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No, Je ne suis pas Catherine Deneuve,
eppure…
Varcando la soglia del «Métropole», come trascinata in un vortice
extra-temporale entro d’un tratto nel bel mezzo di una scena di Indocina
- ricordate? - il polpettone melodrammatico di Regis Wargnier. Lei,
l’algida Catherine, è la fascinosa proprie-taria di una piantagione di
caucciù di Cocincina che si innamora perdutamente del giovane
Jean-Baptiste, affascinante ufficiale di marina. Lui, bello, un
po’frivolo e sfuggente, la corteggia ma non la ama, tanto che finirà per
innamorarsi a sua volta della di lei figlia adottiva - una giovane
rivoluzionaria vietnamita.
Il film non è gran che ma, pur non volendo indulgere a nostalgie
coloniali, è impossibile non lasciarsi sedurre dal fascino
dell’atmosfera dell’”Indocina d’antan”: gli arredi essenziali e pur
splendidi, i costumi sontuosi, la moda «tonquinoise», la maestosità
della baia di Ha Long, ma anche la fierezza del popolo in rivolta…
Entrando al Métropole-Sofitel (“era il covo dei francesi” - mi dice la
mia anziana insegnante di Lingua vietnamita che viene a farmi visita -
impensabile per noi, sino a qualche tempo fa, mettervi piede”) si viene
come avvolti in una spessa e magnificente coltre che ha il profumo di
quel “balcone sul Pacifico” evocato dalla letteratura coloniale. Salgo
lo scalone che Somerset Maugham e Graham Greene hanno calpestato. La mia
più volte negata vocazione all’esercizio letterario fine a se stesso mi
fa trasalire… e, sistemati i bagagli, indegnamente, inforco la penna. La
mia passione letteraria si scontra tuttavia con un certo «disagio»: sono
nel paese in cui la scrittura è sacra, un paese con un sorprendentemente
elevato tasso di alfabetizzazione, sebbene, nei lunghi anni dell’embargo
imposto dagli Stati Uniti alla fine del conflitto, mancasse addirittura
la carta per scrivere - non parliamo poi - perdonate il cenno prosaico -
della …carta igienica, un lusso tanto necessario quanto impossibile fino
a qualche anno fa, come lamenta nel suo bellissimo romanzo Pham Thi Hoài
(Il messaggero
celeste, Marietti, Genova 1992). Nei tunnel di Cu Chi - rete
di cunicoli sotterranei nei pressi di Sai Gon - i Vietnamiti, sotto i
bombardamenti americani, discutevano di letteratura e di arte. E, nei
villaggi più remoti, tutti - giovani, vecchi e anche i bambini -
conoscono a memoria il Kim Văn Kiêu di Nguyên Du (il Dante Alighieri del
Việt Nam, volendo azzardare un ardito paragone)…
Qui al Métropole, inaugurato nel 1901 ed oggi tornato all’antico sfarzo,
sono passati Segretari dell’ONU, Bertrand Russell, Boutros Ghali… ed
anche, nel suo piccolo, Don Johnson (star di Miami Vice)!. L’elenco
delle personalità che hanno soggiornato fra queste celebrate mura
include Charlie Chaplin,
Jane Fonda, John Denver e naturalmente lei…
Catherine Deneuve. Decine di regnanti, presidenti, primi ministri,
provenienti da tutto il mondo - non escluso Bush padre - si sono seduti
nelle comode poltrone della hall. I due giovani receptionist vietnamiti
mi dicono sornioni che lo stesso «padre della Nazione», il venerato «zio
Ho», è passato di qui. Nguyên Ai Quoc, divenuto celebre come Ho Chi Minh,
morì nel 1969; oggi, quell’uomo schivo e generoso, riposa, imbalsamato -
di certo contro la sua volontà - nell’imponente e gelido Mausoleo a lui
dedicato - luogo assai meno confortevole ma ben più affollato del «Métropole»
- grazie ai turisti vietnamiti e stranieri che a orde, ne visitano la
cripta. Io sono qui, eccezionalmente ospite; solo perciò mi è concessa
questa lussuosa esperienza che altrimenti non avrei potuto permettermi.
Ve la voglio raccontare…
Il Métropole è una sorta di Museo: vi si può rivivere un passato le cui
lacerazioni sono oggi attenuate dal fatto che gli ospiti dell’hotel non
sono tutti occidentali e i Vietnamiti vanno e vengono con una certa
disinvoltura fra queste mura coloniali, incuranti della storia di questo
emblema dell’«Hexagone» d’oltremare - anzi quasi divertiti - dai
mutamenti che il loro paese ha sperimentato e soprattutto, saggiamente
consapevoli del fatto che la tragedia permanente in cui per generazioni
e generazioni sono stati coinvolti è ormai definitivamente superata. Il
Việt Nam è un paese prospero e tranquillo. Con molte sfide da affrontare
e la necessaria esperienza per vincerle. Sì, perché, di nuovo, come
scriveva una grande asiatista italiana (Enrica
Collotti Pischel), Il Viet Nam vincerà…
Al tempo della dominazione coloniale francese, risoltasi com’è noto a
Dien Bien Phu nel 1954 con la vittoria del fronte Việt Minh³ , il
Métropole era noto come il più elegante hotel dell’Indocina francese. A
tanti anni dalla fine del conflitto anti-francese, il passato coloniale
non è più tabù, come se la polverosa coltre del tempo avesse un
po’sopito le ferite… Qualche anno fa, mi sorprendeva l’atteggiamento
degli intellettuali vietnamiti nei confronti della cultura francese. Un
celebre intellettuale, Nguyen Khac Vien, senza troppo romanticismo ma
efficacemente, mise fine al mio sconcerto: «Quando si è andati a letto
con la Francia non ce la si può dimenticare» - mi disse… Non si può dire
la stessa cosa del rapporto con gli Stati Uniti, benché Clinton sia
venuto sin qui a celebrare personalmente il sollevamento dell’embargo
che si è protratto fino al 1994 ed oggi le relazioni economiche fra Việt
Nam e Stai Uniti siano buone.
