Goffredo Parise
Diario da Hanoi - 1967

Come vive oggi la gente del Nord Vietnam
in bilico tra la guerra e la pace

( pubblicato su:  L'Espresso/Colore - Numero 26 - 29 giugno 1969)
 

Lo scrittore Goffredo Parise è stato invitato nella Repubblica Democratica del Nord Vietnam in seguito agli articoli da lui scritti sul Sud Vietnam, apparsi sull'Espresso nell'aprile del 1967 e pubblicati in Unione Sovietica sulla rivista mensile "Novi Mir", numero 6, 1968.
Anziché scrivere degli articoli Goffredo Parise ha preferito rispondere a una serie di domande. Egli pensa che, in questo particolare caso. una conversazione tra lui e i nostri lettori sia la forma più diretta di informazione.

 

 

  È FINITO L’INCUBO DELLE BOMBE?
                                                            DOBBIAMO STARE ALL'ERTA!

"Questa è la risposta che darebbe un qualsiasi abitante del Nord Vietnam se la domanda gli venisse posta direttamente. 
Viaggiando  da Hanoi verso Sud, in direzione   del  17° parallelo,  in prossimità dei fiumi e dei ponti. distrutti  e  ricostruiti  molte volte, si incontrano postazioni di batterie antiaeree. Sorgono dalle risaie in forma di piccoli crateri erbosi da cui fuoriesce la lunga canna mimetizzata del pezzo. I soldati, uomini e donne, vivono nelle postazioni giorno e notte.

Al mio arrivo ad Hanoi ho sentito sparare. Era stato abbattuto un aereo robot da ricognizione. Il popolo vietnamita, come del resto tutti i popoli asiatici, non crede nelle speranze basate su promesse. Poiché in questi mesi, in questi giorni non ci sono stati bombardamenti. Cioè la realtà ha lo spazio del presente. Ma poiché prima di questi giorni e di questi mesi le bombe cadevano, potrebbero cadere anche domani o fra un momento. Per questo le batterie e tutti i mezzi di difesa e di offesa antiaerei sono ancora in funzione.  Viaggiando in Nord Vietnam si incontrano carcasse di aerei abbattuti a pochi metri dalla strada. Nei pressi di Hoa Binh, un capoluogo di provincia a un centinaio di chilometri da Hanoi, ho visto una di queste carcasse.  Accanto è sepolto il pilota, con una lapide sul tumulo. L'aereo, un Phantom, è stato abbattuto da una minuscola squadra di fucilieri appostata su una collinetta.

Ho cercato di ricostruire la azione con l'aiuto di due abitanti di case vicine. La scena l'avevo davanti a me:  una strada di campagna larga circa quattro metri, da un lato un prato con arbusti, lievemente in pendìo, che porta a una specie di dosso con qualche albero; dall'altro un campo coltivato a mais. A una ventina di metri di distanza una casa dal tetto di paglia. Era mattina. L'aereo è apparso da Nord-Est e ha picchiato sulla strada in direzione Sud-Ovest. Non ha sganciato bombe perché è stato abbattuto subito.

Prima domanda: perché ha picchiato? C'era  passaggio di truppe, camion, c'era gente nella strada? No, non c'erano ne truppe, ne camion, ne persone.
Sono credibili queste risposte? Esaminiamo 1a località, la direzione della strada. La località, se si eccettua la piccola casa col tetto di paglia è deserta; la direzione della strada (cioè la sua importanza strategica) si direbbe priva di importanza: a circa trecento chilometri a Nord-Est dei confini con il Laos e a circa seicento chilometri dal diciassettesimo parallelo. È difficile pensare a convogli di rifornimento o di truppa in una località simile. È più credibile che l'aereo sia sceso in picchiata verso chi gli sparava contro. Cioè verso i due o tre contadini armati che si trovavano sulla sommità della  collina. 

Osservo  attentamente i rottami: è una vaga forma oblunga, composta di lastre di alluminio contorte e a brandelli: su alcune parti sono stampate sigle e numeri indecifrabili. Le strutture più massicce della fusoliera sono in parte infisse nel terreno, in parte fuoriescono e sono punteggiate di viti  (nuove, perfette) . Lungo tutta la sagoma morta corrono due cavi: uno sottile,  d'acciaio, l'altro, più grosso, ricoperto di rivestimento di fili di nailon multicolori, intrecciati.

Osservo anche il tumulo sotto cui sta sepolto il maggiore americano che pilotava l'aereo e immagino il maggiore secondo le convenzioni figurative dell’americano medio. Ciò che ho davanti agli occhi, in rapporto al luogo, alla temperatura, agli abitanti e ai bambini che guardano le viti del rottame con attenzione vorace e si accaniscono su di esse tentando di allentarle, è un pezzo di meteorite meccanico, giunto da pianeti, il residuo  di un "monstruum" mitico (e filosofico), il drago di San Giorgio con sprizzi bollenti di sangue, vene, arterie,  carotidi recise, fuoco, esplosione del cuore-macchina, fumo e lente nubi bianche di zolfo o fosforo che bruciano l'erba verde e salgono in cielo. L'uomo sepolto fa parte del "monstruum", di cui ho davanti agli occhi i residui lucenti, lattei  e  siglati. Mi è difficile pensare che non ne faccia parte perché la figura che immagino è "industriale", sia in rapporto al luogo e agli abitanti, che sono dolcissimamente naturali, sia in rapporto agli ossami dell'aereo, che sono "industria".

Rifletto ancora perché "devo" avere pietà di quest'uomo. La pietà nasce quando si pensa alla casualità non industriale della sua morte. Una picchiata assurda, senza scopo, appunto casuale, forse perfino allegra e infantile, come lo sanno essere in questi casi gli americani, un rapidissimo film di prato, dosso, strada di polvere rossa, casa con tetto di paglia, due uomini con un fucile puntato, fine del film: la povera, nostra  sorella  morte, non contemplata nella composizione dell'alluminio, nei manometri, nelle sigle, nei cuori  industriali  d'America.

 

 Il clima del Nord Vietnam è di pace o di continuazione della  guerra? 
Che seguito hanno le trattative di Parigi presso la popolazione?

« La guerra continuerà nel Sud Vietnam e noi continueremo ad aiutare i nostri fratelli  del  Sud  fino a  che l'ultimo soldato americano non sarà uscito dal nostro paese
».

Anche questa volta sono costretto a riferire una risposta. tipica, tipica perché questa è la risposta di molti vietnamiti a cui l'ho rivolta.  L'ho sentita dalla voce di Phan Van Dong al "meeting" del primo maggio e la sento dalla voce di molti  vietnamiti  dovunque vada.   Propaganda?  Certo, propaganda su una realtà insieme politica e popolare. Ci si può chiedere, in Occidente: non sono stanchi di guerra? Risponderò: la maggiore sorpresa che mi ha riservato la mia visita in Nord Vietnam è proprio questa: non ho mai provato, nemmeno per un istante, questa impressione. Al contrario ho avuto l'impressione  che l'intero paese, o quella parte che ho visitato, sia percorso da una vitalità, o per meglio dire da una tensione vitale, nervosa, muscolare, intellettuale così forte da poter affrontare ancora, e serenamente, un lungo periodo di guerra. Quando da noi giungono le parole di Ho Ci Minh «resisteremo ancora dieci, venti  anni  se  sarà  necessario » esse sono soltanto un suono che può far dubitare della realtà. Ma nel paese, all'interno del suono di queste parole, emerge il senso delle parole.

