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Lo
scrittore Goffredo Parise è stato invitato nella Repubblica Democratica
del Nord Vietnam in seguito agli articoli da lui scritti sul Sud
Vietnam, apparsi sull'Espresso nell'aprile del 1967 e pubblicati in
Unione Sovietica sulla rivista mensile "Novi Mir", numero 6, 1968.
Anziché scrivere degli articoli Goffredo Parise ha preferito rispondere
a una serie di domande. Egli pensa che, in questo particolare caso. una
conversazione tra lui e i nostri lettori sia la forma più diretta di
informazione.
È
FINITO L’INCUBO DELLE BOMBE?
DOBBIAMO STARE ALL'ERTA!
"Questa è la risposta che darebbe un qualsiasi abitante del Nord Vietnam
se la domanda gli venisse posta direttamente.
Viaggiando da Hanoi verso Sud, in
direzione del 17° parallelo, in prossimità dei fiumi e dei ponti.
distrutti e ricostruiti molte volte, si incontrano postazioni di
batterie antiaeree. Sorgono dalle risaie in forma di piccoli crateri
erbosi da cui fuoriesce la lunga canna mimetizzata del pezzo. I soldati,
uomini e donne, vivono nelle postazioni giorno e notte.
Al mio arrivo ad Hanoi ho sentito
sparare. Era stato abbattuto un aereo robot da ricognizione. Il popolo
vietnamita, come del resto tutti i popoli asiatici, non crede nelle
speranze basate su promesse. Poiché in questi mesi, in questi giorni non
ci sono stati bombardamenti. Cioè la realtà ha lo spazio del presente.
Ma poiché prima di questi giorni e di questi mesi le bombe cadevano,
potrebbero cadere anche domani o fra un momento. Per questo le batterie
e tutti i mezzi di difesa e di offesa antiaerei sono ancora in
funzione. Viaggiando in Nord Vietnam si incontrano carcasse di aerei
abbattuti a pochi metri dalla strada. Nei pressi di Hoa Binh, un
capoluogo di provincia a un centinaio di chilometri da Hanoi, ho visto
una di queste carcasse. Accanto è sepolto il pilota, con una lapide sul
tumulo. L'aereo, un Phantom, è stato abbattuto da una minuscola squadra
di fucilieri appostata su una collinetta.
Ho cercato di ricostruire la azione con
l'aiuto di due abitanti di case vicine. La scena l'avevo davanti a me:
una strada di campagna larga circa quattro metri, da un lato un prato
con arbusti, lievemente in pendìo, che porta a una specie di dosso con
qualche albero; dall'altro un campo coltivato a mais. A una ventina di
metri di distanza una casa dal tetto di paglia. Era mattina. L'aereo è
apparso da Nord-Est e ha picchiato sulla strada in direzione Sud-Ovest.
Non ha sganciato bombe perché è stato abbattuto subito.
Prima domanda: perché ha picchiato?
C'era passaggio di truppe, camion, c'era gente nella strada? No, non
c'erano ne truppe, ne camion, ne persone.
Sono credibili queste risposte? Esaminiamo 1a località, la direzione
della strada. La località, se si eccettua la piccola casa col tetto di
paglia è deserta; la direzione della strada (cioè la sua importanza
strategica) si direbbe priva di importanza: a circa trecento chilometri
a Nord-Est dei confini con il Laos e a circa seicento chilometri dal
diciassettesimo parallelo. È difficile pensare a convogli di
rifornimento o di truppa in una località simile. È più credibile che
l'aereo sia sceso in picchiata verso chi gli sparava contro. Cioè verso
i due o tre contadini armati che si trovavano sulla sommità della
collina.
Osservo attentamente i rottami: è una
vaga forma oblunga, composta di lastre di alluminio contorte e a
brandelli: su alcune parti sono stampate sigle e numeri indecifrabili.
