Il mio Viet Nam? Un paese moderno che resterà socialista.
intervista al presidente della Repubblica Socialista del Vietnam (Aldo Cazzullo)
dalla Rassegna stampa di Nguyen Van Danh

Immagine CdS 13.12.09
immagine la Repubblica 13.12.09

HANOI - Nguyen Minh Triet è nella singolare condizione di essere poco noto all'opinione pubblica occidentale - ma non alle cancellerie - e nel contempo uno degli uomini più potenti al mondo, signore di un Paese, il Vietnam, di 87 milioni di abitanti (è di quest'anno il sorpasso sulla Germania), di cui la metà ha meno di trent' anni.
Triet è il primo capo di Stato vietnamita a visitare l' Italia, dove arriverà il 9 dicembre; ed è anche il primo a rilasciare un'intervista esclusiva a un giornale italiano. Siamo nel palazzo presidenziale, antica residenza del governatore francese di Hanoi, accanto al mausoleo dov'è custodita la mummia di Ho Chi Min. Il suo successore, 67 anni, occhiali cerchiati d'oro, siede davanti a una tenda rossa.

Presidente Triet, anche nel 2009 l'economia del Vietnam crescerà di oltre il 5%. Come avete contenuto la crisi? «La crisi ha colpito duramente anche noi. Anzi, siamo stati tra i primi a essere colpiti. Tenga conto che crescevamo attorno al 10% l' anno. Già nel 2008 eravamo scesi al 6,2. Ma nel 2010 contiamo di risalire al 6,5. Come altri Paesi, abbiamo preso misure sia per stabilizzare la finanza, sia per rilanciare la produttività e l'export, alla ricerca di mercati non tradizionali. Abbiamo anche preso misure sociali, in particolare per i contadini; così il tenore di vita dei vietnamiti non ha conosciuto grandi cambiamenti».

Per quando si attende la vera ripresa nel Sud-Est asiatico?
«Presto. Il peggio è passato. Credo che abbiamo preso la medicina giusta, ristrutturando le nostre economie, puntando non solo sulla quantità ma anche sulla qualità della crescita. Alla fine la crisi potrà rivelarsi un' opportunità».

Cosa rappresenta per lei l' Italia?
«Un Paese di grande civiltà, con un potenziale economico e scientifico tra i primi al mondo. Però l' investimento italiano in Vietnam è ancora molto modesto. Per questo porterò con me in Confindustria, oltre a tre ministri e tre viceministri, i rappresentanti di oltre 80 aziende vietnamite. Vogliamo sviluppare il rapporto commerciale con le vostre imprese. E con Berlusconi, che vedrò a Milano, voglio parlare anche del Milan».

Lei è milanista?
«Sì. Seguo con simpatia pure la Juve, ma tifo Milan. Chiederò a Berlusconi di riportare la squadra in alto, come ai bei tempi...».

Un altro suo legame con l' Italia è la Vespa, vero?
«Sì. È noto che Colaninno mi ha regalato la prima Vespa prodotta in Vietnam; l'abbiamo poi messa all' asta per aiutare l' associazione dei ciechi. È meno noto che da ragazzo facevo il meccanico e aggiustavo le Vespe. Erano le prime moto senza catena e con la ruota di scorta. Poi sono diventato ingegnere, e ho potuto comprarne una, di seconda mano. Ora sono vecchio e non vado più in moto; ma se lei mi porta qui una Vespa, saprei ancora smontarla e rimontarla».

Ci sono altre aziende italiane che potrebbero investire in Vietnam? Si parla di una licenza a Generali per le polizze vita.
«Noi siamo a disposizione delle aziende italiane, per le informazioni e le licenze di cui avessero bisogno. Abbiamo il petrolio, ma l' Eni è ancora assente. Ci servono i vostri investimenti in infrastrutture, cantieri, industrie».

Con i cinesi avete combattuto l' ultima vostra guerra. Vi lega un rapporto millenario, quasi di amore e odio. Come vanno oggi le cose tra voi?
«I nostri rapporti tradizionali sono di amicizia. Dalla Cina abbiamo ricevuto sostegni nelle nostre guerre del '900. Poi c'è stata la pagina molto triste che lei ricordava. Oggi i leader dei nostri due popoli desiderano voltare questa pagina e scrivere una nuova storia. I rapporti politici ed economici sono stretti: Cina e Vietnam hanno molti punti in comune».

