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I. LA FAMIGLIA.
La famiglia vietnamita è di tipo patriarcale.
La sua organizzazione è stata definita dal codice Hong Duc dei Lè, rimasto
in vigore fino a Gia-Long. Si può immaginare che una civiltà contadina mal
strutturata amministrativamente, in certe epoche agitate senza ordine
pubblico e senza governo ben definito, l’individuo ha trovato la sua
salvaguardia nella famiglia. In Vietnam, come in Cina, la pietà filiale,
lo hieu, è stata considerata come la pietà di base, il cimento
obbligato di una comunità consanguinea di cui tutti i membri vivi o morti
sono solidali per i debiti come per i guadagni. Ogni individuo deve dunque
fare sforzo, per tutta la sua vita, per aumentare la reputazione e il
prestigio del suo clan. Non rispettare la pietà filiale (bat hieu)
era considerato uno dei sei crimini atroci.
Il clan (ho), base del regime sociale e composto da un certo numero
di famiglie discendenti da un antenato comune che non supera mai le nove
generazioni.
Il clan si divide in rami e in sottorami. Gli alleati non fanno parte del
clan. Esso comprende solo i rami diretti e collaterali maschi, vale a dire
agnati. Ha una proprietà comune, il tempio degli antenati, situato nella
casa del capo di parentela del clan. All’inizio il capo del clan è il capo
del ramo primogenito. Ma se egli muore prematuramente, è rimpiazzato, sia
dal figlio primogenito, sia dal capo del ramo collaterale più prossimo. Se
il suo discendente è minore, egli viene aiutato nel suo compito dal
maschio che per la sua età, il suo rango sociale, il suo grado di
parentela e la sua personalità, è l’uomo più considerabile del clan.
Il capo del clan è incaricato di aggiornare una sorta di albero
genealogico dove sono inseriti, per ordine di filiazione, il nomi di ogni
membro defunto del clan, il nome della sua prima moglie e delle altre
mogli che gli hanno dato figli, le sue date di nascita e di morte, il suo
luogo di sepoltura, i suoi titoli e le sue opere degne di nota. I
condannati a pene infamanti non sono inseriti. I figli primogeniti di ogni
ramo cadetto tengo anche loro un analogo registro riservato ai morti.
Dall’età di 13 anni, i viventi figurano (fino al loro decesso) sul
registro manuale di aggiornamento.
A) NOME DEL CLAN
E NOMI PERSONALI.
Un vietnamita distinto aveva a sua disposizione cinque nomi. Un vietnamita
volgare si accontentava del primo e del quarto. Ecco il loro dettaglio:
1 - Il nome del clan (cognome)
Il numero dei clan non ha mai superato i 300. Ne delta del Fiume Rosso non
vi sono più di 202 clan. NGUYEN è portato dal 54% delle famiglie. L’85%
delle famiglie portano i 12 seguenti cognomi: Nguyen – Trán – Lê – Pham –
Vu – Ngò - Do - Hòang – Dao – Dang - Duong e Dinh. Alcuni nomi di clan
sono doppi. Bisogna quindi indicare con un tratto d’unione il legame che
esiste tra i due nomi, di cui solamente il primo prende la maiuscola. In
mancanza di questa precauzione, il secondo nome sarà considerato come
intercalare. Esempio: Huat-tri Cunc e Huat-tri Khanh sono della famiglia
(clan) Huat-tri.
2 - Il post-nome familiare
equivalente al nostro nome di battesimo, ricorda, per le mogli, dei nomi
di fiori, alberi, o uccelli o cose preziose (es. Crisantemo – Ostrica
perlifera – Fenice); per gli uomini nomi di virtù astratte (es. Talento -
Autunno). In entrambe i casi si può fare riferimento a delle
caratteristiche personali.
Come il nome del clan, il nome può essere egualmente formato da due nomi
che iniziano con una maiuscola e uniti da un trattino, caratteristiche
senza le quali ne si cambia completamente il significato. Per esempio:
Nguyen Xuan-hoa non deve essere confuso con Nguyen-xuan-Hoa. Nel primo
caso il nome è Fiore di Primavera. Nel secondo non è più un fiore, essendo
“xuan” semplicemente (si fa per dire) una parola intermedia.
