati nel sistema scolastico; e bisogna pensare che i bambini rappresentano oggi il 48,2% di tutta la popolazione del Vietnam.
Sono state istituite anche scuole professionali i cui allievi ricevono un salario minimo di Stato di 18 dong al mese.
Uno sfogo per l'assorbimento della disoccupazione e del sovraffollamento cittadino, è stato rappresentato dalle nuove zone economiche, che non sono altro che impianti e aziende agricole per la riconversione dell'agricoltura, e per la messa a coltura di nuove terre. Tra il '76 e il '78, più di un milione di persone si sarebbero installate nelle zone, e avrebbero dissodato 500 mila ettari di terreno; nelle zone più prossime a Ho-Chi-Minh Ville, gli ettari dissodati sono stati 20 mila, spesso con rischi molto gravi, perché le terre coincidono con le « zone di libero fuoco », dove i B52 americani scaricavano le bombe prima di tornare alle basi.
Sono state trovate 500 mila mine e bombe e 200 persone sono morte per l'esplosione dei residuati bellici, mentre lavoravano la terra.

Gli interventi a favore delle vittime della vecchia società: gli orfani, la riabilitazione dei drogati.
Un grande sforzo è stato fatto per gli orfani, per i drogati, per le ex prostitute, per tutti i disadattati o i sinistrati della vecchia società.
Abbiamo visitato uno dei sei orfanotrofi di Città Ho-Chi-Minh; si chiama la « casa dei giovani germogli »; vi sono ospitati 447 bambini, dai 5 ai 15 anni; 50 sono orfani di ufficiali o soldati dell'esercito di Thieu, molti sono figli di americani, 59 sono meticci, nati dall'unione di americani — bianchi e negri — di cambogiani, di cinesi, con donne vietnamite. C'è pure una bimba cambogiana, che ha perso tutta la famiglia nei massacri di Pol Pot, anticipazione di quanto troveremo in Cambogia.
I bambini studiano in 5 classi; i più grandicelli frequentano le scuole della città. Tra le 50 insegnanti e assistenti, ci sono 13 suore cattoliche. Oltre alle attività di studio, si abituano i bambini al lavoro; intrecciano vimini, lavorano il legno, fanno vestiti, lavori di artigianale, musica, sport. Molti bambini vengono dati in adozione a famiglie vietnamite; a tutti si prepara un inserimento nel lavoro e nella vita.
Altre istituzioni caratteristiche dell'attuale società sud vietnamita sono i centri per la rieducazione dei drogati. Abbiamo visitato il maggiore della città, fondato nel novembre del 1975, in un complesso edilizio che era stato costruito dai Redentoristi, per i poliomielitici, e che non fece in tempo ad essere inaugurato, prima che sopraggiungesse la caduta di Saigon. I Redentoristi l'abbandonarono e partirono, e le nuove autorità ne mantennero la destinazione sociale, riservandolo al riadattamento dei giovani intossicati; la cappella serve ora come luogo di riunione e terapia.
Alla partenza degli americani, i drogati erano 150 mila. Di questi, ne sono stati individuati e trovati 50 mila; l'85% sono stati riadattati e curati; solo nel centro da noi visitato erano passati, alla fine del 1979, 7833 giovani. L'accesso alla scuola è volontario; in genere sono le famiglie che inducono i ragazzi ad andarvi, spesso sono gli stessi giovani che hanno subito il trattamento che, una volta usciti, stimolano e incoraggiano i loro amici, ancora vittime della droga, ad andare a curarsi.
Il metodo usato per interrompere la dipendenza dalla droga, non è come quello adottato in Europa, della disassuefazione graduale e lenta. Invece si preferisce affrontare un periodo rapido e duro, operando un taglio netto e improvviso nell'assunzione della droga. Ma la crisi che ne consegue viene affrontata e sorretta con tutta una serie di aiuti, atti a lenire il dolore e ad attrezzare fisicamente e psicologicamente i soggetti a resistere. Anzitutto c'è l'assistenza e la vicinanza dei giovani che hanno già attraversato e superato questa esperienza, che incoraggiano ad aver fiducia e ad affrontare la prova. Poi ci si prepara all'ora presumibile della crisi, con sedute di agopuntura, docce e bagni freddi, massaggi, e particolari e studiate figure di esercizi sportivi. Inoltre vengono usate medicine ed erbe della farmacopea tradizionale vietnamita.
Spesso lo shock della privazione improvvisa della droga si accompagna a vomito, dolore, emorragie, diarrea, sentimenti di paura, tentazioni di suicidio; ma nel giro di tre o quattro settimane il periodo critico, che è quello iniziale, si esaurisce. Subentra allora il secondo periodo, di qualche settimana, che è quello della socializzazione, dello studio, delle attività collettive, del lavoro, dell'intaglio del legno, della produzione artigianale, dell'apprendimento di un mestiere. Infine il terzo periodo della restituzione alla vita, dell'inserimento in una fabbrica o in un'azienda agricola, con qualche assistenza che ancora viene prestata dalla scuola.

I « campi di rieducazione »
Un caso tutto diverso di riadattamento, è quello degli ufficiali, dei funzionar!, dei poliziotti del vecchio regime, internati nei cosiddetti campi di rieducazione. Si parla di 60 mila persone, che sono passate nei campi, ma alcuni danno cifre assai più alte. Molti sono già usciti, sia per buona condotta, sia perché la loro liberazione è stata sollecitata dalle famiglie, che in qualche modo si sono fatte garanti della loro lealtà di fronte al nuovo potere. Attualmente ancora 20 mila persone sarebbero nei campi; il rischio è sopratutto, per chi sia solo e senza famiglia, senza nessuno che ne solleciti il ritorno, di essere dimenticato, e di restare nei campi più del dovuto. Su questa realtà non possiamo portare una testimonianza diretta, perché non abbiamo potuto visitare i campi, ma naturalmente ne abbiamo parlato con vari esponenti vietnamiti, ed abbiamo incontrato diverse persone che sono passate attraverso questa prova.
Una difesa, invero più politica che giuridica, dei campi di rieducazione, ci viene fatta dal presidente dell'Unione dei Giuristi vietnamiti, Pham Anh.
Nei confronti dei funzionari, dei militari, che hanno compiuto dei crimini nel Vietnam del Sud, sotto il regime americano, noi abbiamo adottato una misura del tutto particolare dal punto di vista giuridico. In Occidente, dopo la disfatta dei fascisti tedeschi, nei riguardi dei collaborazionisti — per esempio in Francia — c'è stato il castigo; spesso è stata irrogata la pena di morte nei confronti degli ex collaborazionisti criminali di guerra. Questa era l'applicazione della legge, in Occidente. Da noi, non abbiamo applicato questo metodo. Quanti hanno commesso crimini contro il nostro popolo, al Sud, si erano trovati in una situazione tutta speciale. Dal punto di vista politico, bisognava trattarli in modo speciale. Noi siamo per la riunificazione nazionale, non solo con coloro che erano con noi, ma anche con coloro che erano contro di noi. Alcuni che hanno collaborato, senza commettere crimini specifici, anche se erano esponenti del vecchio regime, li abbiamo lasciati liberi. Ci sono dei generali, degli ex membri del governo che sono in questa situazione; alcuni fanno da consiglieri in diverse questioni, o sono entrati nel « Fronte della patria ». Quanto a quelli che hanno commesso i peggiori crimini, invece di giudicarli, di far loro il processo, abbiamo ritenuto che si trattasse piuttosto di riabilitarli, di adattarli alla nuova vita, attraverso il lavoro, attraverso un sistema di rieducazione. In Occidente chiamate questo « indottrinamento ». Ma noi contiamo che in ogni persona si possa sempre riaccendere una scintilla di patriottismo.
Anche loro sono dei « capitali » che bisogna cercare di recuperare. Sarebbe stato molto facile giudicarli davanti a un tribunale, condannarli, rispettando scrupolosamente ogni procedura formale: difesa, contraddittorio ecc. Ma noi abbiamo pensato che si dovesse trattare la malattia non in modo formale, ma in modo fondamentale.
Uno dei reduci dai campi di rieducazione che abbiamo incontrato è l'ex capitano della polizia del regime di Saigon, Huynh Van Xien. Lavorava nella polizia da 26 anni, fino a diventare ufficiale, senza raggiungere però posizioni di particolare rilievo. E' stato assistente del responsabile dell'ufficio di ordine e sicurezza, e incaricato dell'ordine di un quartiere di Saigon. Ci dichiara che la sua prima reazione, alla caduta della città, è stata di una grande paura, dato che si trovava nella doppia condizione di essere un cattolico e di aver lavorato nella polizia, e temeva i comunisti in quanto atei e rivoluzionari. Quando, dopo 4 anni e 7 mesi passati nei campi di rieducazione è ritornato a Saigon, ha visto con sorpresa le chiese aperte, la fede praticata, le scuole cattoliche ancora in funzione. E' passato attraverso vari campi; non sa dire la ragione dei trasferimenti; non ha mai vissuto più di un anno nello stesso campo. La vita nei campi gli è parsa accettabile; l'atteggiamento dei custodi era cordiale verso i prigionieri.
Un'altra testimonianza che abbiamo potuto raccogliere è quella di Pham Thanh Quoi, maggiore dell'aeronautica del regime di Saigon. Ero maggiore della squadriglia di elicotteri addetti all'evacuazione dei feriti della zona IV di Can-Tho. Dopo la liberazione, il governo mi ha destinato alla rieducazione e dopo cinque giorni dalla liberazione mi sono presentato al campo di Can-Tho dove sono stato un anno. Lì, ho seguito dieci lezioni sulla politica del governo socialista del Sud in quel periodo, sul socialismo, su che cos'è l'imperialismo, sul capitalismo e sui nemici del Vietnam, in particolare sull'imperialismo americano. Dopo un anno di rieducazione a Can-Tho, sono stato mandato nel Nord Vietnam a 50 chilometri da Yen-Bay. Anche lì sono rimasto un anno. In seguito siamo stati mandati a Lao-Ray, in un posto distante 35 chilometri da Lai-Chau. Lì, ho vissuto 8 mesi. Quando la Cina ha attaccato alla frontiera, il mio campo è stato trasferito a Thanh-Hoa, dove abbiamo vissuto due anni. A quel momento il governo ha esaminato di nuovo il nostro caso e così mi è stato permesso di raggiungere la mia famiglia. Durante il iperiodo di rieducazione, ho constatato che le autorità si preoccupavano delle nostre condizioni di vita, del cibo ecc., nonostante la situazione generale di grande penuria dopo un periodo di guerra così lungo. Noi abbiamo comunque capito queste difficoltà. E ci siamo sforzati di studiare bene, di lavorare e di assimilare quanto ci veniva detto, per poter presto tornare in famiglia.
Negli sviluppi del processo politico interno rimesso in movimento nel Sud dalla liberazione e dalla riunifìcazione del Paese, due sono gli elementi rilevanti ancora da notare. Il primo è la scelta operata dalla ex terza forza, e anche da esponenti del vecchio regime, che sono confluiti nel « fronte della patria » e nelle organizzazioni di massa collegate col partito comunista. Il secondo elemento è la scelta di lealismo nei confronti del nuovo regime, operata dalle confessioni religiose, in particolare dalla Chiesa cattolica sudvietnamita e dalla Congregazione buddista.

