CORRIERE DELLA SERA - 18 e 19 novembre 2005

Riflessioni di Mario Capanna e Valentino Parlato
sulla notizia che ci sarà collaborazione militare tra gli USA e il Viet Nam
 

  • Riflessione di Mario Capanna

  • Considerazioni di Valentino Parlato

  • Il punto di vista di Sergio Ricaldone

La storia del conflitto
La guerra in Vietnam durò dal 1961 al 1975 e oppose il Nord comunista, appoggiato da Unione Sovietica e e Cina, al Sud guidato dai militari e appoggiato dagli Stati Uniti. Il conflitto si concluse con la vittoria del Nord.

Corriere della Sera 18-11-2005 

Riflessione di Mario Capanna


«Mi si stringe il cuore solo a pensarci. Vedo la ragion politica, non morale»

«Mi si stringe il cuore al pensiero che in Vietnam tuttora nascono bambini deformi per gli effetti del napalm e degli agenti chimici lanciati dagli americani. La politica ha davvero la memoria corta. Si può capire la ragion di stato dietro la scelta del governo di Hanoi, meno la ragione etica». Ha un sapore amaro la riflessione di Mario Capanna sulla nuova alleanza militare Usa-Viet Nam. Ma il leader del Movimento studentesco del '68, alla testa di tanti cortei a sostegno dell'«eroico popolo vietnamita vittima dell'aggressione imperialista», per tornare al linguaggio dell'epoca, accetta di fare i conti con le realtà del Ventunesimo secolo.

Che effetto le fa l'idea di un plotone di soldati vietnamiti che corre agli ordini di un ufficiale americano? «Guardi, bisogna fare due tipi di considerazioni. La prima è che oggi la Cina è circondata da basi americane: dal Giappone alla Corea, da Taiwan alla Thailandia, dall'Afghanistan al Kirghizistan. Per finire con l'Iraq, grande portaerei terrestre. Mentre la Cina non ha certo basi dislocate in Canada o ad Haiti. È una strategia di contenimento e allo stesso tempo di minaccia nei confronti di Pechino».

E la seconda considerazione?
«È che i sistemi che un tempo venivano chiamati socialisti, ma che io non ho mai considerato tali, quanto piuttosto degli esempi di capitalismo di Stato - e questo vale tanto per la Cina quanto per il Vietnam - praticano tutti delle politiche liberiste finanziate largamente dagli Stati Uniti. Non è difficile scorgere dietro l'accordo militare fra Vietnam e Usa un contraccambio economico».

Eppure fa un certa impressione vedere due nemici storici, sul piano politico e ideologico, ritrovarsi dalla stessa parte.
«È scandaloso e preoccupante. Perché siamo ormai nel campo del dominio di una unica superpotenza».

Addirittura si potrebbe prefigurare uno scontro militare fra Vietnam e Cina, istigato dagli Stati Uniti. «Pechino sa di essere al centro di una manovra di accerchiamento. Non a caso negli ultimi anni è cresciuto il sodalizio fra Cina e Russia. Ma tutto questo è uno scenario agghiacciante per il futuro del mondo. La scelta del Vietnam non mi sorprende».

L'eroico popolo in lotta per la libertà che diventa il gendarme degli imperialisti nel Sudest asiatico.
«È mutato il quadro storico-politico. Trent'anni fa il Viet Nam mostrò un coraggio straordinario. Oggi devono vincere la povertà: e il rumore frusciante dei dollari è molto potente».

Il cerchio si è chiuso: la politica internazionale sembra essere dettata solo da esigenze di potenza e di alleanze. L'ispirazione ideale è consegnata agli archivi del secolo trascorso?
«C'è stato un salto di qualità nel peggio: l'estendersi planetario della prepotenza. Ne vediamo le manifestazioni nella guerra in Iraq, nell'uso del fosforo: cose inaudite. Dopo la caduta del Muro si è approfittato del monopolio della potenza».

Uno scenario senza via d'uscita?
«Al contrario, prima a poi scatterà l'opposizione democratica dei popoli. Ne abbiamo visto i segnali al vertice panamericano di Cancun, o quando un personaggio come Maradona marcia con Castro e Chavez alla testa di migliaia di argentini per dire no a Bush. E anche gli avvenimenti in Francia: non condivido, ma sono un termometro che segnala la febbre del mondo».