I giorni più bui del Métropole sono quelli del conflitto anti-americano
(1965-75). Tutta la città soffriva delle privazioni, le stanze erano
divenute il regno dei topi eppure, si narra, gli chef dell’Hotel,
cercavano a tutti i costi di rendere i loro poveri piatti il più
possibile gustosi per i loro ospiti (giornalisti, diplomatici,
pacifisti). Sito a meno di due miglia di distanza dal ponte Long Bien -
che i Francesi avevano ribattezzato Doumer e che gli americani
accanitamente cercavano di distruggere -, vicino ad altri «obiettivi
strategici» nel cuore della città, il Métropole costruì un proprio
rifugio anti-aereo per i suoi ospiti ed il suo staff che furono spesso
costretti a passare le notti nei rifugi sotterranei. In seguito al
doi moi, la politica di rinnovamento inaugurata nel 1986 dopo il VI
Congresso del Partito, il Việt Nam intraprese il «nuovo corso». Ed un
nuovo corso inaugurò anche il Métropole che tornò poco per volta
all’antico splendore grazie ad una partnership fra il governo vietnamita
ed il Gruppo Francese Accor che si è prestato a restaurare e
riorganizzare l’hotel. Nel 1992, il Métropole ha riaperto i battenti,
con lo stesso carattere coloniale di un tempo e perfino… con una «Citroen
vintage» messa a disposizione đei turisti che vogliono immergersi in un
poetico viaggio nella vecchia Indocina.
Apro la finestra e saluto, con un respiro di fuoco il glorioso e fresco
mattino di Ha Noi. L’architettura coloniale degli edifici di Via Ngo
Quyen, le donne con il tradizionale cappello conico che cucinano ai
bordi della strada, i venditori ambulanti, i guidatori di cyclo-pousse.
“The french legacy lives on”, si dice qui, ora che l’inglese è più
diffuso del francese. Ma l’eredità coloniale della Francia rivive
soprattutto nella cultura, in un raffinato, elegante presente coniugato
ad una tradizione di vivace spontaneità e ad una modernità vieppiù
caotica. I lunghi viali alberati che costeg-giano i numerosi laghi
cittadini - gli occhi azzurri di Ha Noi - sono invasi da sciami di
motorette, assai meno silenziose delle vecchie biciclette. Le macchine
sono ancora piuttosto rare. Ma gli incidenti stradali segnano un tragico
record: secondo fonti ufficiali ottomila morti all’anno, cifra che pare
essere molto al di sotto del reale.
Ha Noi, destinazione del Terzo Millennio, Ha Noi che di sera sembra un
presepe. Ha Noi austera con i suoi musei e ministeri, intellettuale e
romantica con i suoi caffé, illuminati da lampioncini colorati… Potrei
continuare per ore a descrivere le meraviglie di questa venerabile città
senza riuscire a dirne che la minima parte. La mia vocazione alla
scrittura tuttavia, si esaurisce in fretta. Forse non è vera vocazione
ma solo… velleità. Perciò indosso il mio
ao dai color porpora, gli infra-dito di lacca
nera e madreperla, metto gli occhiali da sole firmati da uno stilista
vietnamita alla moda ed esco «a far shopping» nelle botteghe artigiane
del centro cittadino. Forse è quella la mia vera vocazione, specialmente
quando sono qui, nella capitale, paradiso dello shopping. L’ho sempre
sospettato.
Del resto… «Un po’di frivolezza di tanto in tanto aiuta le ragazze a
vivere d’incanto»..., no?
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NOTE
1 - le immagini sono tratte da: histgeo.com/contemporaine/ho,
"Dictionnaire des marins français" Etienne
Taillemite - Ed. maritimes d'outre-mer. L'immagine dell'Hotel Metropole
è tratta da
www.traveltovietnam.com/booking. L'immagine del ponte Doumer è
da ascriversi all'iconografia popolare vietnmaita.
2 - l'autrice, pubblicista, collabora
con Mekong ed altre riviste divulgative rivolte al Sud del mondo.
3 - A coloro che vogliono conoscere il
seguito della vicenda ed amano le buone letture, consiglio "The
Quiet Aamerican"; a chi invece preferisce il cinema, raccomando
la visione dell'omonimo film. G. Greene scrisse il libro proprio qui al
Métropole. E l'attore M. Caine ha qui soggiornato durante le riprese,
ambientate a Sai Gon. Chi preferisse la saggistica al cinema e
narrativa, può leggere F. MONTESSORO, Viet Nam un secolo di storia,
Franco Angeli 2000 oppure S. Scagliotti, Saggi sul Viet Nam,
Celid Torino 2001, uniche opere recenti e complete di studiosi italiani
sul Viet Nam.
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