Gli abitanti del paese sono forti, umili e intelligentissimi. Sono confortati dai fatti: la cessazione dei bombardamenti. Questi fatti, nelle loro menti e nei loro cuori corrispondono a una grande vittoria.
Tutti i vietnamiti, del Nord e del Sud, hanno una precisa, limpida visione (politica) dei rapporti di forza. È teoria e pratica al tempo stesso.  Se gli americani  (i forti)  hanno cessato di usare gli strumenti della loro forza significa che non sono più forti, o che sono comunque meno forti. I dettagli e le opportunità tattiche e politiche di una grande potenza come gli Sfati Uniti d'America, non giungono fino alla mente e al cuore del popolo vietnamita. Il popolo vietnamita guarda ai fatti. Esso è altresì cosciente della propria forza, individuale e collettiva, ed è soprattutto cosciente della forza psicologica della sua guerra in molta opinione pubblica  mondiale.

È su questo terreno, ancora più che sul terreno delle armi, che i vietnamiti hanno agito, e ancora agiscono. Essi sanno che una loro arma potente è l'opinione pubblica mondiale. Il realismo politico e diplomatico di un contadino, di un cameriere, di un autista, di un soldato, di un qualunque vietnamita, ne tiene conto. Lasciando da parte per un momento le altre qualità, si può dire dei vietnamiti che sono un popolo, un intero popolo, di formidabili "public relations men".

Per quanto riguarda le trattative di Parigi ho notato, nei discorsi fatti con me, molta prudenza, un grande distacco come si trattasse di avvenimento molto lontano dal loro paese (e lo è) e un fondo di scetticismo  celato  e tuttavia trasparente.

Ho l'impressione che i vietnamiti siano fatti per esercitare politica e diplomazia soprattutto dall'interno del loro paese e dall'interno della loro psicologia. Non mi stupisco che le trattative di Parigi vadano così a rilento, avendoli conosciuti mi stupisco invece che queste trattative siano iniziate e continuino: nel modo che tutti giornalmente conosciamo. La logica americana del "do ut des" non ha alcun riscontro nella logica vietnamita. Perché l'idea della  contropartita, di un compromesso, di concessioni da entrambe le parti metterebbe in pericolo all'interno del paese, e anche all'interno di molta opinione pubblica mondiale, la più perfetta e fino a questo momento vittoriosa operazione militare anticolonialista del mondo. Non bisogna dimenticare mai che il Vietnam non è soltanto un paese che da molti anni lotta contro il colonialismo; il Vietnam non rappresenta soltanto la prassi dell'anticolonialismo, il Vietnam è l'idea-guida dell'anticolonialismo. E i vietnamiti lo sanno.

 

   HO CHI MINH È DIVENTATO UN IDOLO ?
Direi proprio di no. Innanzitutto perché Ho Ci Minh è più persona che personalità, poi perché storia e leggenda su di lui hanno un carattere famigliare, aneddotico, scherzoso e mai mitico. Il paese non abbonda di ritratti di Ho Ci Minh: i ritratti sono esposti nelle scuole, negli edifici pubblici e in qualche casa di campagna, ma in misura molto modesta, inoltre la sua figura, presso il popolo vietnamita, è sì più in alto di altre figure notissime come Phan Van Dong e Giap, ma non così in alto da perdersi nelle sfere celesti della metafisica.  Egli  non è "un punto nell'infinito".  È un vecchietto piccolo, magro, agilissimo, con un tocco di grazia e di civetteria femminili, da gatta.

Il "meeting" del primo maggio si è svolto, molto rapidamente, in un grande teatro, alle sette di sera in punto. Al suono dell'inno nazionale si è aperto il sipario e sul palcoscenico, in piedi dietro a scranni infiorati, illuminati, "figée" dalla luce di lampade ad arco, sono apparsi i dirigenti del paese. Immobili, con sorrisi immobili, colorati. Nessuna marzialità, nessuna retorica. Grandissimo effetto scenico. Alcuni dirigenti sono saliti sul podio a parlare. Ho Ci Minh è rimasto seduto al suo posto. Osservava la platea con grande concentrazione nascondendo il volto dietro un ventaglio marroncino che agitava quasi impercettibilmente all'altezza degli occhi lunghi e splendenti.

All'inizio per alcuni istanti, poi, via via per tempi sempre più lunghi, la concentrazione svaniva dal suo sguardo: le palpebre si socchiudevano, lo splendore dell'occhio si abbassava fin quasi a spegnersi e la concentrazione dall'esterno passava all'interno, si sarebbe detto alla propria personale e forse umana sfera di conoscenza, di interrogativo e di mistero.  Non parlò mai. Osservava gli altri e contemplava se stesso. A un certo punto chiamò con un cenno della mano a zampetta una fotografa che lo riprendeva.  La fotografa salì  sul palcoscenico. Egli posò il ventaglio e consegnò alla fotografa il mazzo di fiori che aveva davanti a sé. Ma non era per la fotografa: era per due signore mongole, ospiti del governo, in prima fila.

Giap seguì l'esempio. I fiori furono consegnati con i sorrisi e gli applausi del presidente alle due signore.  Va sottolineato che le signore erano mongole, cioè cittadine di uno Stato indipendente i cui confini stanno tra la Cina e l'Unione Sovietica.


Qual’è il contenuto ideologico della loro guerra ?
Riunificazione del paese e indipendenza nazionale.
Su questi due punti, che trovano un immediato e molto reale riscontro nella popolazione del Vietnam, sia nel Nord che nel Sud, si basa l'impulso, la spinta ideologica, politica e militare della popolazione del Nord Vietnam.
Il problema della riunificazione nazionale è un problema pratico, immediato, una spina nel cuore di tutti i vietnamiti. Ho incontrato nel Nord Vietnam decine e decine di persone che sono nate nel Sud e hanno ancora genitori, fratelli e sorelle nel Sud. E nel Sud, due anni fa, ho incontrato molte altre persone nella stessa situazione.
Per comprendere la drammaticità di questo problema bisogna tenere molto presente il valore e il senso della famiglia nei vietnamiti.
Questo sentimento non è molto diverso, in fondo, da quello che anima molte famiglie contadine in tutte le parti del mondo. Ma è molto più forte perché nasce da una tradizione e da una cultura (etico-religiose) in cui la famiglia è la cellula prima, il pilastro o i molti pilastri su cui si basa l'intera società asiatica. La separazione dalla famiglia è un dramma. L'ufficio postale di Hanoi è sempre affollatissimo di persone che spediscono lettere, poveri pacchi avvolti in vecchia carta e legati con spaghi e spaghetti, a Parigi, via Mosca. Da Parigi lettere e pacchi faranno il viaggio di ritorno fino a Saigon. Ho visto soldati, contadini e contadine coi loro bilancieri pieni di verdura sostare a lungo all'ufficio postale: scrivere lettere di molte pagine con una calligrafia minutissima e perfettamente allineata, perdere cinque, dieci minuti per infilarle nella busta, incollare la busta con la colla, scrivere l'indirizzo con ansiosa minuzia, incollare i francobolli, lenti e precisi, e solo dopo averle contemplate un po' consegnarle con una certa apprensione agli impiegati.
Arriveranno a destinazione, se arriveranno, dopo un paio di mesi. Altri, per maggiore sicurezza, si servono della posta clandestina, che attraversa il diciassettesimo parallelo e le zone di guerra in mille modi, attraverso una complicatissima rete di distribuzione.
A Saigon, due anni fa, ho incontrato vietnamiti che usavano gli stessi mezzi per comunicare coi parenti al Nord.
Lungo le strade del Nord Vietnam, anche le strade di campagna, si incontrano pilastri indicatori, disposti a suo tempo dai francesi, su cui stanno scritti i chilometri che separano il luogo da Hué, Dalat, Bien Hoa, tutte località al Sud. Questi pilastri sono dipinti di fresco come se le comunicazioni funzionassero normalmente.
Il secondo punto, l'indipendenza nazionale, è anch'esso un potente sentimento politico che sta nel cuore del popolo. Perché? Perché i vietnamiti, come forse nessun altro paese nel mondo, hanno una tradizione millenaria di lotte per l'indipendenza nazionale, al punto da far coincidere la tradizione col carattere personale. Essi hanno avuto quasi un millennio di dominazione cinese e per dare un solo esempio di quale significato abbia l'indipendenza nazionale basta pensare che durante questo millennio la popolazione vietnamita si laccava i denti di nero per differenziarsi dal dominatore cinese.
Questa particolarità diventò una tradizione e anche oggi si vedono molti vecchi e vecchie con i denti laccati di nero. Si aggiungano le vittorie clamorose contro i giapponesi durante l'ultima guerra mondiale e contro i francesi dall'inizio della resistenza fino a Dien Bien Phu.
Ho Chi Minh è un patriota prima di essere un comunista e così si può dire di tutto il popolo vietnamita.