La scelta della ex « terza forza ». I suoi esponenti sono entrati nei movimenti di massa rinunziando ad una organizzazione autonoma.
Di queste due vicende, la meno convincente è quella riguardante la terza forza. Perché si è dispersa, perché ha rinunziato o non ha potuto continuare a svolgere un ruolo distinto, perché non ha mantenuto una propria autonomia politica pur nell'alleanza col partito comunista e nella lealtà al governo del Paese? La risposta, a nostro parere, è da cercarsi in quanto già abbiamo detto sulle condizioni che hanno impedito l'avvio di un processo democratico-costituzionale nel Sud a causa del modo, rivoluzionario e militare, in cui i vietnamiti sono stati costretti, dalla cecità americana e dalla caparbietà di Van Thieu, a portare a compimento la loro lotta per la riunificazione e l'indipendenza. Meno esaurienti e persuasive ci sembrano invece le ragioni addotte da una dei più prestigiosi leader della ex terza forza, la signora Ngo Ba Thanh, più volte imprigionata nelle carceri di Thieu ed ora deputata all'Assemblea nazionale e vice-presidente dell'Unione delle Donne vietnamite, in questa conversazione che abbiamo avuto con lei nella sede del « fronte della patria » di Ho-Chi-Minh ville.
D. Madame Ngo Ba Thanh, dov'è finita la terza forza?
R. Cosa ne è della terza forza? Noi della terza forza siamo un po' dovunque. Siamo cittadini uguali e responsabili degli affari del Paese oggi come ieri. La lotta che conduciamo però è differente: noi oggi ci impegniamo a costruire un Vietnam socialista, ma dobbiamo anche aiutare il partito comunista e i dirigenti politici a capire l'Occidente, e contribuire al buon andamento della nostra strategia di politica estera che consiste nel perseguimento della pace e della coesistenza pacifica.
Noi della terza forza, che siamo formati alla maniera occidentale, rivestiamo un ruolo che io giudico molto positivo e che credo sia giustamente apprezzato. E' in questo senso che posso dichiararvi con soddisfazione che la terza forza ha ormai portato a termine la sua missione storica, si è dissolta per poi rientrare, in forma non più compatta, nelle file della nostra nazione.
D. Ma esiste o no una differenza fra la terza forza ed i comunisti?
R. Sì, nel senso che noi della terza forza non siamo mèmbri del partito. Tuttavia, il programma del partito comunista, la sua realizzazione, tutto quello che in generale interessa il Paese ci riguarda direttamente come riguarda qualsiasi cittadino vietnamita. In questo senso noi ed il partito comunista siamo complementari l'uno all'altro. Entrambi abbiamo la nostra storia, la nostra esperienza individuale, una formazione che proviene da due diverse parti. Ecco perché ci completiamo l'un l'altro per fare del Vietnam socialista un Paese non soltanto desideroso, ma capace di vivere e cooperare con tutti i Paesi aventi strutture sociali e sistemi politici differenti: dai Paesi socialisti, a quelli del terzo mondo, a quelli capitalisti. Naturalmente questo non sarà facile: bisognerà convincere sia gli uni che gli altri, ma noi siamo pazienti.
D. Dunque voi, in quanto terza forza, non avete mantenuto la vostra autonomia?
R. No, abbiamo disciolto in piena coscienza e responsabilità la nostra terza forza subito dopo la liberazione per riunirci al Fronte del Sud e partecipare alla riunificazione nazionale. Abbiamo voluto ricongiungerci a tutta la comunità nazionale, perché vogliamo un Vietnam unificato, vogliamo essere cittadini a pieno diritto ed avere la parola non solamente in seno ad un piccolo gruppo, ma davanti a tutta la nazione sulle questioni che interessano i vietnamiti di Ho-Chi-Min ville, di Hanoi e su tutte le questioni di politica nazionale ed internazionale.
D. Cosa mi può dire della vecchia organizzazione delle donne per il diritto alla vita?
R. La stessa cosa. Si trattava di un'organizzazione che faceva parte della terza forza. Immediatamente dopo la liberazione abbiamo considerato compiuta la nostra missione e ci siamo riunite all'Unione delle donne sudvietnamite. Io ne sono divenuta una delle vicepresidenti e, in seguito alla riunificazione, siamo entrate a far parte dell'Unione Nazionale delle Donne Vietnamite di cui sono ancora attualmente la vicepresidente e che rappresenta proprio la terza forza, rappresenta tutte coloro che hanno combattuto non già in seno al partito comunista, ma ingaggiando una lotta politica non armata nell'ambito del sistema neocolonialista americano. Come tali abbiamo potuto contribuire in modo positivo, la nostra collaborazione è stata apprezzata, la nostra esperienza lo è ogni giorno di più. Noi costruiamo un Vietnam pacifico ed io personalmente sono fiera di rappresentare le donne intellettuali del Vietnam che sono state formate in Occidente.
D. Questa scelta l'avete fatta dopo la liberazione o si tratta di una decisione presa già prima?
R. Devo dire che nella lotta che abbiamo condotto per trent'anni a fianco del popolo vietnamita, abbiamo sempre saputo che bisognava arrivare fino in fondo, cioè all'indipendenza nazionale, alla riunificazione; ma bisognava arrivarci per gradi, avevamo tattiche differenti. Nell'area di Saigon, per esempio, non potevo certo fare una lotta armata, dovevo condurre una lotta politica, pacifica, e non potevo nemmeno raggiungere il Fronte perché non avrei più potuto rivestire il mio ruolo qui.
D. Lei ha parlato di tattiche, ma in Occidente si pensava che le differenze fra. il movimento comunista e la terza forza fossero qualcosa di più che differenze di ordine tattico.
R. Parlo di tattiche in questo senso: avevamo un dato obiettivo da raggiungere ad un determinato momento. In quel momento, a quell'epoca, non avrebbe avuto senso dire: « costruiamo il socialismo ». Nello stesso modo, adesso, se noi continuassimo ad essere quelli che eravamo, saremmo superati e quindi eliminati. Il nostro obiettivo invece è di partecipare alla storia.
D. Perché eliminati?
R. Eliminati perché dopo la liberazione del Vietnam del Sud, tutto il Vietnam è stato riunito sotto la leadership del partito comunista vietnamita. Sarebbe a quel punto stato ingenuo voler sussistere come forza diversa. Abbiamo dunque accettato la direzione del partito e la gestione del nuovo governo, ma nel rispetto dei diritti della collettività vietnamita. Saremo completamente d'accordo con il partito comunista fintanto che questo dimostrerà di governare nell'interesse generale di tutta la popolazione vietnamita, nell'interesse, dunque, anche di quelli che non fanno parte del partito e soprattutto di seguire una politica interna improntata alla concordia ed alla riconciliazione ed una politica estera mirante alla coesistenza pacifica.
D. Esiste una parte della vecchia terza forza che non condivide questa linea?
R. Parlando della terza forza bisognerebbe aggiungere che non si trattava di un'organizzazione veramente ben strutturata. All'epoca, anzi, era più che altro un fronte che cercavamo di rendere il più vasto possibile per isolare Thieu, per isolare quelli che stavano dalla parte degli americani e radunare quante più persone possibile, naturalmente gente che andava dall'estrema destra all'estrema sinistra. E' ovvio che non c'era nella nostra organizzazione un impegno politico che andasse al di là della nostra missione, dei nostri obiettivi di allora. Quello che noi volevamo era la partenza degli americani, la riunificazione ed il diritto dei vietnamiti di decidere
dell'avvenire del Paese senza interferenze da parte di altri. Raggiunti questi scopi, ognuno avrebbe ripreso la sua libertà, avrebbe potuto fare le sue scelte, seguire le sue tendenze personali. Così noi oggi ci riuniamo alle organizzazioni popolari. Il nostro non era un partito politico, i suoi componenti non andavano affatto d'accordo l'uno con l'altro...
D. E quelli che non condividono questa linea, oggi hanno oppure no un ruolo politico?
R. Bisogna dire la verità, all'interno della nostra cosiddetta terza forza c'erano proprio persone di tutti i generi. Anche gente della CIA o della polizia. Molti di questi, di loro spontanea volontà, si ricongiungono ora alle varie organizzazioni ed a tutti è riservato un pari trattamento. Giorno dopo giorno si vede che tutti quelli che sono capaci e dotati di buona volontà sono i benvenuti ed i nostri leader, compagni di partito, sono ben felici di accoglierci, perché noi siamo portatori di un'esperienza che essi non hanno. In questa fase di ricostruzione, il Vietnam ha tutto l'interesse ad avere amici dappertutto e comunque sempre meno nemici ed un numero
sempre maggiore di amici.
Questa politica di concordia nazionale deve riflettersi all'esterno in una politica di apertura quanto più ampia possibile con tutti i Paesi del mondo. Se questo scopo non è ancora stato pienamente raggiunto, non è per colpa nostra: la carta cinese, la malafede di Washington, che tutto ha fatto meno che rispettare gli accordi di Parigi.... Ma la nostra volontà resta la stessa. Vogliamo a tutti i costi vivere in pace, cooperare, avere amici. Tanto più che ora siamo perfettamente nelle condizioni di tener testa ad un dialogo con i nostri vecchi amici, con quelli che sono stati i nostri maestri ed i nostri colleghi un po' dovunque nel mondo. Credo che per loro sia ugualmente necessario avere qui gente che li capisca, che parli la stessa lingua, che abbia la stessa formazione culturale. Se veramente ci fosse della buona volontà, questa non potrebbe che andare a vantaggio di tutti.

