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Venticinque immagini che raccontano i progetti portati avanti
dalla comunità di Sant'Egidio nei villaggi sperduti nella giungla
La Galleria San Fedele, proprio a due passi dal Duomo, ospita la mostra
Cambogia tra passato e futuro di Livio Senigalliesi. Il fotografo, che
realizza reportage da ventanni soprattutto in zone di guerra (dalla
Jugoslavia alla Cecenia, Ruanda, Congo e Afghanistan fino all'Iraq),
vuole valorizzare l'evento storico come esperienza umana, possibilmente
da non ripetere.
Ha rivolto lo sguardo sulle vicende umane quando
studiava storia, ai tempi del conflitto in Vietnam. Da allora, come un
clic, la sua vita è cambiata: diventato cittadino del mondo ha passato
mesi e mesi nei posti che desiderava esplorare. Come a Ramallah
all'inizio del '90, nei campi palestinesi prima e tra gli israeliani
poi. O in Cambogia a partire dalla fine degli anni '80, tra i famigliari
delle vittime della dittatura di Pol Pot.
NELLA GIUNGLA - La mostra di 25 immagini sulla Cambogia il racconto dei
progetti sociali portati avanti dalla comunità di Sant'Egidio, nei
villaggi sperduti nella giungla.
Dedicati soprattutto al censimento
della popolazione, specialmente dei bambini, con lo scopo di evitare la
mancanza di diritti, l'invisibilità e il traffico dei minori.
I progetti
sono anche di sostegno sanitario, con fornitura di farmaci e medici; di
aiuti economici per l'istruzione scolastica che, anche se gratuita,
richiede un mantenimento per i libri e per il lungo tragitto fino alle
scuole e infine, di adozioni di minori, non solo a distanza. E questi
sono i grandi progetti di oggi, legati al futuro.
Ma l'esposizione vuole
far riflettere anche sul passato. Un bambino che oggi nasce a Phnon Pen
(la capitale del Paese) o in un qualsiasi altro posto della Cambogia,
non ha identità a causa dei massacri del passato.
GUERRA CIVILE - Decenni di violenza prima e poi gli anni in cui i Khmer
rossi di Pol Pot hanno imposto il regime xenofo e razzista (il Kampuchea
Democratico, dal 17 aprile 1975 al gennaio 1979), hanno privato il Paese
del suo volto umano.
Il furore di Pol Pot provocò un'ecatombe con quasi
due milioni di morti. Seguì la guerra civile (1979-1999), con milioni di
mine disseminate ovunque.
Oggi i complici di Pol Pot superstiti, anziani
e malati, vivono liberi.
La Comunità internazionale e l'Onu hanno promesso
un processo che il tribunale di Phnon Pen non riesce a mettere in atto,
trovando mille scuse per non fare i conti con il passato. Ma il Paese
non dimenticato da tutti.
A capo dei progetti della comunità di
Sant'Egidio sul Sud Est asiatico (Cambogia, Thailandia e Vietnam) c'è una
docente di pedagogia alla Cattolica di Milano, Milena Santerini, che
lavora come volontaria. Così come volontari sono i medici e gli
assistenti che lavorano in gruppo sui progetti.
ADOZIONI - È importante sottolineare il principio di sussidiarietà per le
adozioni dei bambini, che vuol dire prima di tutto lavorare sul campo,
cercando di fornire aiuti e assistenza ai bambini senza farli uscire dal
Paese, spiega la Santerini.
I finanziamenti dei progetti di adozione
provengono dalla Commissione Adozioni Internazionali, alla quale il
gruppo di lavoro deve rendere conto dell'operato.
Per ora abbiamo
cinquemila adozioni in quelle zone. Ma io sono molto soddisfatta anche
di aver comprato una piroga per attraversare il fiume. Infatti in alcuni
posti sperduti nella giungla, per raggiungere il primo presidio
sanitario ci vogliono fino a 30 ore di viaggio. E magari solo per
prendere un farmaco.
Il reportage fotografico racconta anche il viaggio all'orfanotrofio che due coppie di italiani compiono per adottare dei
bambini cambogiani.
Il fotografo ha colto l'emozione del primissimo
incontro con il bambino dice soddisfatta Milena Santerini.
Abbiamo
intervistato Livio Senigalliesi.
Perché la Cambogia?
La Cambogia l'ho fotografata tante volte, perché porto avanti un lungo
progetto dedicato alle zone in conflitto. Questo paese morto più volte,
stenta a rinascere e a vedere il futuro.
Ci parli delle foto.
Solo tre immagini emblematiche sono dedicate alla memoria dei massacri,
ma io ne ho scattate migliaia. Sono andato varie volte nei 'killing
fields', i campi della morte dove sono stati uccisi con un colpo di
zappa alla nuca quasi due milioni di persone dissidenti.
Ho visto resti
di persone, fosse comuni piene di morti, tra la giungla e le risaie. Non
bisogna dimenticare cosa è successo. Pol Pot ha annichilito ogni fonte di
risorsa per il progetto di ripopolazione delle campagne. I khmer rossi
(la polizia di Stato) svuotavano le città prelevando le persone perché
dovevano tornare contadini e vivere con un pugno di riso.