Le strutture più massicce della fusoliera sono in parte infisse nel
terreno, in parte fuoriescono e sono punteggiate di viti (nuove,
perfette) . Lungo tutta la sagoma morta corrono due cavi: uno sottile,
d'acciaio, l'altro, più grosso, ricoperto di rivestimento di fili di
nailon multicolori, intrecciati.
Osservo anche il tumulo sotto cui sta
sepolto il maggiore americano che pilotava l'aereo e immagino il
maggiore secondo le convenzioni figurative dell’americano medio. Ciò che
ho davanti agli occhi, in rapporto al luogo, alla temperatura, agli
abitanti e ai bambini che guardano le viti del rottame con attenzione
vorace e si accaniscono su di esse tentando di allentarle, è un pezzo di
meteorite meccanico, giunto da pianeti, il residuo di un "monstruum"
mitico (e filosofico), il drago di San Giorgio con sprizzi bollenti di
sangue, vene, arterie, carotidi recise, fuoco, esplosione del
cuore-macchina, fumo e lente nubi bianche di zolfo o fosforo che
bruciano l'erba verde e salgono in cielo. L'uomo sepolto fa parte del "monstruum",
di cui ho davanti agli occhi i residui lucenti, lattei e siglati. Mi è
difficile pensare che non ne faccia parte perché la figura che immagino
è "industriale", sia in rapporto al luogo e agli abitanti, che sono
dolcissimamente naturali, sia in rapporto agli ossami dell'aereo, che
sono "industria".
Rifletto ancora perché "devo" avere pietà
di quest'uomo. La pietà nasce quando si pensa alla casualità non
industriale della sua morte. Una picchiata assurda, senza scopo, appunto
casuale, forse perfino allegra e infantile, come lo sanno essere in
questi casi gli americani, un rapidissimo film di prato, dosso, strada
di polvere rossa, casa con tetto di paglia, due uomini con un fucile
puntato, fine del film: la povera, nostra sorella morte, non
contemplata nella composizione dell'alluminio, nei manometri, nelle
sigle, nei cuori industriali d'America.
Il
clima del Nord Vietnam è di pace o di continuazione della guerra?
Che seguito hanno le trattative di Parigi presso la popolazione?
« La guerra continuerà nel Sud Vietnam e noi continueremo ad aiutare i
nostri fratelli del Sud fino a che l'ultimo soldato americano non
sarà uscito dal nostro paese ».
Anche questa volta sono costretto a
riferire una risposta. tipica, tipica perché questa è la risposta di
molti vietnamiti a cui l'ho rivolta. L'ho sentita dalla voce di
Phan Van Dong al "meeting" del primo maggio e la sento dalla voce di
molti vietnamiti dovunque vada. Propaganda? Certo, propaganda su
una realtà insieme politica e popolare. Ci si può chiedere, in
Occidente: non sono stanchi di guerra? Risponderò: la maggiore sorpresa
che mi ha riservato la mia visita in Nord Vietnam è proprio questa: non
ho mai provato, nemmeno per un istante, questa impressione. Al contrario
ho avuto l'impressione che l'intero paese, o quella parte che ho
visitato, sia percorso da una vitalità, o per meglio dire da una
tensione vitale, nervosa, muscolare, intellettuale così forte da poter
affrontare ancora, e serenamente, un lungo periodo di guerra. Quando da
noi giungono le parole di Ho Ci Minh «resisteremo ancora dieci,
venti anni se sarà necessario » esse sono soltanto un suono
che può far dubitare della realtà. Ma nel paese, all'interno del suono
di queste parole, emerge il senso delle parole.
Gli abitanti del paese sono forti, umili
e intelligentissimi. Sono confortati dai fatti: la cessazione dei
bombardamenti. Questi fatti, nelle loro menti e nei loro cuori
corrispondono a una grande vittoria.