COME TRATTANO GLI STRANIERI?
Ho già parlato dei vietnamiti come di abilissimi "public relations men". Dovrei parlare dei moltissimi piccoli e grandi dettagli della loro ospitalità mai disinteressata (e perché dovrebbe esserlo, nelle condizioni in cui si trovano?) ma molto elegante, disinvolta, sempre allusiva e piena di "humour", sfumatissima e professionale. Questa ospitalità ha come base i "tempi lunghi" asiatici, e l'offerta che precede sempre la richiesta.
È difficile poter chiedere qualcosa, qualunque cosa ai vietnamiti: primo perché non si fa in tempo a chiedere che già si ha, poi perché ci si vergogna.
Lasciamo da parte le accoglienze convenzionali, formali (i mazzi di fiori all'aeroporto, i mazzi di fiori in camera mandati da uno o dall'altro comitato, i pranzi e in generale l'accoglienza spicciola), lasciamo tutto ciò da parte anche se si deve, assolutamente si deve tener conto di cosa significa questo tipo di accoglienza in rapporto al livello di vita medio di tutta la popolazione vietnamita.
Cosa significa per esempio abitare in un albergo di tipo coloniale francese in una stanza ampia a due letti, un bagno personale e una organizzazione perfetta, quando il paese, tutto il paese ha sopportato il peso di anni di bombardamenti e sopporta ancora il peso di una guerra come questa.
Entriamo piuttosto nei dettagli privati, che nascono dai rapporti personali, e non nei dettagli dell'organizzazione.
Esempi: In qualunque parte si viaggi nel Vietnam del Nord esistono piccole residenze per gli ospiti stranieri. Nella campagna vietnamita la popolazione abita in case fatte di fango con pavimento di terra battuta, stuoie e paglia. Non c'è luce e non c'è acqua. Le residenze per ospiti sono anch'esse piccoli padiglioni fatti di stuoie intrecciate e bambù col pavimento di cemento, col numero sulla porta, tenuti pulitissimi da giovani contadine cameriere dai capelli lunghissimi.
Anche per un solo ospite una cucina, servita da quattro o cinque persone, è in funzione dalle cinque del mattino fino al tramonto e prepara piatti di molte portate che vengono disposti in una capanna apposita. Durante il pranzo gli accompagnatori abbandonano gli ospiti e si ritirano anch'essi per mangiare. Questo può dare l'impressione di un certo isolamento, di un eccessivo distacco e, ai diffidenti, il sospetto di una estraneità sottolineata (che esiste, e ha mille ragioni storiche di esistere). Invece non è così. Gli accompagnatori si ritirano per rispetto e per delicatezza nei confronti di tutti gli altri vietnamiti (inservienti, contadini, popolazione del villaggio, autista ecc.) che non mangiano tutti quei cibi a quel tavolo. Gli accompagnatori mangiano con loro e dormono con loro, in altre capanne a più letti.
I diffidenti di tutto il mondo si devono mettere bene in testa che il metro di giudizio della cortesia vietnamita (od orientale in genere) non è quello degli occidentali; che è diverso; che ha sfumature diverse; che ha toni diversi; che non tende mai a strafare; che nasce da una cultura diversa di cui noi abbiamo l'obbligo di tenere conto. Come si fa a spiegare che dovunque, quando un vietnamita, un qualsiasi cittadino vietnamita, ti offre un mazzetto di "li-chi" ancora immaturi, non è per propaganda, ma perché non ha altro, in quel momento, sottomano? Perché è simpatico, perché, sì, perché è poetico anche se abile.
Sempre i vietnamiti danno qualcosa, un fiore, un cestino che stanno intrecciando in quel momento, una noce, anzi tre noci di cocco, due caramelle e se non hanno altro, il tè, la tazzina minima di tè, che si offrono sempre e dovunque anche tra loro.
Non fanno mai domande? No, non fanno mai domande. Perché? Non sono curiosi? Sì, sono curiosissimi ma non fanno mai domande dirette. Perché? Perché è meglio, più elegante, più discreto. Non raggiungono i silenzi siderali, le pause fisse e ridenti, le allusività labirintiche e metafisiche dei cinesi, anzi chiacchierano sempre e sono comunicativi, non ho detto schietti, ho detto comunicativi, ma lo stesso non fanno mai domande. Le cose devono venire da sé. Le cose hanno un "tempo" non accelerato.
Ho avuto due accompagnatori: un membro del Comitato per le relazioni culturali, di cui ero ospite, e un "homme de lettres" locale, professore di letteratura all'università, sottratto al suo lavoro per accompagnare me, considerando la mia, per così dire, professione. Entrambi intelligentissimi e di una educazione mentale, psicologica, quasi telepatica (e di un "humour" talmente sottile da rasentare lo snobismo come si direbbe da noi; ci siamo divertiti molto insieme) da mettermi in imbarazzo. Sì, per la prima settimana mi sentivo in imbarazzo, mi sentivo, come si dice, in condizione di inferiorità.

Cosa pensa il popolo vietnamita del conflitto russo-cinese?
La risposta, a chi ho posto questa domanda, è la seguente: « E' un fatto molto grave, un fatto che mette in discussione il principio stesso di internazionalismo socialista. Ma è un fatto che, osservato dal nostro punto di vista in questo momento, riguarda russi e cinesi. Speriamo in un accordo. Noi siamo equidistanti da questo fatto perché dobbiamo pensare al nostro paese ».
Risposta evidentemente ufficiale ma che, in generale, mi è stata data da tutti. Rimane il fatto, drammatico, che il Vietnam è costretto a tenere il piede in due staffe. Riceve aiuti dall'Unione Sovietica da un lato (che esigerà una qualche contropartita) e dalla Cina dall'altro (che esigerà a sua volta qualcosa) . La domanda è imbarazzante per i vietnamiti, profondamente imbarazzante. Lo stupore e la preoccupazione (per sé stessi in primo luogo) sono evidenti.

