In casa vietnamita non aprite la porta della memoria
Tommaso Pincioil manifesto del 15 Giugno 2007
 


Cartolina da Saigon

Più della metà della popolazione doveva ancora nascere quando l'attuale Ho Chi Min City fu liberata. E ora asseconda l'ossessione occidentale per la guerra nell'intento di spillare qualche dollaro. Alla faccia della storia Quaggiù il passato non ha l'importanza che gli tributiamo noi. Lo si capisce, tra l'altro leggendo i reportage di Gianluigi Ricuperati e Amedeo Martegani in «Viet Now», e quelli di Goffredo Parise ora ripubblicati.

«Sono stato testimone di un avvenimento storico che segnò la vita di un'intera generazione» scrisse una volta Tiziano Terzani. L'avvenimento in oggetto era la liberazione di Saigon. Si parla del 30 aprile 1975. Sono passati tre decenni da allora: un nuovo millennio è iniziato, l'umanità non hai mai smesso di scannarsi, il crollo di due grattacieli ha offerto il pretesto per continuare a buttare i soldi in armamenti. I tempi sono cambiati, come si dice, ciò nonostante proprio in questo momento la generazione di cui parlava Terzani sta sfilando sotto i miei occhi. Mi trovo infatti nei pressi del Museo dei Residuati Bellici di Ho Chi Min City. È una generazione che ha ormai i capelli bianchi, la pelle avvizzita, la carne flaccida. Suda e respira a fatica. Il caldo tropicale non è uno scherzo a una certa età.

Scendono da un pullman accostato al bordo del marciapiede e si avviano tracollanti verso l'entrata del museo. Il cortile ospita carri armati statunitensi, pezzi di artiglieria, bombe, armi e perfino un aereo. L'interno è pieno di orrori che dimostrano quel che non ha bisogno di essere dimostrato: non esistono guerre che è giusto combattere. Macabri cimeli. La riproduzione in scala reale di una delle cosiddette «gabbie per tigri», le celle in cui i militari sudvietnamiti rinchiudevano i prigionieri vietcong. Feti conservati in barattoli di vetro con malformazioni causate dall'impiego di erbicidi e defolianti. Foto di violenza e dolore che hanno vinto il Pulitzer.

Il discorso è chiuso
Mi domando perché mai un sacco di vecchi americani vengano fin quaggiù per vedere cose che dovrebbero conoscere bene. Cosa li spinge? Che si aspettano di trovare? Parlo così perché sono due mesi che mi trovo in Oriente e inizio a provare una certa indifferenza verso il passato. Ho visitato quel museo. Non volevo, ma alla fine l'ho fatto. In mezzo a tanti orrori, per paradosso il reperto più interessante è una copia di In Retrospect: The Tragedy and Lessons of Vietnam di Robert McNamara, segretario della Difesa degli Stati Uniti all'epoca di quel disgraziato conflitto. Una citazione nella quarta di copertina riassume lo spirito del libro: «We were terribly wrong». Si tratta di una copia qualunque, eppure è esposta all'interno di una polverosa bacheca come fosse un rotolo pescato nel Mar Morto. Evidentemente è lì a uso esclusivo di noi visitatori occidentali, per spiegarci che una volta detto «We were wrong» non resta altro da aggiungere.

L'aspetto interessante della faccenda è che una cosa tanto semplice, noi occidentali sembriamo non capirla. Non mi riferisco al fatto che gli americani avessero torto marcio. Anche questo è evidente. Quel che non ci entra in testa è che il discorso è chiuso. L'occidentale che arriva per la prima volta da queste parti pare incapace di trattenersi dal cercare tracce degli infausti dieci anni nel corso dei quali, lungo una striscia di terra grande più o meno come l'Italia e che Lyndon Johnson definì un «pisciatoio», fu sganciata una quantità di esplosivi superiore a quella usata durante l'intera seconda guerra mondiale. I vietnamiti assecondano l'ossessione occidentale per la guerra nel solo intento di spillare qualche dollaro in più ai turisti. La zona di De Tham, che i locali hanno ribattezzato «western street», è costantemente battuta da venditrici ambulanti di libri come: Quando eravamo giovani in Vietnam, Perché siamo andati in Vietnam e via dicendo.