Tutti i vietnamiti, del Nord e del Sud, hanno una precisa, limpida
visione (politica) dei rapporti di forza. È teoria e pratica al tempo
stesso. Se gli americani (i forti) hanno cessato di usare gli
strumenti della loro forza significa che non sono più forti, o che sono
comunque meno forti. I dettagli e le opportunità tattiche e politiche di
una grande potenza come gli Sfati Uniti d'America, non giungono fino
alla mente e al cuore del popolo vietnamita. Il popolo vietnamita guarda
ai fatti. Esso è altresì cosciente della propria forza, individuale e
collettiva, ed è soprattutto cosciente della forza psicologica della sua
guerra in molta opinione pubblica mondiale.
È su questo terreno, ancora più che sul
terreno delle armi, che i vietnamiti hanno agito, e ancora agiscono.
Essi sanno che una loro arma potente è l'opinione pubblica mondiale. Il
realismo politico e diplomatico di un contadino, di un cameriere, di un
autista, di un soldato, di un qualunque vietnamita, ne tiene conto.
Lasciando da parte per un momento le altre qualità, si può dire dei
vietnamiti che sono un popolo, un intero popolo, di formidabili "public
relations men".
Per quanto riguarda le trattative di
Parigi ho notato, nei discorsi fatti con me, molta prudenza, un grande
distacco come si trattasse di avvenimento molto lontano dal loro paese
(e lo è) e un fondo di scetticismo celato e tuttavia trasparente.
Ho l'impressione che i vietnamiti siano
fatti per esercitare politica e diplomazia soprattutto dall'interno del
loro paese e dall'interno della loro psicologia. Non mi stupisco che le
trattative di Parigi vadano così a rilento, avendoli conosciuti mi
stupisco invece che queste trattative siano iniziate e continuino: nel
modo che tutti giornalmente conosciamo. La logica americana del "do ut
des" non ha alcun riscontro nella logica vietnamita. Perché l'idea
della contropartita, di un compromesso, di concessioni da entrambe le
parti metterebbe in pericolo all'interno del paese, e anche all'interno
di molta opinione pubblica mondiale, la più perfetta e fino a questo
momento vittoriosa operazione militare anticolonialista del mondo. Non
bisogna dimenticare mai che il Vietnam non è soltanto un paese che da
molti anni lotta contro il colonialismo; il Vietnam non rappresenta
soltanto la prassi dell'anticolonialismo, il Vietnam è l'idea-guida
dell'anticolonialismo. E i vietnamiti lo sanno.
HO
CHI MINH È DIVENTATO UN IDOLO ?
Direi proprio di no. Innanzitutto perché Ho Ci Minh è più persona che
personalità, poi perché storia e leggenda su di lui hanno un carattere
famigliare, aneddotico, scherzoso e mai mitico. Il paese non abbonda di
ritratti di Ho Ci Minh: i ritratti sono esposti nelle scuole, negli
edifici pubblici e in qualche casa di campagna, ma in misura molto
modesta, inoltre la sua figura, presso il popolo vietnamita, è sì più in
alto di altre figure notissime come Phan Van Dong e Giap, ma non così in
alto da perdersi nelle sfere celesti della metafisica. Egli non è "un
punto nell'infinito". È un vecchietto piccolo, magro, agilissimo,
con un tocco di grazia e di civetteria femminili, da gatta.
Il "meeting" del primo maggio si è
svolto, molto rapidamente, in un grande teatro, alle sette di sera in
punto. Al suono dell'inno nazionale si è aperto il sipario e sul
palcoscenico, in piedi dietro a scranni infiorati, illuminati, "figée"
dalla luce di lampade ad arco, sono apparsi i dirigenti del paese.
Immobili, con sorrisi immobili, colorati. Nessuna marzialità, nessuna
retorica. Grandissimo effetto scenico. Alcuni dirigenti sono saliti sul
podio a parlare. Ho Ci Minh è rimasto seduto al suo posto. Osservava la
platea con grande concentrazione nascondendo il volto dietro un
ventaglio marroncino che agitava quasi impercettibilmente all'altezza
degli occhi lunghi e splendenti.
