New Asia
Saigon ri-oriental  - di Massimo Morello
Inediti riti no-global e allo stesso tempo ultraglobali a Ho Chi Minh City. Che si propone come nuovo modello dello sviluppo del continente
 


La City Hall di Saigon e la statua di Ho Chi Min (foto: A of Doom)

Ti metti all'incrocio tra la Nguyen Thiep e la Dong Khoi, di fronte allo Sheraton. E aspetti che passi una donna in ao-dai bianco sullo sfondo del cartello nero "Gucci''. Per Michelle, designer di oggetti in lacca, questa è l'immagine simbolo di Saigon. Per lei il tradizionale abito femminile vietnamita (una lunga tunica con profondi spacchi e pantaloni) non contrasta con le icone della moda occidentale. "A Saigon l'ao-dai non è lo stesso indossato dalle contadine", precisa. Osserva le studentesse che escono dal liceo Marie Curie: "come uno stormo di uccelli a Dalat", puntualizza, con un affascinante paragone orientalista ambientato nella cittadina di montagna che era il luogo di vacanza dei francesi.


Michelle incarna il nuovo charme di Saigon. Sembra il personaggio di un romanzo di Marguerite Duras, ma con le sue amiche compone una scena alla Sex and the City. Critica i rigori trascorsi del regime, ma ne rimpiange la purezza in toni radical-chic. Inorridisce per i turisti che scambiano per plastica le lacche dei vecchi artigiani che riservano solo a lei la loro antica tecnica, ma ha appena aperto 'La Cantina', un ristorante tex-mex, "perché non ce n'erano altri in città". Nella sala superiore del locale, bevendo Margarita, vino bianco o Larue, la birra prodotta nel 1909 dalla Brassiers et Glaciers de L'Indochine, chiacchierando in vietnamita, francese e inglese, ascoltando una compilation che mette assieme Manu Chao e Hong Nhung, un'impegnata cantante viet, si compie un rito al tempo stesso no-global e ultraglobale.

Con altre scene e personaggi la stessa trama si svolge al 'Warda', il ristorante libanese che Luc ha aperto in un vicolo del centro, dove sembra di trovarsi nella medina di Essaouira. Qui la globalizzazione assume la forma di un neo-orientalismo francofono. Luc è marsigliese, si è trasferito in Vietnam da oltre dieci anni ed è diventato uno degli artefici della nouvelle vague saigonita, che ha preso vita nelle sale del suo 'Temple Club'. "Saigon non è cambiata tanto, ma c'è un nuovo livello di aspettativa", spiega. "Il vero cambiamento comincia adesso. Stanno arrivando nuovi investitori da Hong Kong, Usa, Singapore. Si vende tutto, si compra tutto. Si fanno affari da dieci milioni di dollari in dieci minuti". Sta cambiando anche Luc: da avventuriero alla Malraux è divenuto il manager di una piccola multinazionale, una società che progetta strutture e concept di alberghi, ristoranti, centri benessere.

Un po' Bangkok, un po' L.A.
"Saigon non diventerà come Bangkok o come Singapore. Sarà un po' Bangkok, un po' Singapore, un po' L.A. Diventerà qualcos'altro. Se la gioca bene, può diventare una delle città più interessanti dell'Asia. Perderà parte della sua identità, è inevitabile, ma nel cambiamento resterà se stessa", afferma Luc.

Saigon, insomma, può diventare un nuovo modello di sviluppo asiatico, un centro di ri-orientalizzazione. "I viet hanno un forte senso d'adattamento, assorbono facilmente. E le nuove generazioni lo fanno senza complessi nei confronti degli occidentali perché stanno bene con se stesse. Sono interessati a quanto accade all'estero, ma sono orgogliose della loro storia e cultura". Secondo Luc l'esempio di questo fenomeno è il nuovo aeroporto (l'inaugurazione è prevista nel 2008). 'Cerca di staccarsi dai progetti in stile Foster, cerca di mantenere un concetto culturale viet. Specie nella lounge della business class...'.

