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Quanti siano esattamente gli orfani e i bambini abbandonati in Vietnam
non lo sa nessuno. Il governo non vuole neppure ammettere che esistono
“street children”, ragazzini e ragazzine che all’età di sedici anni per
legge vengono “dimessi” dai brefotrofi e vivono in strada cavandosela
con lavoretti di fortuna.
Una piccola finestra sulla realtà degli “street chidren” si è aperta per
me l’altra sera andando casualmente a cenare in un ristorante di Saigon.
Si chiama Huong Lai e l’avevo addocchiato per caso camminando per le
ombrose strade del District One. Una vecchia palazzina, una porticina in
legno e una scala che porta al primo piano. Completamente diverso dalla
maggior parte dei ristoranti che si vedono a Ho Chi Minh City.
Arrivo per cena, un locale stile
loft con capienza massima di quaranta
coperti. Sulla prima pagina del menù c’è un’annotazione: tutti i
dipendenti sono “street children”.
Il proprietario, Jin Shirai, ha aperto questo locale con l’intento
principale di addestrare orfani e bambini abbandonati a lavorare come
camerieri e sottocuochi.
Quella di Shirai è una vera e propria missione: lui e la moglie prendono
i ragazzini sotto la loro protezione, li addestrano a lavorare al
ristorante, insegnano loro a trattare col pubblico e gli danno un posto
dove vivere al piano sopra di Huong Lai. Una sistemazione temporanea
perchè “devono imparare a vivere in modo indipendente”. Non appena
mettono da parte abbastanza prendono in affitto una stanza altrove.
Shirai paga uno stipendio da ristorante medio, insegna loro a parlare
inglese e soprattutto insegna come si lavora secondo gli standard di una
clientela straniera. Vuole infatti crescere i ragazzi perchè siano
all’altezza di lavorare per grandi alberghi internazionali dove possono
guadagnare bene e fare carriera. Da lui rimangono fra i due e i quattro
anni, poi sono pronti per ristoranti di buon livello.
“I media vietnamiti mi hanno chiesto spesso di rilasciare interviste”,
mi spiega il trentacinquenne Shinai, “ma mi sono sempre rifiutato perchè
se questo diventa un locale per vietnamiti i ragazzi non impareranno mai
l’inglese e non saranno mai pronti per una clientela internazionale”.
Per scoraggiare il pubblico locale Shinai punta alla vera cucina
casalinga vietnamita. “Le gente di Saigon non è interessata a spendere
per mangiare la cucina tradizionale: o mangia per quattro soldi nelle
bottegucce in strada o vuole un ristorante che offra qualcosa di
speciale. I turisti invece amano scoprire la vera cucina vietnamita”.
E Shirai ha fatto centro su due fronti: da una parte offre agli
stranieri un’esperienza culinaria originale, dall’altra a tutt’oggi ha
già impiegato da Huong Lai oltre cinquanta “street children”. Li ha
tirati fuori dalla miseria di una vita da lustrascarpe o da piccoli
venditori di chewing gum.
rassegna stampa Nguyen Van Danh
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