All'inizio per alcuni istanti, poi, via
via per tempi sempre più lunghi, la concentrazione svaniva dal suo
sguardo: le palpebre si socchiudevano, lo splendore dell'occhio si
abbassava fin quasi a spegnersi e la concentrazione dall'esterno passava
all'interno, si sarebbe detto alla propria personale e forse umana sfera
di conoscenza, di interrogativo e di mistero. Non parlò mai. Osservava
gli altri e contemplava se stesso. A un certo punto chiamò con un cenno
della mano a zampetta una fotografa che lo riprendeva. La fotografa
salì sul palcoscenico. Egli posò il ventaglio e consegnò alla fotografa
il mazzo di fiori che aveva davanti a sé. Ma non era per la fotografa:
era per due signore mongole, ospiti del governo, in prima fila.
Giap seguì l'esempio. I fiori furono
consegnati con i sorrisi e gli applausi del presidente alle due
signore. Va sottolineato che le signore erano mongole, cioè cittadine
di uno Stato indipendente i cui confini stanno tra la Cina e l'Unione
Sovietica.
Qual’è il
contenuto ideologico della loro guerra ?
Riunificazione del paese e indipendenza nazionale.
Su questi due punti, che trovano un immediato e molto reale riscontro
nella popolazione del Vietnam, sia nel Nord che nel Sud, si basa
l'impulso, la spinta ideologica, politica e militare della popolazione
del Nord Vietnam.
Il problema della riunificazione nazionale è un problema pratico,
immediato, una spina nel cuore di tutti i vietnamiti. Ho incontrato nel
Nord Vietnam decine e decine di persone che sono nate nel Sud e hanno
ancora genitori, fratelli e sorelle nel Sud. E nel Sud, due anni fa, ho
incontrato molte altre persone nella stessa situazione.
Per comprendere la drammaticità di questo problema bisogna tenere molto
presente il valore e il senso della famiglia nei vietnamiti.
Questo sentimento non è molto diverso, in fondo, da quello che anima
molte famiglie contadine in tutte le parti del mondo. Ma è molto più
forte perché nasce da una tradizione e da una cultura (etico-religiose)
in cui la famiglia è la cellula prima, il pilastro o i molti pilastri su
cui si basa l'intera società asiatica. La separazione dalla famiglia è
un dramma. L'ufficio postale di Hanoi è sempre affollatissimo di persone
che spediscono lettere, poveri pacchi avvolti in vecchia carta e legati
con spaghi e spaghetti, a Parigi, via Mosca. Da Parigi lettere e pacchi
faranno il viaggio di ritorno fino a Saigon. Ho visto soldati, contadini
e contadine coi loro bilancieri pieni di verdura sostare a lungo
all'ufficio postale: scrivere lettere di molte pagine con una
calligrafia minutissima e perfettamente allineata, perdere cinque, dieci
minuti per infilarle nella busta, incollare la busta con la colla,
scrivere l'indirizzo con ansiosa minuzia, incollare i francobolli, lenti
e precisi, e solo dopo averle contemplate un po' consegnarle con una
certa apprensione agli impiegati.
Arriveranno a destinazione, se arriveranno, dopo un paio di mesi. Altri,
per maggiore sicurezza, si servono della posta clandestina, che
attraversa il diciassettesimo parallelo e le zone di guerra in mille
modi, attraverso una complicatissima rete di distribuzione.
A Saigon, due anni fa, ho incontrato vietnamiti che usavano gli stessi
mezzi per comunicare coi parenti al Nord.
Lungo le strade del Nord Vietnam, anche le strade di campagna, si
incontrano pilastri indicatori, disposti a suo tempo dai francesi, su
cui stanno scritti i chilometri che separano il luogo da Hué, Dalat,
Bien Hoa, tutte località al Sud. Questi pilastri sono dipinti di fresco
come se le comunicazioni funzionassero normalmente.