In conclusione, cosa direbbe oggi a un dirigente comunista vietnamita se avesse a incontrarlo?
«Gli direi questo: ho consumato le scarpe battendomi perché otteneste la libertà. Non mi arrogo il diritto di dirvi cosa farne, ma la state usando male. Recuperate la vostra fierezza, non avete bisogno di questo compromesso. Trent'anni fa avete dato una lezione al mondo. Potete farlo ancora».

Luigi Ippolito

Il fondatore del manifesto considera una vittoria la collaborazione militare con gli Usa

Corriere della Sera 19-11-2005
Capanna sbaglia. Il Viet Nam non tradisce

Parlato: «Mi fa piacere che il premier di Hanoi stringa la mano a Bush»
ROMA - Il Viet Nam invierà l'anno prossimo un gruppo di suoi ufficiali negli Stati Uniti, perchè si addestrino in un'accademia militare statunitense. Solo corsi di inglese e di medicina di guerra, ha precisato il premier vietnamita Phan Van Khai durante la sua prima visita alla Casa Bianca. Ma per chi alla fine degli anni Sessanta aveva scelto di schierarsi con il Viet Nam e contro «l'aggressione» americana, per chi aveva speso notti a vegliare per protesta, la notizia ha comunque un sapore amaro. Mario Capanna, storico leader del '68, ha ad esempio confessato al Corriere che la cosa gli fa «stringere il cuore». Anche Valentino Parlato, uno dei padri fondatori de il manifesto, aveva partecipato a veglie e marce contro la guerra. Ma all'amarezza espressa da Capanna replica solo con un robusto filo di sarcasmo: «Capanna dice che si è consumato le scarpe, in quei giorni. Se fossi il governo vietnamita gliene manderei un paio...».

Perchè, Parlato? Per lei allora come si può leggere questa insolita decisione?
«Come una conferma del successo del Viet Nam. Un Paese che ha cacciato gli americani da Saigon e poi si è costruito una rispettabilità, una sua autonomia. Tant'è che ora gli americani dicono: mandateci pure i vostri soldati. Un gesto di fraternità che gli americani fanno nei confronti del Viet Nam. Un gesto che i vietnamiti si sono guadagnati: non è che dopo la fine della guerra, come è successo a tanti altri Paesi, sono entrati nel caos economico, si sono indeboliti. Hanno riunificato il Vietnam e ne hanno fatto un Paese rispettabile, economicamente e civilmente forte».
Del resto da anni gli ex soldati americani vanno in pellegrinaggio in Vietnam sui luoghi della loro sanguinosa giovinezza. E vengono sempre accolti di buon grado.
« Non solo. I vietnamiti hanno anche recuperato le salme di molti soldati americani. Cioè hanno fatto una cosa molto civile. Vedere Bush che stringe la mano a Phan Van Khai è una cosa buona. Insomma, in America adesso c'è Bush, ma è pur sempre l'America... Forse non andrebbe detto, ma pensiamo a come ci eravamo innamorati dell'Algeria, di Ben Bella, del mito della resistenza contro i francesi. Poi però l'Algeria ha avuto i suoi guai. Invece il Viet Nam ne è uscito in tutt'altro modo. Casomai, se fossi un istruttore americano incaricato di addestrare un ufficiale vietnamita, mi preoccuperei di non farmi battere in un confronto uomo contro uomo... Di lezioni gliene hanno date abbastanza, in fondo».

Ma lei, Parlato, come li ha vissuti quegli anni ormai lontani? Con la stessa passione di Capanna? Anche per lei sono stati anni «formidabili»?
« Ognuno si racconta la sua storia, come meglio crede. Capanna oggi si sente tradito dai vietnamiti. Ma la politica è politica, e non è che adesso di colpo i vietnamiti si sono innamorati degli americani. Hanno un rapporto da potenza piccola a potenza grande. Ma paritario. Io ero già un po' vecchio, allora. Nel '68 avevo 37 anni, allora erano tanti. Per me il '68 è stato soprattutto un grande fenomeno di emancipazione borghese . Non ho mai messo l'eskimo, e anche i blue jeans li ho messi per poco tempo. Poi ho smesso. Andavo ai cortei, alle veglie, certo. Ma con distacco. Uno nato nel '31, e formatosi poi nel PCI, non poteva farsi coinvolgere troppo...».

