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Essendo diventato, con un po' di imbarazzo, l'oggetto di tanta
attenzione, chiedo scusa ai compagni
se mi prenderò qualche libertà di espressione cercando di dare qualche
colpo basso alla canonica
solennità che solitamente si respira in queste occasioni.
Dopo tutto un
incontro come questo è una
buona occasione per fare un po' di ironica autocoscienza. E dopo le
gradevoli lisciate di pelo che
ho ricevuto cercherò di farla, l'autocoscienza, senza rifugiarmi del
tutto in un patetico memorial day
e soprattutto - lo dico con molto rispetto - senza indugiare, come
sembra diventato di moda per
alcune anime redente della sinistra, nella ricerca di Dio.
Dio che non
ho avuto finora il piacere di
incontrare e che sicuramente non ha alcuna intenzione di ospitarmi nelle
sue celesti dimore.
Dunque, senza fare salti di gioia sulle mie gambe un po' malferme,
ringrazio di tutto cuore le
compagne e i compagni che hanno voluto ricordami che ormai ho compiuto
ottant'anni.
Ho sperato di passare questa barriera in punta di piedi e in solitaria
meditazione ma non ce l'ho
fatta. E non perché sia reticente ad ammettere gli anni che passano.
Questo l'ho capito il giorno -
anch'esso ormai lontano - che una bella ragazza con l'ombelico
debordante si è alzata cedendomi il
posto in tranvai. Lì ho capito che era finita l'età dell'oro e che
dovevo trovare nuove ispirazioni. È stato un po' come passare da un assordante e faticoso concerto di
musica rock ad una melodica e
riposante sinfonia di Sciostakovic.
Comunque torno a ringraziarvi di tutto cuore per questa simpatica festa.
Ho ascoltato con molto piacere le parole di apprezzamento che mi hanno
rivolto i compagni. Forse
un po' troppo apologetiche ma molto gratificanti. Se c'è una cosa a cui
tengo molto è quello di
essere considerato, soprattutto dai giovani, come un modesto testimone
delle grandi battaglie ideali, politiche e sociali che il movimento
operaio ha combattuto per tutto il 20° secolo in ogni parte del
mondo, nel tentativo di cambiarlo e di renderlo migliore. Ho dato quel
che ho potuto ma ho
soprattutto ricevuto molto da questo movimento.
E devo dire che qualcosa
ho imparato in questi
decenni consacrati alla politica da militante comunista.
La politica, quando non è carrierismo o trasformismo, è un impegno
globale, una scelta totalizzante,
per molti versi impietosa, spesso con qualche punta di crudeltà, che
investe e incide su tutti gli
aspetti della nostra personalità e dei nostri rapporti umani fino a
rendere impossibile una
separazione tra i grandi eventi a cui partecipi e le piccole cose della
vita quotidiana. La politica
non è solo costume e comportamenti individuali ma anche rapporti
affettivi con chi ti sta vicino e
condivide i momenti felici e i giorni difficili. Rapporti che contano e
pesano moltissimo sul nostro
modo di essere.
Il che mi obbliga ad uscire un pochino dalla liturgia di
questi compleanni,
abitualmente confezionati per una sola persona, per condividere il
piacere di questo incontro, e dei
ricordi connessi, con chi mi è stato accanto per tutta la vita. Con
tutti voi naturalmente, ma anche
con una persona molto cara, a cui devo molto, che è stata al mio fianco
per 60 anni, sopportandomi,
anche quando aveva qualche ragione per mandarmi al diavolo.
Sto parlando della compagna della mia vita che voi tutti conoscete.
Spesso ci domandiamo un po'
stupiti come siano passati così velocemente sessant'anni di vita in
comune senza essere stati travolti
dagli eventi più grandi di noi che hanno dissolto molte delle nostre
illusioni giovanili. Ma siccome
anche lei ha avuto i suoi momenti professionali turbolenti e avventurosi
devo dire che non abbiamo
mai avuto il tempo di annoiarci. E' stata dura per entrambi ma ce
l'abbiamo fatta, e non vedo segni
di cedimento anche se siamo entrati - purtroppo - nella fase
crepuscolare della nostra vita. E qui
sta il punto dolente di un ottantenne.
A ottant'anni non c'è molto da festeggiare, cari compagni.
E' un età che evoca due stati d'animo contrastanti. Senti che sei
arrivato in prossimità del tuo
capolinea biologico e un po' ti dispiace. E questo è il lato un po'
malinconico di un compleanno
celebrato con questo pesante tonnellaggio temporale sulle spalle.