Il secondo punto, l'indipendenza nazionale, è anch'esso un potente
sentimento politico che sta nel cuore del popolo. Perché? Perché i
vietnamiti, come forse nessun altro paese nel mondo, hanno una
tradizione millenaria di lotte per l'indipendenza nazionale, al punto da
far coincidere la tradizione col carattere personale. Essi hanno avuto
quasi un millennio di dominazione cinese e per dare un solo esempio di
quale significato abbia l'indipendenza nazionale basta pensare che
durante questo millennio la popolazione vietnamita si laccava i denti di
nero per differenziarsi dal dominatore cinese.
Questa particolarità diventò una tradizione e anche oggi si vedono molti
vecchi e vecchie con i denti laccati di nero. Si aggiungano le vittorie
clamorose contro i giapponesi durante l'ultima guerra mondiale e contro
i francesi dall'inizio della resistenza fino a Dien Bien Phu.
Ho Chi Minh è un patriota prima di essere un comunista e così si può
dire di tutto il popolo vietnamita.
COME TRATTANO GLI STRANIERI?
Ho già parlato dei vietnamiti come di abilissimi "public relations men".
Dovrei parlare dei moltissimi piccoli e grandi dettagli della loro
ospitalità mai disinteressata (e perché dovrebbe esserlo, nelle
condizioni in cui si trovano?) ma molto elegante, disinvolta, sempre
allusiva e piena di "humour", sfumatissima e professionale. Questa
ospitalità ha come base i "tempi lunghi" asiatici, e l'offerta che
precede sempre la richiesta.
È difficile poter chiedere qualcosa, qualunque cosa ai vietnamiti: primo
perché non si fa in tempo a chiedere che già si ha, poi perché ci si
vergogna.
Lasciamo da parte le accoglienze convenzionali, formali (i mazzi di
fiori all'aeroporto, i mazzi di fiori in camera mandati da uno o
dall'altro comitato, i pranzi e in generale l'accoglienza spicciola),
lasciamo tutto ciò da parte anche se si deve, assolutamente si deve
tener conto di cosa significa questo tipo di accoglienza in rapporto al
livello di vita medio di tutta la popolazione vietnamita.
Cosa significa per esempio abitare in un albergo di tipo coloniale
francese in una stanza ampia a due letti, un bagno personale e una
organizzazione perfetta, quando il paese, tutto il paese ha sopportato
il peso di anni di bombardamenti e sopporta ancora il peso di una guerra
come questa.
Entriamo piuttosto nei dettagli privati, che nascono dai rapporti
personali, e non nei dettagli dell'organizzazione.
Esempi: In qualunque parte si viaggi nel Vietnam del Nord esistono
piccole residenze per gli ospiti stranieri. Nella campagna vietnamita la
popolazione abita in case fatte di fango con pavimento di terra battuta,
stuoie e paglia. Non c'è luce e non c'è acqua. Le residenze per ospiti
sono anch'esse piccoli padiglioni fatti di stuoie intrecciate e bambù
col pavimento di cemento, col numero sulla porta, tenuti pulitissimi da
giovani contadine cameriere dai capelli lunghissimi.
Anche per un solo ospite una cucina, servita da quattro o cinque
persone, è in funzione dalle cinque del mattino fino al tramonto e
prepara piatti di molte portate che vengono disposti in una capanna
apposita. Durante il pranzo gli accompagnatori abbandonano gli ospiti e
si ritirano anch'essi per mangiare. Questo può dare l'impressione di un
certo isolamento, di un eccessivo distacco e, ai diffidenti, il sospetto
di una estraneità sottolineata (che esiste, e ha mille ragioni storiche
di esistere). Invece non è così. Gli accompagnatori si ritirano per
rispetto e per delicatezza nei confronti di tutti gli altri vietnamiti
(inservienti, contadini, popolazione del villaggio, autista ecc.) che
non mangiano tutti quei cibi a quel tavolo. Gli accompagnatori mangiano
con loro e dormono con loro, in altre capanne a più letti.