Non lontano da Dong Khoi, che dai tempi della colonizzazione francese è la strada delle boutique e dei caffé eleganti, si trova una discoteca il cui nome è tutto un programma, «Apocalypse Now». Le agenzie turistiche propongono escursioni nelle gallerie di Cu Chi, i budelli sotterranei dove i vietcong si acquattavano alla stregua di talpe.

Ma pensare che a loro, ai vietnamiti, importi qualcosa sarebbe un errore. Più della metà della popolazione ha meno di venticinque anni. Il che vuol dire che ben oltre la metà degli abitanti doveva ancora nascere quando Saigon fu liberata. Cosa dovrebbe importare loro della guerra «sbagliata» del Vietnam? Nulla.
Infatti sfrecciano incuranti sui motorini nel traffico assordante, armeggiano tutto il tempo coi cellulari nonostante le tariffe esorbitanti e, cosa ancora più significativa, non si sognano minimamente di chiamare questa città Ho Chi Min City. Per tutti loro è ancora Saigon, alla faccia della storia e della memoria. Non meno sbagliato sarebbe ridurre tutto a una questione di ordine generazionale. Una delle prime cose che ho imparato bazzicando l'estremo oriente è che quaggiù il passato non ha affatto l'importanza che gli viene tributata dalle nostre parti. Nulla permane, tutto può essere perduto, e non è il caso di stare a ricamarci sopra. Un simile modo di pensare può lasciare il visitatore occidentale sconcertato, se non addirittura deluso.

È capitato a Gianluigi Ricuperati, che insieme ad Amedeo Martegani si è recato in Vietnam proprio con l'idea di «trovare reperti della guerra americana vista dai vietnamiti». Viet Now (Bollati Boringhieri, pp. 144, euro 15), qualcosa in bilico tra il reportage e un libro d'artista, è il racconto dell'appassionato disorientamento di fronte alla cruda scoperta che la «memoria è vuota». Della guerra i vietnamiti non vogliono saperne, semplicemente. Chiedere ai giovani cosa ne pensano significa spesso vedersi rimpallare il quesito. Perché lo vuoi sapere?

Non è soltanto resistenza a parlare, a esprimere la propria opinione - una cosa che in tutto il sud-est asiatico è considerata sconveniente, qualunque sia l'argomento in ballo. È anche il passato a essere visto con sospetto. «Non sono così pensierosa» dice una ragazza. «Penso solo al futuro». Per te il futuro è più importante del passato? «Sì, perché ci sono più cose».

Argomenti delicati
L'incontro con un eroe vietcong non sortisce risultati migliori. Gli autori di Viet Now si pongono quesiti d'ordine morale. Vorrebbero sapere cosa significa uccidere un uomo, se a distanza di tanti anni si prova ancora rancore per il nemico, quali sentimenti lascia una guerra. Cose così. Il vietcong non risponde. Racconta invece cose pratiche. Come ha combattuto, come lui e i suoi compagni facevano esplodere carri armati. L'intervistatore lo incalza ma lui continua a parlare di quali erano gli obiettivi, del fatto che non potevano attaccare di notte. Un dialogo tra sordi, al contempo comico e toccante. Alla fine l'interprete spiega che sono argomenti delicati. Non vuole rispondere?, cerca di capire l'intervistatore. «Non è che non vuole rispondere. Dice che la guerra è un grosso difetto». Poche e definitive parole. We were wrong, il senso è sempre quello.

C'è poi la questione del denaro. L'occidentale che sbarca in oriente non può pensare di esimersi dal riconsiderare il proprio rapporto con il denaro. In particolar modo in Vietnam dove la gente è perlopiù povera se non poverissima, a dispetto dell'impressionante crescita economica degli ultimi anni.

Noi occidentali siamo abituati a vedere il denaro in termini funzionali, un mezzo di scambio. In oriente si trasforma in qualcosa cosa che dobbiamo dare senza necessariamente aspettarci di ottenere ciò per cui abbiamo pagato. E infatti, gli autori di Viet Now pagano o meglio danno dei soldi all'eroe vietcong affinché questi parli di cose di cui non vuole parlare e sulle quali continuerà imperterrito a tacere.

