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Il tredici febbraio di quarant'anni fa il presidente degli Stati Uniti d'America Lyndon Johnson ordinava un'intensa campagna di bombardamenti sul Vietnam del Nord. L'operazione Rolling Thunder (Rombo di tuono) è il primo passo verso il pieno coinvolgimento degli Usa in una guerra che avrebbe cambiato per sempre non solo la storia del Paese ma la sua psicologia collettiva, minandone severamente l'autostima.
Ma a chi era troppo giovane all'epoca dei fatti, le informazioni, spesso romanzate, sono arrivate praticamente tutte dal cinema. Quello visionario di Coppola in Apocalypse Now, quello impietoso di Stanley Kubrick in Full Metal Jacket o quello mélo di Michael Cimino nel Cacciatore. Solo per citare i titoli più famosi. Ai primi due film
collaborò come sceneggiatore il giornalista e scrittore Michael Herr. Il
suo Dispacci, ora Da reporter con l'elmetto, ma per niente embedded (incastrato), Michael Herr rimase al fronte per diciotto mesi tra il '67 e il '68. Gli bastarono per vedere tutto quanto c'era da vedere e, soprattutto, da non vedere. È per questo che la lettura di Dispacci è tanto più salutare oggi che la sovraesposizione mediatica e murdochiana della guerra produce esattamente l'opposto del realismo: la rarefazione immateriale di quella che, al di là di tutti i dibattiti filosofici e ideologici, resta innanzitutto un'oscena esperienza di corpi. E ben oltre. Perché anche «una volta messo in salvo il tuo corpo» dice Herr «i tuoi problemi sono tutt'altro che finiti». Troppi i momenti, i personaggi, i dialoghi memorabili del libro per citarli tutti. E poi colonnelli fuori di testa che meditano di vincere la guerra infestando le risaie con tonnellate di piranas. Soldati che infilzano vietnamiti e poi ripuliscono la baionetta con la lingua. Commilitoni sigillati dentro i sacchi della morgue (obitorio), sebbene siano ancora vivi. Altri che ottengono di essere riformati perché si masturbano trenta volte al giorno. Troppe, anche in guerra. Dentro ognuno di loro non c'è un criminale ma un assassino: «Si erano incrudeliti e quanto mai raddolciti, il loro segreto li rendeva brutali e molto spesso belli». Belli come l'amazzone vietcong che, a cavallo di una Honda, scorrazza per le strade di Saigon abbattendo americani con un fucile 45. La capitale asiatica non è più il posto languido dei libri di Margherite Duras. Ma una vasta carcassa disseminata di rifiuti ed escrementi, alberi calcinati, odori che sanno di putrefazione e di peste. Gli occidentali non si perdono più tra i decadenti fumi dell'oppio come nei romanzi di Graham Greene: adesso rollano marijuana o inghiottono additivi chimici più sbrigati-vi e adeguati a dopare corpo e mente, in vista della carneficina. Saigon è il teatro di «un colossale esaurimento nervoso collettivo». Rielaborando i suoi reportage, Michael Herr pubblicò Dispatches nel 1977. Poco dopo, Francis Ford Coppola gli chiedeva di scrivere i testi della voce narrante (quella del capitano Benjamin Willard, interpretato da Martin Sheen) in Apocalypse Now, che pur essendo stato sceneggiato dal regista John Milius, trabocca di citazioni da Dispacci. Ma il film che traduce più fedelmente la visione di Herr sulla guerra è Full Metal Jacket di Stanley Kubrick. Ricordate Joker, il soldato-reporter che gira per il fronte col simbolo pacifista disegnato sull'elmetto? Una contraddizione solo apparente che, in un'intervista, lo scrittore spiegava così: «La guerra è eccitante, palpitante. Per coloro che la vivono è una prova, un'iniziazione, qualcosa di orrendo e detestabile. Io sono fondamentalmente un pacifista (...) ma al tempo stesso accetto il fatto che continui, perché tutto questo è in noi, e deve esprimersi». Marco Cicala – il Venerdì di Repubblica – 19.8.2005 |