Quelle stragi in Vietnam sepolte negli archivi. I documenti provano eccidi e casi di torture ignorati fino a ora.

I documenti provano eccidi e casi di torture ignorati fino ad ora. Un'inchiesta di 9.000 pagine, pubblicata nel 1994, mostra che i massacri compiuti dagli americani furono numerosi. Il "Los Angeles Times" ha contattato i soldati coinvolti.
 

Corriere della Sera - 6 agosto 2006  -  dal nostro inviato

NEW YORK — Era da molto tempo che Jamie Henry non pensava a quella mattina del 1968. Il sangue, le donne, i bamblni, la radio che gracchia, la voce del tenente («che facciamo?») e quella del capitano: «Uccidere tutto quello che si muove».
Bisogna capirlo: per un taglialegna quasi sessantenne, che oggi vive con la moglie ai piedi della Sierra Nevada, le risaie del Vietnam sono un incubo addomesticato.
E poi Jamie ha la coscienza a posto, quello di cui fu testimone l'ha già raccontato quando tornò dalla guerra: su un giornalino dell'universitá, jn una semideserta conferenza stampa in California, agli investigatori dell'esercito che frettolosamente lo interrogarono nel '72 senza più farsi vivi.
Jamie era un ex figlio dei fiori, un veterano pacifista: pochi allora, nell'America che voleva dimenticare il Vietnam e stava per buttarsi sullo scandalo Watergate, avevano voglia di andare in fondo a denunce come la sua. Certo, non mancarono le inchieste interne, i rapporti riservati inviati ai generali e alla Casa Bianca. Ma gran parte di quelle inchieste rimasero sospese, i risultati tenuti segreti (per legge) per 20 anni.

E quando poi il segreto cadde, nel '94, nessuno era più interessato a spulciare i documenti raccolti dal Vietnam War Crimes Worhing Group, resi pubblici (ma passati inosservati) negli Archivi Nazionali a College Park: 9.000 pagine dl trascrizioni, centinaia di testimonianze giurate, riscontri, prove sui crimini di guerra commessi dai soldati
americani in Vietnam.

La strage di MyLai, 500 civili massacrati nel marzo '68, non fu l'unico.
Il "Los Angeles Times", che ha studiato quei documenti, ha scritto ieri che il fenomeno fu molto più vasto di quanto si fosse pensato finora. In 9.000 pagine ci sono le prove: 7 massacri di civili vietnamiti dal '67 al '71 (157 morti) altri 78 attacchi contro non-combattenti, 141 casi di torture a detenuti o prigionieri di guerra (pugni, calci, elettrochoc) più di 500 episodi di cui mancavano riscontri.

Gli investigatori trovarono prove per incriminare 203 soldati. Alla fine, 57 finirono alla corte marziale, 23 condannati. La pena più dura: a un militare per aver molestato una vietnamita tredicenne durante un interrogatorio: 7 mesi di prigione. Nessuno fu punito per il massacro cui assistette Jamie Henry.
Quando il Los Angeles Times lo ha ritrovato, qualche mese fa, l'ex figlio dei fiori ha ripercorso la sua storia. Quest'anno ha inviato un'e mail al giornalista: «Quando siete andati via, sono rimasto sotto il portico per un paio d'ore a rimuginare. Ma poi non ci ho pensato più: se quanto è successo andava bene allora, va bene anche adesso». I casi che Jamie denunciò trovano riscontro negli archivi. Come pure il suo eroismo: era l'infermiere del suo plotone, compagnia B, primo battaglione, quarta Divisione di Fanteria, salvò decine di vite. Jamie vide un vecchio prigioniero, sospettato di aiutare il nemico, che faticava a camminare: due commilitoni lo lanciarono da un dirupo. Vide soldati che si allenavano a sparare: il bersaglio era un vietnamita «trovato addormentato in una capanna». Gli sparavani come a una sagoma, a una bottiglia. Jamie prova a protestare:«Tieni la bocca chiusa o sono guai».
La pagina più sanguinosa del suo diario: provincia di Quang Nam, 7 febbraio '68. «Il villaggio è tranquillo. Ieri la compagnia B ha perso 5 uomini. Oggi nessuno scontro. I G.I. hanno trovato un uomo nascosto in un buco e l'hanno buttato sotto un autoblindo». Tutto qui. C'é il tempo per sedersi a fumarsi una sigaretta. Jamie sente alla radio il tenente Johnny Carter. «Abbiamo 19 civili, che facciamo?». Il capitano Reh: «Gli ordini del colonnello sono chiari: Uccidere tutto quello che si muove».  Jamie esce dalla capanna. Il tenente Carter sta chiedendo se ci sono volontari. «Killing anything that moves». I soldati circondano i civili: donne, vecchi, bambini. Chi spara? Si fa avanti solo uno: Frank Bonilla detto «Crazy». Il tenente e il Pazzo fanno fuoco con gli M-16. Il capitano Reh ordina di riprendere la sua marcia.

Il Los Angeles Times li ha rintracciati.
Crazy ha 58 anni, lavora in un albergo alle Hawaii e giura di non aver sparato.
Carter, il tenente, vive in Florida, pensionato delle Poste: «Il vietnam? Ho dimenticato tutto. Non dubito che quel massacro sia avvenuto. Ma non mi ricordo».
Taylor, il colonnello che avrebbe ordinato <kill everything>»,sta in Virginia, ha lasciato la divisa nel '77: «Non avrei mai dato quell'ordine».
Il capitano Reh vive in California e ha rifiutato di farsi intervistare.

Hanno o no il diritto alla riservatezza? Anche per questo le autorità hanno deciso di ritirare le 9.000 pagine dell'archivio sui crimini di guerra. Il generale John Burns, che fece parte della task-force d'inchiesta, non approva la decisione e cita gli abusi in Iraq: «Oggi è giusto divulgare quei documenti, perché non possiamo cambiare il presente se non riconosciamo il passato»

Il presente: a Bagdad sta per cominciare l'interrogatorio di quattro soldati coinvolti nell'uccisione di una famiglia irachena. Avrebbero stuprato una ragazzina di 14 anni, prima di bruciarla e dopo aver sparato alla sorellina e ai genitori. Uno degli accusati, Steve Green, qualche settimana prima del massacro raccontava a un reporter che uccidere «è come schiacciare una formica». Pensava fosse diverso, e invece, «è come uscire e farsi una pizza».
Una pizza nel deserto, o tra le risaie: la mattina del 7 febbraio 1968, il soldato Crazy deve aver sentito più o meno la stessa cosa.
                                                                                                                                                                                Michele Farina