   Quali aspetti assume la propaganda?
All'interno del paese molto moderata, all'estero quella che tutti conoscono. Mi hanno sorpreso il teatro e il cinema. Sia le opere di teatro che i film sono uguali, nella forma, alle opere di teatro e ai film cinesi. Il concetto che presiede ad entrambi gli spettacoli è didattico, declamatorio, sentimentale. La forma è quella dell'illustrazione popolare. Vi si illustrano episodi della prima guerra di resistenza, o episodi della attuale guerra di resistenza al Sud, o drammi epico-famigliari dovuti alla separazione delle famiglie.
Come in Cina la scena è elementare e quasi sempre fissa (una capanna al lato destro del palcoscenico, le pendici di un monte al lato sinistro, fondale) ; i personaggi più o meno fissi: una vecchia, una nuora giovane il cui marito è nel Nord oppure tra i partigiani, un figlio di proprietario terriero, crudele, perfido e venduto alle truppe-fantoccio e agli americani, un ragazzino che vuole a tutti i costi unirsi ai partigiani e finisce per fare da spia o da staffetta della resistenza, un ufficiale americano (con frustino, cannocchiale e naso lungo di cartone), alcuni soldati-fantoccio (sempre ubriachi) alcuni partigiani. Peripezie. Crudeltà dei soldati-fantoccio e del figlio del proprietario terriero verso gli abitanti e viltà nei confronti dell'ufficiale americano. Al finale i partigiani vincono, l'americano prima sbruffone e poi tremante è fatto prigioniero, i soldati-fantoccio disertano o vengono rieducati, l'unico ucciso è il figlio del proprietario terriero.
Il pubblico affolla teatri e cinema ed è difficile trovare un posto. Il pubblico partecipa moltissimo alle vicende narrate sia a teatro che al cinema.
Perché partecipa e noi no? Perché il pubblico è vietnamita e quello che vede sul palcoscenico o sullo schermo sono i suoi problemi personali, egli coincide o ha coinciso, in un modo o nell'altro, almeno con uno di quei personaggi.
Devo aggiungere che alla retorica declamatoria e sentimentale si oppone il comico. Personaggi comici, di una comicità elementare come, ad esempio, due soldati-fantoccio che compaiono sempre insieme, uno grasso e piccolo, l'altro magro e lungo. Perché noi, pure partecipando intellettualmente (cioè riconoscendo l'abilità di
composizione e l'efficacia didattica di quelle opere) non partecipiamo ad esse con l'emozione? Perché non possiamo coincidere personalmente ne con gli avvenimenti ne con i personaggi. Così come abbiamo invece partecipato con tutte le nostre emozioni ai film di Rossellini "Paisà" e "Roma città aperta" (film didattici entrambi, ma anche artistici) perché, appunto, storia e personaggi coincidevano con noi.
Si può chiamare propaganda l'orgoglio con cui i vietnamiti parlano dei tremila aerei americani abbattuti? Io credo di no: primo perché li hanno abbattuti veramente, secondo perché li hanno abbattuti quasi artigianalmente, quasi con le proprie mani, un po' come Davide con Golia.
Quella che si può chiamare vera propaganda è la propaganda politica presso i contadini. È difficile convincere il proprietario di un piccolo pezzo di terra ad abbandonarne la proprietà fisica per farlo rientrare nelle grandi estensioni delle comuni popolari. È difficile soprattutto perché il Vietnam (ad eccezione delle grandi piantagioni amministrate dai francesi) era un paese di piccola proprietà terriera, non di grande latifondo, come in Cina. Cioè piccoli e medi proprietari. La propaganda si basa sull'idraulica. Cioè sulla convenienza della distribuzione dell'acqua per le risaie su grandi estensioni di terreno anziché sulle piccole estensioni della proprietà privata. Sul maggiore rendimento dei terreni in seguito a questa operazione; e infine, si capisce, sul contenuto ideologico della comune popolare.

Qual’è l'atteggiamento dei nord vietnamiti nei confronti dei vietnamiti del Sud?
Come avvengono i rifornimenti di armi e munizioni dal Nord al Sud Vietnam?

Se i nord vietnamiti mantengono nei confronti delle trattative di Parigi un atteggiamento per così dire "sospensivo" per non definirlo semplicemente "diplomatico", i sud vietnamiti, cioè i rappresentanti del Fronte di liberazione del Sud Vietnam sono più espliciti (alla maniera vietnamita si capisce). La signora Nguien Thin Bin, uno dei capi della delegazione del Fronte alla conferenza di Parigi, donna di violenta autorità e di notevole fascino, che ha fatto il viaggio da Mosca a Pechino sul mio stesso aereo, alla mia domanda: «Torna ad Hanoi? » ha precisato: « je vai à Hanoi », calcando con durezza del "je vai". Come dire: « vado, per non tornare più a Parigi o per tornare in veste non diversa e in condizioni diverse », o cosi mi è parso. Con lei erano altri responsabili politici del Sud Vietnam, alcuni diretti a Saigon.

Ecco la seconda parte della domanda: via di comunicazione e di rifornimento verso il Sud.
Quando se ne parla, sia agli uomini politici del Fronte, sia ai nord vietnamiti, la risposta è un sorriso quasi divertito. Rispondono ironicamente che esistono strade statali che partono da Hanoi e giungono a Saigon.
Ora, per il passaggio di singoli vietnamiti attraverso il diciassettesimo parallelo si può capire che la cosa non
sia di enorme difficoltà. Una linea di demarcazione politica, etnica, non esiste nella pratica; e un vietnamita, uguale a tutti gli altri vietnamiti, munito di lasciapassare falsi, può, al limite, servirsi perfino delle strade Statali. Ma per ingenti quantitativi di armi e munizioni o nel caso di soldati armati non può avvenire lo stesso. La logica porta a concludere che le vie di comunicazione passano attraverso quei paesi a occidente del Vietnam le cui frontiere scorrono lungo tutta la fascia meridionale del paese: Laos e Cambogia. Come avvenga questo traffico si può soltanto immaginare perché i vietnamiti, pure ammettendolo tacitamente (ridendo) non lo vengono certo a dire.
Si può immaginare dall'osservazione di alcuni fatti: uno di questi è, per esempio, l'intenso traffico di treni carichi di soldati in direzione Sud. Sud-Ovest. La spiegazione può essere quella di un rafforzamento, per non dire ammassamento di truppe in prossimità del diciassettesimo parallelo, ma anche la deviazione di queste truppe verso Ovest, cioè verso i confini meridionali del Laos. Il capo di stato maggiore dell'esercito del Laos (governativo) afferma che vi sono quarantamila soldati regolari nord vietnamiti accampati nelle zone nord orientali del Laos.
Senza contare le truppe di passaggio dirette in Sud Vietnam. A Vientiane ci sono ottanta prigionieri nord vietnamiti con cui ho avuto modo di parlare. Rifiutano di spiegare la loro presenza in territorio Laos, dicono che la qualità del riso che viene distribuita è pessima e mi hanno chiesto di mettere al corrente 1a Croce Rossa internazionale sulla loro necessità di indumenti.
Per ultimo non bisogna dimenticare mai (sempre a proposito dei rifornimenti al Sud) che i vietnamiti (più dei cinesi) conoscono come pochi, forse più degli italiani, quella che viene definita "l'arte di arrangiarsi". La capacità di strumentalizzare tutto, di rendere dinamico, rapido, efficiente e redditizio tutto ciò che hanno in mano, dalla strategia alla bicicletta, è molto forte nei vietnamiti con i quali dovremmo, anche in questo senso, sentirci fratelli.