Ci si doveva astenere dallo scrivere o di pronunciare il nome quando si
trattava del sovrano , di alti personaggi o semplicemente del proprio
padre o dei superiori. Non era raro che la madre sia designata con il nome
del suo figlio maggiore.
3 - Il nome aggiunto
per separare il nome del clan (cognome) dal nome di battesimo.
In origine, thi, caratteristico nome aggiunto alle femmine, era un augurio
di discendenza numerosa, e van, caratteristico nome maschile, un augurio
di successi ai concorsi letterari.
Thi è pressoché obbligatorio per tutti i nomi femminili. Tra i nomi
maschili si ha una più grande scelta: van, ngoc, xuan, lien etc.
Il nome intercalare non mai impiegato nel nome simbolico e nel nome
postumo, serve soltanto a differenziare le differenti generazioni di una
stessa famiglia. Esso è lo stesso per tutti i membri occupanti lo stesso
grado all’interno della genealogia. Esso è allora separato dal nome con un
trattino d’unione. Esempio, il clan Lê. Alla prima generazione il nome
intercalare sarà Cam, lla seconda Hòng, alla terza Phuoc.
4 - Il post nome letterario.
Ė scelto attraverso dei caratteri cinesi con un significato laudativo, che
traduce il più fedelmente il nome di battesimo: Esempio: Bao-Thu = albero
prezioso.
5 - Lo pseudonimo
è composto da due caratteri cinesi che ricordano una virtù o un nome di
luogo.
Il nome personale postumo è composto da due caratteri cinesi che riassumo
le qualità o i difetti. Ė il solo che sia pronunciato nelle invocazioni ai
defunti.
B) IL MATRIMONIO
Ha per scopo di perpetuare il nome del clan, la sua stirpe e il suo culto
ancestrale. Il matrimonio deve essere molto precoce e molto prolifico e la
nascita di un bambino è sempre una notizia felice. Le trattative tra le
famiglie che desiderano allearsi sono quasi sempre affidate ad
intermediari. Se esse prendono una buona piega, ci si scambiano gli otto
caratteri ciclici indicanti l’ora, il giorno, il mese e l’anno di nascita
della ragazza e del ragazzo. Se l’esame dell’oroscopo non sarà sfavorevole
la sorte della futura coppia è di essere marito e moglie. Si compiranno
allora tre riti essenziali:
1. la domanda di matrimonio.
2. Il fidanzamento.
3. Il matrimonio.
Il matrimonio vietnamita consiste essenzialmente in una doppia cerimonia
privata: davanti all’altare degli antenati della famiglia della fidanzata
e davanti ai suoi parenti, poi davanti all’altare ancestrale della
famiglia del fidanzato e davanti ai suoi parenti. Là avrà luogo una
cerimonia supplementare “cerimonia dei fili rossi” in onore del “Vecchio
della Luna” che è il genio dei matrimoni. Il giorno dopo del matrimonio ha
luogo la visita del secondo giorno presso i parenti della maritata.
Qualche giorno dopo, il maritato o la sua famiglia, adempiono nel loro
villaggio natale il diritto di matrimonio.
L’unione libera era estremamente rara presso i contadini.
C) STATO
DELLA DONNA VIETNAMITA.
Ella era legalmente “minore” durante tutta la sua vita e sottomessa alle
tre obbedienze:
1. Obbedire al padre quale figlia;
2. Obbedire al marito come moglie;
3. Obbedire al primogenito come vedova.
In realtà, la moglie è padrona dell’interno della casa e ha sempre giocato
un ruolo molto importante.
Nella società tradizionale vietnamita, il matrimonio è un atto
essenzialmente collettivo, voluto e preparato dalle due famiglie
interessate. La volontà e il gusto proprio dei due fidanzati contava poco
o nulla. È per questo che l’amore coniugale ha poca storia e non ha
lasciato poche tracce nella letteratura.