Perchè? Cosa aveva di speciale la formazione avuta dal PCI?
«Il PCI non faceva iniezioni di entusiasmo e di fanatismo. Era molto freddo, se vuoi anche un po' cinico. C'era il calcolo dei rapporti di forza, di quello che si poteva o non si poteva fare. Era una scuola di realismo. Il Partito Comunista Italiano è stato la migliore imitazione della Compagnia di Gesù. Anche il centralismo democratico... Ci si scontrava, si prendevano posizioni magari diverse, continuava la lotta. Ma poi alla fine si marciava tutti uniti, perché c'era un interesse superiore. Soprattutto c'era una regola, e se la tradivi eri fuori».

Giuliano Gallo
  

foto di R. Crocellà "VIETNAM OGGI"

 

DAL QUOTIDIANO "LIBERAZIONE" del 25 novembre 2005
Corriere della Sera e Vietnam. Accordi militari.
II titolo formato "scoop" del Corsera di venerdì 18/11, "Accordo tra Washington ed Hanoi contro la potenza cinese", ha fatto sobbalzare molti ammiratori del Vietnam, inclusi gli ex, che continuano a considerarlo unicamente come simbolo di una lotta eroica e inorridiscono all'idea che anche i nipoti di Ho Ci Minh, posato il fucile, si lascino contaminare dalle seducenti follie della crescita economica e dei consumi connessi.
Lo stesso Mario Capanna, leader del movimento che sostenne in quegli anni "l'eroico popolo vietnamita vittima dell'aggressione imperialista" teme che ormai che il leggendario coraggio del piccolo Davide vietcong che sconfigge il potente e feroce Golia americano, sia stato cedevolmente sacrificato e archiviato dalla nuova leadership di Hanoi in cambio di dollari e di business.
C'è qualcuno sano di mente che pensa sul serio che il Vietnam, dopo trent'anni di guerra, pressoché ininterrotta, contro le più grandi potenze imperialiste del pianeta - Giappone, Francia, USA - sia ora in procinto di stringere un'alleanza militare con gli Stati Uniti in vista di una futura guerra contro la Cina ? Contro la Cina, nientedimeno! Il grande vicino il cui modello economico sta ispirando e aiutando il Vietnam - non in astratto, ma attraverso multiformi e concreti rapporti politici ed economici - ad uscire dal sottosviluppo per farlo entrare a pieno titolo, con tassi di crescita vicino a quelli di Pechino, nel temutissimo club delle tigri asiatiche guidate ora - quale orrore! - da due stati governati dai comunisti.
Intendiamoci, lo "scoop" del Corsera (che non pare abbia lasciato il mondo col fiato sospeso), ridotto all'essenziale è una banalissima notizia concernete rinvio di un gruppo di ufficiali vietnamiti (27 o 32?) in una accademia militare americana perché imparino l'inglese e aggiornino la loro conoscenza della medicina militare. Ossia uno dei tanti, tantissimi accordi e iniziative bilaterali intercorse in questi ultimi anni, su iniziativa del Vietnam, per uscire dall'isolamento e per ricomporre un normale rapporto di scambi politici, economici e culturali con il paese con cui la guerra si è conclusa ormai da trent'anni.
Qualche compagno mi telefona preoccupato. Qualche altro più scafato sentenzia: "l'avevo detto che comunismo e mercato sono incompatibili".
Altri ancora lasciano trasparire il dubbio atroce che, prima o poi, il Vietnam entrerà nella Nato. Che fare, che dire? Alzo il telefono e ne parlo con Nam, neo ambasciatore del Vietnam a Roma e amico da lunga data.
Sebbene lo stia distogliendo da impegni molto più seri, quando gli espongo il tema e i quesiti connessi appare piuttosto divertito. Quando poi alludo alla futura alleanza anticinese di Vietnam e Stati Uniti evocata nello "scoop" del Corsera, mi seppellisce con una micidiale risata assassina.
