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HANOI - Nguyen Minh Triet è nella
singolare condizione di essere poco noto all'opinione pubblica
occidentale - ma non alle cancellerie - e nel contempo uno degli uomini
più potenti al mondo, signore di un Paese, il Vietnam, di 87 milioni di
abitanti (è di quest'anno il sorpasso sulla Germania), di cui la metà ha
meno di trent' anni.
Triet è il primo capo di Stato vietnamita a visitare l' Italia, dove
arriverà il 9 dicembre; ed è anche il primo a rilasciare un'intervista
esclusiva a un giornale italiano. Siamo nel palazzo presidenziale,
antica residenza del governatore francese di Hanoi, accanto al mausoleo
dov'è custodita la mummia di Ho Chi Min. Il suo successore, 67 anni,
occhiali cerchiati d'oro, siede davanti a una tenda rossa.
Presidente Triet, anche nel 2009 l'economia del Vietnam crescerà di
oltre il 5%. Come avete contenuto la crisi? «La crisi ha colpito
duramente anche noi. Anzi, siamo stati tra i primi a essere colpiti.
Tenga conto che crescevamo attorno al 10% l' anno. Già nel 2008 eravamo
scesi al 6,2. Ma nel 2010 contiamo di risalire al 6,5. Come altri Paesi,
abbiamo preso misure sia per stabilizzare la finanza, sia per rilanciare
la produttività e l'export, alla ricerca di mercati non tradizionali.
Abbiamo anche preso misure sociali, in particolare per i contadini; così
il tenore di vita dei vietnamiti non ha conosciuto grandi cambiamenti».
Per quando si attende la vera ripresa
nel Sud-Est asiatico?
«Presto. Il peggio è passato. Credo che abbiamo preso la medicina
giusta, ristrutturando le nostre economie, puntando non solo sulla
quantità ma anche sulla qualità della crescita. Alla fine la crisi potrà
rivelarsi un' opportunità».
Cosa rappresenta per lei l' Italia?
«Un Paese di grande civiltà, con un potenziale economico e scientifico
tra i primi al mondo. Però l' investimento italiano in Vietnam è ancora
molto modesto. Per questo porterò con me in Confindustria, oltre a tre
ministri e tre viceministri, i rappresentanti di oltre 80 aziende
vietnamite. Vogliamo sviluppare il rapporto commerciale con le vostre
imprese. E con Berlusconi, che vedrò a Milano, voglio parlare anche del
Milan».
Lei è milanista?
«Sì. Seguo con simpatia pure la Juve, ma tifo Milan. Chiederò a
Berlusconi di riportare la squadra in alto, come ai bei tempi...».

Un altro suo legame con l' Italia è la
Vespa, vero?
«Sì. È noto che Colaninno mi ha regalato la prima Vespa prodotta in
Vietnam; l'abbiamo poi messa all' asta per aiutare l' associazione dei
ciechi. È meno noto che da ragazzo facevo il meccanico e aggiustavo le
Vespe. Erano le prime moto senza catena e con la ruota di scorta. Poi
sono diventato ingegnere, e ho potuto comprarne una, di seconda mano.
Ora sono vecchio e non vado più in moto; ma se lei mi porta qui una
Vespa, saprei ancora smontarla e rimontarla».
Ci sono altre aziende italiane che
potrebbero investire in Vietnam? Si parla di una licenza a Generali per
le polizze vita.
«Noi siamo a disposizione delle aziende italiane, per le informazioni e
le licenze di cui avessero bisogno. Abbiamo il petrolio, ma l' Eni è
ancora assente. Ci servono i vostri investimenti in infrastrutture,
cantieri, industrie».
Con i cinesi avete combattuto l'
ultima vostra guerra. Vi lega un rapporto millenario, quasi di amore e
odio. Come vanno oggi le cose tra voi?
«I nostri rapporti tradizionali sono di amicizia. Dalla Cina abbiamo
ricevuto sostegni nelle nostre guerre del '900. Poi c'è stata la pagina
molto triste che lei ricordava. Oggi i leader dei nostri due popoli
desiderano voltare questa pagina e scrivere una nuova storia. I rapporti
politici ed economici sono stretti: Cina e Vietnam hanno molti punti in
comune».
Compresa la stabilità politica? La
Cina è un modello per voi?
«È così. La stabilità è la prima cosa. Noi conosciamo bene le guerre.
Vediamo le difficoltà in cui versano i Paesi attraversati dai conflitti.
