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Corriere della Sera - 6 agosto 2006
- dal nostro inviato
NEW YORK — Era da molto tempo che Jamie Henry non pensava a
quella mattina del 1968. Il sangue,
le donne, i bamblni, la radio che
gracchia, la voce del tenente («che
facciamo?») e quella del capitano:
«Uccidere tutto quello che si muove».
Bisogna capirlo: per un taglialegna quasi sessantenne, che oggi vive con
la moglie ai piedi della Sierra
Nevada, le risaie del Vietnam sono un incubo addomesticato.
E poi Jamie ha la coscienza a posto, quello
di cui fu testimone l'ha già raccontato quando tornò dalla guerra: su un
giornalino dell'universitá, jn una semideserta conferenza stampa in California, agli investigatori dell'esercito che frettolosamente lo
interrogarono nel '72 senza più farsi vivi.
Jamie era un ex figlio dei fiori, un veterano pacifista: pochi allora, nell'America che voleva dimenticare il
Vietnam e stava per buttarsi sullo
scandalo Watergate, avevano voglia di andare in fondo a denunce come la sua. Certo, non mancarono le
inchieste interne, i rapporti riservati inviati ai generali e alla Casa Bianca. Ma gran parte di quelle inchieste
rimasero sospese, i risultati tenuti segreti (per legge) per 20 anni.
E quando poi il segreto cadde, nel
'94, nessuno era più interessato a
spulciare i documenti raccolti dal Vietnam War Crimes Worhing
Group, resi pubblici (ma passati
inosservati) negli Archivi Nazionali
a College Park: 9.000 pagine dl trascrizioni, centinaia di testimonianze giurate, riscontri, prove sui crimini di guerra commessi dai soldati
americani in Vietnam.
La strage di MyLai, 500 civili
massacrati nel marzo '68, non fu l'unico.
Il "Los Angeles Times", che ha studiato quei documenti, ha scritto ieri
che il fenomeno fu molto più vasto
di quanto si fosse pensato finora. In
9.000 pagine ci sono le prove: 7 massacri di civili vietnamiti dal '67 al
'71 (157 morti) altri 78 attacchi contro
non-combattenti, 141 casi di torture a detenuti o prigionieri di guerra
(pugni, calci, elettrochoc) più di 500 episodi di cui mancavano riscontri.
Gli investigatori trovarono prove per incriminare 203 soldati. Alla fine, 57 finirono alla corte marziale,
23 condannati. La pena più dura: a
un militare per aver molestato una
vietnamita tredicenne durante un
interrogatorio: 7 mesi di prigione.
Nessuno fu punito per il massacro cui assistette Jamie Henry.
Quando il Los Angeles Times lo ha
ritrovato, qualche mese fa, l'ex figlio dei fiori ha ripercorso la sua storia.
Quest'anno ha inviato un'e mail al
giornalista: «Quando siete andati via, sono rimasto sotto il portico per
un paio d'ore a rimuginare. Ma
poi non ci ho pensato più: se quanto è successo andava bene allora, va
bene anche adesso». I casi che Jamie denunciò trovano riscontro negli
archivi. Come pure il suo eroismo: era l'infermiere del suo plotone,
compagnia B, primo battaglione, quarta Divisione di Fanteria, salvò decine di vite. Jamie vide un vecchio prigioniero,
sospettato di aiutare il nemico, che faticava a camminare: due commilitoni lo lanciarono
da un dirupo. Vide soldati che si allenavano a sparare: il bersaglio era un
vietnamita «trovato addormentato in una capanna». Gli sparavani come a una sagoma, a una bottiglia.
Jamie prova a protestare:«Tieni la
bocca chiusa o sono guai».
La pagina più sanguinosa del suo diario:
provincia di Quang Nam, 7 febbraio
'68. «Il villaggio è tranquillo. Ieri la
compagnia B ha perso 5 uomini. Oggi nessuno scontro. I G.I. hanno trovato un uomo nascosto in un buco e
l'hanno buttato sotto un autoblindo». Tutto qui. C'é il tempo per sedersi a fumarsi una sigaretta.
Jamie sente alla radio il tenente
Johnny Carter. «Abbiamo 19 civili,
che facciamo?». Il capitano Reh:
«Gli ordini del colonnello sono chiari: Uccidere tutto quello che si
muove». Jamie esce dalla capanna. Il tenente Carter sta chiedendo se
ci sono volontari. «Killing anything that
moves». I soldati circondano i civili:
donne, vecchi, bambini. Chi spara?
Si fa avanti solo uno: Frank Bonilla
detto «Crazy». Il tenente e il Pazzo
fanno fuoco con gli M-16. Il capitano Reh ordina di riprendere la sua
marcia.
Il Los Angeles Times li ha rintracciati.
Crazy ha 58 anni, lavora in un
albergo alle Hawaii e giura di non
aver sparato.
Carter, il tenente, vive in Florida, pensionato delle Poste:
«Il vietnam? Ho dimenticato tutto.
Non dubito che quel massacro sia
avvenuto. Ma non mi ricordo».
Taylor, il colonnello che avrebbe ordinato <kill everything>»,sta in
Virginia, ha lasciato la divisa nel '77: «Non avrei mai dato quell'ordine».
Il
capitano Reh vive in California e ha rifiutato di farsi intervistare.
Hanno o no il diritto alla riservatezza? Anche per questo le autorità
hanno deciso di ritirare le 9.000 pagine dell'archivio sui crimini di guerra.
Il generale John Burns, che fece
parte della task-force d'inchiesta,
non approva la decisione e cita gli
abusi in Iraq: «Oggi è giusto divulgare quei documenti, perché non possiamo cambiare il presente se non riconosciamo il passato»
Il presente: a Bagdad sta per cominciare l'interrogatorio di quattro
soldati coinvolti nell'uccisione di una famiglia irachena. Avrebbero
stuprato una ragazzina di 14 anni,
prima di bruciarla e dopo aver sparato alla sorellina e ai genitori. Uno
degli accusati, Steve Green, qualche settimana prima del massacro
raccontava a un reporter che uccidere «è come schiacciare una formica». Pensava fosse diverso, e invece,
«è come uscire e farsi una pizza».
Una pizza nel deserto, o tra le risaie:
la mattina del 7 febbraio 1968, il soldato Crazy deve aver sentito più o
meno la stessa cosa.
Michele Farina
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