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COMUNICATO STAMPA
Nel tradizionale ruolo che svolge da decenni l’Associazione Italia Viet
Nam Comitato Regionale Veneto, il 24 Settembre 2008, alle ore 17.00,
presso il Centro Culturale Candiani di Mestre ha organizzato, con la
collaborazione del Centro Candiani, Rosso Veneziano, La Redazione di
Carta e Punto Rosso una serata dedicata agli insegnamenti della lotta di
liberazione del Viet Nam con la proiezione del
film SIR! NO SIR! 2005 di
David Zeiger e la presentazione del Libro Storia Popolare della Guerra
del Viet Nam di Jonathan Neale 2008.
Il film, presentato dal critico cinematografico Michele Gottardi
descrive come all’interno di una caserma dell’esercito USA nasce tra i
militari una coscienza contro questa guerra infame ed ingiusta.
Il Libro, presentato da Cesare Scarpa e da un inviato dell’Ambasciata
del Viet Nam di Roma racconta l’opinione, il pensiero sulla guerra USA
al Viet Nam dei contadini Vietnamiti e del popolo Americano, costretto
mandar i figli a combattere; “stranamente” i due pensieri, le due
opinioni si assomigliano moltissimo.
Nello stesso periodo dal 15 al 30 Settembre con orari 10.00/13.00 di
mattino 15.00/19.00 di pomeriggio, sempre al Centro Culturale Candiani,
sarà esposta una mostra fotografica, con manifesti, documenti sulla
solidarietà dei veneziani al Popolo Vietnamita, VENEZIA-VIET NAM 60/70.
La mostra è stata presentata il 30 Aprile 2007, (Festa della Liberazione
e dell’Unità del Paese) al Museo della Rivoluzione di Ha Noi, è ora
esposta permanentemente nello stesso museo.
Il DVD può essere richiesto alla nostra organizzazione tel. 348-2616881
Il Libro, Edizioni IL SAGGIATORE, Collana La Cultura si trova nelle
librerie al prezzo di 20€
Il presidente Renato Darsié
Mestre 8 Settembre 2008
Di seguito la presentazione del DVD e del libro.
Sir! No Sir! di David
Zeiger
Sir! No sir! ha il merito di farci conoscere una pagina del movimento
contro la guerra nel Vietnam pressoché sconosciuta: la resistenza di
coloro che l'hanno combattuta, i GI. La storia della loro opposizione è
in gran parte ignota anche a molti che come me hanno partecipato a quel
movimento.
Sono venuta a contatto con loro, in particolare con la Vietnam Veterans
Against the War, la grande organizzazione dei reduci, solo nel 1972 a
Miami, durante la manifestazione contro la convenzione repubblicana che
ha rinominato Richard Nixon.
In quella occasione, in un momento in cui la strategia di "vietnamizzare"
la guerra era già stata avviata, la loro partecipazione è stata
fondamentale per ribadire l'impegno a continuare la nostra opposizione e
a sostenere i vietnamiti.
Silvia Baraldini
"Come fermammo la guerra" di Giuliano Santoro
Vedendo "Sir! No Sir!", il lungometraggio pluripremiato di David Zeiger
, si abbandona definitivamente quel pizzico di anti-americanismo che ci
sorprendiamo a coltivare, anche se ascoltiamo il rock'n'roll, leggiamo
Kurt Vonnegut e ci consideriamo membri onorari della famiglia Simpson.
Di più: man mano che le immagini si succedono davanti ai nostri occhi,
ci si riconcilia persino con la mascella volitiva di John Wayne, col
settimo cavalleggeri che in "Apocalypse now" rappresenta la follia della
guerra in Vietnam, e con le divise verdi delle Armate dell'Impero. "Sir!
No Sir!" fa raccontare direttamente da chi l'ha vissuta la storia del GI
movement, il movimento dei soldati statunitensi che decise che la
spaventosa macchina della guerra in Vietnam doveva essere fermata
dall'interno.
E che mise in pratica azioni di insubordinazione, vere e proprie rivolte
nelle prime linee del conflitto, referendum popolari nelle città
statunitensi che ospitavano le basi d'appoggio alla guerra: il Pentagono
contò più di mezzo milione di gesti di ribellione da parte dei suoi
soldati.
"Il GI movement non prese piede nei campus universitari, ma nelle
camerate e sulle rampe di lancio - ha spiegato Zeiger - È fiorito nelle
caserme e nelle città polverose che ospitavano le basi militari. Ha
penetrato le elites dei collegi militari, come West Point. E si è
diffuso nei campi di battaglia in Vietnam. È stato un movimento che
nessuno si aspettava, nemmeno quelli che ne facevano parte. Centinaia di
loro finirono in prigione e migliaia in esilio.