In questo processo di trasformazione il Vietnam volge lo sguardo a Est: al Giappone (non a caso progetto e finanziamento dell'aeroporto sono nipponici) e, tramite questo passaggio, agli Stati Uniti. È una tendenza sostenuta, finanziariamente e culturalmente, dai viet kieu, i vietnamiti espatriati, specie quelli che hanno lasciato il Paese nel '75 e si sono rifugiati negli Usa. I viet kieu partiti prima, negli anni Sessanta, inizio Settanta, quelli delle famiglie più in vista, sono andati in Francia, hanno fatto carriere brillanti e hanno perso il senso delle loro origini. Gli altri, invece, appena è stato possibile, sono tornati.

"Mia madre mi ha riportata indietro nell'88 perché voleva farmi scoprire le mie radici. Quando sono arrivata ero una tipica ragazza americana: ribelle, molto laid back. E il Vietnam era molto comunista. Superato lo shock, ho capito che il Vietnam era un'opportunità, il futuro. Negli ultimi vent'anni ho osservato cambiamenti straordinari e nei prossimi dieci saranno ancora maggiori. Lavorare qui è più facile, tutto è più veloce", dice Justine, una splendida viet kieu che gestisce diverse aziende: da una fabbrica di manzo secco a una società che produce, importa ed esporta oggetti di design in giunco, lacca, fibra di vetro. Justine esprime tutti gli equivoci, i nodi culturali che rendono Saigon un laboratorio di antropologia contemporanea. Quando parla dei vietnamiti, ad esempio, si riferisce soltanto ai locali, mentre come viet kieu rivendica un'identità genericamente asiatica, accettando le contaminazioni occidentali. D'altra parte rimprovera ai giovani viet la perdita del senso d'identità, dei valori tradizionali codificati dal confucianesimo per inseguire una ricchezza effimera, che si esprime nel daily power, che si manifesta immediatamente nella possibilità di comandare altre persone. Quando parla di tradizione, invece, non si riferisce né a Confucio né a Buddha, bensì al comunismo. Ma a questo riconosce il merito di mantenere ordine nel Paese e di ridurre i rischi di un nuovo gap economico.

Il relativismo del concetto di democrazia è uno degli elementi distintivi dei personaggi che animano Saigon.
Il loro motto è 'No politics and no religion too', sacrificando ogni ideologia e ogni fede sull'altare del Vietnam stock exchange e del Wto, l'Organizzazione mondiale per il commercio, di cui il Vietnam è diventato il 150 membro l'11 gennaio 2007. Tutto è cominciato nel 1986, quando il 6° Congresso del Partito dei lavoratori ha sancito il 'Doi Moi', rinnovamento, la politica di liberalizzazione economica. Nel 1995, con l'adesione all'Asean (l'associazione dei Paesi del Sud-est asiatico), la riapertura delle relazioni con gli Usa e l'accesso ai prestiti del Fondo Monetario Internazionale, il Vietnam è entrato nel mercato globale.
E Saigon è tornata a esserne il cuore: concentra due terzi degli investimenti stranieri e un terzo della produzione manifatturiera, da sola realizza il 35 per cento del Pil, ed è divenuta un hub del traffico commerciale tra Cina, Taiwan, Giappone, Thailandia, Malaysia e altri Paesi dell'Asean. Forse è per questo ennesimo ricorso storico che tutti hanno ripreso a chiamarla Saigon anziché Ho Chi Minh City, come fu ribattezzata il primo maggio 1975, il giorno successivo alla Giai Phong, la liberazione, dopo ventinove anni di guerre.

L'estetica del Pil
'L'economia cambia l'estetica di Saigon', dice Laura, un'architetto americana. E non si riferisce solo alle ville come la sua, un cubo di cemento e vetro costruito attorno a un albero e sulla riva del fiume Saigon, o a quelle delle residenze per espatriati, viet kieu e neomandarini nei quartieri residenziali a nord del centro. L'Hotel de la Ville, sede della municipalità coloniale che oggi ospita gli uffici del Comitato del Popolo, forma una quinta che chiude il grande viale Nguyen Hue, attorno cui si sta ridisegnando la silhouette urbana con nuovi e sempre più alti palazzi per uffici, banche, società finanziarie e alberghi. E la statua dello zio Ho nella piazza di fronte sembra scrutare il grattacielo della Citybank, mentre alle sue spalle lampeggia la gigantesca insegna della HSBC.

