STOP  VIETNAM


EDIZIONE DEI QUADERNI DELL’ACPOL

STAMPA I.P.S. ROMA  ©1970


Scritti di:
LOMBARDI – SVAHNSTROM – XUA THUY – LEDDA – BASSO – ENRIQUES AGNOLETTI – PAULING – LABOR e altri.

 


Pubblicazione a cura della:
Sezione Italiana presso la “Conferenza Permanente di Stoccolma per il Vietnam” - Roma







 

PRESENTAZIONE di Riccardo Lombardi
In questo opuscolo presentiamo agli italiani le relazioni, i più significativi interventi e le conclusioni operative della V Conferenza sul Vietnam che ha avuto luogo a Stoccolma, significativamente nei giorni della Pasqua 1970.

Promossa dal Comitato di Unione Internazionale, la prima di queste conferenze ebbe luogo il 1° Luglio 1967 e soltanto pochi pensavano allora che si sarebbero rese necessarie altre 4 Conferenze. Infatti il conflitto, o per dargli il suo nome attendibile, l'aggressione e il genocidio non solo continuano, ma si estendono e, nel momento in cui questa pubblicazione viene diffusa, la guerra del Vietnam rischia di diventare la guerra dell'Indocina, coinvolgendo già il Laos, la Cambogia e inevitabilmente la Tailandia.

Vogliamo con questa pubblicazione non già rompere la congiura del silenzio: questa è stata rotta da tempo con significative e imponenti manifestazioni anche in Italia, ma per rompere quello che Bertrand Russel ha chiamato il delitto del silenzio, e anche per fare conoscere agli italiani attraverso questa documentazione che non basta più rifiutarsi di tacere, che non basta più la protesta. Occorre un rilancio operativo della campagna internazionale per il Vietnam che sia quantitativamente e qualitativamente omogenea con la sua accresciuta pericolosità.

Nello stesso tempo per la pace mondiale e per la democrazia all'interno dei paesi aggressori, occorre constatare con fatti che probabilmente sulla scia dell'illusione di una rapida conclusione della Conferenza di Parigi, il movimento di protesta continua a subire una certa degradazione: la protesta alta e continua non ha certo dato luogo al silenzio, ma indubbiamente la voce si è affievolita. Non solo, ma è sembrato che il problema del Vietnam non fosse più il principale, il più significativo, il più pericoloso dei problemi aperti, ma che adesso gli si fossero affiancati, in qualche modo sopraffacendolo, e attirando maggiori attenzioni altri problemi in particolare quello del Medio Oriente.

E tuttavia, malgrado l'estrema importanza di quest'ultimo e di altri problemi, il messaggio più urgente che si possa sottoporre alla umanità oggi è quello che riguarda la giusta soluzione del problema del Vietnam.
La giusta soluzione, che non può non consistere nello accoglimento integrale dei 10 punti del Comitato di liberazione prima, e nel riconoscimento del governo rivoluzionario provvisorio dopo, avrebbe un influsso eccezionale e forse decisivo anche sugli altri conflitti in corso nel quadro dell'antagonismo mondiale fra i blocchi contrapposti.
Non può non destare la riflessione di tutti i democratici, di tutti coloro che si battono contro l'imperialismo il constatare che, malgrado la condanna oramai universale da parte di tutto ciò che è democratico e umano, o di semplicemente umano esiste nel mondo, la guerra tuttavia continua e continua in forme ancora più atroci dì quelle che precedettero l'inizio delle trattative di Parigi.

Certo, tutti i democratici, tutti i socialisti, tutti i cristiani hanno, abbiamo, molti motivi di cattiva coscienza: a 30 anni dalla fine della guerra antifascista, la nostra cattiva coscienza si chiama il fascismo perdurante in Spagna e nel Portogallo, si chiama il fascismo in Grecia e ciò per limitarci al ristretto campo mediterraneo.

La lotta popolare di resistenza del popolo vietnamita è stata la prima, la più efficace, la più produttiva riabilitazione: ma questo onere non può essere lasciato al solo popolo vietnamita. Esso ci concerne tutti e quello che più conta concerne l'avvenire e le prospettive della democrazia e del socialismo in ciascuno dei nostri Paesi.
La correlazione esistente di fatto fra una guerra imperialistica delle dimensioni e della natura di quella che gli Stati Uniti conducono nel Sud Vietnam e la permanenza delle forme di democrazia esistenti in tutti i Paesi direttamente o indirettamente associati e, almeno moralmente, corresponsabili del processo di degradazione della democrazia in America, parallelo e omogeneo con il prolungarsi e con lo inferocirsi dell'aggressione al Vietnam  fu posta già nei primi anni della guerra come un'ipotetica attendibilità.

Oggi però questa ipotesi è confermata da una reazione sempre più allarmante ed il legame fra guerra imperialista e repressione interna appare chiarissimo attraverso un esame, anche sommario, degli avvenimenti di questi ultimi anni negli Stati Uniti d'America. Si tratta di una guerra inevitabilmente criminale: essa non può che condurre, come ha condotto, al genocidio denunciato dal tribunale Russel.

I metodi e le strategie adoperate dagli Stati Uniti nel Vietnam, che sono obiettivamente i soli metodi con cui si può condurre una guerra imperialista contro un paese agricolo, non possono che agire obbligatoriamente in modo indiscriminato e colpire intere popolazioni: la guerra diviene per sua natura genocidio. Una realtà politica del Sud Vietnam — nel quale il fronte di liberazione nazionale è, e può essere, ovunque — è che, praticamente, tutto il popolo è nemico di Washington.

Chi desiderasse una documentazione schiacciante sulla base di relazioni, inchieste ufficiali non ha che da leggere un terribile documento: la relazione presentata da Gabriel Kolko alla Conferenza di Washington sulla guerra e la responsabilità nazionale del 20 e 21 febbraio di quest'anno e che è stata opportunamente pubblicata sul fascicolo del 28 febbraio 1970 della rivista « Il ponte ».

Il lettore troverà nella presente pubblicazione una documentazione non soltanto informativa, ma anche indicativa di ciò che, al di là delle proposte, si può e dunque si deve fare ovunque nel mondo e perciò anche nel nostro Paese. Vi troverà ancora un esempio stimolante di come si possa anche premere per una azione di governo efficace e realistica, approfondendo ciò che ha fatto e fa il governo svedese il quale non si è limitato al riconoscimento del governo di Hanoi, ma gli ha concesso prestiti e aiuti dì grande rilevanza, affrontando non soltanto le proteste ma un tentativo di boicottaggio economico da parte degli Stati Uniti.

Troverà poi una indicazione meticolosa e dettagliata dei possibili aiuti che si possono organizzare fin da oggi (e per i quali una iniziativa è già in corso in Italia) per provvedere non già certamente alla ricostruzione che, data la totale distruzione di ogni opera civile nel Vietnam, esigerà ben altre forze, ma almeno agli aiuti più urgenti ad una popolazione provata in maniera che non ha precedenti nella storia. Le risoluzioni delle tre Commissioni della Conferenza di Stoccolma inducono a precise azioni e precisi obiettivi che si possono, e perciò si debbono raggiungere. Esse sono nel loro insieme un messaggio impegnativo che deve essere accolto da tutti gli uomini liberi.

Nota — i lettori che desiderassero una informazione precisa e documentatissima sulle origini del conflitto, sulla legittimità del governo di Hanoi e perciò sulla necessità del suo riconoscimento da parte del nostro Governo, possono trovarla nel libro che il deputato laburista W. Warbey ha pubblicato anni fa sotto il titolo: « Viet-Nam » Edizioni Nuova Italia, 1966.