Quali sono i rapporti dei nord vietnamiti con gli ex colonialisti francesi ?
Ad eccezione del corpo diplomatico non ci sono francesi nel Nord Vietnam. Quanto ai "rapporti" posso dare un esempio che forse vale per tutti.
Ero diretto al "meeting" del primo maggio quando ci passa accanto l'automobile del corpo diplomatico francese diretto allo stesso ricevimento. Ke, il mio accompagnatore, l'argutissimo e intelligentissimo Ke, delizia del mio viaggio, da ridente si fa compunto, con un piccolo inchino mi indica l'auto francese con le bandierine tricolori al vento e annuncia: « Sua eccellenza il rappresentante della Francia ». Gli dico « Vi divertite, eh, invitarli alle vostre feste nazionali? ». Ke risponde: « Un poco, ma molto rispettosamente ».
Questo è l'atteggiamento di un uomo vietnamita, come l'ex commissario politico Nguyen Thanh Ke, che si è procurato la prima arma della sua vita nel seguente modo: Racconto di Nguyen Thanh Ke: « Quando mi arruolai nel "Vietmihn" chiesi subito un'arma. Il mio commissario politico mi indicò un posto di guardia francese e mi disse: Le armi sono là, devi prendertele. Eravamo in sei. Organizzammo un'imboscata armati soltanto di un pugnale a testa. Avevamo notato che, al crepuscolo, tre uomini uscivano dal corpo di guardia per
un breve giro di ispezione. Decidemmo di attaccarli coi pugnali. Per fare questo era necessario studiare i loro passi e il momento opportuno. Passammo tre giorni e tre notti in un acquitrino rasente la strada che i tre uomini percorrevano ogni sera. Si stava immersi nell'acqua e si respirava per mezzo di una cannuccia di bambù. Per tre giorni l'attacco fu impossibile, c'era sempre qualcosa o qualcuno che lo impediva. Nel frattempo, ognuno di noi, in gruppi di due. si studiava l'uomo. Il mio era un giovane biondo, roseo, con baffi biondi. Venne il momento buono, passavano molti contadini con i bilancieri carichi d'erba, avremmo potuto confonderci con loro. Uscimmo fuori dall'acqua. Il mio compagno strinse l'uomo alla gola, da dietro, col braccio. Io affondai il coltello nel petto, sotto l'ultima costola, fino all'impugnatura. Poi mi appoggiai all'impugnatura in modo che la lama raggiungesse il cuore. Sentii subito il getto di sangue. L'uomo urlo. Chiesi agli altri: "Sono morti?" Gli altri mi dissero di si. Gettammo i cadaveri nell'acquitrino. Ci mischiammo ai contadini e fuggimmo. Così ebbi la mia prima arma. Così i vietmihn si procuravano le armi. Così abbiamo vinto i francesi ».
Gli ho chiesto se, per qualche istante, aveva provato rimorso. « Al contrario », mi rispose sorridendo. « Sono fiero di averlo fatto. Del resto l'ho fatto molte altre volte per dare l'esempio. Ero commissario politico, dovevo dare l'esempio ».
La scena, certo, è crudele. Ma guardiamo alcune fotografie, nel museo della rivoluzione. Vediamo come venivano imprigionati i vietnamiti vent'anni fa dai francesi.
Una di queste fotografie mostra, seduti in una capanna, una decina di prigionieri vietnamiti, uomini e donne. Le caviglie sono strette tra due sbarre di ferro, lunghe quanto la capanna, e i prigionieri sono nell'impossibilità sia di alzarsi in piedi, sia di coricarsi. Vediamo le fotografie di corpi di "vietmihn", mutilati degli arti e senza occhi, con cartello: "vietmihn" Vediamo infine il cameriere che mi serve a tavola, che ha la
pelle di tutto il corpo bruciata dal napalm. Chiediamoci infine perché i francesi stavano in Indocina e vedremo che quella di Ke non è crudeltà, ma, semplicemente, coraggio, intelligenza e dignità umana.
Eppure Ke, nel momento in cui si inchina cortesemente al passaggio del corpo diplomatico francese, e fa della ironia, è commosso. Perché è commosso? Perché un corpo diplomatico di un importante paese occidentale, la Francia, rende omaggio, ora, a un paese e ad uno Stato sovrano e indipendente che ha vinto la Francia e che egli ha contribuito a fare. Rimane la lingua francese, di cui i vietnamiti si servono, quando la conoscono, con particolare ricercatezza. E una certa logica cartesiana che si è innestata al razionalismo locale creando una produzione di intelligenza di altissima qualità, come il mio accompagnatore Ke, contadino-intellettuale.

L'educazione pubblica nel Nord Vietnam è quella di un paese militarizzato?
Molte scuole, evacuate in campagna dopo l'inizio dei bombardamenti, sono ancora in campagna. Ho visitato una scuola agricola nei pressi di Hoa Binh, a cento chilometri da Hanoi. E' una scuola superiore, a livello quasi universitario: è composta di alcuni padiglioni costruiti con bambù e paglia, nel mezzo di un piccolo bosco di bambù. A distanza di venti metri non si scorgeva nulla, le capanne si mimetizzavano perfettamente col folto del canneto. C'è anche un teatrino, con un cerchione di bicicletta che serve a far scorrere più rapidamente il sipario. Intorno a ogni capanna sono scavate trincee e tutto il terreno intorno, cioè il terreno dove si sperimentano nella pratica le colture studiate, è un reticolo di trincee. All'interno delle trincee, in una delle pareti, sono scavate buche individuali che vengono chiamate "mascella di rana" per la loro forma a sacca. Fino alla cessazione dei bombardamenti gli studenti erano armati e portavano con sé il fucile. Ora i fucili sono in armeria, ma gli studenti hanno l'obbligo di pulirli e di continuare le esercitazioni come se i bombardamenti dovessero riprendere da un giorno all'altro. Ma la vita, si capisce, riprende prepotènte e felice, là dove il pericolo si allontana, o sembra allontanarsi. Questa forza della vita che riprende e dimentica il pericolo l'ho vista nei volti degli studenti, in quello di una studentessa Thai (era una scuola dove le minoranze etniche, Thai, Meo, Muong erano fortemente rappresentate) che mi ha fatto vedere il suo quaderno, dalla scrittura uniforme, sempre perfetta, senza una correzione. C'era un foglietto infilato nelle prime pagine e l'insegnante, che doveva tradurmi qualche frase di quel quaderno per darmi l'idea di cosa stava studiando la ragazza in quel momento, ha tradotto invece la prima riga del foglietto: « Amore mio... », con grande divertimento di tutti; la ragazza ha strappato subito il foglietto di mano all'insegnante ed è scappata velocissima nei campi in salita, senza fermarsi ma.

Qual è il livello medio di vita?
Come e quanto lavorano i vietnamiti?

