Quarant’anni dopo, riecco il Vietnam. Ma non è un film.
Nell’estate del 1965, per migliaia di giovani americani, cominciava la terribile guerra in Asia.
Rievocata adesso nei libri di due reduci tornati dall’inferno. Con destini diversi.
 

Il tredici febbraio di quarant'anni fa il presidente degli Stati Uniti d'America Lyndon Johnson ordinava un'intensa campagna di bombardamenti sul Vietnam del Nord. L'operazione Rolling Thunder (Rombo di tuono) è il primo passo verso il pieno coinvolgimento degli Usa in una guerra che avrebbe cambiato per sempre non solo la storia del Paese ma la sua psicologia collettiva, minandone severamente l'autostima.

Dall'estate 1965 le cartoline di chiamata alle armi passano a 35 mila ogni mese. Il fronte comincia ad aspirare le vite di una generazione. Alla fine del conflitto, durato dieci anni, le perdite statunitensi saranno di circa 60 mila unità - secondo i prudenti dati ufficiali. I reduci, due milioni e settecento mila.
Quattro decenni dopo, della Dirty War (sporca guerra) abbiamo l’impressione di sapere quasi tutto.

 Ma a chi era troppo giovane all'epoca dei fatti, le informazioni, spesso romanzate, sono arrivate praticamente tutte dal cinema. Quello visionario di Coppola in Apocalypse Now, quello impietoso di Stanley Kubrick in Full Metal Jacket o quello mélo di Michael Cimino nel Cacciatore. Solo per citare i titoli più famosi.

Ai primi due film collaborò come sceneggiatore il giornalista e scrittore Michael Herr. Il suo Dispacci, ora ripubblicato in Italia, resta il vero libro di riferimento sull'inferno vietnamita, visto dal lato stelle e strisce. John Le Carré lo ha definito: «La migliore opera del nostro tempo che abbia mai letto sugli uomini e la guerra». Per questo andrebbe ripreso in mano anche da chi, non a torto, ritiene che di Vietnam cominciamo davvero ad averne piene le scatole. Scritto nello stile impasticcato e scattante del New Joumalism («La cosa più importante è continuare a muoversi, restare sempre in movimento» dice un soldato all'inizio), Dispacci batte in modernità i grandi capolavori della letteratura bellica made in Usa, dal Segno rosso del comando di Stephen Crane ad Addio alle armi di Emest Hemingway fino a Il nudo e il morto di Norman Mailer.

 Da reporter con l'elmetto, ma per niente embedded (incastrato), Michael Herr rimase al fronte per diciotto mesi tra il '67 e il '68. Gli bastarono per vedere tutto quanto c'era da vedere e, soprattutto, da non vedere. È per questo che la lettura di Dispacci è tanto più salutare oggi che la sovraesposizione mediatica e murdochiana della guerra produce esattamente l'opposto del realismo: la rarefazione immateriale di quella che, al di là di tutti i dibattiti filosofici  e ideologici, resta innanzitutto un'oscena esperienza di corpi. E ben oltre. Perché anche «una volta messo in salvo il tuo corpo» dice Herr «i tuoi problemi sono tutt'altro che finiti». Troppi i momenti, i personaggi, i dialoghi memorabili del libro per citarli tutti.

 Dall'affresco corale spiccano le figure di Sean Flynn, il figlio di Errol, proprio quello che in fìlmoni patriottici tipo Obiettivo: Burma (del '45) combatteva nel Pacifico contro altri «musi gialli»: i Japs. Nemici infidi, ma nella caricatura fornitane da Hollywood, assai meno insidiosi degli invisibili Vietcong («Se non riusciamo a sparargli, che cazzo ci stiamo a fare qui?» strilla un militare). A differenza di papà, Flynn jr. - anche lui da inviato - il mattatoio bellico lo conobbe veramente. E non solo: non ne fece ritorno. Fu ucciso in Cambogia nel 1971.

