VIET NAM
 

THE FRENCH LEGACY LIVES ON¹
PENSIERI DALL’OCCHIO DI AZZURRO DI HA NOI E DINTORNI
 

di Antonia Benedetto²                                                                  

No, Je ne suis pas Catherine Deneuve, eppure…
Varcando la soglia del «Métropole», come trascinata in un vortice extra-temporale entro d’un tratto nel bel mezzo di una scena di Indocina - ricordate? - il polpettone melodrammatico di Regis Wargnier. Lei, l’algida Catherine, è la fascinosa proprie-taria di una piantagione di caucciù di Cocincina che si innamora perdutamente del giovane Jean-Baptiste, affascinante ufficiale di marina. Lui, bello, un po’frivolo e sfuggente, la corteggia ma non la ama, tanto che finirà per innamorarsi a sua volta della di lei figlia adottiva - una giovane rivoluzionaria vietnamita.
Il film non è gran che ma, pur non volendo indulgere a nostalgie coloniali, è impossibile non lasciarsi sedurre dal fascino dell’atmosfera dell’”Indocina d’antan”: gli arredi essenziali e pur splendidi, i costumi sontuosi, la moda «tonquinoise», la maestosità della baia di Ha Long, ma anche la fierezza del popolo in rivolta…
Entrando al Métropole-Sofitel (“era il covo dei francesi” - mi dice la mia anziana insegnante di Lingua vietnamita che viene a farmi visita - impensabile per noi, sino a qualche tempo fa, mettervi piede”) si viene come avvolti in una spessa e magnificente coltre che ha il profumo di quel “balcone sul Pacifico” evocato dalla letteratura coloniale. Salgo lo scalone che Somerset Maugham e Graham Greene hanno calpestato. La mia più volte negata vocazione all’esercizio letterario fine a se stesso mi fa trasalire… e, sistemati i bagagli, indegnamente, inforco la penna. La mia passione letteraria si scontra tuttavia con un certo «disagio»: sono nel paese in cui la scrittura è sacra, un paese con un sorprendentemente elevato tasso di alfabetizzazione, sebbene, nei lunghi anni dell’embargo imposto dagli Stati Uniti alla fine del conflitto, mancasse addirittura la carta per scrivere - non parliamo poi - perdonate il cenno prosaico - della …carta igienica, un lusso tanto necessario quanto impossibile fino a qualche anno fa, come lamenta nel suo bellissimo romanzo Pham Thi Hoài (Il messaggero celeste, Marietti, Genova 1992). Nei tunnel di Cu Chi - rete di cunicoli sotterranei nei pressi di Sai Gon - i Vietnamiti, sotto i bombardamenti americani, discutevano di letteratura e di arte. E, nei villaggi più remoti, tutti - giovani, vecchi e anche i bambini - conoscono a memoria il Kim Văn Kiêu di Nguyên Du (il Dante Alighieri del Việt Nam, volendo azzardare un ardito paragone)…
Qui al Métropole, inaugurato nel 1901 ed oggi tornato all’antico sfarzo, sono passati Segretari dell’ONU, Bertrand Russell, Boutros Ghali… ed anche, nel suo piccolo, Don Johnson (star di Miami Vice)!. L’elenco delle personalità che hanno soggiornato fra queste celebrate mura include Charlie Chaplin, Jane Fonda, John Denver e naturalmente lei… Catherine Deneuve. Decine di regnanti, presidenti, primi ministri, provenienti da tutto il mondo - non escluso Bush padre - si sono seduti nelle comode poltrone della hall. I due giovani receptionist vietnamiti mi dicono sornioni che lo stesso «padre della Nazione», il venerato «zio Ho», è passato di qui. Nguyên Ai Quoc, divenuto celebre come Ho Chi Minh, morì nel 1969; oggi, quell’uomo schivo e generoso, riposa, imbalsamato - di certo contro la sua volontà - nell’imponente e gelido Mausoleo a lui dedicato - luogo assai meno confortevole ma ben più affollato del «Métropole» - grazie ai turisti vietnamiti e stranieri che a orde, ne visitano la cripta. Io sono qui, eccezionalmente ospite; solo perciò mi è concessa questa lussuosa esperienza che altrimenti non avrei potuto permettermi. Ve la voglio raccontare…
Il Métropole è una sorta di Museo: vi si può rivivere un passato le cui lacerazioni sono oggi attenuate dal fatto che gli ospiti dell’hotel non sono tutti occidentali e i Vietnamiti vanno e vengono con una certa disinvoltura fra queste mura coloniali, incuranti della storia di questo emblema dell’«Hexagone» d’oltremare - anzi quasi divertiti - dai mutamenti che il loro paese ha sperimentato e soprattutto, saggiamente consapevoli del fatto che la tragedia permanente in cui per generazioni e generazioni sono stati coinvolti è ormai definitivamente superata. Il Việt Nam è un paese prospero e tranquillo. Con molte sfide da affrontare e la necessaria esperienza per vincerle. Sì, perché, di nuovo, come scriveva una grande asiatista italiana (Enrica Collotti Pischel), Il Viet Nam vincerà…