Quando un matrimonio era infelice, il ripudio della moglie da parte del
marito, era possibile in sette casi e impossibile in tre. Era, come il
divorzio, assai raro, a causa del palliativo costituito della poligamia.
Al fianco della moglie principale potevano esistere delle mogli di secondo
rango, sposata dopo consultazione e consentimento della moglie principale.
Infine si avevano delle concubine (mogli/domestiche) acquistate ma non
sposate.
L’occidentale, individualista e moralista, considera la dissoluzione di
una unione come una questione puramente personale e sentimentale; la
rottura del focolare gli sembra essere la conseguenza più logica. Il
confuciano preferisce non toccare la struttura familiare. Egli lascia a
sua moglie la sua situazione sociale ben stabilita, all’interno e
all’esterno della casa. Ella resta lo stesso la madre legale dei bambini
che possono nascere da altre unioni di suo marito. Ella ha diritto al
rispetto delle altre mogli e mantiene su esse una situazione preminente.
Queste non sono che vane apparenze, ma altrimenti sarebbe peggio per lei
che non avrebbe, in caso di divorzio, più famiglia, più figli e più
marito.
Tra le ragioni, sempre discutibili, che un uomo può avere di cambiare
moglie, c’è il destino. Dietro la cosmologia sino-vietnamita, il destino
degli sposi, e anche degli amanti passeggeri, è fissato in maniera
inevitabile. Un indovino li convincerà che ciò è giusto e questa credenza
dell’indovino dava al concubinaggio il carattere di un male necessario,
che però, al giorno d’oggi, perde via via terreno in Vietnam.
La sposa virtuosa doveva portare gonne di tela e appuntare i capelli con
una spilla. Da qui l’espressione: la persona con la spina, per designare
il sesso debole parlando della moglie con gli estranei.
D) I BAMBINI
Possono essere dello stesso padre e della stessa madre, sia dello stesso
padre e di madri differenti. Possono anche essere adottati. L’adozione può
avere cause diverse: pietà, volontà di attirare sulla propria famiglia
delle influenze benefiche di cui il bambino adottivo sarà veicolo;
procurarsi un culto postumo (per uomini senza figli naturali) (erede
cultuale), desiderio di aumentare il numero dei lavoratori della famiglia.

1. TUNICA
2. CAPPELLI
3. PETTORINA
4. BAVAGLINO
5. PANTALONE DA BAMBINO
6. PANTALONE DA BAMBINA
7.8. CIUFFO PARIETALE A FORMA DI PESCA (maschi)
9.10. CIUFFO FRONTALE O NUCALE (femmine)
A partire dai tre anni, bambini e bambine, vengono rasati in maniera
differente. Non gli si lasciano crescere i capelli fino al momento
della pubertà (verso i 14 anni). Per proteggerli dalle influenze negative,
gli si fa portare degli anelli d’argento e amuleti con scritte di augurio
di longevità. Si possono vendere “fittiziamente” ad un genio (le Tre Madri
per esempio), durante una cerimonia che avrà luogo alla pagoda. Si evita
di chiamarlo col suo nome personale ma bensì si utilizza un numero o un
nome ripugnante per allontanare da lui i diavoli. Infine, parlando per
antifrasi , si pensa di evitargli malattie trattandolo come uno sciocco
animale, da bestia nauseabonda o come un orribile e ripugnante porcellino.
E) LA SEPOLTURA
La sepoltura è stata lungamente studiata da Doumoutier. Dopo la
constatazione del decesso, uno scampolo di stoffa annodato come un
manichino che riceve l’anima del defunto. Dopo si introducono in bocca al
defunto un pugno di riso e tre sapeco. Il corpo viene lavato, riccamente
vestito e avvolto in un lenzuolo e messo nella bara in un’ora fasta. Il
feretro viene posizionato su due cavalletti nella sala centrale della casa
in vicinanza di un altare con il manichino di stoffa. Sul feretro si mette
una tazza di riso ed un uovo bollito. Un bonzo venuto ad assistere
l’agonizzante officia al momento del decesso, al momento del corteo
funebre e quando il feretro è interrato.