Per i buddisti è cambiato qualcosa: chi non lavora non mangia. Ma essi non hanno obiezioni nei riguardi dell'attuale regime.
Come hanno affrontato le confessioni religiose il brusco trapasso politico? La pagoda di An Quang dove incontriamo i leader buddisti, è stata uno dei centri più vivi dell'opposizione al vecchio regime; di qui uscirono i primi bonzi che si bruciarono vivi per le strade di Saigon per protestare contro l'oppressione e l'invasione straniera. E' chiaro perciò che i bonzi hanno raccolto con favore la nuova situazione. Tuttavia difficoltà non sono mancate: alcuni buddisti temevano nei comunisti i persecutori della religione, e alcuni dei nuovi funzionar! venuti dalla guerriglia pensavano ai buddisti come a dei reazionari e collaboratori del vecchio regime.
I problemi sono stati presto superati, benché qualcosa sia cambiato anche per i bonzi. In primo luogo, ora tutti devono lavorare, se vogliono mangiare, e lo fanno fuori delle pagode, come tutti gli altri; non ci sono più i buddisti ricchi che prima finanziavano le pagode. Ne si va più in giro per la questua, che per i bonzi non era solo una richiesta di elemosina, ma una forma di ascesi; alla questua si è sostituito il lavoro, e per questo si vedono oggi meno bonzi per le strade di Saigon. Salve le attività di insegnamento e di culto, diminuite sono le attività esterne e pubbliche, così c'è più tempo per studiare, per tradurre in vietnamita i libri buddisti, e c'è come una interiorizzazione e una concentrazione del buddismo su se stesso, che si rialimenta alle sue fonti e torna alle sue origini.
Rivolgiamo alcune domande al venerabile Thic Tri Thu, presidente del Consiglio della Congregazione buddista unificata.
D. Venerabile Thich-Tri-Thu, cosa significa per voi questa esperienza nuova di essere buddisti in una società in cui si costruisce il socialismo?
R. Il socialismo auspica di portare ad ogni uomo la felicità. Questo è anche il desiderio del buddismo. Davanti a questa intenzione del socialismo, il buddismo non può che concordare, e non trova nessuna obiezione.
D. Avete trovato delle difficoltà per adattarvi al nuovo regime? In che cosa la vostra vita è cambiata?
R. Con un regime quale quello che abbiamo adesso, il buddismo non trova nessuna obiezione, se questo regime applica quello che il socialismo auspica di fare. Per quello che riguarda i buddisti, essi auspicano la felicità dell'umanità. Dunque, chiunque sarà d'accordo con questo scopo, con questo ideale, avrà l'appoggio del buddismo. Non vediamo nessuna obiezione.
D. Da questa pagoda, è partito uno dei più grandi movimenti di opposizione al vecchio regime. Quelle speranze per cui allora si combatteva, sono adesso adempiute?
R. La dottrina buddista è fedele ai suoi princìpi e alla storia, cioè essa deve accordarsi sia alla verità che alle circostanze del presente. Dunque la religione buddista sempre conserva la verità sua, da una parte mantenendo intatta la dottrina insegnata da Buddha, dall'altra cercando sempre di adattarsi alle circostanze, per poter essere utile a tutti. In verità, la religione buddista, in qualsiasi periodo, può adattarsi e accordarsi con la vita; dunque non c'è nessun problema.
E' vero che questa pagoda è stata il centro della lotta contro i vecchi regimi; ora si è cercato di vivere d'accordo con il nuovo regime. Noi eravamo dei religiosi, ma nel contempo cittadini di questo Paese; e quando il Paese era aggredito, e l'aggressore asserviva il nostro popolo, la religione buddista non poteva vivere sopportando questo asservimento. Per questo, occorreva combattere accanto al popolo per opporsi allo straniero. Adesso è cessata l'aggressione, la religione torna a occuparsi delle sue attività religiose, e fa in modo di adattarsi alle circostanze attuali per il bene del popolo, della società. Questo è lo scopo della religione buddista. Il buddismo sempre vive pacificamente, nella gioia.

La scelta pastorale della Chiesa sud-vietnamita. Collabora coi comunisti, si sente più libera perché ha meno denaro e non ha più potere. Una conferma da Roma.
Un processo analogo è avvenuto nella Chiesa cattolica sudvietnamita, guidata dall'arcivescovo di Saigon Monsignor Van Binh.
La libertà di religione e di culto è assicurata, sta scritta nella Costituzione, ma è chiaro che la condizione della Chiesa nel Sud Vietnam non è più quella di potere e di ricchezza di un tempo, delle grandi opere di supplenza, della integrazione col potere politico. E' venuto il tempo della Chiesa povera e di testimonianza; e si è dovuti passare attraverso una vera rivoluzione culturale, o forse una conversione.
Il grande ispiratore della nuova linea pastorale della Chiesa sud vietnamita è stato l'arcivescovo Mons. Nguyen Van Binh, che così ha risposto alle nostre domande, a Saigon.
Prima di tutto devo dire che in quel momento (alla caduta del vecchio regime e all'ingresso dei comunisti a Saigon, n.d.r.), noi avevamo molta paura. La nostra posizione era del tutto contro il regime comunista; c'era stata molta propaganda, che diceva che con i comunisti non ci sarebbe stata più la religione, che avrebbero perseguitato i cattolici ecc. Ma dopo ci siamo resi conto che i comunisti non erano così crudeli, ci siamo resi conto che essi erano i nazionalisti, che avevano tanto combattuto, che avevano fatto tanti sacrifici per l'indipendenza del nostro Paese; e noi vietnamiti cattolici abbiamo lo stesso amore della patria, e perciò ci incontriamo
su questo denominatore comune: la patria, l'amore della patria, il bene della patria. I comunisti, i socialisti, i pagani, i cattolici, tutti noi siamo figli del Paese del Vietnam. Nei primi anni, anche molti preti non capivano la mia posizione; altri preti invece la condividevano. Ma adesso questo malinteso che c'è stato tra noi diminuisce sempre di più.
Riguardo alle opere sociali, assistenziali, di educazione che la Chiesa aveva nel Sud Vietnam: prima la nostra presenza in queste opere era nella qualità di dirigenti; questa presenza nelle opere sociali continua anche adesso, ma più umilmente. Siamo soltanto, per usare un vocabolo caro alla Chiesa, i « servitori »: in queste opere sociali, educazionali, ecc. noi siamo presenti, come tutti gli altri, soltanto per servire e non per dirigere.
E' più o meno libera di prima la Chiesa sud-vietnamita? Nel senso che siamo liberi dal potere, dal denaro, siamo oggi molto più liberi. Adesso dobbiamo fare tutto il nostro sforzo per testimoniare il precetto di amore di Gesù Cristo. Cioè vogliamo mostrare il nostro amore verso tutti gli uomini, senza distinzione, siano cattolici, siano non cattolici, siano pagani, siano atei, comunisti, non fa niente: dobbiamo amare tutti quanti; e questo amore si dimostra non soltanto con le parole ma con gli atti; noi partecipiamo a tutte le opere ragionevoli fatte per la ricostruzione del nostro Paese.
Certo non tutti nella Chiesa, fuori del Vietnam, preti o vescovi, capiscono il nostro atteggiamento nel Vietnam, ma questo è normale, perché nel mondo non c'è mai una uniformità universale. Del resto noi seguiamo le direttive della Santa Sede, soprattutto a partire da Sua Santità Giovanni XXIII. Cerchiamo solo di vivere insieme con tutti quanti, anche con i comunisti atei, vogliamo vivere con loro; non c'è ragione di separarsi, vogliamo vivere, lavorare insieme per il bene del Paese. Certo, è un atteggiamento nuovo. Noi vogliamo il bene della patria, e vogliamo il bene della Chiesa. Non per questo noi diventiamo comunisti: siamo e restiamo sempre fedeli a Dio, alla Chiesa, al Sommo Pontefice.
Su queste basi, la Chiesa del Vietnam si è data la sua unità, la sua identità religiosa e pastorale. Riaprono i seminari, anche nel nord, e non mancano nè vocazioni, nè fedeli. Abbiamo ritrovato qualche giorno dopo Mons. Van Binh ad Hanoi, insieme al Cardinale Arcivescovo di Hanoi, Trinh Van Can, all'arcivescovo di Hué, Nguyen-Kim-Diem e ad altri vescovi. Per la prima volta, dal 1954, si riuniva la Conferenza Episcopale di tutti i vescovi del Vietnam. Alla conferenza, che si è svolta dal 24 aprile al 1° maggio, hanno partecipato 34 vescovi su 40; ne sono state definite le linee pastorali e la struttura, con un presidente, che è il Cardinale arcivescovo di Hanoi, e due vice presidenti, gli arcivescovi di città Ho-Chi-Minh e di Hué, che sono il centro delle altre due province ecclesiastiche del Vietnam.
La linea di mons. Van Binh è stata fatta propria dall'intera Conferenza episcopale vietnamita ed è oggi pertanto la linea di tutta la Chiesa cattolica del Vietnam. La Conferenza, a conclusione dei suoi lavori, ha indirizzato ai fedeli una lettera pastorale nella quale tra l'altro si afferma: « Essendo la Chiesa cattolica in seno alla nazione vietnamita, noi siamo determinati a legarci al destino del Paese, a seguire le tradizioni nazionali e ad integrarci nella vita attuale del Paese ». Pertanto, i fedeli sono invitati ad « apportare con tutto il popolo un contributo attivo alla difesa e all'edificazione della patria vietnamita, a edificare in seno alla Chiesa cattolica un modo di vita ed una espressione della fede in maniera conforme alle tradizioni nazionali. Per i cattolici l'amore della patria e l'amore verso i loro compatrioti sono non solo dei sentimenti naturali ma anche una esigenza del Vangelo, come è sempre stato raccomandato dal Concilio ».
Questa impostazione della Chiesa vietnamita è stata verificata a Roma nella visita "ad limina", che nei mesi di giugno-luglio i vescovi vietnamiti, guidati dal Cardinale Trinh Van Can, hanno fatto al Papa Giovanni Paolo II, che li ha incoraggiati e confermati.
Questo, dunque, il Vietnam 1980. Esso percorre il suo tormentato cammino, tra insidie e minacce esterne, una dura situazione alimentare ed economica, un difficile processo politico e sociale di assimilazione tra sud e nord che deve misurarsi con le enormi differenze anche etiche e culturali, di due società che avevano avuto fino al 1975 storie e destini così diversi.