Il palazzo della Posta centrale, inaugurato nel 1891, dall'interno deliziosamente rétro dominato da un enorme ritratto di Ho Chi Minh, è divenuto il set per spettacoli ripresi dalla locale Mtv. La Ton Duc Tang, la promenade che costeggia il fiume, che un tempo offriva scorci quasi letterari di traffici fluviali, vede scorrere i battelli turistici impavesati da neon multicolori. Il teatro municipale, edificio simbolo della Belle Epoque tropicale, dopo i recenti restauri per il trentennale della Giai Phong, ha assunto un'immagine pop che s'intona con molti degli show rappresentati. Il lato opposto della piazza è dominato dalla nuova icona di Saigon: il 'Park Hyatt', top dell'ospitalità cittadina, punto di riferimento per manager, esponenti della nomenklatura, intellettuali, artisti che si ritrovano tutti all''Opera', il suo ristorante italiano.

La skyline notturna della città
C'era una volta Rue Catinat. Il fulcro di questa Saigon da bere resta la Dong Khoi.
Fino al 1954 si chiamava Rue Catinat, indirizzo che compare già nella seconda riga del romanzo di Graham Greene Un americano tranquillo, e che si ritrova in tutti quegli articoli e i romanzi della prima metà del '900 d'ambiente indocinese che hanno creato il mito esotico di questa città.
Il nome attuale, dal 1975, significa 'Insurrezione'. Non è particolarmente grande, non vi si aprono scorci architettonici di rilievo, eppure è da sempre il cuore del centro, segnata da alberghi, caffè, ristoranti, botteghe e boutique. È il corso del di troi, lo struscio, in cui s'incrocia una folla composita di neoborghesi, venditori ambulanti, uomini e donne alla ricerca di un'occasione o di un briciolo di fortuna, turisti, molti americani sui cinquanta, sessant'anni, spesso chiaramente identificabili come reduci della guerra, che vanno in giro con un atteggiamento tra il sorpreso, l'imbarazzato e il nostalgico.

Attorno alla Dong Khoi continuano ad aprire altre scene del nuovo centro metropolitano: le boutique sulla Ton That Thip, la via ultrachic, o il 'Café Central' nella Sun Wah Tower, ritrovo degli yuppie locali. Hanno riaperto anche i night club e le sale massaggio, e sono riapparsi gli spacciatori di droga. È un segno dei tempi che oggi giri più coca che oppio, e si diffonda il consumo di ya ba, le micidiali pillole di metanfetamine che stanno avvelenando le classi più povere di tutto il Sud-est asiatico. Il nuovo corso ha inevitabilmente creato scompensi e shock culturali.

A Saigon è tutto più caro che nel resto del Paese e i salari non aumentano in proporzione ai costi. Molti inseguono la fortuna imitando i comportamenti dei neocapitalisti: anche Linh, che fa la domestica in casa di un espatriato occidentale, è tentata di investire in Borsa. Chi riesce a mettere da parte un po' di soldi manda i figli a studiare all'estero. "Adesso partono e tornano. Prima partivano solo", commenta un giovane americano al banco del 'Temple Club'. Insegna inglese in una scuola privata che prepara agli esami per entrare all'università australiana di Saigon, che a sua volta è una porta per il resto del mondo.

Per la maggioranza, tuttavia, l'unica possibilità offerta dalla nuova politica è quella di riprendere a frequentare i templi. Nella pagoda di Giac Lam, la più antica di Saigon, un tempo frequentata dai letterati per trarre ispirazione, ogni giorno i monaci celebrano funzioni che sincretizzano buddhismo, Tao e confucianesimo. Nella pagoda dell'Imperatore di Giada, una delle più affascinanti della città, quella che fa percepire l'immagine di un Vietnam che si pensava perduta, i fedeli pregano e chiedono grazie, tra le volute di fumo degli incensi, rivolgendosi ai bodhisattva della tradizione Mahayana e ai santi del taoismo.
"Saigon non è mai stata una città innocente" è stato detto. Bisogna pur farsi perdonare.

(Pubblicato il 03 settembre 2007 su Dweb della La Repubblica)