Centro Culturale CANDIANI
15 - 30 Settembre 2008

MOSTRA  FOTOGRAFICA: "Venezia - Viet Nam 60/70"

Presentazione libro: "Storia popolare della Guerra del Viet Nam"

Proiezione del film: "Sir! No Sir!

 

COMUNICATO STAMPA

Nel tradizionale ruolo che svolge da decenni l’Associazione Italia Viet Nam Comitato Regionale Veneto, il 24 Settembre 2008, alle ore 17.00, presso il Centro Culturale Candiani di Mestre ha organizzato, con la collaborazione del Centro Candiani, Rosso Veneziano, La Redazione di Carta e Punto Rosso una serata dedicata agli insegnamenti della lotta di liberazione del Viet Nam con la proiezione del film SIR! NO SIR! 2005 di David Zeiger e la presentazione del Libro Storia Popolare della Guerra del Viet Nam di Jonathan Neale 2008.

Il film, presentato dal critico cinematografico Michele Gottardi descrive come all’interno di una caserma dell’esercito USA nasce tra i militari una coscienza contro questa guerra infame ed ingiusta.

Il Libro, presentato da Cesare Scarpa e da un inviato dell’Ambasciata del Viet Nam di Roma racconta l’opinione, il pensiero sulla guerra USA al Viet Nam dei contadini Vietnamiti e del popolo Americano, costretto mandar i figli a combattere; “stranamente” i due pensieri, le due opinioni si assomigliano moltissimo.


Nello stesso periodo dal 15 al 30 Settembre con orari 10.00/13.00 di mattino 15.00/19.00 di pomeriggio, sempre al Centro Culturale Candiani, sarà esposta una mostra fotografica, con manifesti, documenti sulla solidarietà dei veneziani al Popolo Vietnamita, VENEZIA-VIET NAM 60/70.

La mostra è stata presentata il 30 Aprile 2007, (Festa della Liberazione e dell’Unità del Paese) al Museo della Rivoluzione di Ha Noi, è ora esposta permanentemente nello stesso museo.

Il DVD può essere richiesto alla nostra organizzazione tel. 348-2616881
Il Libro, Edizioni IL SAGGIATORE, Collana La Cultura si trova nelle librerie al prezzo di 20€

Il presidente  Renato Darsié
Mestre 8 Settembre 2008
 


Di seguito la presentazione del DVD  e  del libro.

Sir! No Sir!  di David Zeiger
Sir! No sir! ha il merito di farci conoscere una pagina del movimento contro la guerra nel Vietnam pressoché sconosciuta: la resistenza di coloro che l'hanno combattuta, i GI. La storia della loro opposizione è in gran parte ignota anche a molti che come me hanno partecipato a quel movimento.
Sono venuta a contatto con loro, in particolare con la Vietnam Veterans Against the War, la grande organizzazione dei reduci, solo nel 1972 a Miami, durante la manifestazione contro la convenzione repubblicana che ha rinominato Richard Nixon.
In quella occasione, in un momento in cui la strategia di "vietnamizzare" la guerra era già stata avviata, la loro partecipazione è stata fondamentale per ribadire l'impegno a continuare la nostra opposizione e a sostenere i vietnamiti.
Silvia Baraldini