I vietnamiti lavorano sempre. Basterebbe questa risposta, invece è necessario entrare nei dettagli per capire "come" lavorano i vietnamiti e come il loro livello di vita sia legato strettamente alla intraprendenza individuale.
Ho già detto che i vietnamiti conoscono molto bene 1' "arte di arrangiarsi", ma vorrei specificare che essa si applica soprattutto nell'utilizzare a proprio o altrui uso oggetti e cose che normalmente si buttano via. Si vedono molte vecchie che spazzano le foglie lungo i viali alberati. Il vero fine non è la pulizia delle strade, ma l'uso delle foglie secche come combustibile. Ne riempiono enormi sacchi che appendono ai bilancieri con cui trotterellano danzanti lungo le strade. Altre vecchie accosciate accanto agli uffici delle poste e lungo il lago nel centro di Hanoi espongono la loro botteghina per terra. Vendono lacci e striscie di gomma, ricavati da vecchie camere d'aria; sono i "ricambi" dei sandali Ho Ci Minh, cioè i sandali dalla suola ritagliata da un vecchio pneumatico da camion. Vendono amache, piatte scatole di latta che servono da portasigarette e vecchi accendini rimessi in uso. Vendono spago filato e torto da loro, penne e pennini vecchi rimessi a nuovo.
Non si butta via nulla in Vietnam: in una strada di periferia ho visto una montagna di pezzetti di gomma, vecchissimi residui di pneumatici, già adoperati per altri usi fino alla consumazione. Si raccattano anche quelli e si usano per ricoprire altri pneumatici. Le biciclette non sono soltanto biciclette, sono un mezzo di trasporto universale. Possono portare una intera famiglia (quattro persone) , normalmente la moglie del guidatore sta seduta sul portapacchi posteriore, ma moltissime biciclette sono fornite di un complicato sistema di pali di legno che aumenta la sua capacità di trasporto e di equilibrio. In Vietnam una bicicletta può portare fino a settecentocinquanta chili.
Il lavoro comincia alle cinque del mattino. C'è una siesta, nel pomeriggio, e tutti scompaiono: quelli che si vedono stanno accovacciati sui talloni, o sdraiati con le gambe accavallate, fumano, dormono o si fanno aria con un ventaglio. Chi non dorme scherza, ride.
Ho risposto prima alla seconda domanda perché da questa si può dedurre la prima risposta. E cioè il livello di vita è legato strettamente non soltanto al lavoro di tutti (industrie, cooperative, uffici, ecc.) ma, forse principalmente, all'intraprendenza di ognuno. Ma poiché l'intraprendenza è di tutti, la produzione corre parallela su due binari, quello collettivo, statale, e quello individuale: con la conseguenza di una varietà, di un arricchimento, di una dinamica interna della produzione del paese.
È chiaro che il livello di vita medio è quello di un paese del Sud-Est asiatico, comunista e in guerra. Ma innanzitutto è uniformemente povero (a Saigon e nel Sud Vietnam gli squilibri nel livello di vita sono abissali), poi è uniformemente vietnamita.
Quest'ultimo fatto è estremamente importante e non va mai abbastanza sottolineato. Nel Sud Vietnam lo squilibrio maggiore nel livello di vita è dato dalla sola presenza, dalla sola figurazione dei soldati e degli oggetti americani che appaiono ai vietnamiti.
Anche in Sud Vietnam i vietnamiti sono vietnamiti, cioè posseggono la stessa "arte di arrangiarsi", anzi superiore, che al Nord. Ma non si arrangiano "tra di loro", bensì tra loro e le persone e gli oggetti americani. In altre parole ciò che al Nord si può e si deve chiamare utilità pubblica, perché l'arrangiarsi di ognuno è in fin dei conti utile all'economia del paese, nel Sud diventa traffico privato che arricchisce il singolo e indebolisce il paese. Al Sud tutti trafficano e si arricchiscono: dall'uomo di governo al venditore di sigarette. E il paese, la burocrazia, i servizi pubblici, le forze armate si sgretolano.
Quando dico povertà, riferendomi al livello medio di vita nel Vietnam del Nord, intendo povertà contadina di un paese di campagna ricco. Perché la campagna del Vietnam anche se più al Sud che al Nord, è molto ricca.
Ma è pur sempre campagna e mostra perciò, nella "conduzione" della vita quotidiana, 1e caratteristiche tipiche dei contadini di tutto il mondo, che danno alla terra più che a se stessi: economia, risparmio. essenzialità, secchezza, industriosità manuale, in una parola: povertà.

Qual è il ruolo delle donne?
 

