Saluto di Sergio Ricaldone
alla festa del suo 80° compleanno.
 


Essendo diventato, con un po' di imbarazzo, l'oggetto di tanta attenzione, chiedo scusa ai compagni se mi prenderò qualche libertà di espressione cercando di dare qualche colpo basso alla canonica solennità che solitamente si respira in queste occasioni.
Dopo tutto un incontro come questo è una buona occasione per fare un po' di ironica autocoscienza. E dopo le gradevoli lisciate di pelo che ho ricevuto cercherò di farla, l'autocoscienza, senza rifugiarmi del tutto in un patetico memorial day e soprattutto - lo dico con molto rispetto - senza indugiare, come sembra diventato di moda per alcune anime redente della sinistra, nella ricerca di Dio.
Dio che non ho avuto finora il piacere di incontrare e che sicuramente non ha alcuna intenzione di ospitarmi nelle sue celesti dimore.

Dunque, senza fare salti di gioia sulle mie gambe un po' malferme, ringrazio di tutto cuore le compagne e i compagni che hanno voluto ricordami che ormai ho compiuto ottant'anni. Ho sperato di passare questa barriera in punta di piedi e in solitaria meditazione ma non ce l'ho fatta. E non perché sia reticente ad ammettere gli anni che passano. Questo l'ho capito il giorno - anch'esso ormai lontano - che una bella ragazza con l'ombelico debordante si è alzata cedendomi il posto in tranvai. Lì ho capito che era finita l'età dell'oro e che dovevo trovare nuove ispirazioni. È stato un po' come passare da un assordante e faticoso concerto di musica rock ad una melodica e riposante sinfonia di Sciostakovic.
Comunque torno a ringraziarvi di tutto cuore per questa simpatica festa.

Ho ascoltato con molto piacere le parole di apprezzamento che mi hanno rivolto i compagni. Forse un po' troppo apologetiche ma molto gratificanti. Se c'è una cosa a cui tengo molto è quello di essere considerato, soprattutto dai giovani, come un modesto testimone delle grandi battaglie ideali, politiche e sociali che il movimento operaio ha combattuto per tutto il 20° secolo in ogni parte del mondo, nel tentativo di cambiarlo e di renderlo migliore. Ho dato quel che ho potuto ma ho soprattutto ricevuto molto da questo movimento.

E devo dire che qualcosa ho imparato in questi decenni consacrati alla politica da militante comunista. La politica, quando non è carrierismo o trasformismo, è un impegno globale, una scelta totalizzante, per molti versi impietosa, spesso con qualche punta di crudeltà, che investe e incide su tutti gli aspetti della nostra personalità e dei nostri rapporti umani fino a rendere impossibile una separazione tra i grandi eventi a cui partecipi e le piccole cose della vita quotidiana. La politica non è solo costume e comportamenti individuali ma anche rapporti affettivi con chi ti sta vicino e condivide i momenti felici e i giorni difficili. Rapporti che contano e pesano moltissimo sul nostro modo di essere.

Il che mi obbliga ad uscire un pochino dalla liturgia di questi compleanni, abitualmente confezionati per una sola persona, per condividere il piacere di questo incontro, e dei ricordi connessi, con chi mi è stato accanto per tutta la vita. Con tutti voi naturalmente, ma anche con una persona molto cara, a cui devo molto, che è stata al mio fianco per 60 anni, sopportandomi, anche quando aveva qualche ragione per mandarmi al diavolo. Sto parlando della compagna della mia vita che voi tutti conoscete. Spesso ci domandiamo un po' stupiti come siano passati così velocemente sessant'anni di vita in comune senza essere stati travolti dagli eventi più grandi di noi che hanno dissolto molte delle nostre illusioni giovanili. Ma siccome anche lei ha avuto i suoi momenti professionali turbolenti e avventurosi devo dire che non abbiamo mai avuto il tempo di annoiarci. E' stata dura per entrambi ma ce l'abbiamo fatta, e non vedo segni di cedimento anche se siamo entrati - purtroppo - nella fase crepuscolare della nostra vita. E qui sta il punto dolente di un ottantenne.
A ottant'anni non c'è molto da festeggiare, cari compagni.

