le SUOCERE
Meglio la finnica, la vietnamita o l'italiana (del sud)?
 

Che razza di suocera  -  Venerdì, 4 marzo 2011

Con le amiche qualche sera fa si parlava di razzismo. No, mi correggo: con le amiche si sghignazzava delle coppie multietniche che si stanno formando qui a Parigi. Questa volta il soggetto era una di noi, italiana immigrata di prima generazione, di recente accasata con un vietnamita pari anzianità.
La coppia, già graziata della nascita di due gemelle insonni, ha ricevuto la visita dei suoceri arrivati da Hanoi.
Il suo racconto della cena, con lo sventurato fidanzato che in traduzione simultanea francese/vietnamita faceva amabilmente chiacchierare suocera e nuora, censurando entrambe, varrebbe una pièce teatrale. Perché la suocera vietnamita non sfugge alla legge universale del suocerismo: l’impulso atavico e pre-razionale a cambiare, correggere o criticare quello che la nuora ha appena fatto.
Nel caso specifico la simpatica vecchina si aggirava per la tavola imbandita aggiungendo cucchiaiate di salsa nuoc mam – pregiato nettare di viscere di pesce fermentato – a ogni piatto, macedonia compresa. A qualcuno è andata peggio.

Noi monitoriamo una coppia italo-finlandese che ci dà grandi soddisfazioni. Convivono a finestre spalancate nel centro di Parigi, perché la finlandese è convinta che vada cambiata l’aria. Sempre, ventiquattr’ore al giorno.
Inutile dirvi che lui è ormai una larva, si aggira per casa tirandosi dietro un termosifone elettrico e stramaledicendo l’aurora boreale che li ha fatti innamorare. Ogni anno noi amiche aspettiamo con ansia il momento in cui Antonio va in Finlandia per Natale.
Il poveraccio si allena per mesi all’incontro con il suocero, che nell’ordine: lo ignora, lo trascina nella sauna a 100° e lo fa ubriacare lasciandolo tramortito.
Per il 2010 Antonio è stato ammesso addirittura al rito della scelta dell’albero di Natale. L’usanza prevede che ognuno possa scegliere il proprio abete passeggiando nella foresta, poi con un paio di colpi d’ascia lo si abbatte e lo si porta a casa. Niente di più semplice. Eppure Antonio ha fallito: dopo aver cercato di abbattere un tiglio e un acero, sbeffeggiato dal cognato che lo chiama “mammanpoikien” (mammone), si è perso nella foresta. È stato ritrovato sei ore dopo, mentre in ipotermia barcollava roteando l’ascia. Come Jack Nicholson nel finale di Shining, per intenderci.

Ma non c’è mica bisogno di arrivare in Finlandia per trovare piccoli scontri di civiltà. Provate a buttare lì con nonchalance, a una coppia italo-francese, il fatidico: «Avete il bidet?». Lo so, è sleale e trito, provinciale e anche maleducato, ma funziona sempre, è come lanciargli una bomba nel tinello.
Perché noi italiani sul bidet siamo corporativi, una setta di fanatici, ci incazziamo da morire. E loro non ci capiscono, dicono che basta la doccia. See, vabbé. E la derisione, sullo spinoso tema, non esclude la suocera.

Le belle-mère francesi sono esseri anaffettivi ed egoisti, riportano le amiche: sono ipercritiche sui difetti di mariti e mogli italiane e fredde su qualsiasi problematica familiare.
Va detto che una suocera distante è il sogno di ogni nuora nostrana. Poco invadente, lascia più autonomia: se fosse anche sordomuta sarebbe perfetta. Dunque alle amiche in tale situazione (il suocerismo d’Oltralpe si può applicare anche alle anglofone) si intima il silenzio stampa, non devono rompere.
Anche se trattano i nipotini come animaletti da guardare sull’iPhone e da beneficiare con un regalo sbagliato solo a Natale, meglio così che non averle in casa a sbirciare negli interstizi delle piastrelle, no?
Già che siamo in Francia, rimaniamo sul tema e spostiamo il tiro su noi italiani a Parigi. Ammettiamolo, di fronte a milioni di coppie multietniche consolidate, davanti ai bimbi che escono dall’asilo di qualsiasi arrondissement esibendo più nuance di una cartella di colori, non riusciamo comunque a eliminare un sottile razzismo autoconservativo.