Nella famiglia vietnamita era tradizione che la donna si occupasse di cose materiali, cioè dell'organizzazione quotidiana della vita e l'uomo si dedicasse invece ad altre attività, come l'attività politica innanzitutto (altra tradizione vietnamita) o, più generalmente, all'attività intellettuale. Le donne avevano nelle loro mani non soltanto l'amministrazione del capitale famigliare, ma anche l'amministrazione degli affari, il commercio e molta parte del lavoro nei campi. Se le cose sono cambiate nel Vietnam del Nord (ma non nel Sud, a Saigon presso le signore affariste è molto di moda la Ford Cortina e presso i mariti la Lambretta) rimangono vivi in ogni caso lo spirito e l'intraprendenza amministrativa e l'enorme capacità di lavoro delle donne.
Lungo le strette dighe delle risaie si vedono file di donne con i bilancieri carichi. Sono quasi sempre donne a portarli. Ho voluto provare a mettermi in spalla uno di questi bilancieri chiedendolo a prestito a una vecchia di più di settanta anni. Non sono riuscito non dico a portarlo ma nemmeno ad alzarlo. Chi rifà le strade danneggiate o distrutte dai bombardamenti sono le donne: ho visto centinaia di ragazze molto giovani col volto bendato per proteggersi dalla polvere lungo queste strade in riparazione: lavorano sotto il sole dall'alba al tramonto.
Cosa fanno? Frantumano i massi cavati da una montagnola vicino alla strada fino a farli diventare piccole pietre appuntite; li raccolgono in mucchi; li trasportano fino alla strada su grandi panieri; li spargono sulla strada di terra battuta per preparare il fondo ad altri sassi più piccoli, alla ghiaia (fabbricata a mano anche quella) e infine allo strato di bitume.
Queste ragazze lavorano non soltanto sotto il sole e alle temperature che tutti conoscono ma accanto al forno de! bitume e loro stesse spargono il bitume. E tuttavia sorridono sempre molto dolcemente, con una dolcezza che da noi è quasi sconosciuta.
Negli organismi amministrativi e politici di Hanoi e dei capoluoghi di provincia le donne occupano posti di
grande responsabilità. Ho visitato un villaggio Thai a circa duecento chilometri da Hanoi. I Thai, minoranza etnica di ceppo siamese, abitano case di legno costruite su palafitte, specie di grandi capanne di una sola stanza dal pavimento di tek lucidissimo, con un focolare nel centro e un piccolo focolare da un lato, intorno a cui si riuniscono gli uomini a fumare la pipa ad acqua.
Il villaggio si trovava in una valle serpeggiante tra le montagne, molto simile al fondo prosciugato di un lago, ora coperto dalla peluria verde splendente che sorgeva dalle risaie. Il luogo era tiepido e ventilato, percorso da richiami lunghi di uccelli e punteggiato qua e là da pigri bufali immersi in pozze d'acqua gialla con ragazzini dormienti sulla groppa. Il villaggio, che si sarebbe detto non soltanto escluso dalla guerra, ma escluso dalla cognizione stessa della guerra, era formato da una ventina di case.
In una di queste case mi ricevettero e mi offrirono il pranzo. All'ora dei pranzo giunse una ragazza che mi fu presentata come la capo-villaggio e deputato all'assemblea della provincia. Era stata messa al corrente della visita di uno straniero e, dai campi dove lavorava, era andata a casa per cambiarsi d'abito. Era vestita nel costume Thai, una lunga gonna di seta nera dal bordo ricamato a mano e una camicetta di seta azzurro pavone. I capelli lunghissimi erano raccolti in un doppio nodo alla nuca. Portava due piccoli orecchini e alcuni braccialetti d'argento fatti a mano, come tutte le contadine Thai. Mostrava quindici o sedici anni, in realtà (poiché in Vietnam un uomo può chiedere l'età a qualsiasi donna senza che questa si offenda) aveva vent'anni. Era sposata da un anno e il marito era morto in guerra dopo tre giorni di matrimonio. Conosceva soltanto la sua lingua ma parlammo con l'aiuto degli interpreti. Era molto timida, rideva per questo e si copriva il volto con le mani. Il volto era illuminato, vitalizzato dall'interno dalla purezza chimica dell'eterna adolescenza. Volle sapere se le donne italiane sono fedeli al marito (cosa dovevo rispondere?), se esiste il divorzio, se hanno istruzione militare, se, come e quanto lavorano, se amano il loro paese e infine se hanno rispetto di se stesse.
Quando le spiegai il meccanismo della separazione coniugale (meccanismo economico, avvocati, eccetera) sorrise e mostrò la sua disapprovazione con piccoli suoni tra la lingua e i denti. Le dissi di parlarmi lei degli stessi argomenti.
Mi spiegò che la fedeltà della donna in Vietnam è considerata non soltanto la base della famiglia e della società, ma anche della politica attuale. Poiché molte famiglie sono divise a metà, il marito al Nord e la moglie al Sud, o il marito in guerra e la moglie a casa, il concetto di fedeltà è un concetto politico, ha lo stesso significato della fedeltà verso il proprio paese. Parlava lentamente, con voce lieve ed era molto bella.
A questo punto bisognerebbe una volta per sempre stabilire i termini di conoscenza e di definizione della bellezza, della grande bellezza delle donne vietnamite in particolare, delle donne asiatiche in generale.
Il concetto di bellezza in Vietnam, come in Cina, e in tutto il Sud-Est asiatico, è strettamente legato al concetto di bellezza interiore. Cioè la bellezza fisica, esterna, apparente, deve essere per così dire educata, decorata, nutrita dalla bellezza interna: la bellezza interna è un "pneuma" (è necessario ricorrere ai greci) una sorta di ispirazione morale, estetica e sociale che conforma, forma l'apparenza esterna.
Non una precettistica soltanto. ripeto ispirazione. Ispirazione nel senso di libera, creativa interpretazione della precettistica, di individuale produzione di “charme”, una somma di modi, di proporzioni, di suoni vocali, di armonia dinamica delle varie parti del corpo, insomma è quello che la giovane signora Thai ha definito con la frase: rispetto per se stesse.
Questa ispirazione è di tutte le donne del Nord Vietnam, giovani o vecchie. Si capisce che alcune sono fisicamente belle, altre meno. Ma anche quelle che lo sono meno possiedono appunto quei modi che le rendono belle.
Quanto alla bellezza che si vede essa è composta dai seguenti elementi, dalle seguenti materie; pelle color ambra, più o meno pallida a seconda delle regioni, liscia, senza peluria, lucente e uniformemente tesa su tutto il corpo, in particolare sul viso, all'inizio del taglio interno ed esterno delle palpebre, sulla gola e il collo molto sottile.
Capelli neri, fitti, robusti e lucidi, quasi blu, lunghi fino a metà polpaccio. Ad Hanoi, ma soltanto ad Hanoi molte donne si tagliano i capelli e li arricciano.
Occhi neri e molto dolci, lunghi, dalla cornea candida.
Denti perfetti. (Si vedono anche donne — e uomini — con denti sporgenti e grosse gengive sporgenti, il fatto è dovuto a sottonutrizione ereditaria e in ogni caso posseggono altri elementi già nominati che le rendono belle).
Labbra lievemente gonfie e quasi pulsanti, alonate da una sottile linea di pallore.
Mani belle secondo la convenzione occidentale della bellezza delle mani, più brune, più nervose.
Corpo piccolo, snello, spesso magro, o appena poco più che magro e uniformemente curvilineo.
Chiedo scusa alle donne vietnamite del brutale e materico elenco, ma se le fotografie non bastano ancora a far non solo vedere ma soprattutto intuire la loro bellezza a chi vuole a tutti i costi riconoscerla soltanto nelle "morgues" dei grandi manifesti pubblicitari di bibite o nelle più patetiche, o volgari o imperialistiche convenzioni dell'eleganza e del "maquillage" mondiale a me non resta che spiegare, cercar di spiegare: chi non capisce, chi non intuisce, pazienza.


QUANTE DISTRUZIONI HA LASCIATO LA GUERRA?
Strade, ponti e ferrovie portano ancora le tracce dei bombardamenti e della distruzione. Dovunque si traversi un fiume, piccolo o grande, si scorgono ponti distrutti, ricostruiti, distrutti, ancora una volta ricostruiti, uno a fianco dell'altro. La campagna nei pressi dei ponti è sconvolta dai crateri delle bombe e tutti gli edifici in prossimità dei ponti sono danneggiati gravemente o distrutti.
Sono stati bombardati ospedali, chiese e sanatori in riva al mare. Dovunque passa la ferrovia in direzione Sud, in molti punti si possono vedere ancora le carcasse di vagoni ferroviari rovesciati a qualche distanza dalle rotaie, nei campi e nelle risaie. Fabbriche, depositi e grandi edifici all'estrema periferia di Hanoi sono stati bombardati e distrutti.
Al centro di Hanoi ho visto due case distrutte. A parecchi mesi di distanza dalla fine dei bombardamenti e tenendo conto della rapidità con cui i vietnamiti lavorano alla ricostruzione (riempiendo i crateri e livellando i terreni delle risaie, per esempio) è difficile, oggi, rendersi conto esattamente dei danni prodotti dai bombardamenti. Che del resto tutti conoscono attraverso testimonianze che hanno preceduto la mia.
Ma l'interrogativo più angoscioso e urgente, oggi, per un europeo che visiti il Vietnam, non è quello che riguarda i danni gravi e inumani che sono stati inflitti a quel paese fino a pochi mesi fa, quanto l'idea che ha prodotto quei danni: cioè l'idea insieme puritana e padronale della punizione, la violenza di chi si crede forte contro chi crede debole, la prepotenza del grande paese verso i1 piccolo paese e, soprattutto, l'intollerabile superbia di chi pretende imporre con la ricchezza dei mezzi tecnici di distruzione il proprio concetto (teoria e prassi) di libertà in un paese molto lontano dal proprio, con cultura molto più antica e diversa dalla sua, e soprattutto con una teoria e una prassi di libertà, nate da quella cultura, del tutto inconciliabile con la sua.
Ricordo bene il volto di Westmoreland, la sua artificiale e industriale compattezza, la sua impermeabilità fisica e mentale, quando mi disse, due anni fa, che gli americani stavano in Vietnam per aiutare il popolo vietnamita a scegliere la propria libertà: con le conseguenze che tutti conoscono. E ricordo anche il mio sbalordimento per la sua assenza di dubbi. Eppure, per lui, personalmente, come uomo che pensa, sarebbe bastato percorrere la campagna (come faceva, ogni giorno, ma in elicottero) per capire che il popolo del Vietnam è un popolo per l'ottanta per cento contadino e che l'abisso tra l'industria (americana) e la natura (vietnamita) era così profondo e ogni giorno di più incolmabile che il concetto di libertà era da mettere in discussione ancor prima delle azioni di guerra. E che appunto, l'idea stessa di usare la violenza bellica in territorio altrui non sarebbe affatto servito a colmare quell'abisso ma l'avrebbe reso ancora più profondo: sviluppando una produzione di odio umano infinitamente superiore alla produzione di forza industriale.