Ma la vera tristezza è quella di sentirsi sottilmente detestati, nella
casa politica comune,
naturalmente con molto garbo e gentilezza, da chi ti considera in realtà
un reperto archeologico di
un'epoca preistorica, il lontano 1900 dopo Cristo, che, come ci capita
di sentire spesso, viene
dipinto come un secolo di terribile violenza e di orrori, di cui molti
col marchio stalinista, e tu, che
ti piaccia o no, rimani un figlio degenere di quella storia. In molti si
augurano che tu tolga il
disturbo per seppellirti, magari con un bei discorso, sotto le macerie
del movimento comunista
novecentesco. Cercheremo di deluderli ancora per un po'.
Tristezze a parte, ottant'anni sono anche un traguardo che permette di
fare un bilancio, un bilancio
delle nostre vite. E allora riscopri gli aspetti più gratificanti e ti
compiaci di non avere buttato la
tua vita dalla finestra. Però, siccome i bilanci, anche quelli
personali, si fanno sempre a due
colonne, bisogna riguardarli con occhio critico senza indugiare troppo
nell'autocompiacimento,
lasciando che siano i posteri a decidere se lasci qualche segno
positivo.
Sappiamo tutti che nella nostra lunga vita c'è stata la stagione della
rose ma anche quella delle
spine. Però, siccome è impossibile separare le une dalle altre, le devi
accettare entrambe senza
finzioni, senza ipocriti pentimenti e senza tentazioni esoteriche. So
molto bene che la politica, essendo l'arte del possibile, è fatta di
compromessi, di flessibilità, di scelte tattiche, di passi avanti e
di passi indietro. La politica, appunto! Ma la storia no. La storia è la
memoria dei fatti reali, così
come sono accaduti, così come li hai vissuti. Puoi criticarli o anche
detestarli, ma non cambiarli.
Che ti piaccia o no. Non puoi piegare la storia alle tue convenienze
congiunturali, altrimenti
diventi diventi ridicolo o patetico come lo sono stati Krusciov e
Breznev quando decisero di
rimuovere e negare l'esistenza di Stalin dalla storia sovietica.
Se guardo nello specchietto retrovisore della mia storia personale vedo
che le biografie di molti di
noi, quelli che hanno più o meno la mia età, sono molto simili
nell'essenziale. Soprattutto sono
simili nei processi iniziali di formazione politica e ideologica e nelle
radici di classe che hanno alimentato la nostra crescita comunista nei
tempi lontani della nostra adolescenza. Quello credo sia
stato il punto di partenza vero che ci ha portato a fare scelte che in
molti oggi ci chiedono di
ripudiare. Arriviamo da una fase storica, il primo novecento, e da un
contesto sociale proletario,
nel quale era già una grande conquista se riuscivi a terminare le medie
inferiori. Cosa che peraltro
io non sono riuscito a fare. Dovevi sfondare da solo il muro
dell'ignoranza. E devo dire che le
lettere dal carcere (non quelle di Gramsci che ho potuto leggere anni
dopo) ma quelle di mio padre,
mi hanno aiutato molto a superare quel muro.
La sola scuola di vita disponibile in quegli anni era il banco di
aggiustaggio, la sala motori, la macchina utensile e 10 ore di lavoro in
officina, qualche volta anche 12. Devo dire che è stata una
grande scuola: È stato lì che giorno dopo giorno abbiamo appreso dagli
operai, reduci dai grandi
movimenti sociali e politici degli anni venti, le nozioni più elementari
e il significato di alcune
parole: socialismo, comunismo, rivoluzione. E ovviamente anche quello
dei nomi legati a quelle
parole: quello di Marx, di Lenin, di Stalin, dell'Unione Sovietica.
Parole e nomi che hanno via via
formato le nostre coscienze caricandoci della volontà di cambiare il
mondo in un'epoca molto difficile in cui eravamo pochi, clandestini e
perseguitati e quando sembrava che il fascismo dovesse
durare mille anni.
Spiegare oggi come e perché sei diventato comunista in quegli anni
terribili e perché continui ad
esserlo oggi, malgrado tutto, non è facile. Ti prendono per matto. E in
effetti, senza un pizzico di
follia, non sarebbe stato possibile cimentarsi in una impresa che
qualsiasi bookmaker avrebbe data
per perdente a cento contro uno. In molti me lo chiedono ancora oggi:
perché?