I diffidenti di tutto il mondo si devono mettere bene in testa che il
metro di giudizio della cortesia vietnamita (od orientale in genere) non
è quello degli occidentali; che è diverso; che ha sfumature diverse; che
ha toni diversi; che non tende mai a strafare; che nasce da una cultura
diversa di cui noi abbiamo l'obbligo di tenere conto. Come si fa a
spiegare che dovunque, quando un vietnamita, un qualsiasi cittadino
vietnamita, ti offre un mazzetto di "li-chi" ancora immaturi, non è per
propaganda, ma perché non ha altro, in quel momento, sottomano? Perché è
simpatico, perché, sì, perché è poetico anche se abile.
Sempre i vietnamiti danno qualcosa, un fiore, un cestino che stanno
intrecciando in quel momento, una noce, anzi tre noci di cocco, due
caramelle e se non hanno altro, il tè, la tazzina minima di tè, che si
offrono sempre e dovunque anche tra loro.
Non fanno mai domande? No, non fanno mai domande. Perché? Non sono
curiosi? Sì, sono curiosissimi ma non fanno mai domande dirette. Perché?
Perché è meglio, più elegante, più discreto. Non raggiungono i silenzi
siderali, le pause fisse e ridenti, le allusività labirintiche e
metafisiche dei cinesi, anzi chiacchierano sempre e sono comunicativi,
non ho detto schietti, ho detto comunicativi, ma lo stesso non fanno mai
domande. Le cose devono venire da sé. Le cose hanno un "tempo" non
accelerato.
Ho avuto due accompagnatori: un membro del Comitato per le relazioni
culturali, di cui ero ospite, e un "homme de lettres" locale, professore
di letteratura all'università, sottratto al suo lavoro per accompagnare
me, considerando la mia, per così dire, professione. Entrambi
intelligentissimi e di una educazione mentale, psicologica, quasi
telepatica (e di un "humour" talmente sottile da rasentare lo snobismo
come si direbbe da noi; ci siamo divertiti molto insieme) da mettermi in
imbarazzo. Sì, per la prima settimana mi sentivo in imbarazzo, mi
sentivo, come si dice, in condizione di inferiorità.
Cosa pensa il popolo vietnamita del conflitto russo-cinese?
La risposta, a chi ho posto questa domanda, è la seguente: « E' un fatto
molto grave, un fatto che mette in discussione il principio stesso di
internazionalismo socialista. Ma è un fatto che, osservato dal nostro
punto di vista in questo momento, riguarda russi e cinesi. Speriamo in
un accordo. Noi siamo equidistanti da questo fatto perché dobbiamo
pensare al nostro paese ».
Risposta evidentemente ufficiale ma che, in generale, mi è stata data da
tutti. Rimane il fatto, drammatico, che il Vietnam è costretto a tenere
il piede in due staffe. Riceve aiuti dall'Unione Sovietica da un lato
(che esigerà una qualche contropartita) e dalla Cina dall'altro (che
esigerà a sua volta qualcosa) . La domanda è imbarazzante per i
vietnamiti, profondamente imbarazzante. Lo stupore e la preoccupazione
(per sé stessi in primo luogo) sono evidenti.
Quali aspetti assume la propaganda?
All'interno del paese molto moderata, all'estero quella che tutti
conoscono. Mi hanno sorpreso il teatro e il cinema. Sia le opere di
teatro che i film sono uguali, nella forma, alle opere di teatro e ai
film cinesi. Il concetto che presiede ad entrambi gli spettacoli è
didattico, declamatorio, sentimentale. La forma è quella
dell'illustrazione popolare. Vi si illustrano episodi della prima guerra
di resistenza, o episodi della attuale guerra di resistenza al Sud, o
drammi epico-famigliari dovuti alla separazione delle famiglie.
Come in Cina la scena è elementare e quasi sempre fissa (una capanna al
lato destro del palcoscenico, le pendici di un monte al lato sinistro,
fondale) ; i personaggi più o meno fissi: una vecchia, una nuora giovane
il cui marito è nel Nord oppure tra i partigiani, un figlio di
proprietario terriero, crudele, perfido e venduto alle truppe-fantoccio
e agli americani, un ragazzino che vuole a tutti i costi unirsi ai
partigiani e finisce per fare da spia o da staffetta della resistenza,
un ufficiale americano (con frustino, cannocchiale e naso lungo di
cartone), alcuni soldati-fantoccio (sempre ubriachi) alcuni partigiani.