Compresa la stabilità politica? La Cina è un modello per voi?
«È così. La stabilità è la prima cosa. Noi conosciamo bene le guerre. Vediamo le difficoltà in cui versano i Paesi attraversati dai conflitti. Senza stabilità non c' è crescita». Cambierà qualcosa nel Partito comunista? È possibile introdurre elementi di democrazia politica nel vostro sistema? «Il Vietnam sta cercando di perfezionare il suo sistema, per adattarlo all' integrazione internazionale che stiamo vivendo. Tutte le religioni sono molto libere. La gente è libera di lavorare. Stiamo cercando di costruire un Paese dove coesistano uguaglianza, democrazia e prosperità. Ma chi viola la legge va sanzionato; e questo non va contro la democrazia, credo succeda pure negli altri Paesi. Il Vietnam è una Repubblica democratica, il nostro obiettivo è promuovere la democrazia».

Un concetto di democrazia diverso da quello dell' Occidente.
«Chiedo a lei e a tutti gli osservatori stranieri di capire la nostra situazione. Il Vietnam ha un sistema legislativo molto diverso da quello di altri Paesi, perché è diversa la sua storia. Una storia in cui il partito è l' elemento fondante dell' unificazione nazionale. Non si può e non si deve applicare il sistema di un Paese a un altro».

Qual è la sua memoria della guerra?
«All' inizio ero studente e per amore della mia patria sono sceso in piazza per protestare contro l' intervento americano. Poi sono entrato nel Partito Comunista. Vivevo al Sud e con Chi, la mia futura moglie, facevamo lavoro politico clandestino, per organizzare gli studenti contro l' invasore. Abbiamo combattuto anche noi, non con le armi ma con le parole. I nostri due figli, la femmina e il maschio, sono nati durante la guerra. Penso spesso ai compagni caduti. Mi sento impegnato con loro a costruire un forte Vietnam socialista».

Ma anche in Vietnam oggi c' è l' economia di mercato, ci sono i ricchi e i poveri. Cosa resta del comunismo? «La nostra ideologia è molto simile a quella cinese. Siamo stanchi di sentir denigrare la parola socialismo. È una parola nobile. Indica l'obiettivo di una società di eguali, in cui non esista più l'oppressione di un uomo su un altro uomo, ma tutti lavorino e il lavoro di tutti sia utile alla società. Una società davvero socialista resta il nostro orizzonte. Lo sviluppo non è un ostacolo; ne è una condizione.

Cosa rappresenta per lei l' America? Che impressione le ha fatto Obama, quando l' ha incontrato qualche settimana fa?
«Non guardo al passato. Vogliamo rafforzare la nostra nuova amicizia con gli americani. Apprezzo i punti forti della politica estera di Obama: Iran, Medio Oriente, Corea del Nord, Birmania, Cuba. La decisione di chiudere Guantanamo è un simbolo importante. Mi auguro che su questa linea politica Obama ottenga successi».

Dopo Obama lei è andato a Cuba da Fidel Castro. Cosa ne pensa?
«È un uomo che ha dedicato tutta la vita al suo Paese. Ha tenuto testa con durezza a tantissime avversità, a cominciare dall' embargo americano che dura ormai da troppo tempo. Il popolo cubano è stato eroico a sopportarlo. È ora che l' embargo sia cancellato».

A Roma lei vedrà anche il Papa. Come vivono i cattolici in Vietnam?
«Stiamo lavorando per aprire relazioni diplomatiche con il Vaticano. Abbiamo sei milioni di cattolici, migliaia di preti, innumerevoli chiese. Quando vivevo a Ho Chi Min City ero amico di molti preti, andavamo a bere insieme. Quando è venuto qui Bush, nel 2006, è stato in chiesa. Anch' io vado in chiesa e in pagoda».

Lei crede in Dio?
«Sono ateo. Ma partecipo alle feste religiose perché ne riconosco il valore culturale».

Cosa rappresenta per lei Ho Chi Minh, il cui corpo è custodito qui accanto?
«È il maestro della rivoluzione vietnamita: ci ha guidati contro l' oppressione, ci ha insegnato che non esiste nulla di più importante della libertà. Spero sempre di seguire il suo esempio. A Milano, dove vedrò il sindaco Moratti e Formigoni, mi piacerebbe visitare la Trattoria della Pesa: Ho Chi Min ha lavorato lì. Un altro grande maestro è il generale Giap, che per fortuna è ancora tra noi. L' anno prossimo compirà cent'anni. Il loro fascino è stato avvertito in tutto il mondo, pure in Italia sono stati molto amati».

I cortei urlavano «Giap, Giap, Ho Chi Minh», ma non tutti gli italiani serbano un buon ricordo di quella stagione. «Quando due anni fa venne in visita D' Alema, allora ministro degli Esteri, indossò il cappello a cono dei nostri contadini e disse che il Vietnam è un mito per la sua generazione. Ma io ricordo soprattutto la nave di aiuti che partì da Genova: anche grazie a voi abbiamo vinto la guerra. Oggi il popolo italiano è molto attivo nella cooperazione. Con il mio viaggio vogliamo costruire una fase nuova: l' apertura alle imprese».