Il progetto di nuova Costituzione, di stampo marxista ortodosso, non rispecchia l'originalità vietnamita. Ma la storia non è finita in Vietnam.
Inevitabile, in questa situazione, un processo di accentramento politico e di omologazione ideologica, che si esprime anche nella nuova Costituzione che si sta preparando, che attribuisce una funzione dominante al partito comunista e appare ispirata ad una figura tradizionale e classica di marxismo-leninismo, molto vicina ai modelli del socialismo realizzato, e assai lontana dalle elaborazioni critiche e dalle vie democratiche e pluralistiche dei comunismi europei, e in particolare di quello italiano (nota 4).

Nota 4  - Il progetto di nuova Costituzione, attualmente in fase di dibattito alla base e di rielaborazione, (che ci auguriamo profonda), è assai criticabile dal nostro punto di vista, tutto impostato com'è sul criterio del partito unico e della funzione ideologica dello Stato. « Lo Stato della Repubblica socialista del Vietnam è uno Stato di dittatura del proletariato. La missione storica di questo Stato è di realizzare il diritto di proprietario collettivo del popolo lavoratore..., spezzare ogni opposizione controrivoluzionaria e ogni atto di aggressione del nemico esterno, di edificare con successo il socialismo, poi il comunismo » (art. 2). « II partito comunista del Vietnam, avanguardia e stato maggiore nella lotta della classe operaia vietnamita, armato della dottrina marxista-leninista, è la forza unica che dirige lo Stato e la società; è il fattore essenziale che decide di tutte le vittorie della rivoluzione vietnamita » (art. 4). « L'organizzazione e l'attività dell'Assemblea nazionale, dei Consigli popolari ai diversi livelli e degli altri organi dello Stato si conformano al principio del centralismo democratico » (art. 6). « II Fronte della Patria del Vietnam, che raggruppa i partiti politici, la Federazione dei sindacati del Vietnam, l'Unione dei contadini cooperatori del Vietnam, l'Unione della gioventù comunista Ho-Chi-Minh, l'Unione delle donne del Vietnam e gli altri membri del Fronte, è un solido sostegno dello Stato. Il Fronte esalta le tradizioni di unione nazionale, rinforza l'unità politica e la coesione morale del popolo..., eleva nelle masse la coscienza del ruolo di proprietario collettivo e le impegna a gareggiare in ardore per edificare il socialismo e difendere il Paese» (art. 9). «Il sindacato è la maggiore organizzazione di massa della classe operaia, una scuola di comunismo, una scuola di gestione economica, di gestione dello Stato » (art. 10). « II marxismo-leninismo è l'ideologia che dirige lo sviluppo della società vietnamita... » (art. 39). « I cittadini godono delle libertà di opinione, di stampa, di riunione, di associazione e di manifestazione conformemente agli interessi del socialismo e del popolo. Lo Stato assicura ai cittadini le condizioni materiali necessario, per il godimento di tali libertà » (art. 65). Positivo è l'art. 66: « I cittadini godono della libertà di coscienza; essi sono liberi di praticare una religione o di non praticarne alcuna. Nessuno può abusare della religione per attentare alla legge o alla politica dello Stato».
E' difficile riscontrare in questo progetto di Carta, che ricalca e formalizza criteri dogmatici e monistici già giudicati nell'esperienza storica di altri Paesi socialisti, i tratti di una originalità vietnamita. Per quanto la vita reale possa avere ragione poi delle rigide formalizzazioni ideologiche e giuridiche, si avvertono tutt
avia anche qui le conseguenze della durezza delle condizioni esterne in cui si sviluppa l'attuale fase del processo politico vietnamita.

Ma la storia non è finita in Vietnam e se le tensioni di questi anni potranno allentarsi, non è detto che l'originalità vietnamita, apparsa così evidente agli occhi del mondo al tempo della resistenza, non possa riservare ancora qualche sorpresa, nella evoluzione verso una organizzazione politica diversa, capace di coniugare indipendenza e democrazia, socialismo e libertà, pur nel cuore delle condizioni critiche del terzo mondo.       

Il dossier Cambogia: l'inferno esiste ed era questo.
La strada che da Saigon-Città Ho Chi Minh va alla frontiera tra il Vietnam e la Cambogia, è fiancheggiata, non si sa perché, da cimiteri. Essi non hanno nulla a che fare con le sanguinose vicende che hanno coinvolto in questi anni il Vietnam e la Cambogia, e tuttavia appaiono al viaggiatore come un presagio, come il preannuncio della terra che sta per incontrare, una terra — la Cambogia — che per quattro anni è stata una terra di morte, dove però i morti rimanevano insepolti, e anzi la sepoltura era un privilegio di pochi.
La Cambogia sta lentamente uscendo dall'inferno nel quale ha vissuto. E la prima immagine che offre è quella dell'esodo; un esodo dalla schiavitù, una lenta uscita dalla paura, un ritorno dall'esilio, una incessante migrazione interna di gente che viaggia da un estremo all'altro del Paese, che lentamente ritorna ai villaggi da cui era stata cacciata, o deportata, o da cui era dovuta fuggire, sotto l'incubo di un regime, quello filocinese di Pol Pot e Ieng Sary, che per quattro anni, dal 1975 al 1979, ha dominato e sconvolto il Paese, rovesciando la Cambogia come un guanto. I villaggi, lentamente, si stanno ripopolando, i piccoli mercati contadini tornano ad animarsi, a diventare non solo un luogo dove si fa la spesa, ma un luogo di incontro, di sosta, il centro della vita collettiva. Di nuovo vi circola il denaro, moneta vietnamita o cambogiana, che il regime comunista dei Khmer rossi aveva abolito, riportando la Cambogia indietro di millenni, all'economia del baratto, precedente all'economia monetaria. Ma ancora oggi la Cambogia appare come un paese di nomadi, di sradicati, e benché la fame domini ancora il paese, le campagne appaiono vuote di contadini; dove c'erano delle case, sono rimasti dei mozziconi dei pali di cemento su cui erano costruite, come su palafitte; dove c'erano impianti per la lavorazione del riso, sono rimasti dei ruderi; dove c'erano aziende agricole, c'è ora una totale devastazione; le strutture, le macchine, gli attrezzi, ogni cosa è abbandonata e distrutta.

Il primo tormento è stato lo sradicamento della popolazione dalle proprie città e dai propri villaggi.
Lo sradicamento della popolazione dalle sue case e dalla sua terra è stato una delle direttive fondamentali del regime di Pol Pot. La cosa cominciò anzi addirittura prima che esso prendesse il potere. Ne fu occasione l'odio che i Khmer rossi nutrivano contro i vietnamiti già nel periodo in cui insieme con loro combattevano contro gli americani. Lo rivela il principe Sihanouk, ex capo dello Stato cambogiano, il quale nelle sue memorie racconta che quando nel 1978 era agli arresti domiciliari a Phnom Penh, si sentì dire da Kieu Samphan, il nuovo capo dello Stato, che « anche in piena guerra antiamericana il partito comunista e l'armata rivoluzionaria
cambogiana, non avevano cessato di considerare il Nord Vietnam e il suo esercito come il nemico numero uno, mentre l'imperialismo americano non occupava che il secondo posto come nemico della Cambogia ». Perciò — continua Sihanouk — i Khmer rossi decisero di « prendere misure draconiane per finirla con la presenza dei nord-vietnamiti vietcong ». Nel 1973 per togliere ai pesci vietnamiti l'acqua cambogiana, cioè per togliere ai guerriglieri vietnamiti l'appoggio della popolazione, concentrarono gli abitanti di ogni comune e di ogni distretto da loro controllati, in cooperative che si trasformarono rapidamente in veri campi di concentramento, per evitare qualsiasi contatto tra i cambogiani e i combattenti vietnamiti.
Quando poi i Khmer rossi giunsero al potere, il 17 aprile 1975, con la partenza degli americani e la caduta del regime di Lon Nol, essi generalizzarono la politica dello sradicamento e del trasferimento massiccio e forzato delle popolazioni, non solo dai villaggi, ma anche dalle città. Il caso più sconvolgente fu quello di Phnom Penh, la capitale. Essa divenne una città fantasma, priva di abitanti; come se vi fosse esplosa anzitempo quella bomba al neutrone, a cui stanno lavorando americani e francesi, che uccide gli uomini lasciando in piedi le cose. E' rimasta così per quattro anni, senza nessuno; e questa volta, a differenza di quanto era avvenuto nei villaggi evacuati per fare il vuoto intorno ai vietnamiti, non c'era stata alcuna ragione specifica a suggerire l'espulsione e la dispersione della popolazione; l'unica ragione era quella di sovvertire e spezzare tutti i rapporti familiari e sociali, considerati espressione della vecchia società.
Eppure Phnom Penh era stata, ai tempi di Sihanouk e di Lon Nol, una città allegra e festosa, con una popolazione di due milioni di persone. Certo, non era un paradiso, ma le ingiustizie sociali dei vecchi regimi si facevano sentire soprattutto nelle campagne, dove i contadini, privi di qualsiasi percezione dei loro diritti, erano facilmente oppressi e sfruttati. La città, invece, aveva una facciata attraente e spensierata. Con l'arrivo di Pol Pot il suo destino fu segnato. Ne sa qualcosa la presidente dellaCroce Rossa cambogiana, Phleec Phiroun.
Io mi trovavo in ufficio e con i miei colleghi stavo preparando gli aiuti ai profughi, (erano arrivati molti profughi a Phnom Penh), stavamo preparando dei pacchi, quando sono arrivati dei soldati di Pol Pot e ci hanno cacciato, noi della Croce Rossa. Siamo stati costretti ad andare a passare la notte sul marciapiede, davanti all'albergo. Poi da lì siamo stati espulsi e mandati in una provincia. Non ho potuto portare nulla con me, perché il mio quartiere era stato chiuso e nessuno poteva entrarci, e sono partita così.
D. Ha assistito all'espulsione della popolazione da Phnom Penh?
R. Ma certo! Anch'io ho fatto parte della « carovana ». Non è bastato un giorno perché la popolazione uscisse dalla città, ci sono voluti diversi giorni. Ci sono stati dei « reazionari » che sono stati massacrati per la strada. Siamo stati costretti ad andare a piedi, in un posto molto isolato, in campagna, e c'è voluto quasi un mese per arrivare in quella località in cui sono rimasta poi per diversi anni.
D. Cosa ne è stato dei membri del Comitato della Croce Rossa?
R. Eravamo quindici membri del Comitato Centrale. Tutti, a cominciare dai medici, sono stati sterminati. Io sono l'unica sopravvissuta. L'ordine di abbandonare la città, fu dato da un momento all'altro da uomini armati: quelli che si trovavano nella parte nord della città dovevano andare verso il nord, quelli che si trovavano a sud, verso il sud. Non fu permesso alle famiglie di ricongiungersi prima di partire; molti non si sono mai più visti da allora.