Peripezie. Crudeltà dei soldati-fantoccio e del figlio del proprietario
terriero verso gli abitanti e viltà nei confronti dell'ufficiale
americano. Al finale i partigiani vincono, l'americano prima sbruffone e
poi tremante è fatto prigioniero, i soldati-fantoccio disertano o
vengono rieducati, l'unico ucciso è il figlio del proprietario terriero.
Il pubblico affolla teatri e cinema ed è difficile trovare un posto. Il
pubblico partecipa moltissimo alle vicende narrate sia a teatro che al
cinema.
Perché partecipa e noi no? Perché il pubblico è vietnamita e quello che
vede sul palcoscenico o sullo schermo sono i suoi problemi personali,
egli coincide o ha coinciso, in un modo o nell'altro, almeno con uno di
quei personaggi.
Devo aggiungere che alla retorica declamatoria e sentimentale si oppone
il comico. Personaggi comici, di una comicità elementare come, ad
esempio, due soldati-fantoccio che compaiono sempre insieme, uno grasso
e piccolo, l'altro magro e lungo. Perché noi, pure partecipando
intellettualmente (cioè riconoscendo l'abilità di
composizione e l'efficacia didattica di quelle opere) non partecipiamo
ad esse con l'emozione? Perché non possiamo coincidere personalmente ne
con gli avvenimenti ne con i personaggi. Così come abbiamo invece
partecipato con tutte le nostre emozioni ai film di Rossellini "Paisà" e
"Roma città aperta" (film didattici entrambi, ma anche artistici)
perché, appunto, storia e personaggi coincidevano con noi.
Si può chiamare propaganda l'orgoglio con cui i vietnamiti parlano dei
tremila aerei americani abbattuti? Io credo di no: primo perché li hanno
abbattuti veramente, secondo perché li hanno abbattuti quasi
artigianalmente, quasi con le proprie mani, un po' come Davide con
Golia.
Quella che si può chiamare vera propaganda è la propaganda politica
presso i contadini. È difficile convincere il proprietario di un piccolo
pezzo di terra ad abbandonarne la proprietà fisica per farlo rientrare
nelle grandi estensioni delle comuni popolari. È difficile soprattutto
perché il Vietnam (ad eccezione delle grandi piantagioni amministrate
dai francesi) era un paese di piccola proprietà terriera, non di grande
latifondo, come in Cina. Cioè piccoli e medi proprietari. La propaganda
si basa sull'idraulica. Cioè sulla convenienza della distribuzione
dell'acqua per le risaie su grandi estensioni di terreno anziché sulle
piccole estensioni della proprietà privata. Sul maggiore rendimento dei
terreni in seguito a questa operazione; e infine, si capisce, sul
contenuto ideologico della comune popolare.
Qual’è l'atteggiamento dei nord vietnamiti nei confronti dei vietnamiti
del Sud?
Come avvengono i rifornimenti di armi e munizioni dal Nord al
Sud Vietnam?
Se i nord vietnamiti mantengono nei confronti delle trattative di Parigi
un atteggiamento per così dire "sospensivo" per non definirlo
semplicemente "diplomatico", i sud vietnamiti, cioè i rappresentanti del
Fronte di liberazione del Sud Vietnam sono più espliciti (alla maniera
vietnamita si capisce). La signora Nguien Thin Bin, uno dei capi della
delegazione del Fronte alla conferenza di Parigi, donna di violenta
autorità e di notevole fascino, che ha fatto il viaggio da Mosca a
Pechino sul mio stesso aereo, alla mia domanda: «Torna ad Hanoi? » ha
precisato: « je vai à Hanoi », calcando con durezza del "je vai". Come
dire: « vado, per non tornare più a Parigi o per tornare in veste non
diversa e in condizioni diverse », o cosi mi è parso. Con lei erano
altri responsabili politici del Sud Vietnam, alcuni diretti a Saigon.