"Come fermammo la guerra"  di Giuliano Santoro
Vedendo "Sir! No Sir!", il lungometraggio pluripremiato di David Zeiger , si abbandona definitivamente quel pizzico di anti-americanismo che ci sorprendiamo a coltivare, anche se ascoltiamo il rock'n'roll, leggiamo Kurt Vonnegut e ci consideriamo membri onorari della famiglia Simpson.
Di più: man mano che le immagini si succedono davanti ai nostri occhi, ci si riconcilia persino con la mascella volitiva di John Wayne, col settimo cavalleggeri che in "Apocalypse now" rappresenta la follia della guerra in Vietnam, e con le divise verdi delle Armate dell'Impero. "Sir! No Sir!" fa raccontare direttamente da chi l'ha vissuta la storia del GI movement, il movimento dei soldati statunitensi che decise che la spaventosa macchina della guerra in Vietnam doveva essere fermata dall'interno.
E che mise in pratica azioni di insubordinazione, vere e proprie rivolte nelle prime linee del conflitto, referendum popolari nelle città statunitensi che ospitavano le basi d'appoggio alla guerra: il Pentagono contò più di mezzo milione di gesti di ribellione da parte dei suoi soldati.
"Il GI movement non prese piede nei campus universitari, ma nelle camerate e sulle rampe di lancio - ha spiegato Zeiger - È fiorito nelle caserme e nelle città polverose che ospitavano le basi militari. Ha penetrato le elites dei collegi militari, come West Point. E si è diffuso nei campi di battaglia in Vietnam. È stato un movimento che nessuno si aspettava, nemmeno quelli che ne facevano parte. Centinaia di loro finirono in prigione e migliaia in esilio.
E dal 1971, come ha spiegato un colonnello, ha contaminato l'intero esercito. "Ero parte del movimento negli anni sessanta. Per due anni ho lavorato come civile all'Oleo Strut di Killeen, nel Texas, una delle dozzine di caffetterie che furono aperte vicino alle basi militari per appoggiare gli sforzi dei soldati pacifisti.
Ho contribuito a organizzare manifestazioni contro la guerra di oltre mille militari; ho lavorato con persone che venivano da piccoli centri e da ghetti metropolitani, che si erano arruolate ed erano andate in Vietnam senza accorgersi del pericolo e rischiavano la vita per fermare la guerra. E ho contribuito a difenderli quando finivano in galera".
Zeiger afferma esplicitamente che il suo film è una "metafora storica". Il parallelo con la situazione di oggi, con i due fronti aperti dagli Usa in Afghanistan e Iraq, è fin troppo evidente, tanto che nel film non viene neppure enunciato, sarebbe stato pleonastico.
Quando i soldati di trent'anni fa raccontano dell'"agente orange" utilizzato contro le popolazioni vietnamite, stanno parlando anche dell'uranio impoverito e del fosforo di oggi. "Eravamo obbligati a partire, quindi il desiderio di ribellarsi all'autorità era più forte - ha raccontato Michael Uhl, soldato pacifista dei Veterans for peace presentando il film al Tekfestival, rassegna romana di documentari - Il nostro dissenso si intrecciò con il movimento studentesco e fu parte della rivoluzione culturale che contagiò gli Stati uniti. I soldati di oggi non sono militari di leva, hanno in media 25 anni [in Vietnam 19], provengono da una classe operaia con più garanzie e sono per lo più diplomati. Oggi però c'è un'altra forma di coscrizione, di tipo economico.
Basta pensare alla Guardia nazionale, formata da soldati part-time che hanno lavoro e famiglia e vanno al fronte solo per guadagnare. Non hanno motivazioni forti, infatti il 72 per cento dei militari al fronte è favorevole al ritiro delle truppe. Vogliono solo sopravvivere e tornare a casa, ma il loro dissenso non è politicizzato come il nostro".
Alla fine del 1968, un gruppo di soldati pacifisti decise di protestare contro la guerra al presidio di Stockade, a San Francisco, in cui prestavano servizio. Secondo Randy Rowland, uno degli ammutinati, quell'episodio è molto rappresentativo del GI movement".
Eravamo soprattutto giovani lavoratori influenzati da quanto accadeva nel mondo, la nostra visione negativa degli Stati uniti era stata confermata dalla guerra, dai militari e dalla brutalità delle torture che subimmo dietro le sbarre. Non avevamo niente da perdere, e non condividevamo niente di quello che pensavano loro e della loro società".
Uno degli slogan preferiti degli afroamericani sul fronte vietnamita era "Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro". L'insurrezione black divenne una della cause primarie della sconfitta statunitense. Ciò accadeva soprattutto nelle zone del Vietnam lontane dai combattimenti più duri, dove invece le reclute erano costrette a stare unite e proteggersi a vicenda al di là delle opinioni politiche.
Secondo "Storm Warning", la rivista dei Vietnam veterans against the war, "l'esercito statunitense prese sempre di più la forma delle 'due armate': da una parte i militari veri e propri; dall'altra gli afroamericani, i membri delle altre minoranze e i 'grays', come venivano chiamati i bianchi che solidarizzavano con gli afroamericani e si identificavano più con gli esclusi che con la classe dominante".
La star del basket Nba statunitense Kareem Abdul Jabbar, nella sua autobiografia "Giant Steps", racconta la storia del suo amico Munti, indicativa del clima che si viveva in quel periodo. "Vivevamo nello stesso palazzo - racconta Abdul Jabbar - Partì alla volta del Vietnam tutto esaltato. Un giorno, nella giungla, la sua pattuglia cadde in un tipico tranello dei vietcong. Cammini su un sentiero fin quando non ti ritrovi circondato. Molti dei suo commilitoni vennero colpiti dal fuoco nemico, e Munti venne ferito da un proiettile a frammentazione. Alcuni stavano morendo, e ad un certo punto un vietcong smise di sparare e disse: 'Perché ci state combattendo, fratelli?'. Com'era cominciato, l'agguato finì. Dopo questo episodio Munti cambiò e decise che non avrebbe più combattuto".