Il secondo tormento sono state le grandi devastazioni e distruzioni.
Oggi Phnom Penh appare ancora come una città semideserta. Vi sono rientrate quasi duecentomila persone tra la città e i sobborghi; alcuni quartieri si sono già riempiti, altri invece sono ancora desolati e vuoti. Dovunque i segni delle distruzioni, causate non dalla guerra, ma dalla furia devastatrice del regime di Pol Pot. Dov'era la cattedrale cattolica, c'è una grande spianata, su cui non è rimasta pietra su pietra. Dov'era la banca centrale, sono rimaste delle quinte contro il cielo. Sono state devastate e distrutte le case, le fabbriche, le biblioteche, gli ospedali, le scuole, le attrezzature, i mezzi di trasporto, gli oggetti; e questa è una cosa che non si riesce a spiegare, se si tien conto che il regime inseguiva un sogno di potenza e di espansione nel Sud-Est asiatico; nello stesso tempo però distruggeva i mezzi e le basi materiali di questa potenza. E' ancora da una testimonianza del principe Sihanouk che risulta questo sogno di dominio perseguito dal regime Khmer. « Nel settembre 1975, rientrato in Cambogia, scrive Sihanouk, sentii Samphan, Son Sen e compagnia dire, sorridendo e con l'aria assai soddisfatta, che i loro soldati erano scontenti del partito che non dava semaforo verde per andare a recuperare il " Kampuchéa Krom ", cioè la Bassa Cambogia, (il Sud Vietnam) così come i distretti di frontiera della Thailandia, che erano appartenuti alla Cambogia nel passato (Arauya, Surin, ecc.). Secondo Son Sen, vice primo ministro e ministro della Difesa, la sua gloriosa armata rivoluzionaria era in grado di fare un boccone dell'esercito di Giap e di quello thailandese ». Quello che è rimasto di questo sogno imperialistico, è invece solo una ininterrotta via crucis di distruzione e di morte all'interno.

Il terzo tormento sono stati gli eccidi di massa: un genocidio che ha travolto tre milioni di cambogiani su sette milioni di abitanti.
A Phnom Penh, in piena città, c'è un cimitero di ossa insepolte. La terra, non ancora bonificata, restituisce e quasi espelle i resti degli uccisi. Si cammina sulle ossa. Sono le tracce delle stragi compiute dagli ex governanti cambogiani. Giunti al potere nell'aprile 1975, essi prima chiamarono a raccolta gli ufficiali e i soldati del precedente regime filo-americano di Lon Nol, dicendo di aver bisogno di loro per ricostruire l'esercito, e li uccisero. Poi fecero appello ai funzionari e agli impiegati. Noi, dissero, siamo dei guerriglieri venuti dalla giungla, non conosciamo i segreti dell'apparato statale; abbiamo bisogno di voi per ricostruire le strutture amministrative e burocratiche; e quando vennero, gli fecero scavare delle fosse, e li uccisero.
Poi cominciarono a uccidere gli intellettuali, considerati infetti della vecchia cultura; una direttiva di Pol Pot stabiliva che in ogni villaggio bisognava eliminare almeno 15 intellettuali; la presidente della Croce Rossa, che già abbiamo conosciuto, si salvò perché si finse analfabeta. Di 500 medici, ne sono sopravvissuti 54, di 156 farmacisti, 15, di 19 professori universitari di medicina, nessuno. Perfino di 19 guide turistiche, ne sono state uccise 17. Uccisi sono stati il 90% degli artisti, 1120 su 1241- lo stesso è avvenuto per gli insegnanti di scuole secondarie e primarie; ma ben presto gli eccidi si sono estesi a tutta la popolazione e a tutte le classi sociali. In un processo contro gli autori dello sterminio celebrato a Phnom Penh nell'agosto 1979 con l'intervento anche di giuristi stranieri, si è valutato, sulla base di documenti, prove e indagini demografiche, che 3 milioni di cambogiani, su una popolazione di 7 milioni di abitanti, sono stati uccisi o sono morti in seguito alle persecuzioni, i maltrattamenti e le privazioni subite sotto il regime di Pol Pot.
Un vero genocidio, che vuoi dire l'uccisione della maggior parte di un popolo.

Le stragi investirono anche i vietnamiti presenti in Cambogia.
L'odio antivietnamita è stata una delle componenti essenziali del regime dei Khmer rossi di Pol Pot.
Le stragi investirono anche i vietnamiti presenti in Cambogia. E' ancora il principe Sihanouk che lo attesta, e la sua testimonianza è attendibile, dato che egli non è certo un filovietnamita.
Scrive Sihanouk: Pol Pot diceva continuamente nei suoi discorsi di non essere Hitler. Ma il genocidio dei vietnamiti e delle vietnamite rassomigliava stranamente a quello degli ebrei e delle ebree da parte di Hitler... Le vietnamite violentate dai Khmer rossi ricevano colpi di bastone o di baionetta nella vagina, le donne incinte erano sventrate e il feto estirpato veniva posto contro il viso del a madre in agonia; i Khmer rossi si divertivano anche a tagliare i seni delle vietnamite dal petto «ridondante»; i pescatori viet caduti nelle mani dei marins Khmer rossi erano decapitati; i prigionieri di guerra dovevano subire la tortura, poi leggere delle filippiche nelle quali Pham Van Dong, Le Duan, Giap e lo stesso defunto Ho-Chi-Minh erano trascinati nel fango e bassamente insultati.(nota 8)

(nota 8) Norodom Sihanouk, op. cit. pag. 61 e 146. Sihanouk aggiunge di aver cercato di capire il perché di questo accanimento dei comunisti khmer comro i vietnamiti. E scrive che Khieu Samphàn gli confessò senza reticenza alcuna che « per realizzare una perfetta unione dei compatrioti attorno al Partito, ottenere dai lavoratori il più alto rendimento della loro capacità produttiva e ingigantire il valore e l'ardore combattivo dei khmer rossi, non c'era di meglio da fare che di incitarli a odiare i vietnamiti, ogni giorno di più » (pag. 147). « Già Son Sen, il ministro della guerra di Poi Pot, mi aveva detto nel settembre 1975 che per salvare la Cambogia e la razza cambogiana da una sparizione totale e irreversibile, occorreva estirpare definitivamente dal corpo della Cambogia il cancro vietnamita mediante una triplice operazione chirurgica. Khieu Samphan in seguito, nel corso dei nostri incontri degli anni 1976-78 insistè a più riprese per spiegarmi in che cosa consisteva questa triplice operazione chirurgica: Primo. Rifiutare categoricamente ai vietnamiti, chiunque fossero, il diritto di vivere in Cambogia. Le misure prese dai Khmer rossi a questo scopo furono da un lato la liquidazione fisica di un gran numero di residenti vietnamiti, sospettati di essere agenti o spie del Vietminh o del Vietcong, e d'altra parte l'espulsione "manu militari" di tutti gli altri residenti vietnamiti, ciò che fu fatto fin dal secondo semestre 1973. Secondo. Dare a tutti i cambogiani e le cambogiane l'ordine di lavorare due volte, dieci volte di più del popolo vietnamita al fine di rendere la Cambogia molto più forte del Vietnam da tutti i punti di vista (militare, economico, ideologico)... Terzo. ' Accettare ' uno scontro armato di grandi dimensioni col Vietnam, per eliminare i santuari viet in Cambogia, esigere un tracciato ' più giusto ' delle frontiere terrestri e marittime tra la Cambogia e il Vietnam, e infine far fronte alla minaccia dell' ' espansionismo sovietico-viet ' che, senza la barriera della Cambogia, dilagherebbe sul' resto del Sud-Est asiatico e anche più lontano» (pagg. 88-90). Ancora oggi il programma politico dei seguaci di Poi Pot è di « combattere i vietnamiti divoratori di territori e sterminatori di razze » (in: Relazioni Internazionali, n. 40, 6 ottobre 1979, pag. 878)

I diversi fattori che confluivano nel regime di Pol Pot: il mito dell'antico impero di Angkor, l'utopia di una società nuova, l'aiuto cinese, il potere personale e totalizzante.
Che giudizio danno i vietnamiti sulla natura del regime « comunista » di Pol Pot? Dice lo scrittore Nguyen Khac Vien: II regime di Pol Pot è il risultato di diversi fattori. Prima di tutto quello che io chiamo il mito di Angkor, la volontà cioè di Pol Pot di fare rinascere il grande impero di Angkor del X e XIII secolo. Per far questo occorreva disporre di un grande esercito, si trattava di una grande impresa. In secondo luogo c'era quella che io chiamo l'utopia; un radicalismo rivoluzionario che richiedeva di procedere molto rapidamente. E Pol Pot ha trovato nella Cina l'appoggio materiale, quello politico, le armi e i mezzi necessari a realizzare le sue deliranti idee. Tutto questo ha portato alla catastrofe che sappiamo: prima il genocidio all'interno, i lavori forzati per tutta la popolazione e quindi la resistenza, per domare la quale Pol Pot ha massacrato tutti. Poi c'è stata la guerra contro il Vietnam: una sciagura, una catastrofe per il Paese. Se non ci fosse stato l'aiuto cinese, politico e materiale, non ci sarebbe stato nemmeno il regime di Pol Pot. A un intellettuale cambogiano, presidente dell'Associazione dei giornalisti e membro del Comitato centrale del Fronte unito per la salvezza della Cambogia (FUNSK), Khieu Kanharith, chiediamo un giudizio sulla contraddizione tra il sogno di potenza di Pol Pot, e la distruzione di tutti i mezzi atti a realizzare questa potenza, a cominciare dal popolo stesso.
Il sogno di grandezza di Pol Pot e Yeng Sary è stato una peste, una pazzia. Per Pol Pot e Yeng Sary la grandezza del Paese risiedeva prima di tutto in un organo centrale molto forte, molto potente. E' questo il potere che contava per Pol Pot, perché il potere centrale si identificava con lui, il Paese si identificava con lui; ecco perché tutto ciò che era contro la sua volontà, era contro il potere, contro il Paese. E' questa identificazione che lo ha spinto alle stragi e anche il fatto di sapere che dietro di lui c'erano 700 milioni di cinesi, o, piuttosto, i dirigenti reazionari di Pechino.
D. Sì, ma ha distrutto anche le attrezzature, le fabbriche, le scuole, tutte le cose anche materiali.
R. Ha pensato di riorganizzare una Cambogia tutta sua, senza continuità con il passato, cioè una Cambogia che si identificasse con il suo nome, Pol Pot.