Al tempo della dominazione coloniale francese, risoltasi com’è noto a Dien Bien Phu nel 1954 con la vittoria del fronte Việt Minh³ , il Métropole era noto come il più elegante hotel dell’Indocina francese. A tanti anni dalla fine del conflitto anti-francese, il passato coloniale non è più tabù, come se la polverosa coltre del tempo avesse un po’sopito le ferite… Qualche anno fa, mi sorprendeva l’atteggiamento degli intellettuali vietnamiti nei confronti della cultura francese. Un celebre intellettuale, Nguyen Khac Vien, senza troppo romanticismo ma efficacemente, mise fine al mio sconcerto: «Quando si è andati a letto con la Francia non ce la si può dimenticare» - mi disse… Non si può dire la stessa cosa del rapporto con gli Stati Uniti, benché Clinton sia venuto sin qui a celebrare personalmente il sollevamento dell’embargo che si è protratto fino al 1994 ed oggi le relazioni economiche fra Việt Nam e Stai Uniti siano buone.
I giorni più bui del Métropole sono quelli del conflitto anti-americano (1965-75). Tutta la città soffriva delle privazioni, le stanze erano divenute il regno dei topi eppure, si narra, gli chef dell’Hotel, cercavano a tutti i costi di rendere i loro poveri piatti il più possibile gustosi per i loro ospiti (giornalisti, diplomatici, pacifisti). Sito a meno di due miglia di distanza dal ponte Long Bien - che i Francesi avevano ribattezzato Doumer e che gli americani accanitamente cercavano di distruggere -, vicino ad altri «obiettivi strategici» nel cuore della città, il Métropole costruì un proprio rifugio anti-aereo per i suoi ospiti ed il suo staff che furono spesso costretti a passare le notti nei rifugi sotterranei. In seguito al doi moi, la politica di rinnovamento inaugurata nel 1986 dopo il VI Congresso del Partito, il Việt Nam intraprese il «nuovo corso». Ed un nuovo corso inaugurò anche il Métropole che tornò poco per volta all’antico splendore grazie ad una partnership fra il governo vietnamita ed il Gruppo Francese Accor che si è prestato a restaurare e riorganizzare l’hotel. Nel 1992, il Métropole ha riaperto i battenti, con lo stesso carattere coloniale di un tempo e perfino… con una «Citroen vintage» messa a disposizione đei turisti che vogliono immergersi in un poetico viaggio nella vecchia Indocina.
Apro la finestra e saluto, con un respiro di fuoco il glorioso e fresco mattino di Ha Noi. L’architettura coloniale degli edifici di Via Ngo Quyen, le donne con il tradizionale cappello conico che cucinano ai bordi della strada, i venditori ambulanti, i guidatori di cyclo-pousse. “The french legacy lives on”, si dice qui, ora che l’inglese è più diffuso del francese. Ma l’eredità coloniale della Francia rivive soprattutto nella cultura, in un raffinato, elegante presente coniugato ad una tradizione di vivace spontaneità e ad una modernità vieppiù caotica. I lunghi viali alberati che costeg-giano i numerosi laghi cittadini - gli occhi azzurri di Ha Noi - sono invasi da sciami di motorette, assai meno silenziose delle vecchie biciclette. Le macchine sono ancora piuttosto rare. Ma gli incidenti stradali segnano un tragico record: secondo fonti ufficiali ottomila morti all’anno, cifra che pare essere molto al di sotto del reale.
Ha Noi, destinazione del Terzo Millennio, Ha Noi che di sera sembra un presepe. Ha Noi austera con i suoi musei e ministeri, intellettuale e romantica con i suoi caffé, illuminati da lampioncini colorati… Potrei continuare per ore a descrivere le meraviglie di questa venerabile città senza riuscire a dirne che la minima parte. La mia vocazione alla scrittura tuttavia, si esaurisce in fretta. Forse non è vera vocazione ma solo… velleità. Perciò indosso il mio ao dai color porpora, gli infra-dito di lacca nera e madreperla, metto gli occhiali da sole firmati da uno stilista vietnamita alla moda ed esco «a far shopping» nelle botteghe artigiane del centro cittadino. Forse è quella la mia vera vocazione, specialmente quando sono qui, nella capitale, paradiso dello shopping. L’ho sempre sospettato.
Del resto… «Un po’di frivolezza di tanto in tanto aiuta le ragazze a vivere d’incanto»..., no?
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NOTE
1 - le immagini sono tratte da: histgeo.com/contemporaine/ho, "Dictionnaire des marins français" Etienne Taillemite - Ed. maritimes d'outre-mer. L'immagine dell'Hotel Metropole è tratta da www.traveltovietnam.com/booking. L'immagine del ponte Doumer  è da ascriversi all'iconografia popolare vietnmaita.

