Di ritorno dal Vietnam, dove ho potuto assistere ai festeggiamenti in occasione del trentennale dalla fine della guerra, profondamente coinvolto dalla storia di un popolo che ho conosciuto come pacifico e civile, sono andato e ho ricordato quei drammatici anni rileggendo quanto Giuseppe Prezzolini scriveva il 16 novembre 1972: «Nixon non ha alcuna responsabilità. La colpa prima riposa nella tomba di John F. Kennedy che mandò sedicimila uomini in Vietnam senza interrogare il parlamento. E Kennedy è ancora l'idolo delle democrazie». Ebbene, per quanto gravi potessero essere le colpe di Kennedy, ritengo non possano essere paragonabili a quelle di Lyndon Johnson che sfruttò il falso incidente al largo del golfo del Tonchino nel 1964 per attaccare il Vietnam del Nord. Soltanto nel 1971, infatti, il New York Times , nonostante i furibondi tentativi di Nixon per impedirlo, rese note le carte segrete del Pentagono che rivelavano l'inganno perpetrato ai danni dell'opinione pubblica americana. Purtroppo, non fu l’ultimo.
Sergio Carrara -
Dalmine (BG)

 

 


Caro Carrara,anch’io, qualche settimana fa, ho ricordato in una risposta le responsabilità di Kennedy. Ma il responsabile della guerra fu certamente Johnson.
La «risoluzione del Tonchino», a cui lei si riferisce nella sua lettera, fu la «carta bianca» che il Congresso degli Stati Uniti gli dette il 5 agosto 1964. Fino a quel momento l’America era soltanto una potenza amica del regime sudvietnamita e avrebbe potuto, in qualsiasi momento, sfilare le sue carte dal gioco. Da allora scese in guerra e divenne prigioniera di un conflitto da cui si sarebbe liberata soltanto nel 1972 rinunciando con un accordo ai suoi obbiettivi strategici.
Sulla natura dell’incidente che provocò la risoluzione del Congresso sono stati versati fiumi di inchiostro. È possibile che un cacciatorpediniere americano, il Maddox, sia stato effettivamente attaccato per due volte da tre cannoniere del Nord il 2 e il 4 agosto.
Ma era una nave spia che raccoglieva dati con le sue attrezzature elettroniche per trasmetterli all’aviazione di Saigon. Ed è possibile che la sua presenza nelle acque del Golfo fosse una deliberata provocazione, organizzata per ottenere una risposta militare del regime comunista del Nord. Johnson, comunque, colse l’occasione al balzo e chiese al Congresso una risoluzione che lo autorizzasse a «prendere ogni necessaria misura per respingere qualsiasi attacco armato contro le forze degli Stati Uniti e prevenire future aggressioni». La risoluzione fu approvata il 5 agosto con una schiacciante maggioranza (soltanto due senatori votarono contro) e dette a Johnson, di fatto, il diritto di impegnare l’America nel conflitto senza dichiarazione di guerra. Mai prima di allora il parlamento degli Stati Uniti aveva rilasciato una tale delega al proprio presidente, mai si era spogliato a tal punto delle proprie prerogative. La fiducia in Johnson si spiega soltanto alla luce della convinzione, allora molto diffusa nella vita politica americana, che il regime comunista di Hanoi rappresentasse una minaccia per la stabilità politica dell’Asia e, in ultima analisi, per il mondo libero. Un giudizio ideologico che ebbe l’effetto di sospendere temporaneamente il sistema di «checks and balances», pesi e contrappesi,  su cui poggia il sistema politico americano.
Rievocato oggi, quell’episodio presenta una sconcertante somiglianza con gli avvenimenti che hanno preceduto
la guerra in Iraq. Anche in quest’ultima vicenda il presidente degli Stati Uniti ha agito sulla base di un pregiudizio ideologico: la convinzione che il regime di Saddam fosse il naturale alleato del terrorismo nella guerra del fondamentalismo contro l’America. E anche in questo caso ha ottenuto l’approvazione del Congresso accusando il nemico di inesistenti intenzioni aggressive: un ingiustificato attacco contro la marina americana nel caso del Vietnam del Nord, la costruzione di armi di distruzione di massa nel caso dell’Iraq.
Sergio Romano 
Corriere della Sera 9-6-2005