Che peso ha la cultura, sia occidentale che locale?
Ho già parlato dell' "arte di arrangiarsi" dei vietnamiti: e ho parlato anche di innesto tra cultura razionalistica (confuciana), locale, e logica cartesiana. A differenza dei cinesi, con i quali il rapporto è difficile, i vietnamiti sono molto comunicativi e molto espressivi; in altre parole sono, al tempo stesso, uomini naturali e culturali. Anche i cinesi lo sono, in modo molto più rarefatto e aristocratico, ma nei cinesi manca Cartesio: manca cioè il pensiero-base che ha costruito, sorretto e illuminato la cultura moderna occidentale. Questo pensiero-base è stato assorbito dai vietnamiti con una rapidità stupefacente e attraverso una tecnica per così dire combinatoria: scegliendo i vantaggi e scartando i pericoli.
Questo fenomeno di meticciato logico e culturale ha prodotto una media alta di persone colte o di persone che desiderano diventarlo. Esempio: un'edizione di ventimila copie di qualsiasi libro è esaurita nella sola città di Hanoi in tre o quattro ore. Le bancarelle di libri non si contano. Chi conosce la lingua francese legge, in francese, tutto ciò che trova. Il professor Dong, uno dei miei accompagnatori, era al corrente della letteratura francese contemporanea non meno di un nostro professore d'università di lingua e letteratura francese. L'associazione degli scrittori vietnamiti è composta di uomini molto colti. Nguien Tuan, un saggista settantenne che ha avuto la cortesia di accompagnarmi all'aeroporto, è notissimo non soltanto nel Nord-Vietnam, ma anche nel Sud dove si stampano regolarmente le sue opere. E' stata creata una "peninière" di giovani scrittori, scelti tra soldati, contadini ed operai; hanno cominciato come dilettanti, ora hanno uno stipendio che li esenta dal lavoro per un anno, per poter scrivere se ne hanno voglia.
Ne ho incontrati una decina, tra uomini e donne. Stavano in campagna, riempivano di scrittura fogli che sembravano di stampa, lavoravano nell'orto e leggevano. Cosa leggevano? Tutto, tutto quello che trovavano tradotto, da Tolstoi a Shakespeare, da Hemingway (molto amato) a Graham Greene, da Pratolini ("Cronache di poveri amanti" è l'unico libro di autore italiano contemporaneo tradotto in Vietnam del Nord)
al libro di Bandi sui Mille.
Anche Garibaldi è molto amato. Uno dei giovani scrittori mi ha cantato "Bandiera rossa" in italiano. Voglio precisare che la lettura non è una passione soltanto ad Hanoi: dovunque sono stato, ho visto persone che leggevano. In campagna ho incontrato un vecchio che leggeva un manuale di astronomia. Gli ho chiesto perché gli piaceva leggere e mi ha risposto: « Chi non ha curiosità di sapere è debole ».

Quali sono i rapporti con il Pathet Lao?
Nei giorni in cui stavo ad Hanoi una delegazione del Pathet Lao è venuta a trovarmi in albergo alle sette del mattino, ora ideale per gli appuntamenti in Vietnam. Non esiste ancora una rappresentanza ufficiale ma di fatto esiste ed è composta da uomini politici appartenenti al Neo Lao Haksat (fronte patriottico del Lao) e del partito neutralista del Laos. Non so quali siano, nei dettagli, i rapporti tra il governo del Nord Vietnam e il principe Souphanouvong, presidente del comitato centrale del Neo Lao Haksat, posso però dire che la sola via per raggiungere le zone liberate del Laos è Hanoi e le frontiere nord occidentali del Vietnam. In queste zone, esattamente nella provincia di Sam Neua, ha sede il comitato centrale e il grosso delle forze di guerriglia che operano in vari punti del paese, spingendosi fino alla provincia di Xieng Khouang, a circa duecento chilometri da Vientiane, capitale del Laos. Il capoluogo di questa provincia è stato raso al suolo in questi giorni da aerei da bombardamento governativi: la ragione è che la città, più volte perduta, e ripresa, era da parecchi mesi nelle mani delle forze patriottiche. 11 corrispondente della "Pravda" da Hanoi. Ivan Chtchedrov e il corrispondente della agenzia Novosti, Victor Doubograi, che passano un mese ad Hanoi e un mese nelle zone di guerriglia del Laos, mi hanno parlato di bombardamenti americani in territorio Laos. Altre informazioni raccolte da uomini politici del Laos e da guerriglieri laotiani mi hanno confermato che i bombardamenti americani nel Laos si susseguono senza tregua giorno e notte dai primi mesi del 1969.

Qual è l'atteggiamento del governo e del popolo nei confronti delle religioni?
Ufficialmente si dice che vi è assoluta libertà di religione. E' noto che nel Vietnam del Nord c'erano molti cattolici. Lo prova il grandissimo numero di chiese che si vedono ad Hanoi e in tutto il territorio del Nord Vietnam. Sono vere e proprie cattedrali che sorgono al centro di paesi e villaggi anche piccoli. Alcune di queste chiese sono danneggiate o distrutte dai bombardamenti. Molte altre sono sbarrate. Ho visitato una pagoda deserta. I piccoli templi per il culto degli antenati, che sorgono dovunque, sono deserti ma le offerte pendono dal soffitto in abbondanza e bastoncini di incenso si consumano languidamente nei bracieri,

Quali sono i rapporti coi cinesi?
L'opera di Mao Tse-tung è diffusa?

Non ho visto soldati o civili cinesi nel Vietnam del Nord e ad Hanoi, ad eccezione di pochi appartenenti al corpo diplomatico. Ho visto un numero molto maggiore di sovietici. Quanto ai "rapporti" sono quelli che tutti sanno e che, personalmente, posso riassumere in una sola testimonianza diretta. All'aeroporto di Nanning, città cinese nei pressi della frontiera vietnamita e ad un'ora di volo da Hanoi, ho visto una cinquantina di vietnamiti. Posso solo presumere che fossero soldati perché molti non portavano divisa. Soldati che si trovavano in Cina per seguire corsi di istruzione militare? Sono partiti per Hanoi contemporaneamente a me, su un aereo privo di insegne. L'opera di Mao Tse-tung è diffusa. Qualche bambino vietnamita porta il distintivo del presidente cinese. In alcune case di campagna ho visto appeso il ritratto di Mao Tse-tung. Molto diffuse sono le copertine rosse di plastica che contengono il libretto delle citazioni. Se si sfila il libretto le copertine si presentano come un piccolo portafogli rosso a due tasche. Molti vietnamiti usano questo portafogli mostrando così, una volta di più, la loro capacità di tradurre immediatamente in pratica l'insegnamento di Mao Tse-tung (contenuto nel libretto delle citazioni) e, del presidente Ho Ci Minh: «Bisogna contare sulle proprie forze ».
GOFFREDO PARISE