Me lo chiedeva quattro mesi fa a Parigi il conduttore di Radio France
Culture (la rete 3 della radio
francese) nel corso di una lunga intervista dedicata alla storia del
comunismo europeo. Ho scoperto
che la mia risposta a quel perché è stata più o meno la stessa data da
un compagno tedesco il giorno
dopo. Cioè, alle ragioni di classe che hanno spinto un operaio francese,
americano o svedese a
diventare comunista in quegli anni bisogna aggiungerne una che è stata
decisiva in un paese come
l'Italia e la Germania: vivere e molto spesso morire (soprattutto in
Germania) in questi due paesi
dominati da Mussolini e da Hitler ha moltiplicato, non tanto la volontà
di combattere il capitalismo,
volontà peraltro comune ai comunisti di tutte le epoche, ma soprattutto
quella di ribellarsi contro un
regime particolarmente infame e odioso. Il che ha concorso a
formarci la convinzione
che il solo autentico modello antagonista del nazifascismo era
rappresentato deal paese nato dalla
Rivoluzione d'ottobre.
E' stato quello l'elemento centrale che ha accresciuto il fascino e la
speranza verso il paese
concepito in quegli anni come il vendicatore di tutti i torti, le
violenze e le ingiustizie patite dai
popoli schiacciati dal tallone di ferro del nazifascismo. Quello che
l'ultimo dei "bolscevichi",
Enrico Berlimguer, ha definito la forza propulsiva dei grandi movimenti
che hanno sconvolto la
geopolitica del pianeta. Quel passaggio ha segnato nel profondo la mia
formazione di militante.
E di questo non mi vergogno e non mi pento.
Per quanto impietosa e spietata debba essere la critica storica agli
errori e agli eccessi compiuti in
nome del comunismo negli anni '30 e '40 non va mai dimenticato che senza
quel comunismo, senza
la sua "forza propulsiva", senza il travolgente potenziale ideale,
politico e militare messo in campo
dall'Unione Sovietica, senza il passaggio di Stalingrado e l'assalto
finale a Berlino, il nazifascismo
non sarebbe mai stato battuto dalle democrazie occidentali. Gli imperi
coloniali avrebbero potuto
durare per chissà quanto tempo ancora e, forse, non saremmo qui, nel
2005, a festeggiare il 60°
anniversario della Resistenza e della liberazione. E Mussolini avrebbe
potuto morire
tranquillamente nel suo letto come è successo a molti criminali di
guerra nazisti e fascisti.
Questa è stata ed è la ragione per cui, a ottant'anni suonati, non
voglio rompere con quella storia.
Non dimentico, ovviamente, come questo tema abbia suscitato decenni dopo
discussioni, conflitti,
stroncature e rotture laceranti che hanno segnato le nostre storie
personali e prodotto quella
disastrosa diaspora che questa sera mi pare qui autorevolmente
rappresentata. Devo però
aggiungere che questo fenomeno di scomposizione e ricomposizione dei
rapporti politici e umani,
inclusi quelli interpersonali, non mi spaventa e non mi scoraggia poiché
è sempre stato, e lo è
tuttora, una costante presente in ogni processo rivoluzionario. Ne siamo
ancora più convinti oggi
guardandoci in giro, osservando ciò che rimane nel mondo di quel grande
movimento che sembrava
essere rimasto sepolto sotto le macerie dell'URSS di Gorbaciov e che
invece riappare come
soggetto rinnovato in altre regioni del mondo come forza di progresso
capace di reggere la sfida
contro un capitalismo ancora molto potente e prepotente, ma che comincia
a mostrare, nei punti più
esposti della sua aggressività imperialista, i segni inconfondibili del
suo declino economico, politico
e militare.
Confesso di avere anch'io pensato per un attimo di dover lasciare questa
"valle di lacrime" travolto
dalle sconfitte. Invece vedo paesi come la Cina e il Vietnam diventare i
nuovi epicentri mondiali
dello sviluppo e, in quanto tali, alimentare il formarsi di nuove spinte
liberatorie antimperialiste in
paesi come l'India, il Sudafrica, la Russia, il Venezuela......
Comincio a pensare che l'incauto Fukuiama sia inciampato in un clamoroso
infortunio quando
quindici anni fa proclamò la fine della storia.
E' bello, molto bello il vedere riaprirsi a ottant'anni nuovi orizzonti
alle idee che ci hanno
accompagnato per decenni. Penso con terrore si mi fossi rassegnato a
consumare questa mia
ultima stagione tra i viventi seduto su una panchina, tra i miei
coetanei stanchi e delusi, a
discutere dell'ultima partita di campionato o delle abitudini sessuali
delle pulci acquatiche.
Invece ho la fortuna di essere qui in mezzo a voi, compagni giovani e
meno giovani, a respirare,
ancora e sempre, la voglia di impegno politico e sociale, con il
coraggio di rileggere senza
stupidi rimpianti la nostra storia e con una grande voglia di continuare
a lottare per cambiare il
mondo.
Ecco, il più bei regalo che ricevo per questi miei ottant'anni e di
sapere che la mia e la vostra
storia continua e continuerà anche dopo di noi.
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