 E poi colonnelli fuori di testa che meditano di vincere la guerra infestando le risaie con tonnellate di piranas. Soldati che infilzano vietnamiti e poi ripuliscono la baionetta con la lingua. Commilitoni sigillati dentro i sacchi della morgue (obitorio), sebbene siano ancora vivi. Altri che ottengono di essere riformati perché si masturbano trenta volte al giorno. Troppe, anche in guerra. Dentro ognuno di loro non c'è un criminale ma un assassino: «Si erano incrudeliti e quanto mai raddolciti, il loro segreto li rendeva brutali e molto spesso belli». Belli come l'amazzone vietcong che, a cavallo di una Honda, scorrazza per le strade di Saigon abbattendo americani con un fucile 45.

 La capitale asiatica non è più il posto languido dei libri di Margherite Duras. Ma una vasta carcassa disseminata di rifiuti ed escrementi, alberi calcinati, odori che sanno di putrefazione e di peste. Gli occidentali non si perdono più tra i decadenti fumi dell'oppio come nei romanzi di Graham  Greene: adesso rollano marijuana o inghiottono additivi chimici più sbrigati-vi e adeguati a dopare corpo e mente, in vista della carneficina. Saigon è il teatro di «un colossale esaurimento nervoso collettivo».

 Rielaborando i suoi reportage, Michael Herr pubblicò Dispatches nel 1977. Poco dopo, Francis Ford Coppola gli chiedeva di scrivere i testi della voce narrante (quella del capitano Benjamin Willard, interpretato da Martin Sheen) in Apocalypse Now, che pur essendo stato sceneggiato dal regista John Milius, trabocca di citazioni da Dispacci. Ma il film che traduce più fedelmente la visione di Herr sulla guerra è Full Metal Jacket di Stanley Kubrick. Ricordate Joker, il soldato-reporter che gira per il fronte col simbolo pacifista disegnato sull'elmetto? Una contraddizione solo apparente che, in un'intervista, lo scrittore spiegava così: «La guerra è eccitante, palpitante. Per coloro che la vivono è una prova, un'iniziazione, qualcosa di orrendo e detestabile. Io sono fondamentalmente un pacifista (...) ma al tempo stesso accetto il fatto che continui, perché tutto questo è in noi, e deve esprimersi».

 Non la pensa allo stesso modo Claude Thomas, il reduce del Vietnam che dopo aver ammazzato oltre duecento persone se ne tornò a casa con un mucchio di decorazioni sul petto e un vuoto spaventoso sotto la giubba. Provò ad annegarlo nella droga e nell'alcol fino a quando, nel 1991, non incontrò un maestro buddhista e decise di farsi monaco, nonché testimonial non violento in giro per il mondo: Bosnia, Afghanistan, Cambogia... La sua autobiografia  Alle porte dell'inferno. Dall'orrore del Vietnam alla rinascita spirituale (Mondadori, pp. 180) sarà nelle librerie dal prossimo 20 settembre.
La scrittura di Thomas è più classica, ma non per questo meno illuminante. Da ragazzino era un delinquentello tipo il Dean Moriarty di On the Road: rubava auto per il puro gusto di sentirle rombare sulle autostrade, poi le riportava indietro e ne «testava» un altro modello. Imbevuto di nazionalismo adolescenziale si arruola volontario per il Vietnam. Alla base d'addestramento è formattato all'odio. Siccome non fa abbastanza attenzione alla manutenzione del suo fucile, un sergente maggiore lo redarguisce orinandogli addosso. In battaglia però si dimostrerà fin da subito un'ottima macchina per uccidere. Ma senz'altro afflato romantico, ormai, che la pura sopravvivenza: «Non combattevo per la democrazia o qualche ideale, quel mito morì nel giro delle prime due settimane. A restarmi dentro fu solo l'idea di cercare di essere il miglior soldato possibile, così avrei potuto far qualcosa per rimanere vivo». Anche la sua storia merita di diventare un film.

Marco Cicala – il Venerdì di Repubblica – 19.8.2005