E' un età che evoca due stati d'animo contrastanti. Senti che sei arrivato in prossimità del tuo capolinea biologico e un po' ti dispiace. E questo è il lato un po' malinconico di un compleanno celebrato con questo pesante tonnellaggio temporale sulle spalle.
Ma la vera tristezza è quella di sentirsi sottilmente detestati, nella casa politica comune, naturalmente con molto garbo e gentilezza, da chi ti considera in realtà un reperto archeologico di un'epoca preistorica, il lontano 1900 dopo Cristo, che, come ci capita di sentire spesso, viene dipinto come un secolo di terribile violenza e di orrori, di cui molti col marchio stalinista, e tu, che ti piaccia o no, rimani un figlio degenere di quella storia. In molti si augurano che tu tolga il disturbo per seppellirti, magari con un bei discorso, sotto le macerie del movimento comunista novecentesco. Cercheremo di deluderli ancora per un po'.

Tristezze a parte, ottant'anni sono anche un traguardo che permette di fare un bilancio, un bilancio delle nostre vite. E allora riscopri gli aspetti più gratificanti e ti compiaci di non avere buttato la tua vita dalla finestra. Però, siccome i bilanci, anche quelli personali, si fanno sempre a due colonne, bisogna riguardarli con occhio critico senza indugiare troppo nell'autocompiacimento, lasciando che siano i posteri a decidere se lasci qualche segno positivo.

Sappiamo tutti che nella nostra lunga vita c'è stata la stagione della rose ma anche quella delle spine. Però, siccome è impossibile separare le une dalle altre, le devi accettare entrambe senza finzioni, senza ipocriti pentimenti e senza tentazioni esoteriche. So molto bene che la politica, essendo l'arte del possibile, è fatta di compromessi, di flessibilità, di scelte tattiche, di passi avanti e di passi indietro. La politica, appunto!  Ma la storia no. La storia è la memoria dei fatti reali, così come sono accaduti, così come li hai vissuti. Puoi criticarli o anche detestarli, ma non cambiarli. Che ti piaccia o no. Non puoi piegare la storia alle tue convenienze congiunturali, altrimenti diventi diventi ridicolo o patetico come lo sono stati Krusciov e Breznev quando decisero di rimuovere e negare l'esistenza di Stalin dalla storia sovietica.

Se guardo nello specchietto retrovisore della mia storia personale vedo che le biografie di molti di noi, quelli che hanno più o meno la mia età, sono molto simili nell'essenziale. Soprattutto sono simili nei processi iniziali di formazione politica e ideologica e nelle radici di classe che hanno alimentato la nostra crescita comunista nei tempi lontani della nostra adolescenza. Quello credo sia stato il punto di partenza vero che ci ha portato a fare scelte che in molti oggi ci chiedono di ripudiare. Arriviamo da una fase storica, il primo novecento, e da un contesto sociale proletario, nel quale era già una grande conquista se riuscivi a terminare le medie inferiori. Cosa che peraltro io non sono riuscito a fare. Dovevi sfondare da solo il muro dell'ignoranza. E devo dire che le lettere dal carcere (non quelle di Gramsci che ho potuto leggere anni dopo) ma quelle di mio padre, mi hanno aiutato molto a superare quel muro.

La sola scuola di vita disponibile in quegli anni era il banco di aggiustaggio, la sala motori, la macchina utensile e 10 ore di lavoro in officina, qualche volta anche 12. Devo dire che è stata una grande scuola: È stato lì che giorno dopo giorno abbiamo appreso dagli operai, reduci dai grandi movimenti sociali e politici degli anni venti, le nozioni più elementari e il significato di alcune parole: socialismo, comunismo, rivoluzione. E ovviamente anche quello dei nomi legati a quelle parole: quello di Marx, di Lenin, di Stalin, dell'Unione Sovietica. Parole e nomi che hanno via via formato le nostre coscienze caricandoci della volontà di cambiare il mondo in un'epoca molto difficile in cui eravamo pochi, clandestini e perseguitati e quando sembrava che il fascismo dovesse durare mille anni.

Spiegare oggi come e perché sei diventato comunista in quegli anni terribili e perché continui ad esserlo oggi, malgrado tutto, non è facile. Ti prendono per matto. E in effetti, senza un pizzico di follia, non sarebbe stato possibile cimentarsi in una impresa che qualsiasi bookmaker avrebbe data per perdente a cento contro uno. In molti me lo chiedono ancora oggi: perché?
Me lo chiedeva quattro mesi fa a Parigi il conduttore di Radio France Culture (la rete 3 della radio francese) nel corso di una lunga intervista dedicata alla storia del comunismo europeo. Ho scoperto che la mia risposta a quel perché è stata più o meno la stessa data da un compagno tedesco il giorno dopo. Cioè, alle ragioni di classe che hanno spinto un operaio francese, americano o svedese a diventare comunista in quegli anni bisogna aggiungerne una che è stata decisiva in un paese come l'Italia e la Germania: vivere e molto spesso morire (soprattutto in Germania) in questi due paesi dominati da Mussolini e da Hitler ha moltiplicato, non tanto la volontà di combattere il capitalismo, volontà peraltro comune ai comunisti di tutte le epoche, ma soprattutto quella di ribellarsi contro un regime particolarmente infame e odioso. Il che ha concorso a formarci la convinzione
che il solo autentico modello antagonista del nazifascismo era rappresentato deal paese nato dalla Rivoluzione d'ottobre.