Il quarto tormento: la prigionia, le torture. Il lager di Tuol Sleng.
II regime di genocidio aveva naturalmente i suoi monumenti e le sue installazioni privilegiate, come il regime nazista li aveva ad Auschwitz o a Dachau. Uno di questi era il liceo francese di Tuol Sleng. Fu trasformato in prigione, in luogo di tortura e di sterminio. Attraverso di esso sono passati ventimila cambogiani, e anche un certo numero di stranieri, americani, australiani, francesi. Ne sono sopravvissuti solo quattro, che facevano parte di un gruppo di sedici prigionieri, portati via dai miliziani di Pol Pot al momento della caduta di Phnom Penh, il 7 gennaio 1979. Intercettati dai vietnamiti, ci fu uno scontro a fuoco, e quattro prigionieri riuscirono a fuggire. Altri 14 morirono invece l'ultimo giorno del regime di Pol Pot, e sono stati gli unici che hanno potuto avere una sepoltura, nel cortile della scuola.
In fondo a questo cortile si alza una specie di forca, che in realtà è uno strumento di tortura a cui i prigionieri venivano appesi per i piedi, mentre la testa veniva immersa in un orcio pieno d'acqua, fino ai limiti del soffocamento: una specie di sintesi di due torture latino-americane, il « pau de arara » brasiliano e il « submarino » uruguajano.
A sale di interrogatorio e di tortura erano state adibite le aule che si aprono sul corridoio del primo edificio del complesso scolastico. I prigionieri venivano stretti coi ferri ai letti di contenzione, che avevano preso il posto dei banchi; il carceriere o l'aguzzino sedeva al tavolo accanto, per raccogliere la confessione; e quando la confessione non veniva, faceva ricorso a tutti i mezzi per estorcerla con la violenza. Sulla lavagna c'era scritto il regolamento, cioè le norme a cui i prigionieri dovevano obbedire durante l'interrogatorio. L'art. 1 diceva: non cercare di eludere la mia domanda; l'art. 2 prescriveva: è assolutamente proibito contraddirmi. Il 3 aggiungeva: non fare l'imbecille perché tu sei quello che si oppone alla rivoluzione. Il 4 ordinava di rispondere immediatamente senza prendere il tempo di riflettere. Il 6 proibiva di gridare forte durante la bastonatura e l'elettroshok. L'art. 7 ingiungeva: aspetta i miei ordini. Se non ci sono ordini, non fare nulla. Se ti domando di fare qualcosa falla immediatamente senza protestare. L'ultimo articolo comminava, per ogni disobbedienza a qualsiasi punto di tale regolamento, dieci colpi di bastone o cinque scariche di elettroshock.
In tal modo morirono anche gli ultimi quattordici prigionieri che i carcerieri al momento della resa abbandonarono incatenati ai loro letti, le chiazze del loro sangue sparse sul pavimento. Così furono trovati da quanti fecero irruzione nel carcere, il 7 gennaio 1979.
Una delle ultime quattordici vittime era la giovanissima sorella del direttore del carcere, un « quadro » di Pol Pot; fu eliminata anche lei, come gli altri; è rimasta la sua fotografia, come quella di tutte le altre vittime, perché i carcerieri con burocratica meticolosità fotografavano i prigionieri prima e dopo la loro morte, e, anzi, per ognuno riempivano un enorme fascicolo, con tutta la documentazione che lo riguardava, da cui doveva risultare comprovata l'accusa, che per tutti era quella di essere agenti della CIA, o della KGB, i servizi sovietici, o dei servizi segreti vietnamiti. Pertanto il passaggio di ogni prigioniero attraverso il carcere, fino alla morte, è rimasto puntualmente documentato; così com'è stato registrato il numero delle esecuzioni quotidiane: quattrocento, cinquecento al giorno, con la punta più alta raggiunta il 27 maggio 1978 con 581 esecuzioni. Delle ventimila vittime sono rimasti e sono stati trovati 14.449 fascicoli; ma sono rimasti anche i loro vestiti, i loro oggetti d'uso. Uno dei quattro sopravissuti, che è l'attuale custode di queste memorie, ha ritrovato il suo fascicolo, che ci ha mostrato, come ci ha mostrato i segni delle torture subite. Un altro dei sopravvissuti era un artista, un pittore, Van Nat, che tornando nel carcere ha affrescato sulle mura le scene del dramma vissuto: le celle, due metri per uno, ricavate con dei tramezzi nelle aule scolastiche, e i diversi sistemi di tortura.
Durante la prigionia Van Nat era stato costretto a dipingere quadri di Pol Pot, e anche a fondere dei busti del dittatore, con l'argento dei vasi e degli oggetti votivi sottratti alle pagode e alle chiese distrutte. Anche le religioni sono state infatti perseguitate: nulla è più rimasto delle 2800 pagode e degli 82.000 bonzi, delle 108 moschee, dei 60.000 cattolici che c'erano in Cambogia nel 1975.

Il quinto tormento: le corvées e i lavori forzati nelle campagne.
Ma da dove veniva, da quale cultura, a Pol Fot e al suo compagno leng Sary una così spietata follia? I cambogiani dicono che è incomprensibile e inspiegabile. Pol Pot è un intellettuale; per parecchi anni era stato bonzo in una pagoda dove si era impregnato di poesia buddista; poi aveva studiato alla Sorbona, a Parigi, dove si era innamorato della poesia di Verlaine. Tornato nel 1962 in Cambogia, entrava nella guerriglia. Egli stesso poeta, in due terribili versi ha riassunto la sua filosofia sull'uomo: « A conservarlo, nessun guadagno; a eliminarlo, nessuna perdita ». E quando è giunto al potere questo è diventato uno slogan dei suoi Khmer rossi. La sua ambizione era di fare d'urgenza una società del tutto nuova, pensata a tavolino; una rivoluzione totale, una specie di punto zero della storia, che sopravanzasse il radicalismo della rivoluzione culturale cinese. In questa linea confluiva un filone nichilista e dottrinario della cultura europea, simile a quello cui si ispira certo terrorismo italiano, e un filone di estremismo contadino asiatico alimentatesi, come dice Sihanouk, « alla mammella cinese ». E poiché gli intellettuali, i borghesi, gli adulti erano portatori della memoria del passato, e incapaci di costruire il nuovo, bisognava eliminarli, o ridurli alla schiavitù delle corvées e dei lavori forzati nelle campagne, e bisognava invece puntare sui quindicenni, sugli adolescenti. Questi venivano risparmiati, immessi al lavoro, trasformati in fiduciari del regime, in capi-reparto, comandanti e anche carcerieri, delatori, aguzzini. Uno dei capi di accusa del tribunale cambogiano che ha condannato Pol Pot e leng Sary in contumacia, è stato di pervertimento di ado lescenti al fine di farne secondini e torturatori.

Chiediamo a Khieu Kanharith:
D. Se Poi Pot aveva studiato in Francia, ed era lui stesso un intellettuale, perché ha voluto prima di tutto sopprimere gli intellettuali?
R. Certo che Poi Pot aveva studiato in Francia, ma non bisogna dimenticare che dal 1963 è la Cina che esercita la sua influenza sul suo spirito. Ecco perché il suo comportamento deve essere soprattutto collegato alla politica cinese e non all'influenza della cultura europea, occidentale.
D. La società creata da Pol Pot e Yeng Sary può essere definita una « società socialista »?
R. Se si intende per socialista una società in cui i mezzi di produzione appartengono alla collettività, allora potrebbe sembrare che il regime di Pol Pot e Yeng Sary fosse un regime socialista. Ma, al contrario, se si guarda a quella società in modo approfondito si potrà costatare che non si trattava affatto di un regime socialista, ma piuttosto di un regime pseudosocialista.
Nelle campagne la popolazione era rigidamente inquadrata, controllata e brutalmente sfruttata nei campi di lavoro. Si fissavano obiettivi di produzione molto elevati, e si destinavano all'esportazione decine di migliala di tonnellate di riso, mentre la gente moriva di fame; era stato stabilito il folle programma di irrigare 3 milioni di ettari in 5 anni, quando ad esempio in Vietnam, con una popolazione 8 volte maggiore, un obiettivo simile si pensa di raggiungerlo solo in 10 anni; tutto era collettivizzato; si mangiava, si dormiva, si viveva in comune, in capanne di paglia; gli oggetti casalinghi erano sequestrati per impedire cucine separate; anche i matrimoni erano forzati e si celebravano a 10 o 20 alla volta. Anche le pagode, quando non distrutte, erano trasformate in prigioni od abitazioni collettive.