Il corteo funebre varia a seconda dell’importanza della famiglia e
richiedeva somme notevoli. Schematicamente si componeva così (dalla testa
alla coda):
1. Una iscrizione trasversale, fiancheggiata da lanterne, riportante il
nome e l’età del defunto;
2. Un pannello rettangolare indicante lo stato civile del defunto;
3. La “casa dello spirito” che sarà bruciata durante l’inumazione;
4. Il battello che conduce l’anima al monte Meru;
5. Il carro dell’anima che porta il manichino;
6. Il feretro, trasportato il più orizzontalmente possibile, e la
tavoletta funeraria sono ricoperti da una casa di carta, riccamente
decorata, bruciata in seguito per essere utile al defunto. Le figlie e le
nuore camminano sotto il catafalco e i figli maggiori davanti a lui, a
ritroso.
7. Dietro vengono i figli del defunto, il corpo curvo e appoggiato su un
bastone di bambù, la cui parte superiore è rotonda come il cielo. Dietro i
figli vengono i generi e il resto della famiglia sotto un baldacchino di
cotone bianco, chiuso da tre lati e che chiude il corteo. E’ là che si
trovano le piccole femmine della famiglia: bambine, sorelle, nipoti e
parenti allontanati. Il vestito di grande lutto si compone di una tunica
di canapa grezza, o di fibre di banano, senza cuciture e orlo, di un abito
e di un pantalone di cotone bianco, al quale, i figli, le figlie e le
nuore devono scucire gli orli per il lutto di una madre o di una matrigna.
I capello sono sciolti. La fronte è cinta di una corona di corda grezza
per gli uomini o di una sorta di cappuccio di cotone per le donne. I
generi portano una corona di cotone (mu cau) tenuta sotto il mento da una
corda più sottile.
La fossa è stata scavata seguendo le leggi della geomanzia perché la sorte
sia favorevole alla famiglia del defunto. Il feretro vi viene sceso e il
suo orientamento benefico verificato con una bussola geomantica Si porta
in seguito la tavoletta funeraria. Un letterato di fama completa con un
colpo di pennello l’ultimo carattere dell’iscrizione ed è in questo
preciso momento che l’anima del morto entra nella tavoletta che sarà
riportata a casa e deposta su un altare eretto a fianco di quello degli
antenati.
L’esumazione e la traslazione del corpo in un’altra sepoltura ha luogo tre
o quattro anni dopo. Il cerimoniale è molto più semplice di quello
dell’interramento iniziale.
Il lutto è minuziosamente regolamentato. Non possiamo qui entrare in
questi dettagli.
F) IL CULTO DEGLI
ANTENATI.
Lo scopo è quello di perpetuare una complessa emozione, così intensa da
legare in maniera indissolubile i vivi e i morti di uno stesso clan. Ha
per oggetto la manutenzione delle tombe, ma soprattutto il culto che deve
essere fatto nel tempio familiare alle tavolette delle quattro generazioni
ascendenti: trisavolo e sua moglie, bisavolo e sua moglie, nonno e nonna,
padre e madre. Via via, si interrano le tavolette delle più vecchie nel
sottosuolo del tempio.
La tavoletta funeraria è rinchiusa in una scatola rossa, contenuta essa
stessa in un astuccio laccato rosso, con una sobria decorazione d’oro. La
tavoletta è formata da due assicelle tenute assieme con un assemblaggio
obliquo e uno zoccolo in mortasa . L’assicella esterna presenta una faccia
anteriore dipinta in bianco, sulla quale sono indicati in nero il nome di
famiglia, i titoli e i nomi simbolici e letterari del defunto ed anche le
date di nascita e di morte. Il nome del donatore (figlio maggiore o erede
del culto) figura in basso a destra. L’assicella interna presenta una
faccia anteriore dove una superficie intagliata contiene una seconda
iscrizione nascosta che riporta il nome reale e personale del defunto, la
sua età, l’ora della sua nascita e quella della sua morte (17). Le
dimensioni sono mediamente di: mm.30 di spessore, una larghezza variante
da 67 a 92 millimetri. L’altezza è di mm.272. Per la costruzione precisa i
vietnamiti tengono conto delle 4 stagioni, dei giorni del mese e delle ore
del giorno.