Alle cene tocca ammetterlo: per noi di prima generazione, portarsi da casa un compagno compatriota è ancora un’usanza ben radicata. Ovviamente, tacita. Non troverete mai un italiano a Parigi che confessi che preferirebbe trovarsi moglie al paesello.
Per non farci sbeffeggiare dai francesi, facciamo finta che sia casuale: «Che volete, sono andata a casa a Natale e ho reincontrato il mio compagno della materna, un colpo di fulmine da non credere».
E tutti a fare sì sì con la testa, come no, m’è successo uguale con mia moglie due anni fa. Questa tendenza in sociologia si chiama “dei buoi e dei paesi”, forse i più aggiornati ne hanno sentito parlare.
Ovviamente io non ne sono sfuggita.  Ora, non è che sia andata tanto per il sottile, non me ne voglia la mia metà: nella fretta, io ligure mi son presa un marito terrone.
Capirai, direte voi, si parlava di multietnicità! Non fate gli evoluti, che qui il più pulito ha la rogna.
In Liguria si è già multietnici se si sposa uno di Pistoia, e una settentrionale che sposa un meridionale incontra di sicuro una vecchia zia o un vicino di casa che gli fa la battuta. I peggiori sono quelli che ti dicono: «L’importante è che tu sia felice». Come dire: ti accoppi con uno gnu, ma contenta tu.
E poi ci sono quelli che sostengono che Nord e Sud sono uguali. Tra cui io, benedetta ingenuità. Del Sud non sapevo niente, ma ero convinta che lo avrei capito in un paio di settimane.
Ora la settentrionale finto-evoluta terrorizzata dall’apparire razzista è la migliore vittima dello sfottò meridionale. Mio marito Paolo, perfido salentino, non sfotterebbe mai uno di quelli che «L’Italia dovrebbe finire a Firenze», troppo facile. Ma una bella ligure cosmopolita che pensa di conoscere il Sud perché ha letto Sciascia è roba da virtuosi. L’occasione ghiotta, per il maledetto, è arrivata al momento di presentarmi ai suoi.
Se l’è preparata bene, e una sera facendomi gli occhioni ha sussurrato: «Sai Lia, vorrei farti incontrare la mia famiglia, sono tradizionalisti, ci tengono a conoscerti, ho parlato molto di te».  Ora, se uno mi dice «ho parlato molto di te», io sono disposta ad andare a conoscere anche il suo callista.
Organizziamo la gita a Lecce. Prima chiamo la mia ex quasi suocera piemontese perché mi confermi quanto io sia la nuora ideale. Lei per localizzare Lecce ci mette un po’, ma si fa perdonare snocciolandomi una decina di mie ottime qualità che lei e solo lei, santa donna, conosce.
Partiamo. Mi vesto come un’educanda svizzera, con messa in piega da Bree Van de Kamp e orecchini di perle che avrebbero inorridito la mia bisnonna, e salto fiduciosa sull’auto del mio promesso sposo: sono troppo una fidanzata modello.
Il perfido inizia la manovra psicologica, buttando lì che i suoi «sono estremamente cattolici, osservanti, praticanti, pii». «Ma dai, che bello!» dico io.
Lui non molla: «Pensa che pregano tre volte al giorno. A cena diciamo il rosario tutti insieme».
Una certa inquietudine si insinua nella mia testolina. Ma lui stringe l’assedio: «Mio padre apprezza molto che sia l’ospite a condurre il rosario. Tu lo sai il rosario, vero?». Mi si ferma il cuore: ma come il rosario, ma dai, ma non poteva dirlo prima ’sto cretino?
Aveva troppo ragione mia zia. «No, non lo so il rosario». Per fortuna lui è uomo d’azione: «Ok, siamo a Napoli, c’è tempo: te lo insegno».
Ora, con il senno di poi so che avrei dovuto farlo fermare e scendere, rifiutarmi, appellarmi alla libertà di culto e al quinto emendamento. Ma mettetevi nei miei panni: nelle mani di un beghino sadico, vestita come una deficiente, desiderosa di piacere ai suoceri e soprattutto secchiona, secchiona, secchiona.
Così ho imparato il rosario: l’ho recitato ininterrottamente, per quasi 400 chilometri. Paolo è anche piuttosto esigente: «Non bofonchiare, scandisci bene, alza il tono su Santa Maria».
Fateci caso: un buon rosario si riconosce dal «Santa Maria!» che svetta sul resto e dà il ritmo alla litania. Insomma, arrivati a Lecce recitavo un discreto rosario. Ma secondo il mio fidanzato c’era ancora un dettaglio da perfezionare: la tempistica. «Non aspettare che sia mio padre a darti il là, prendi l’iniziativa.
Appena fa il segno della croce, puoi partire». Bene, annuisco attenta: segno della croce e attacco.

Entrare a Lecce al tramonto è un’esperienza struggente: pietra bianca, luce dorata, riflessi rosati sulle facciate barocche.
Ma io ho solo il rosario in testa. Saluto a malapena i futuri suoceri per fiondarmi in gabinetto a ripassare, poi arriva il gran momento.
La tavola è imbandita che neanche nel Gattopardo, con cristalli, velluti, argenti a pioggia; ho fatto troppo bene a mettermi le perle, noto mentre mio suocero dandomi del voi mi fa accomodare alla sua destra. Adesso ti stupisco io, ti faccio cadere la dentiera dall’ammirazione, penso.
Ci sono tutti: i suoceri, la sorella e il marito, il fratello, il nipotino che giocherella con le sedici posate del servizio, le foto dei trisavoli che ci guardano truci dalle pareti. Paolo ha una bellissima luce negli occhi, dev’essere l’emozione di avermi portata qui, che tenero. Mio suocero prende posto con una lentezza esasperante. Eddài!

Ci siamo, è seduto, sorride e si fa il segno della croce. Parto sparata, tuonandogli nelle orecchie: «Santa Maria!». Nessuno mi segue, mio suocero ha posato la forchetta e mi guarda come se fossi indemoniata. Non so cosa fare, ma nel dubbio continuo a gridare le strofe come un’ossessa, finché il silenzio della tavolata si fa di piombo e mi costringe a chiudere il becco, finalmente.
Tutti mi sorridono tra l’imbarazzo e una pena infinita. Tranne Paolo, che trattenendosi dal ridere al limite dell’infarto, cerca di nascondersi dietro al candelabro a trenta bracci. Mio suocero, che non ha mai recitato il rosario in vita sua, mi tocca un braccio e mi fa: «Lo gradireste un goccio di vino?».

Lia Piano   - 
News di Nguyen Van Danh)