2 - l'autrice, pubblicista, collabora con Mekong ed altre riviste divulgative rivolte al Sud del mondo.

3 - A coloro che vogliono conoscere il seguito della vicenda ed amano le buone letture, consiglio "The Quiet Aamerican"; a chi invece preferisce il cinema, raccomando la visione dell'omonimo film. G. Greene scrisse il libro proprio qui al Métropole. E l'attore M. Caine ha qui soggiornato durante le riprese, ambientate a Sai Gon. Chi preferisse la saggistica al cinema e narrativa, può leggere F. MONTESSORO, Viet Nam un secolo di storia, Franco Angeli 2000 oppure S. Scagliotti, Saggi sul Viet Nam, Celid Torino 2001, uniche opere recenti e complete di studiosi italiani sul Viet Nam.
 

                                                                            
Nel corso della seconda Guerra mondiale, espropriando i Francesi, gli ufficiali giapponesi utilizzarono il Métropole come quartier generale. Alla fine del conflitto, l’amministrazione coloniale francese cercò di riportarlo agli antichi fasti. Nel 1954 tuttavia, il governo della nuova repubblica democratica del Viet Nam ne prese possesso. Come qualcuno sostiene, fu forse per una forma di rispetto nei confronti di quel glorioso monumento dell’architettura francese che i Vietnamiti ne lasciarono pressoché intatta la struttura, trasformandolo in guesthouse per i loro ospiti VIP. Ciò che mutò fu tuttavia il nome che divenne «Thon Nhat» (Albergo della riunificazione). Mutò anche il nome della Via in cui era disposto l’ingresso principale che da Henry Rivière - ufficiale fuciliere della marina francese perito nel 1900 nella battaglia ingaggiata a Pechino per difendere la comunità cattolica cinese - divenne Ngô Quyên per celebrare l’eroe nazionale vietnamita che pose fine, nel secondo millennio della nostra, alla dominazione
cinese del Việt Nam.
 

Nel rifugio anti-aereo  dietro al  Métropole…

«… La città è regolarmente bombardata…Donne che piangono, bambini che urlano…

Jane Fonda e Joan Baez sono venute a Ha Noi per incontrare dei prigionieri americani e provare a comprendere la vera natura di questa guerra. Una notte, durante il coprifuoco, le ho viste, in un rifugio, allestito in fretta furia, dietro l’Hotel Métropole. Joan Baez, con il volto imperlato dal sudore,  è  pallida, trema. Abbiamo già scambiato qualche parola in inglese al Ministero, mi vede e mi riconosce. Cerco di rassicurarla: «Non avere paura. Qui noi abbiamo un detto: “Non è certo che le bombe cadano addosso a noi. E in caso contrario, non è detto che ci feriscano. E se ci feriscono non è detto che le ferite siano mortali… In ogni caso, capiterà quel che deve capitare”.  Ma Joan non smette di tremare. Le suggerisco di cantare qualche cosa. “No, non posso, non posso”, dice. “Dai, canta con me” e mi metto a canticchiare. Qualche minuto dopo la sua voce s’ìnnalza, limpida, magnifica. Come per magia qualcuno si mette a suonare la chitarra per accompagnarla, con il sottofondo del fracasso delle bombe….”  

XUAN PHUONG, Ao dai, du couvent des Oiseaux à la jungle du Viet Minh, Plon, Paris 2001, inedito in lingua italiana