Nel suo libro-reportage sulla guerra in Vietnam, intitolato "Flower of the dragona", il giornalista Richard Boyle racconta di aver trovato in un appartamento militare decine di soldati a fumare marijuana e discutere.
"Sembrava abbastanza semplice - racconta Boyle - la guerra sarebbe finita quando i soldati si sarebbero rifiutati di combatterla. Ho sentito reclute ripetere più volte che l'uomo che impugnava l'Ak47 [il fucile sovietico dei vietcong, Ndr.] era solo un'altra persona come loro".
Finirono per organizzare una manifestazione contro la guerra per il giorno di Natale di fronte alla cattedrale nel cuor di Saigon, la capitale vietnamita occupata dagli statunitensi. "Fu la prima volta che vietnamiti e statunitensi manifestarono insieme", racconta Boyle. Era il 1969.
Nello stesso anno, il soldato Dave Blalock arrivò in Vietnam. Fu avvicinato da un sergente afroamericano soprannominato "Sugar-Bear": "Mi prese da parte e mi disse 'Blalock, non siamo qui per uccidere nessun vietcong, siamo qui per sopravvivere - racconta in un ricordo pubblicato sempre su "Storm Warning" -Una volta Sugar Bear mi chiese se sapevo cosa fosse l'imperialismo - prosegue Blalock - 'Intendi la Chrisler Imperial [un modello di auto, Ndr.]?', riposi. Scoppiò a ridere, e mi invitò a partecipare al suo gruppo di discussione. Riceveva il giornale delle Black Panthers. Cominciammo a parlare, la maggior parte erano afroamericani, ma c'erano anche dei bianchi.
È lì che ho imparato a sillabare la parola 'Amerikkka'".
Cinque anni dopo gli Usa avrebbero abbandonato il fronte vietnamita.



Jonathan Neale
Storia popolare della guerra in Vietnam
Edizioni IL SAGGIATORE - Collana La Cultura  - € 20,00 - Pagine 312 - marzo 2008
«Questa è una storia raccontata dal basso. Spiega ciò che hanno fatto e vissuto i contadini vietnamiti, i soldati americani e coloro che negli Stati Uniti protestarono contro la guerra.»
In questo libro uno degli episodi più traumatici della storia mondiale recente viene raccontato dal punto di vista «sbagliato», attraverso le testimonianze di chi la guerra non l’ha decisa, non l’ha voluta e ha dovuto subirla. Da questa prospettiva si scopre come il conflitto non tanto sia stato perso da Washington, quanto vinto dalla schiera sempre più vasta dei suoi oppositori. A cominciare dalla resistenza ostinata dei contadini vietnamiti, il cui coraggio silenzioso rappresentò il più grande aiuto alla guerriglia, fino al rifiuto dei soldati statunitensi al fronte, che dal 1970 smisero di combattere e di obbedire agli ordini dei superiori, creando un precedente sconcertante nella tradizione eroica dell’esercito americano. Si può stimare che approssimativamente un migliaio tra ufficiali e sottufficiali furono uccisi dai propri uomini. Un ruolo fondamentale fu svolto dai reduci, dipinti da Hollywood e dalla propaganda come soggetti disturba ti e pericolosi, unici responsabili delle atrocità commesse, ma la cui adesione alle proteste contro la guerra fece pendere l’ago della bilancia a favore del movimento pacifista.
Jonathan Neale fornisce una nuova chiave di lettura della guerra del Vietnam, vedendo nel suo svolgimento e nella sua risoluzione un intreccio complesso tra relazioni internazionali e lotta di classe. La guerra del Vietnam rappresenta lo spartiacque, e l’onda lunga della «sindrome del Vietnam» continua ad avere ripercussioni sulla politica interna ed estera degli Stati Uniti, in particolare dopo l’11 settembre.
In tempi di «missioni di pace» e grande distacco tra istituzioni e società, questa «storia popolare» ha il merito di ricordare a tutti l’importanza dell’espressione del dissenso mentre fissa con puntuale caparbietà i parametri democratici del vivere civile.


Jonathan Neale
Jonathan Neale, nato a New York, ha conseguito un Ph.D. in Storia sociale in Inghilterra, alla Warwick University. Drammaturgo, romanziere e saggista, ha oltre quindici pubblicazioni all’attivo. Vive a Londra ed è portavoce dell’associazione Globalize Resistance.