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Fu il rimorso di un uomo che sta per
morire a far vincere il premio
Pulitzer, il più prestigioso per il giornalismo, ai cronisti di un quotidiano
dell'Ohio da 150 mila copie, specializzato in divulgazione scientifica.
L'uomo che aveva paura del giudizio di Dio
era un colonnello in pensione dell'Esercito americano, l'uomo che ne raccolse
il testamento, il vicino di casa, Mitch
Weiss, inviato del "Toledo Blade".
Ventidue documenti riservati che
diedero il via al secondo grande scandalo nella storia della guerra del
Vietnam dopo quello sollevato da Seymour
Hersh, Pulitzer pure lui, con la scoperta della strage di My Lai. Il Blade esce
con il primo articolo il 19 ottobre del
2003, a 36 anni dai fatti. In tempi di
Iraq, rileggerlo è istruttivo.
Lo possiamo fare anche grazie ad un
volume in uscita a giorni, "Sette pezzi
d'America", che ripropone alcuni grandi
reportage-Pulitzer, dal Watergate ai
preti pedofili, dallo scandalo delle multinazionali del tabacco al Vietnam.
«Pezzi» che raccontano un giornalismo che ha ben chiaro il suo ruolo di
controllo del potere e che, caso sempre più
raro, riesce ad incidere sulla realtà.
Giornalismo americano, un tempo il
più libero e potente del mondo, oggi
sotto accusa per alcune sospette compromissioni con il potere. Una debolezza che non fa parte della sua storia.
Mitch Weiss, con II collega Michael D.
Sallah, su quei documenti lavora per mesi.
Sono sconvolgenti. Riportano fatti relativi ad un'unità speciale dell'Esercito, i
"Tiger Force", che opera nel 1967 a
Quang Ngai (poche miglia da My Lay).
E soprattutto svelano le metamorfosi
che la guerra può provocare in individui apparentemente normali. La stessa
mutazione che abbiamo visto recentemente tra i soldati americani nel carcere iracheno di Abu Ghraib.
«Vivevamo alla giornata» racconta al Toledo Blade l'ex sergente William Doyle «non ci aspettavamo di uscirne vivi. Quindi facevamo quel cazzo
che volevamo, soprattutto se serviva a restare vivi. Per vivere bisognava uccidere». I soldati
descrivono atroci esecuzioni di prigionieri: militari e civili, vecchi e donne, bambini. Ci sono militari che testimoniano come un soldato della Tiger
Force
«dopo aver tagliato la gola a un prigioniero gli ha preso lo scalpo e l'ha messo sulla punta del fucile».
Nella provincia di Quang Ngai, terra sacra e ancestrale per i
vietnamiti, l'unità americana sembra vagare in cerca di sangue. Basta
rifiutarsi di abbandonare i villaggi per essere uccisi. «In giugno
sparano a un uomo anziano, vestito di
nero, che credevano fosse un monaco
buddista, perché ha protestato per il
trattamento riservato ai contadini».
Sempre a giugno, un ragazzo di 15 anni
viene trucidato dal soldato Sam Ybarra per prendergli un paio di scarpe
da ginnastica. Inutilmente: le scarpe, ad Ybarra, non entrano. Al cadavere del ragazzo
viene comunque inflitto il trattamento
«rituale» dei Tiger Force: «II soldato gli
tagliò le orecchie e le infilò in uno dei
sacchetti delle razioni».
I soldati, con le orecchie dei morti, fanno collane che portano infilate
nei lacci degli anfibi. Confessa l'ex medicodel plotone: «Ci fu un periodo in cui
quasi tutti ne avevano una al collo».
Per sgombrare i villaggi i soldati li incendiano. Per convincere la gente a fuggire la
Tiger Force uccide abitanti a caso. Un anziano falegname che implora
pietà, per
esempio. Bevono molta birra e quando
incontrano il signor Dao sono già ubriachi. Lo afferrano per la barba grigia e lui
giunge le mani, in preghiera. Viene colpito con la canna di un M-16, poi
«mentre il medico cerca di curarlo, il tenente Hawkins gli spara in faccia con un
Carbine-15». Interrogato, il tenente
spiega: «Gridava così forte da attirare l'attenzione del nemico, volevo
eliminare subito il problema». Il soldato semplice Ken Kerney riferisce ciò che gli era
stato detto dai comandanti: «Quello che succede qui, qui deve restare. Non raccontare a nessuno le cose che vedi. Se
scopriamo che hai parlato, quello che ti
faremo non ti piacerà».
A settembre arriva un nuovo comandante, Gerald Morse, che cambia nome alle tre compagnie. Invece che A,B,C, le
ribattezza Assassins, Barbarians, Cutthroats (tagliagola). Lui diverrà una legenda, il Ghost Rider, il Cavaliere fantasma.
Dopo la morte di alcuni dell'unità, il Cavaliere fantasma comincia ad attaccare i
villaggi per vendetta. «Non avevo mai visto niente del genere» ricorda il medico dei Tiger
Force. «Arrivavamo e facevamo piazza pulita della popolazione».
Ricorda il sergente William Doyle: «Se
entravo in un villaggio e non erano tutti
stesi per terra, io sparavo a quelli ancora
in piedi». Una ragazzina di 13 anni viene violentata e sgozzata. «Un
soldato decapitò un neonato per prendergli una collana». Un uomo anziano viene ucciso per
provare una nuova calibro 38.
Il battaglione
era il 327°, e fu chiesto loro di fare 327 vittime. Un gioco. I soldati
dicono che l'ordine è arrivato dal Cavaliere
fantasma. Un ufficiale si giustifica: «Laggiù nella giungla non c'erano poliziotti
ne giudici, non c'era legge ne ordine».
Sam Ybarra, l'uomo che aveva ucciso
per le scarpe, di ritorno in patria era diventato instabile. La madre ricorda che
piangeva sempre. Era stato interrogato
sui crimini della Tiger Force e congedato con disonore. Diceva: «Ho chiesto a
Dio di perdonarmi per quello che ho fatto». Muore a 36 anni.
Sono diversi i militari Indagati, ma tutto
resta In famiglia. Scrive il Blade: «Nel 1967 i
comandanti sapevano, ma rifiutarono di
aprire un'indagine». Lo dimostra: c'erano
denunce che non avevano avuto seguito,
si finse di indagare incoraggiando gli interrogati a tacere per non essere processati. Nel '75 sei imputati furono congedati evitando così il processo.
Nel '73 rapporti sui Tiger Force arrivarono alla Casa Bianca (presidente Richard Nixon).
I grandi giornali americani, dopo l'inchiesta del Blade, ignorano
la notizia o la relegano in poche righe.
Solo Seymour Hersh, sul New Yorker,
lamenta come «un'indagine tanto straordinaria ha potuto rimanere invisibile».
Il fatto è che nel 2003 l'America
vive un'altra guerra, non vuole sentir
parlare di crimini del passato. Le truppe Usa sono in Iraq. E a Musul, nel
Nord del Paese, è operativa un'unità di
combattenti uscita illesa dalle accuse
del Toledo Blade. È la Tiger Force.
Attilio Giordano
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