Il legno di giuggiolo è molto ricercato perché si decompone rapidamente,
così la tavoletta interrata non possa più essere ritrovata. Il legno di
sandalo, tenero, leggero e anche profumato. Per la povera gente si
accontentano di qualsiasi legno. Una cerimonia è resa alla tavoletta
almeno cinque volte per anno, con la seguente sequenza:
1° giorno del 1° mese
3° giorno del 3° mese
5° giorno del 5° mese
15° giorno dell’8° mese
9° giorno del 9° mese
Perché il culto degli antenati possa essere degnamente celebrato si
riserva, dal patrimonio del clan, una parte detta dell’incenso e del
fuoco, in cui l’erede cultuale, naturale o istituito, ha l’usufrutto.
Un’altra pratica cultuale, quella del ky-dien, ha per scopo la
celebrazione degli anniversari funebri. Nel caso in cui delle persone
corressero il rischio di morire senza bambini consanguinei o adottivi,
esse potevano assicurarsi la celebrazione di un culto postumo con dei doni
(generalmente delle risaie, dei terreni) a delle pagode buddiste, a dei
templi comunali o a qualsiasi associazione. Non è solo la morte ma
parimenti il rituale che apre il cammino alla vita futura (Layard). Poiché
il solo rituale e non la morte può costituire il trasferimento di vita o
di potenza di cui la morte ha bisogno. Grazie al rituale, il Viet Nam
crede ai morti, come l’Occidente crede solamente alla Morte.

II. - L’INDIVIDUO.
L’omogeneità della famiglia, influenzata dal confucianesimo, la
disposizione della casa dove ognuno vive sotto l’occhio degli altri,
facevano del Vietnamita medio un essere collettivo nel quale l’interesse e
la volontà del gruppo primeggiavano sempre su quella dell’individuo o
della coppia.
La plasticità della vita effettiva è d’altronde quella che finisce, non
solamente, per subire la sollecitazione collettiva ma ancora per fingere e
per provare le reazioni sentimentali che esigono i gruppi ed espresse con
il linguaggio. Ognuno allora reagisce a suo modo. E in questa accettazione
della rigida disciplina familiare, è talvolta difficile distinguere ciò
che è reale e ciò che è finto, ciò che verosimilmente sincero e ciò che
non è che il “gioco” imposto ad un individuo dal suo ruolo sociale.
Sovente l’armatura degli usi costituisce un mezzo di contenzione
sufficientemente potente per dominare i sussulti della vita emotiva. Nella
moderna civilizzazione occidentale l’intellettuazione della vita effettiva
e la meccanizzazione dell’io elimina (o tende a eliminare) la vita emotiva
della coscienza.
La cultura estremo-asiatica non sopprime la vita emotiva. Essa non si fida
e la contiene con un efficace sistema inibitorio: l’etichetta e i riti.
Un proverbio cinese dice: “Davanti alla gente si insegna ai figli, e,
sull’orecchio, a sua moglie”. Un altro parla del muto che mangia legumi
amari, per cui l’amarezza resta nel suo cuore: Così un uomo sposato “avrà
perso la faccia” se avesse discusso con la sua metà, in pubblico, e se
avesse avuto l’aria di farsi imporre da ella. E il vedovo, che avrà pianto
sua moglie, doveva nascondere il suo lutto “come il muto il suo
malcontento di mangiare i suoi alimenti amari”.
Per diventare autentico o autonomo, per abbandonare la sua personalità
mutilata e crearsene una nuova, l’individuo doveva dunque considerare, nei
confronti del suo clan, il dovere di ingratitudine con le sue conseguenze:
la rivolta o la fuga. Ma, in molti casi, questa attitudine sviluppava in
lui un senso di colpa che lo conduceva al suicidio.
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