E dal 1971, come ha spiegato un colonnello, ha contaminato l'intero
esercito. "Ero parte del movimento negli anni sessanta. Per due anni ho
lavorato come civile all'Oleo Strut di Killeen, nel Texas, una delle
dozzine di caffetterie che furono aperte vicino alle basi militari per
appoggiare gli sforzi dei soldati pacifisti.
Ho contribuito a organizzare manifestazioni contro la guerra di oltre
mille militari; ho lavorato con persone che venivano da piccoli centri e
da ghetti metropolitani, che si erano arruolate ed erano andate in
Vietnam senza accorgersi del pericolo e rischiavano la vita per fermare
la guerra. E ho contribuito a difenderli quando finivano in galera".
Zeiger afferma esplicitamente che il suo film è una "metafora storica".
Il parallelo con la situazione di oggi, con i due fronti aperti dagli
Usa in Afghanistan e Iraq, è fin troppo evidente, tanto che nel film non
viene neppure enunciato, sarebbe stato pleonastico.
Quando i soldati di trent'anni fa raccontano dell'"agente orange"
utilizzato contro le popolazioni vietnamite, stanno parlando anche
dell'uranio impoverito e del fosforo di oggi. "Eravamo obbligati a
partire, quindi il desiderio di ribellarsi all'autorità era più forte -
ha raccontato Michael Uhl, soldato pacifista dei Veterans for peace
presentando il film al Tekfestival, rassegna romana di documentari - Il
nostro dissenso si intrecciò con il movimento studentesco e fu parte
della rivoluzione culturale che contagiò gli Stati uniti. I soldati di
oggi non sono militari di leva, hanno in media 25 anni [in Vietnam 19],
provengono da una classe operaia con più garanzie e sono per lo più
diplomati. Oggi però c'è un'altra forma di coscrizione, di tipo
economico.
Basta pensare alla Guardia nazionale, formata da soldati part-time che
hanno lavoro e famiglia e vanno al fronte solo per guadagnare. Non hanno
motivazioni forti, infatti il 72 per cento dei militari al fronte è
favorevole al ritiro delle truppe. Vogliono solo sopravvivere e tornare
a casa, ma il loro dissenso non è politicizzato come il nostro".
Alla fine del 1968, un gruppo di soldati pacifisti decise di protestare
contro la guerra al presidio di Stockade, a San Francisco, in cui
prestavano servizio. Secondo Randy Rowland, uno degli ammutinati, quell'episodio
è molto rappresentativo del GI movement".
Eravamo soprattutto giovani lavoratori influenzati da quanto accadeva
nel mondo, la nostra visione negativa degli Stati uniti era stata
confermata dalla guerra, dai militari e dalla brutalità delle torture
che subimmo dietro le sbarre. Non avevamo niente da perdere, e non
condividevamo niente di quello che pensavano loro e della loro società".
Uno degli slogan preferiti degli afroamericani sul fronte vietnamita era
"Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro". L'insurrezione black divenne
una della cause primarie della sconfitta statunitense. Ciò accadeva
soprattutto nelle zone del Vietnam lontane dai combattimenti più duri,
dove invece le reclute erano costrette a stare unite e proteggersi a
vicenda al di là delle opinioni politiche.
Secondo "Storm Warning", la rivista dei Vietnam veterans against the
war, "l'esercito statunitense prese sempre di più la forma delle 'due
armate': da una parte i militari veri e propri; dall'altra gli
afroamericani, i membri delle altre minoranze e i 'grays', come venivano
chiamati i bianchi che solidarizzavano con gli afroamericani e si
identificavano più con gli esclusi che con la classe dominante".
La star del basket Nba statunitense Kareem Abdul Jabbar, nella sua
autobiografia "Giant Steps", racconta la storia del suo amico Munti,
indicativa del clima che si viveva in quel periodo. "Vivevamo nello
stesso palazzo - racconta Abdul Jabbar - Partì alla volta del Vietnam
tutto esaltato. Un giorno, nella giungla, la sua pattuglia cadde in un
tipico tranello dei vietcong. Cammini su un sentiero fin quando non ti
ritrovi circondato. Molti dei suo commilitoni vennero colpiti dal fuoco
nemico, e Munti venne ferito da un proiettile a frammentazione. Alcuni
stavano morendo, e ad un certo punto un vietcong smise di sparare e
disse: 'Perché ci state combattendo, fratelli?'. Com'era cominciato,
l'agguato finì. Dopo questo episodio Munti cambiò e decise che non
avrebbe più combattuto".