E' stato quello l'elemento centrale che ha accresciuto il fascino e la speranza verso il paese concepito in quegli anni come il vendicatore di tutti i torti, le violenze e le ingiustizie patite dai popoli schiacciati dal tallone di ferro del nazifascismo. Quello che l'ultimo dei "bolscevichi", Enrico Berlimguer, ha definito la forza propulsiva dei grandi movimenti che hanno sconvolto la geopolitica del pianeta. Quel passaggio ha segnato nel profondo la mia formazione di militante.
E di questo non mi vergogno e non mi pento.

Per quanto impietosa e spietata debba essere la critica storica agli errori e agli eccessi compiuti in nome del comunismo negli anni '30 e '40 non va mai dimenticato che senza quel comunismo, senza la sua "forza propulsiva", senza il travolgente potenziale ideale, politico e militare messo in campo dall'Unione Sovietica, senza il passaggio di Stalingrado e l'assalto finale a Berlino, il nazifascismo non sarebbe mai stato battuto dalle democrazie occidentali. Gli imperi coloniali avrebbero potuto durare per chissà quanto tempo ancora e, forse, non saremmo qui, nel 2005, a festeggiare il 60° anniversario della Resistenza e della liberazione. E Mussolini avrebbe potuto morire tranquillamente nel suo letto come è successo a molti criminali di guerra nazisti e fascisti.

Questa è stata ed è la ragione per cui, a ottant'anni suonati, non voglio rompere con quella storia.

Non dimentico, ovviamente, come questo tema abbia suscitato decenni dopo discussioni, conflitti, stroncature e rotture laceranti che hanno segnato le nostre storie personali e prodotto quella disastrosa diaspora che questa sera mi pare qui autorevolmente rappresentata. Devo però aggiungere che questo fenomeno di scomposizione e ricomposizione dei rapporti politici e umani, inclusi quelli interpersonali, non mi spaventa e non mi scoraggia poiché è sempre stato, e lo è tuttora, una costante presente in ogni processo rivoluzionario. Ne siamo ancora più convinti oggi guardandoci in giro, osservando ciò che rimane nel mondo di quel grande movimento che sembrava essere rimasto sepolto sotto le macerie dell'URSS di Gorbaciov e che invece riappare come soggetto rinnovato in altre regioni del mondo come forza di progresso capace di reggere la sfida contro un capitalismo ancora molto potente e prepotente, ma che comincia a mostrare, nei punti più esposti della sua aggressività imperialista, i segni inconfondibili del suo declino economico, politico e militare.

Confesso di avere anch'io pensato per un attimo di dover lasciare questa "valle di lacrime" travolto dalle sconfitte. Invece vedo paesi come la Cina e il Vietnam diventare i nuovi epicentri mondiali dello sviluppo e, in quanto tali, alimentare il formarsi di nuove spinte liberatorie antimperialiste in paesi come l'India, il Sudafrica, la Russia, il Venezuela......
Comincio a pensare che l'incauto Fukuiama sia inciampato in un clamoroso infortunio quando quindici anni fa proclamò la fine della storia.

E' bello, molto bello il vedere riaprirsi a ottant'anni nuovi orizzonti alle idee che ci hanno accompagnato per decenni. Penso con terrore si mi fossi rassegnato a consumare questa mia ultima stagione tra i viventi seduto su una panchina, tra i miei coetanei stanchi e delusi, a discutere dell'ultima partita di campionato o delle abitudini sessuali delle pulci acquatiche.
Invece ho la fortuna di essere qui in mezzo a voi, compagni giovani e meno giovani, a respirare, ancora e sempre, la voglia di impegno politico e sociale, con il coraggio di rileggere senza stupidi rimpianti la nostra storia e con una grande voglia di continuare a lottare per cambiare il mondo.
Ecco, il più bei regalo che ricevo per questi miei ottant'anni e di sapere che la mia e la vostra storia continua e continuerà anche dopo di noi.