Poi, con la consumata e paziente abilità diplomatica degli orientali, mi rassicura circa le reali dimensioni dello scambio di "cortesie militari" tra Hanoi e Washington. E per evitare equivoci futuri mi preannuncia che la visita che sarà compiuta prossimamente da ufficiali vietnamiti in Italia su invito della nostra Marina Militare, non prelude a future, minacciose alleanze italo-vietnamite contro chicchessia, ma fanno parte del repertorio politico-diplomatico teso a consolidare i rapporti tra i paesi e i governi, con buona pace dei nostalgici dei tempi eroici.
Il Vietnam non è nuovo a queste iniziative. Sono ormai anni che il paese viene visitato da numerose delegazioni militari americane non sempre animate, per la verità, da spirito amichevole. Il che è del tutto comprensibile. In fin dei conti dopo la sconfitta di Custer nella battaglia di Little Big Horn, nel Montana, ad opera di Toro Seduto e di Cavallo Pazzo, è stato appunto il Vietnam che ha infìitto alla superpotenza la sconfitta più umiliante e sofferta di tutta la sua storia militare.
E considerati gli psicodrammi provocati da quella sconfitta e dal dilagare della "sindrome vietnamita" è comprensibile il perdurare di certi risentimenti. Ma ci sono stati anche dei gesti molto importanti di segno contrario. Il più clamoroso, ma anche il più conciliante ed apprezzabile, è stata la visita compiuta una decina di anni fa da Robert Mc Namara, ex Segretario alla difesa di Kennedy, che, nell'agosto 1964, avallò e coprì la famosa provocazione del Golfo del Tonchino che diede inizio alla più sanguinosa delle guerra del 20° secolo.
Quel faccia a faccia ad Hanoi tra i due ex nemici. Mc Namara e Nguyen Vo Giap, la sincera ammissione di colpa dell'americano per tutti i crimini commessi e l'accoglienza amichevole manifestata da Giap, il vincitore della guerra
di liberazione, ha avuto una grande valenza simbolica e spianato la strada alla riconciliazione tra i due popoli. "Quella guerra - dichiarò allora Mc Namara - è stata un grande errore e una delle pagine più vergognose della storia americana".
Ora, il fatto nuovo e sicuramente straordinario, è di vedere questo Vietnam, che dopo essere riuscito a suscitare attorno alla sua guerra di liberazione un sostegno solidale di dimensione planetaria, ed essere riuscito ad esportare in casa del nemico le dirompenti contraddizioni di quella guerra infame, proporci oggi il divertente episodio che ci fa immaginare gli impettiti marines di West Point accogliere in amicizia la delegazione di quella armata popolare che ha loro inflitto la più clamorosa delle sconfitte. Coi tempi che corrono non è certamente poco.
Tranquilli dunque. Il malessere oscuro che l'America ha introiettato, "la sindrome vietnamita" appunto, non si è dissolta. Riappare puntualmente sulle rive del Potomac nei momenti in cui la soverchiante potenza delle armi di distruzione di massa degli Stati Uniti si dimostra impotente a piegare la resistenza dei popoli aggrediti.
L'intelligenza dei leaders di Hanoi, la loro capacità di aprirsi al mondo esterno e di costruire amicizie e solidarietà anche nel cuore delle cittadelle imperialiste, la loro lungimiranza nel ricostruire in pace un legame con gli ex nemici, il superamento di sentimenti di vendetta contro gli aggressori sono virtù politiche che spiegano la sorprendente rapidità con cui oggi il Vietnam stia risalendo dal sottosviluppo e sconfiggendo la povertà. Oggi la sua più potente artiglieria pesante è rappresentata dai prezzi e dalla qualità competitiva dei suoi manufatti industriali. E la sua aggressività si manifesta nella capacità con cui penetra e conquista nuovi mercati, incluso quello americano, senza il supporto delle cannoniere.
Che c'è di scandaloso in tutto questo?
Sergio Ricaldone - Associazione ITALIA-VIET NAM - Comitato di MIlano