Nel suo libro-reportage sulla guerra in Vietnam, intitolato "Flower of
the dragona", il giornalista Richard Boyle racconta di aver trovato in
un appartamento militare decine di soldati a fumare marijuana e
discutere.
"Sembrava abbastanza semplice - racconta Boyle - la guerra sarebbe
finita quando i soldati si sarebbero rifiutati di combatterla. Ho
sentito reclute ripetere più volte che l'uomo che impugnava l'Ak47 [il
fucile sovietico dei vietcong, Ndr.] era solo un'altra persona come
loro".
Finirono per organizzare una manifestazione contro la guerra per il
giorno di Natale di fronte alla cattedrale nel cuor di Saigon, la
capitale vietnamita occupata dagli statunitensi. "Fu la prima volta che
vietnamiti e statunitensi manifestarono insieme", racconta Boyle. Era il
1969.
Nello stesso anno, il soldato Dave Blalock arrivò in Vietnam. Fu
avvicinato da un sergente afroamericano soprannominato "Sugar-Bear": "Mi
prese da parte e mi disse 'Blalock, non siamo qui per uccidere nessun
vietcong, siamo qui per sopravvivere - racconta in un ricordo pubblicato
sempre su "Storm Warning" -Una volta Sugar Bear mi chiese se sapevo cosa
fosse l'imperialismo - prosegue Blalock - 'Intendi la Chrisler Imperial
[un modello di auto, Ndr.]?', riposi. Scoppiò a ridere, e mi invitò a
partecipare al suo gruppo di discussione. Riceveva il giornale delle
Black Panthers. Cominciammo a parlare, la maggior parte erano
afroamericani, ma c'erano anche dei bianchi.
È lì che ho imparato a sillabare la parola 'Amerikkka'".
Cinque anni dopo gli Usa avrebbero abbandonato il fronte vietnamita.
Jonathan Neale
Storia popolare della guerra in Vietnam
Edizioni IL SAGGIATORE - Collana La Cultura - € 20,00 -
Pagine 312 - marzo 2008
«Questa è una storia raccontata dal basso. Spiega ciò che hanno fatto e
vissuto i contadini vietnamiti, i soldati americani e coloro che negli
Stati Uniti protestarono contro la guerra.»
In questo libro uno degli episodi più traumatici della storia mondiale
recente viene raccontato dal punto di vista «sbagliato», attraverso le
testimonianze di chi la guerra non l’ha decisa, non l’ha voluta e ha
dovuto subirla. Da questa prospettiva si scopre come il conflitto non
tanto sia stato perso da Washington, quanto vinto dalla schiera sempre
più vasta dei suoi oppositori. A cominciare dalla resistenza ostinata
dei contadini vietnamiti, il cui coraggio silenzioso rappresentò il più
grande aiuto alla guerriglia, fino al rifiuto dei soldati statunitensi
al fronte, che dal 1970 smisero di combattere e di obbedire agli ordini
dei superiori, creando un precedente sconcertante nella tradizione
eroica dell’esercito americano. Si può stimare che approssimativamente
un migliaio tra ufficiali e sottufficiali furono uccisi dai propri
uomini. Un ruolo fondamentale fu svolto dai reduci, dipinti da Hollywood
e dalla propaganda come soggetti disturba ti e pericolosi, unici
responsabili delle atrocità commesse, ma la cui adesione alle proteste
contro la guerra fece pendere l’ago della bilancia a favore del
movimento pacifista.
Jonathan Neale fornisce una nuova chiave di lettura della guerra del
Vietnam, vedendo nel suo svolgimento e nella sua risoluzione un
intreccio complesso tra relazioni internazionali e lotta di classe. La
guerra del Vietnam rappresenta lo spartiacque, e l’onda lunga della
«sindrome del Vietnam» continua ad avere ripercussioni sulla politica
interna ed estera degli Stati Uniti, in particolare dopo l’11 settembre.
In tempi di «missioni di pace» e grande distacco tra istituzioni e
società, questa «storia popolare» ha il merito di ricordare a tutti
l’importanza dell’espressione del dissenso mentre fissa con puntuale
caparbietà i parametri democratici del vivere civile.
Jonathan Neale
Jonathan Neale, nato a New York, ha conseguito un Ph.D. in Storia
sociale in Inghilterra, alla Warwick University. Drammaturgo, romanziere
e saggista, ha oltre quindici pubblicazioni all’attivo. Vive a Londra ed
è portavoce dell’associazione Globalize Resistance. |