Con lo stesso problema dovette fare i conti pure Goffredo Parise quando nel 1967 viaggiò in Vietnam in veste di inviato speciale. Scrisse della guerra «ingiusta» ma anche della vita di Saigon, dedicando una particolare attenzione a bordelli, bar, baracche e tutti gli altri luoghi dove le donne vietnamite esercitavano il mestiere più vecchio del mondo. In un reportage sulla prostituzione - inserito nella raccolta Guerre Politiche (ora riproposto da Adelphi, pp. 275, euro 13,50) - lo scrittore nota che per il vietnamita «il denaro non è uno strumento di scambio», bensì un «impulso». Un assetato in presenza dell'acqua non si domanda se può bere o no, ma beve e basta. Allo stesso modo il rapporto del vietnamita con il denaro dello straniero è «diretto e immediato», non tiene conto di nulla fuorché dell'impulso di soddisfare un bisogno.

Parise era in preda a una fissazione da sempre assai diffusa tra gli scrittori: pagare prostituite affinché queste raccontino cosa si prova a fare sesso a pagamento. Il guaio è che non appena intasca il denaro, una donna non ha più alcuna ragione di parlare. Il suo sguardo inizia a vagare qua e là annoiato per far capire che ormai «qualsiasi gesto o parola sono sforzi inutili per lei». Qui la resistenza a parlare c'entra poco o nulla, perché anche quando sono in ballo prestazioni più sostanziali si assiste allo stesso gioco di prestigio. «Una volta riscosso il denaro (sempre in anticipo) l'oggetto della prostituzione, cioè la donna, scompare». Lo scrittore commenta sornione. Con un'ironia tutta italiana, vale a dire dell'uomo scettico per cultura e per natura, descrive magistralmente le peripezie dei giovani soldati americani i quali, dopo aver setacciato foreste alla caccia di un nemico invisibile, battono le strade di Saigon in cerca di una ragazza.

Gli spaesati giovanotti sono combattuti tra lo stereotipo che dipinge la donna orientale come una creatura docile, dolce e sottomessa e quella dell'adescatrice sanguisuga, abilissima nello spillare quattrini. Sono divisi tra queste due immagini e avendo davanti la realtà del corpo caldo e liscio delle ragazze, non sanno bene come comportarsi. Fatalmente quasi mai ottengono quel che desiderano. A ben guardare anche Parise gira attorno all'oggetto del suo interesse senza riuscire a penetrarlo davvero. Tant'è che il reportage si chiude con uno scambio di battute tra lo scrittore e quello che ai suoi occhi sembra un autentico «americano tranquillo», ovverosia un giovane soldato innamorato di una ragazza vietnamita che egli intende sposare nonostante sappia che è una prostituta. «Ma è logico» spiega il soldato, «sono costrette a farlo, nelle condizioni in cui vivono, come potrebbero fare altrimenti?» E quando gli viene chiesto se è sicuro che la ragazza lo ami, l'americano non ha dubbi. «Sicurissimo. La guardi. Non vede che mi ama?» Lo scrittore guarda ma vede solo una ragazza non bella i cui occhi «infidi» fingono di sorridere mentre carezza con «gelido calcolo» la guancia dell'ingenuo ragazzone. Alla maniera di molti occidentali, Parise crede di saperla lunga al riguardo. Ma chi ci garantisce che avesse davvero ragione? Certo, se per amore intendiamo il calderone nel quale passioni e sentimenti vengono romanticamente e bigottamente idealizzati è alquanto improbabile che la ragazza amasse il suo «americano tranquillo». Ma come recita il titolo del reportage, una vietnamita è una vietnamita, non si può pretendere che provi cose che non conosce.

Un luogo che irretisce
Quello di dipingere le donne di quaggiù come infide e calcolatrici è di fatto un clichet letterario dietro il quale noi occidentali mascheriamo la nostra difficoltà di comprendere la diversità della cultura asiatica. Una difficoltà che sotto alcuni aspetti è anche risentimento. Risentimento per un mondo sfuggente che talvolta pare volerci tenere a distanza o peggio ancora fregare. È una storia che ho sentito ripetere tante volte tra gli espatriati di qui: l'impossibilità di capire il Vietnam e la sua gente. Ciò nonostante è un luogo che irretisce tutti.

Anche Goffredo Parise ne era irretito, scrisse che avrebbe voluto capire questo paese proprio perché lo amava. Qualcuno gli suggerì di lasciar perdere perché c'è una sola cosa da fare per l'occidentale che ama il Vietnam: dimenticarlo. Sarà. Un'alternativa ce l'avrei però. Non pretendere di capire a tutti i costi, amare è anche questo.