Tutti quelli
che avevano avuto ruoli sociali dovevano essere sterminati e questo
voleva dire gli insegnanti, chi parlava inglese, o portava semplicemente
occhiali. La polizia aveva creato un sistematico clima di paura che
prevedeva l'uccisione dei famigliari dei dissidenti per creare un muro
tra chi rimaneva.
Non ti potevi fidare n del tuo vicino di casa, n di
nessuno. C'era un sistema di tortura così violento che le persone
dicevano anche quello che non avevano mai fatto. Oggi la popolazione
vive ancora con il fiato sospeso, non si ripresa.
All'inizio degli anni
'90, quando stato arrestato Pol Pot, finito il massacro. Ma nelle foto
che ho fatto un anno fa a 15 chilometri da Phnom Pen, dove c'erano i
campi di sterminio che oggi sono recintati come luoghi della memoria, si
cammina su un terreno dove senti ancora scricchiolare le ossa dei morti
sotto i tuoi piedi.
Ma nella mostra tutto questo rimane sullo sfondo, ci
sono solo tre foto emblematiche.
Cosa vuol far vedere con questa mostra?
Il viaggio alla ricerca della rinascita della nazione.
Abbiamo viaggiato
in team con gli operatori sociali cambogiani. Abbiamo attraversato la
giungla, navigato sul Mekong (il fiume che tocca la Cina, il Vietnam, il
Laos e la Cambogia) con piroghe e barchette, tra mille difficoltà. Per
passare da una parte all'altra del fiume in mezzo alle giungla di ponti
non ne trovi e noi volevamo raggiungere le comunità rurali pi remote.
Siamo andati in zone dove senza guida locale non troveresti né il
villaggio, né la gente. In quei posti gli operatori sociali hanno
registrato su alcuni moduli nome, cognome e luogo di dove vivono le
persone. Non si tratta di segnalare alla regione competente solo i
neonati ma anche i bambini di 6 o 7 anni che sono soggetti ad essere
venduti o sfruttati. O anche degli adulti dei quali non si sapeva nulla.
Nei luoghi nei quali incontravamo dei casi di abbandono, li segnalavamo
o davamo aiuti. Anche nei casi di emergenza sanitaria previsto un
sostegno per la salute e per la distribuzione dei farmaci. La comunità di
Sant'Egidio fornisce da tempo generi di prima necessità ogni due o tre
mesi. Un progetto molto importante quello dell'adozione.
Ce ne parla?
Una parte delle foto in mostra racconta l'adozione di alcuni bambini
cambogiani da parte di due coppie di italiani. Accompagnati dagli
assistenti sociali, i genitori adottivi hanno vissuto per due settimane
in albergo nei pressi dell'orfanotrofio dove si recavano ogni giorno per
familiarizzare con il bambino da adottare. Avvenuto l'incontro sereno e
positivo, hanno portano il bambino in Italia.
La difficoltà vera è quando
il bambino non neonato e magari ha 5 o 6 anni e ha dei problemi
psicologici una volta uscito dall'orfanotrofio e in viaggio.
Le piace di pi viaggiare o raccontare?
Ho sempre voglia di capire l'uomo e raccontare semplicemente le sue
vicende dal basso, in silenzio, come la fotografia sa fare.
Amo
viaggiare e rimanere nei luoghi. Mi piace vivere tra le famiglie. Ad
esempio ho vissuto tre anni e mezzo a Sarajevo: nello sforzo di capire
che succedeva, ogni mese attraversavo le linee per capire l'altra parte.
Con le mie foto vorrei trasmettere quanto noi abbiamo in comune con le
emozioni e i dolori che solo sessant'anni fa erano i nostri.
Al ritorno
dai miei viaggi cerco di realizzare anche libri, dibattiti, fare teatro
e programmi nelle scuole. Tutto per salvare la memoria.
Si diventa cinici perché si vedono troppi dolori?
Io penso di aver capito veramente il dolore perché la gente mi è morta in
braccio e ho visto cose indescrivibili. Ma ho conosciuto anche la
speranza. Per me prima di tutto c'è l'uomo, la volontà di vivere le
esperienze per crescere e arricchire la capacità di comprensione. Poi
cerco di comunicare.
Sono stato fortunato nei miei viaggi perché sono
ancora vivo.
Progetti per il futuro?
Ho in mente un libro di documentazione fotografica e scritta sui
testimoni della dittatura guatemalteca.
In novembre il premio nobel per
la pace, Rigoberta Mench, si presenterà alle elezioni presidenziali in
Guatemala. La prima donna nella storia di quel paese. Con questo libro
potrei dare un contributo alla conoscenza della storia di violenza e
sterminio ai tempi della dittatura militare in Guatemala.
Il libro
tradotto anche in lingua indigena, con l'aiuto della fondazione di
Rigoberta Mench, così fruibile anche per la popolazione che parla solo
quella lingua.
Cambogia tra passato e futuro
Galleria San Fedele, via Hoepli 3, Milano
Fino al 25 maggio -
Da martedì a venerdì, ore 16/19
www.sanfedele.net
www.santegidio.org
www.liviosenigalliesi.com
Manuela Pelati -
Corriere della Sera 17 maggio 2007
Foto realizzate in Cambogia ed esposte alla Galleria San Fedele a Milano





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