La comunità internazionale non rispose all'appello degli insorti cambogiani: in base al principio del non intervento il genocidio doveva continuare.
Tutto questo non poteva durare. Ed ora, mentre la vita riprende in Cambogia, e una presenza, peraltro abbastanza discreta, di militari vietnamiti è entrata a far parte del panorama del Paese, ci si può chiedere come mai un regime così efferato abbia potuto durare quattro anni, e se la sua fine non poteva essere provocata prima. Il fatto è che per i cambogiani oppressi era difficile organizzare una resistenza in una società così disgregata, con tutti i quadri uccisi o dispersi, senza vita cittadina, dove la gente non poteva nemmeno incontrarsi per organizzare una resistenza. La ribellione doveva venire dalle stesse file di Pol Pot. Così finalmente nel maggio 1978, Heng Samrin, l'attuale capo del governo cambogiano, che era allora comandante della IV divisione nella regione orientale, quella prossima al Vietnam, si dissociò da Pol Pot e guidò una rivolta che fu soffocata nel sangue. Da quella rivolta nasceva però il Fronte di Unione Nazionale per la salvezza della Cambogia, che denunciava il genocidio e il 2 dicembre 1978 lanciava un drammatico appello ai popoli, ai governi, alle organizzazioni internazionali e ai movimenti democratici di tutto il mondo
per ottenere un aiuto volto a rovesciare il regime di terrore. Non ci furono risposte, benché il genocidio fosse già noto in occidente tanto che già dal 21 agosto precedente il senatore americano Mc Govern, intervenendo alla Commissione Esteri del Senato americano, aveva fatto appello a un intervento internazionale per
bloccare lo sterminio in Cambogia. Ciò che prevalse fu il principio della non ingerenza negli affari che appartengono alla competenza nazionale di uno stato, sancito dall'art. 2 della Carta dell'ONU, benché esistesse una giurisprudenza internazionale volta ad affermare che tale principio non può estendersi al caso di genocidio, dato che il delitto di genocidio non rientra nella competenza di nessuno Stato, nè può essere considerato affare interno di nessuno Stato (nota 9).

(Nota 9) Il paragrafo 7 dell'art. 2 della Carta dell'ONU dice: «Nessuna disposizione della presente Carta autorizza le Nazioni Unite a intervenire negli affari che rilevano essenzialmente dalla competenza nazionale di uno Stato». Questo principio è un corollario della sovranità esclusiva ed assoluta dello Stato sul proprio territorio. Commenta Mario Bettati, professore all'Università di Parigi- Sud, su Le Monde diplomatique dell'aprile 1980: «Ci sono delle situazioni in cui la non-ingerenza equivale a non-assistenza a persone in pericolo di morte o a popoli in via di genocidio. Il principio del non intervento, che mira a proteggere i piccoli Paesi contro la rapacità e la voracità dei potenti, contro il loro espansionismo militare o la loro dominazione politica, protegge, ahimè!, anche i totalitarismi e costituisce spesso il baluardo al riparo del quale i tiranni possono, in tutta tranquillità, asservire il loro popolo, torturare gli intellettuali, assassinare o deportare i loro oppositori. La tentazione è grande di proclamare, in materia di diritti dell'uomo, non solo il diritto ma anche il dovere di intervento civile e umanitario, in soccorso di individui in pericolo e di popolazioni minacciate. Un tale atteggiamento non è privo di fondamenti giuridici, usciti specificamente dalla pratica delle Nazioni Unite ». A norma dell'art. 2 della Carta dell'ONU, infatti, « l'intervento diventa lecito quando esso concerne affari che non rilevano essenzialmente dalla competenza nazionale di uno Stato, e in modo specifico quelli che sono oggetto di obbligazioni internazionali. Basta dunque mostrare che il rispetto dei diritti dell'uomo è un'obbligazione degli Stati non solo riguardo ai loro cittadini, ma anche riguardo agli altri Stati, per sottrarlo al principio del non-intervento e legittimare il diritto di ingerenza in questo campo... Fin dal 1974 il grande giurista austriaco Alfred Verdross ritiene che la protezione dei diritti dell'uomo non figura nel dominio riservato dello Stato dal momento che, per l'art. 56 della Carta dell'ONU, gli Stati membri si sono impegnati a agire sia congiuntamente che separatamente, in cooperazione con l'ONU, per realizzare i fini enunciati all'ari. 55, tra i quali figura il rispetto universale ed effettivo dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, di sesso, di lingua o di religione. La recente entrata in vigore di due patti internazionali relativi ai diritti dell'uomo è venuta a rafforzare il carattere internazionale di questa obbligazione e la liceità dell'intervento dell'organizzazione internazionale a loro riguardo.
Nel 1977 Oscar Schachter, professore all'università Columbia, afferma che le obbligazioni in materia di diritti dell'uomo sono un dovere degli Stati nei confronti della comunità internazionale tutta intera, che esse interessano tutti gli Stati e costituiscono perciò delle obbligazioni erga omnes... Il santuario della sovranità non può più nascondere il disprezzo della libertà, il non-intervento non può più proteggere l'immunità delle tirannie, la non-ingerenza non può più garantire l'opera dei trucidatori... L'ingerenza delle Nazioni Unite si è manifestata in diverse forme... L'intervento assortito di sanzioni è praticamente permanente, a partire dal 1962, riguardo alla politica di apartheid condotta dal Sud Africa... Nel 1975 la Commissione dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite ha deciso di creare un gruppo di lavoro speciale per fare un'inchiesta sulla situazione esistente in Cile... Ci sono dei casi — conclude le Monde diplomatique — in cui la non-ingerenza equivale a non-assistenza a persone in pericolo di morte o a popoli in via di genocidio ».
A nessuno sfugge il pericolo di una tale impostazione, perché l'invocazione dei diritti dell'uomo potrebbe giustificare un intervento dall'esterno praticamente in tutti gli Stati della terra (perfino nella vita interna della Chiesa cattolica!). L'errore è di rovesciare il principio del non-intervento, nel principio opposto del dovere di intervento, facendone una norma generale ed astratta di comportamento giuridico. Al contrario, si tratta di riconoscere che la storia presenta drammi e contraddizioni straordinari, che sfuggono ad ogni schema e non possono essere oggetto di previsioni astratte e generali. Si tratta quindi semmai di relativizzare il principio del non-intervento, di non farne un feticcio inattingibile, e di accettare che anch'esso, come ogni altra norma, si misuri con le contraddizioni e i tormenti della storia, alla luce di un supremo criterio, che è quello per cui ogni principio ed ogni norma sono al servizio dell'uomo, al servizio dell'amore dell'uomo, e non viceversa. Non si tratta dunque di runa formalizzazione giuridica del diritto di intervento, che potrebbe coprire innumerevoli abusi e diventare causa prossima di un conflitto mondiale, ma semmai si tratta di stabilire procedure e garanzie internazionali per prevenire interventi unilaterali ed arbitrari, e si tratta di un discernimento storico e politico che, in attesa di una generale riformulazione sovranazionale della teoria delle sovranità, riconosca la fondatezza di un intervento esterno solo in casi di eccezionalissima e straordinaria emergenza umana. Un discernimento che la sapienza della storia fa a volte meglio di quanto non possa la raffinata previsione del giurista. Nel caso della Cambogia di Pol Pot, non c'è dubbio che ci si trovava di fronte a un caso assolutamente senza paragoni, di eccezionalissima e straordinaria emergenza. Proprio questa sua straordinarietà impediva di pensare che un intervento della comunità internazionale avrebbe potuto funzionare come
pericoloso precedente per giustificare altri interventi meno motivati o senz'altro abusivi ed ingiusti.

Ma anche al di là della questione di principio, prevalse la considerazione politica che ogni intervento dall'esterno in Cambogia avrebbe complicato la situazione internazionale e il rapporto tra le grandi potenze; del resto l'ONU, paralizzata dalla conflittualità tra i suoi membri, non era in grado di intervenire; nè si era fino ad allora preoccupata del genocidio in Cambogia se non in un sotto-comitato per le minoranze nazionali della commissione per i diritti dell'uomo, che si era riunito nel settembre 1978 a Ginevra.

