Pittori Vietnamiti Moderni
di Rossella Sletter
 


Gli artisti che vivono a Saigon e Hanoi, se hanno successo, guadagnano bene, fino a 20 mila dollari per un ritratto, sono al centro di mostre, hanno gallerie che li vendono in esclusiva, BMW nel garage di casa e TV al plasma in salotto.
«Lo studio di un pittore, di solito, si sviluppa in lungo, come le case di Hanoi. Sembrano dei corridoi, uno sull'altro, anche per quattro piani. In un piano si dorme, in uno si mangia, in uno si dipinge. E a livello della strada ci si mette di tutto, dal frigo alla moto». Angelo Bucarelli, curatore insieme al direttore del Museo di Belle Arti di Hanoi della mostra che apre oggi a Roma, al Vittoriano, con il titolo Il Drago e la Farfalla, racconta di nomi affermati, personaggi vincenti legati al Vietnam di oggi, di cui poco o nulla sappiamo.
Le Quoc Viet, Nguyen Minh Than, Dinh Thi Tham Poong sono solo alcuni, la cui storia, per essere capita, deve prendere avvio dal 1910, quando la Francia crea il Prix d'Indochine e, quindici anni più tardi, nel 1925, la Scuola Superiore di Belle Arti di Hanoi.

Colonizzatori lontani, ma determinati, nel Novecento, con l'asse Parigi-Hanoi-Saigon i francesi redigono un programma per educare all'Accademia le giovani leve. Niente delle originalità di pensiero degli artisti di Parigi, Roma, Berlino e Pietroburgo deve varcare i mari; forse qualcuno dei nuovi direttori, Victor Tardieu piuttosto che Joseph Inguimberty, si lascerà sfuggire la propria ammirazione per l'Impressionismo, ma nulla più.
Gli allievi, Mai Thu, che poi diviene insegnante lui stesso; Le Pho, figlio del vice re del Tonkino, tra i più famosi in Francia; Nguyen Già Tri, che diventerà un maestro insuperabile di pittura su lacca, non si allontanano dalla tradizione decorativa «alla cinese», ma la arricchiscono di motivi occidentali. I maestri francesi hanno insegnato loro le tecniche del ritratto, lo studio delle ambientazioni, gli sfondi. Quegli elementi esotici, che rendevano il vivere in un'eterna stagione calda, nelle grandi ville coloniali bianche dai terrazzi azzurri, splendido e tormentato al tempo stesso.
I pittori francesi non resistevano mai un anno intero, lo interrompevano con viaggi a Parigi, ad Algeri, a Tangeri. Ma poi tornavano, lasciando in ogni tappa i loro quadri, che sapevano di Vietnam nei colori, nel verde brillante della vegetazione, negli orizzonti «dove l'acqua dei grandi fiumi tocca il cielo» come scrive Marguerite Duras nell'Amante.
«Il compito dell'artista è quello di lavare gli occhi del pubblico, di permettergli di vedere in modo più brillante, più chiaro, più innovativo» scrive, ormai passato da allievo a maestro, Nguyen Già Tri. Quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale e l'Indocina riscopre i valori tradizionali, le parole del suo pittore più famoso suonano come musica alle orecchie della gente. E quando tocca a Ho Chi Minh rifondare una nuova Scuola di Belle Arti, nei primi mesi di governo, Nguyen Già Tri continua imperterrito a dipingere lacche, To Ngoc Van a rappresentare donne vietnamite e scene di campagna senza nessuna rottura estetica.
Anche in Vietnam, nel 1948, il segretario del partito comunista mette in riga gli artisti. Con la rivoluzione, «l'arte decadente ed opportunista delle città», cioè quella che riecheggiava impressionismo e cubismo, deve essere bandita.
«Viva l'arte patriottica» diranno i capi anche qui. «È la fase dei manifesti, delle opere grafiche, delle bandiere rosse, ma le facce hanno i tratti delle tante etnie vietnamite» spiega Bucarelli. L'amante di Marguerite Duras era un cinese di Saigon, figlio del proprietario di un intero quartiere, con macchina, autista e abiti chiari, lucidi, da banchiere... La differenza di classe e di censo non la fanno solo una macchina con autista e tanti boys per servire. L'arte la rappresenta bene.
Gli ibischi dipinti da Nguyen Già Tri furono «prestati» dal più importante collezionista di arte vietnamita, Duc Minh, per decorare il salotto dei ricevementi del presidente Ho.
La pittura entra nelle case. I Beaux Arts aprono lo studio, si fanno l'autoritratto, mettono in posa moglie e figli. Raccontano qualche tristezza familiare, vengono chiamati dagli amici e dai nuovi clienti, che scoprono il piacere di un po' (ma davvero poco) di narcisismo.
Qualcuno preferisce una bicicletta appoggiata a un muro, una piazzola con gente e mercato, un giardino fiorito. «La pittura si imborghesisce anche tra Hanoi e Saigon», dice Bucarelli «non tutta è di prima qualità, ma dal 1950 in avanti è espressione di un'arte non più colonizzata, autentica, bella o brutta, ma vera. Basta entrare in una delle dieci gallerie del centro di Hanoi per rendersi conto di quanto sia vitale quel mondo. Basta vedere i grandi paesaggi con figure, le montagne verdi con una sottile linea nera di uomini armati che le tagliano come fossero un fiume, dipinte su lacca, come avrebbe fatto un pittore del Settecento, ma con la forza di chi vuole lasciare memoria delle guerre, per rendersi conto che c'è un'idea di pittura nazionale forte».
Tra gli anni Quaranta e Settanta gli artisti vietnamiti prendono le distanze dall'arte occidentale e la integrano con quella tradizionale.
I «quattro pilastri del tempio» si firmano Bui Xuan Phai, Duong Bich Lien, Nguyen Sang e Nguyen Tu Nghien; sono nati negli anni Venti, hanno fatto in tempo a studiare alla Scuola di Hanoi, si sono dati alla macchia, lasciando Saigon fin dalla fine del 1946 per partecipare alla guerra d'indipendenza. Rientrano con la pace del 1954; conoscono la pittura di denuncia di Picasso e Léger, la fanno propria.
Duc Minh, che commissionò a Nguyen Sang il ritratto di sua madre, cominciò in quello stesso anno, il '45, a creare quella che rimarrà la più bella collezione d'arte vietnamita.
Affiancata da un'altra collezione, dell'ambasciatore Maurizio Teucci (in carica a Hanoi tra il 2000 e il 2004), e da quella di fotografie di vita quotidiana, scattate dall'attuale Ambasciatore d'Italia, Alfredo Matacotta Cordella, arrivano per la prima volta a Roma.
Ma si farebbe torto all'iniziativa se non si ricordasse che, per capire come si vive in Vietnam, bisogna avere un'idea di cosa si mangia, di quale cinema si vede e quale moda si apprezza. Cosi, accanto agli artisti, fino al 16 luglio, Roma ospita il primo Festival della cultura vietnamita. Fotografie, moda, gastronomia, cinema, per dimenticare l'Indocina.