Senza stabilità non c' è crescita». Cambierà qualcosa nel Partito
comunista? È possibile introdurre elementi di democrazia politica nel
vostro sistema? «Il Vietnam sta cercando di perfezionare il suo sistema,
per adattarlo all' integrazione internazionale che stiamo vivendo. Tutte
le religioni sono molto libere. La gente è libera di lavorare. Stiamo
cercando di costruire un Paese dove coesistano uguaglianza, democrazia e
prosperità. Ma chi viola la legge va sanzionato; e questo non va contro
la democrazia, credo succeda pure negli altri Paesi. Il Vietnam è una
Repubblica democratica, il nostro obiettivo è promuovere la democrazia».
Un concetto di democrazia diverso da
quello dell' Occidente.
«Chiedo a lei e a tutti gli osservatori stranieri di capire la nostra
situazione. Il Vietnam ha un sistema legislativo molto diverso da quello
di altri Paesi, perché è diversa la sua storia. Una storia in cui il
partito è l' elemento fondante dell' unificazione nazionale. Non si può
e non si deve applicare il sistema di un Paese a un altro».
Qual è la sua memoria della guerra?
«All' inizio ero studente e per amore della mia patria sono sceso in
piazza per protestare contro l' intervento americano. Poi sono entrato
nel Partito Comunista. Vivevo al Sud e con Chi, la mia futura moglie,
facevamo lavoro politico clandestino, per organizzare gli studenti
contro l' invasore. Abbiamo combattuto anche noi, non con le armi ma con
le parole. I nostri due figli, la femmina e il maschio, sono nati
durante la guerra. Penso spesso ai compagni caduti. Mi sento impegnato
con loro a costruire un forte Vietnam socialista».
Ma anche in Vietnam oggi c' è l'
economia di mercato, ci sono i ricchi e i poveri. Cosa resta del
comunismo? «La nostra ideologia è molto simile a quella cinese.
Siamo stanchi di sentir denigrare la parola socialismo. È una parola
nobile. Indica l'obiettivo di una società di eguali, in cui non esista
più l'oppressione di un uomo su un altro uomo, ma tutti lavorino e il
lavoro di tutti sia utile alla società. Una società davvero socialista
resta il nostro orizzonte. Lo sviluppo non è un ostacolo; ne è una
condizione.
Cosa rappresenta per lei l' America?
Che impressione le ha fatto Obama, quando l' ha incontrato qualche
settimana fa?
«Non guardo al passato. Vogliamo rafforzare la nostra nuova amicizia con
gli americani. Apprezzo i punti forti della politica estera di Obama:
Iran, Medio Oriente, Corea del Nord, Birmania, Cuba. La decisione di
chiudere Guantanamo è un simbolo importante. Mi auguro che su questa
linea politica Obama ottenga successi».
Dopo Obama lei è andato a Cuba da
Fidel Castro. Cosa ne pensa?
«È un uomo che ha dedicato tutta la vita al suo Paese. Ha tenuto testa
con durezza a tantissime avversità, a cominciare dall' embargo americano
che dura ormai da troppo tempo. Il popolo cubano è stato eroico a
sopportarlo. È ora che l' embargo sia cancellato».
A Roma lei vedrà anche il Papa. Come
vivono i cattolici in Vietnam?
«Stiamo lavorando per aprire relazioni diplomatiche con il Vaticano.
Abbiamo sei milioni di cattolici, migliaia di preti, innumerevoli
chiese. Quando vivevo a Ho Chi Min City ero amico di molti preti,
andavamo a bere insieme. Quando è venuto qui Bush, nel 2006, è stato in
chiesa. Anch' io vado in chiesa e in pagoda».
Lei crede in Dio?
«Sono ateo. Ma partecipo alle feste religiose perché ne riconosco il
valore culturale».
Cosa rappresenta per lei Ho Chi Minh,
il cui corpo è custodito qui accanto?
«È il maestro della rivoluzione vietnamita: ci ha guidati contro l'
oppressione, ci ha insegnato che non esiste nulla di più importante
della libertà. Spero sempre di seguire il suo esempio. A Milano, dove
vedrò il sindaco Moratti e Formigoni, mi piacerebbe visitare la
Trattoria della Pesa: Ho Chi Min ha lavorato lì. Un altro grande maestro
è il generale Giap, che per fortuna è ancora tra noi. L' anno prossimo
compirà cent'anni. Il loro fascino è stato avvertito in tutto il mondo,
pure in Italia sono stati molto amati».
I cortei urlavano «Giap, Giap, Ho Chi
Minh», ma non tutti gli italiani serbano un buon ricordo di quella
stagione. «Quando due anni fa venne in visita D' Alema, allora
ministro degli Esteri, indossò il cappello a cono dei nostri contadini e
disse che il Vietnam è un mito per la sua generazione. Ma io ricordo
soprattutto la nave di aiuti
che partì da Genova: anche grazie a voi abbiamo vinto la guerra. Oggi il
popolo italiano è molto attivo nella cooperazione. Con il mio viaggio
vogliamo costruire una fase nuova: l' apertura alle imprese». |