L'intervento vietnamita del gennaio '79: ma la guerra tra Vietnam e Cambogia di fatto durava da quattro anni.
Un mese dopo l'appello del FUNSK, le truppe vietnamite entravano in Cambogia, e in poche ore, il 7 gennaio 1979, crollava il regime di Pol Pot. Non era il primo scontro tra vietnamiti e Khmer rossi, ne i vietnamiti intervennero solo per ragioni umanitarie: anzi, da questo punto di vista, era perfino tardivo.
Di fatto, c'era una guerra; fin dal maggio 1975, e poi con progressione crescente, lungo tutta la frontiera tra Vietnam e Cambogia, dove Pol Pot aveva schierato i due terzi dei suoi effettivi, si era più volte combattuto fra truppe cambogiane vietnamite.
La stessa vicina Saigon, già inquieta per l'atteggiamento della minoranza etnica cinese, poteva sentirsi minacciata. Già uno scontro frontale tra i due eserciti si era avuto giusto un anno prima, il 7 gennaio 1978, e si era concluso, secondo il vanto, che ne menavano i Khmer rossi, a favore delle truppe di Pol Pot.
L'intervento vietnamita provocava vivissime reazioni, non all'interno della Cambogia, per !a quale esso voleva dire la liberazione da un incubo, ma all'esterno, sia all'ONU, sia in altre istanze internazionali; e un mese dopo provocava la reazione armata della Cina. Ancora oggi la controversia non è finita. Ma come lo giustificano i vietnamiti e i loro alleati cambogiani?
Dice il primo ministro vietnamita Pham Van Dong:
Bisogna ricordare che le forze armate del Vietnam, già due volte, erano state a fianco delle forze armate del popolo cambogiano nella resistenza contro l'imperialismo ed il colonialismo, per la conquista dell'indipendenza e della libertà. Ambedue le volte, compiuto il proprio dovere, l'esercito vietnamita si è ritirato rientrando nelle proprie frontiere. Anche questa volta le nostre forze armate hanno sostenuto e aiutato il popolo e le forze armate cambogiane per abbattere il regime di genocidio di Pol Pot e leng Sary, strumento dell'espansionismo di Pechino, e hanno fatto ciò nell'interesse sacro dei due popoli, e per la pace e la stabilità nella regione. Ciò che abbiamo fatto è una cosa assolutamente giusta, legittima, sancita dalla Carta dell'Organizzazione delle Nazioni Unite e conforme alla legge internazionale. Come le due volte precedenti, non appena sarà cessata la minaccia alla indipendenza e alla sovranità del popolo della Cambogia e con l'assenso del governo della Repubblica popolare della Kampuchea, le forze armate vietnamite si ritireranno. Infatti niente è più prezioso dell'indipendenza e della libertà. E se il popolo vietnamita apprezza tanto, come ha mostrato, la propria indipendenza e la propria libertà, tanto più rispetta l'indipendenza e la libertà degli altri popoli.
Dice lo scrittore vietnamita Nguyen Khac Vien:
Naturalmente se non ci fosse una minaccia cinese, (perché non bisogna dimenticare che la minaccia cinese non viene solamentte dal Nord, dove si è manifestata, ma anche dalla frontiera meridionale), le cose sarebbero diverse. Dal 1975 i cinesi hanno armato, equipaggiato e consigliato l'esercito di Pol Pot che nel '75 aveva solo sei divisioni, salite nel '78 a 23, con 20 mila consiglieri cinesi, dotate di tutte le arme necessarie. Così la Cina poteva disporre di un esercito per attaccarci anche dal fronte meridionale, mentre contemporaneamente ci minacciava sul fronte nord, in modo da bloccare con una specie di tenaglia strategica il Nord e il Sud. Un fatto questo che è venuto ripetendosi attraverso tutta la storia; non è la prima volta che ciò avviene. Quindi noi dobbiamo difenderci non solo ai confini settentrionali, ma anche a quelli meridionali. E' già successo al tempo dei francesi, che la liberazione della Cambogia e del Laos fosse contemporanea alla liberazione del Vietnam. Dal 1945 al '54 i patrioti khmer cambogiani hanno chiesto l'aiuto delle truppe vietnamite. E anche quando gli .americani hanno attaccato la Cambogia, dal '70 a'i '75, i patrioti cambogiani, Sihanouk prima di ogni altro, hanno chiesto l'intervento delle truppe vietnamite. Nel '79 la cosa si è ripetuta: per liberarsi dell'influenza cinese e del regime di Pol Pot, gli insorti cambogiani hanno chiesto l'aiuto delle truppe vietnamite.
Al vice-ministro degli Esteri cambogiano, Her Nam Hong, chiediamo se è corretto definire « invasione » l'intervento vietnamita in Cambogia.
Si è molto speculato all'estero su una pretesa « invasione della Cambogia » da parte del Vietnam, ma bisogna chiarire bene le cose. Forse lei sa che durante la lotta contro il colonialismo francese, il popolo cambogiano e vietnamita hanno lottato insieme. Dopo la conferenza di Ginevra del 1954 tutte le truppe vietnamite si sono ritirate dalla Kampuchea e non è rimasto un solo soldato vietnamita in Cambogia. E di recente, ancora, durante la lotta contro gli americani e il regime di Lon Nol, le truppe vietnamite sono venute ad aiutarci per la liberazione del nostro Paese, avvenuta il 17 aprile 1975, e dopo l'aprile 1975 i vietnamiti si sono ritirati completamente dalla Kampuchea. Lo sanno tutti, e anche Pol Pot lo sa perfettamente. Adesso il nostro popolo si è sollevato contro un regime che perpetrava un genocidio.
Per salvare la vita del nostro popolo ci siamo sollevati, contro il regime di Pol Pot, e abbiamo fatto appello alle truppe vietnamite perché ci aiutassero.
E potrei chiederle: chi, al di fuori del Vietnam, chi nel mondo, poteva venire ad aiutare il nostro popolo a liberarsi dal regime di Poi Pot? Chi? Gli americani? I Cinesi? Chi?

In odio al Vietnam (e all'Unione Sovietica) molti Paesi non riconoscono l'attuale governo cambogiano e danno a Pol pot il seggio all'ONU. E' un fatto di una gravità inaudita

Come vive oggi questo popolo di superstiti, appena uscito dai campi di sterminio? Dopo la seconda guerra mondiale, tutto il mondo solidarizzò con il popolo ebreo, sopravvissuto alla strage nazista, e condannò i suoi oppressori. Non così è avvenuto con il popolo cambogiano. All'ONU il seggio della Cambogia è ancora assegnato ai rappresentanti di Pol Pot e molti Paesi, compresi gli Stati Uniti, pur sostenitori dei diritti umani, e l'Italia stessa, continuano a riconoscere il deposto gruppo di Pol Pot come il legittimo governo cambogiano (nota 10). Salvo che dall'India e dai Paesi socialisti, il potere oggi insediato a Phnom Penh, formato dai pochi quadri sopravvissuti al massacro, non viene riconosciuto perché considerato puro strumento dei vietnamiti; così viene rifiutato ogni rapporto istituzionale con il popolo e con il territorio che esso governa.

(nota 10) La questione si ripropone in questo ottobre 1980, alla sessione ordinaria dell'Assemblea generale dell'ONU. Anche Sihanouk ha chiesto che il seggio all'ONU sia tolto a Pol Pot.

Aiuti umanitari vengono forniti da associazioni private, e dalla Croce Rossa Internazionale che tuttavia ancora non riconosce la Croce Rossa cambogiana. Quello che sarebbe necessario, e cioè un massiccio aiuto, attraverso canali ufficiali, e mediante intese tra i governi, al popolo superstite, non solo per mangiare, ma per ricostruire le strutture sociali e civili e ristabilire condizioni di sicurezza, è oggi precluso. Così anche quell'avvio alla normalità che potrebbe affrettare il necessario ritiro delle truppe vietnamite, viene impedito.
Ne parliamo col vice-ministro cambogiano degli Esteri, Her Nam Hong.
D. Ma quali sono le prove che lei può portare per dimostrare la legittimità e l'autonomia del suo governo?
R. Sul piano del diritto si può parlare di controllo effettivo del territorio. In effetti, il Consiglio popolare ha assunto il controllo dell'intero Paese, eccetto alcune regioni di frontiera, nelle montagne al confine con la Thailandia, dove operano le bande di Pol Pot, che si sono trasformate in veri e propri gruppi di banditi. Essi ricevono aiuti in armi e munizioni dalla Thailandia e lo sanno tutti. Quindi, sul piano giuridico, noi controlliamo non soltanto la capitale e la maggior parte delle città di provincia, ma tutto il territorio e la popolazione.
D. E qual è l'entità della vostra autonomia rispetto ai vietnamiti che sono qui?
R. Nonostante quello che si dice all'estero, il nostro governo è sovrano. Lei ha visitato il nostro Paese e ha visto che sono proprio i cambogiani che dirigono il Paese. Evidentemente abbiamo bisogno degli aiuti dei nostri amici vietnamiti, come degli altri Paesi socialisti. Come lei sa bene, l'85-90% degli intellettuali e di chi aveva un minimo di cultura è stato massacrato dal regime, nel genocidio perpetrato da Pol Pot. Quindi come personale competente, colto, non ci rimane nessuno, che possa lavorare alla ricostruzione del Paese. Ecco perché 'abbiamo bisogno dell'aiuto dei vietnamiti, e della maggior parte dei Paesi socialisti. Attualmente la presenza delle truppe vietnamite è dovuta all'accordo di amicizia e di cooperazione tra i due Paesi. E noi, il nostro potere, il Consiglio popolare rivoluzionario, come anche il governo vietnamita, abbiamo riaffermato a più riprese e solennemente che, quando la sicurezza del nostro Paese non sarà più minacciata da potenze straniere, il Consiglio popolare chiederà il ritiro delle truppe vietnamite ed il Vietnam ritirerà immediatamente le sue truppe dalla Kampuchea.
D. La Cambogia ha un appello da fare alla comunità internazionale?
R. Facciamo un appello perché la comunità internazionale cacci i criminali seguaci di Pol Pot dall'ONU, perché è indegno per l'ONU e per l'umanità lasciare che la Cambogia sia rappresentata all'ONU da un insieme di criminali che hanno massacrato milioni di cambogiani. La presenza dei rappresentanti di Pol Pot all'ONU costituisce un insulto alla memoria dei cambogiani che sono stati sterminati. Certamente noi desideriamo avere rapporti amichevoli con tutti i Paesi, la nostra politica estera è una politica di pace, di amicizia con tutti i Paesi, senza distinzione di regimi.

La Cambogia, il Vietnam: per molti il loro difetto è quello di esistere.
Di fatto, la Cambogia è diventata solo una pedina della grande partita che si sta giocando sul piano mondiale. Scompare la sua realtà, scompare la sofferenza del suo popolo, i suoi bisogni immediati, e la Cambogia diventa solo un'astrazione, la parola di un messaggio che tra loro si scambiano le grandi, e anche le meno grandi potenze, Cina e Unione Sovietica, Vietnam e Stati Uniti, India e Thailandia. Attraverso quanto resta dei seguaci di Pol Pot, si meditano restaurazioni e rivincite; e infatti essi sono regolarmente riforniti di armi dalla Cina, attraverso il territorio e con il beneplacito della Thailandia, mentre quest'ultima è rifornita di nuove armi dagli Stati Uniti per fronteggiare la reazione vietnamita. Gli stessi campi dei profughi cambogiani in Thailandia funzionano anche come centri di reclutamento e di armamento dei guerriglieri khmer rossi e dei loro concorrenti di destra, i khmer serei.
Nel grande tritacarne della politica mondiale, dove sembrano esistere solo i grandi e i potenti, i piccoli popoli non hanno diritto di avere una propria identità, una propria storia, anzi non esistono nemmeno. Così era ieri per il Vietnam, fino a quando non ha preso, pagandone un altìssimo prezzo, il suo posto come soggetto, e non oggetto di storia. E c'è una quantità di gente, anche in Italia, che non glielo perdona, che anzi cerca di estirpare il suo esempio dalla memoria dei popoli, di riassorbirne la contraddizione che per un momento ha fatto vacillare il sistema delle proprie sicurezze. E così è oggi per la Cambogia; la morte dell'intero suo popolo non vale solo uno dei nostri principi; e la sua esistenza come nazione, come Stato, la sua realtà di oggi non contano; nè conta l'appello che viene dalla sua esperienza dolorosa; quello che conta è solo una convenienza di politica internazionale, l'utilità che se ne può trarre nel solo gioco riconosciuto, che è il gioco dei grandi imperi e della loro competizione mondiale. Eppure ogni giorno, questo popolo di quattro milioni di sopravvissuti, compie la sua fatica di ricostruirsi un Paese, e una vita.