Ecco la seconda parte della domanda: via di comunicazione e di
rifornimento verso il Sud.
Quando se ne parla, sia agli uomini politici del Fronte, sia ai nord
vietnamiti, la risposta è un sorriso quasi divertito. Rispondono
ironicamente che esistono strade statali che partono da Hanoi e giungono
a Saigon.
Ora, per il passaggio di singoli vietnamiti attraverso il
diciassettesimo parallelo si può capire che la cosa non
sia di enorme difficoltà. Una linea di demarcazione politica, etnica,
non esiste nella pratica; e un vietnamita, uguale a tutti gli altri
vietnamiti, munito di lasciapassare falsi, può, al limite, servirsi
perfino delle strade Statali. Ma per ingenti quantitativi di armi e
munizioni o nel caso di soldati armati non può avvenire lo stesso. La
logica porta a concludere che le vie di comunicazione passano attraverso
quei paesi a occidente del Vietnam le cui frontiere scorrono lungo tutta
la fascia meridionale del paese: Laos e Cambogia. Come avvenga questo
traffico si può soltanto immaginare perché i vietnamiti, pure
ammettendolo tacitamente (ridendo) non lo vengono certo a dire.
Si può immaginare dall'osservazione di alcuni fatti: uno di questi è,
per esempio, l'intenso traffico di treni carichi di soldati in direzione
Sud. Sud-Ovest. La spiegazione può essere quella di un rafforzamento,
per non dire ammassamento di truppe in prossimità del diciassettesimo
parallelo, ma anche la deviazione di queste truppe verso Ovest, cioè
verso i confini meridionali del Laos. Il capo di stato maggiore
dell'esercito del Laos (governativo) afferma che vi sono quarantamila
soldati regolari nord vietnamiti accampati nelle zone nord orientali del
Laos.
Senza contare le truppe di passaggio dirette in Sud Vietnam. A Vientiane
ci sono ottanta prigionieri nord vietnamiti con cui ho avuto modo di
parlare. Rifiutano di spiegare la loro presenza in territorio Laos,
dicono che la qualità del riso che viene distribuita è pessima e mi
hanno chiesto di mettere al corrente 1a Croce Rossa internazionale sulla
loro necessità di indumenti.
Per ultimo non bisogna dimenticare mai (sempre a proposito dei
rifornimenti al Sud) che i vietnamiti (più dei cinesi) conoscono come
pochi, forse più degli italiani, quella che viene definita "l'arte di
arrangiarsi". La capacità di strumentalizzare tutto, di rendere
dinamico, rapido, efficiente e redditizio tutto ciò che hanno in mano,
dalla strategia alla bicicletta, è molto forte nei vietnamiti con i
quali dovremmo, anche in questo senso, sentirci fratelli.
Quali sono i rapporti dei nord vietnamiti con gli ex colonialisti
francesi ?
Ad eccezione del corpo diplomatico non ci sono francesi nel Nord
Vietnam. Quanto ai "rapporti" posso dare un esempio che forse vale per
tutti.
Ero diretto al "meeting" del primo maggio quando ci passa accanto
l'automobile del corpo diplomatico francese diretto allo stesso
ricevimento. Ke, il mio accompagnatore, l'argutissimo e
intelligentissimo Ke, delizia del mio viaggio, da ridente si fa
compunto, con un piccolo inchino mi indica l'auto francese con le
bandierine tricolori al vento e annuncia: « Sua eccellenza il
rappresentante della Francia ». Gli dico « Vi divertite, eh, invitarli
alle vostre feste nazionali? ». Ke risponde: « Un poco, ma molto
rispettosamente ».
Questo è l'atteggiamento di un uomo vietnamita, come l'ex commissario
politico Nguyen Thanh Ke, che si è procurato la prima arma della sua
vita nel seguente modo: Racconto di Nguyen Thanh Ke: « Quando mi
arruolai nel "Vietmihn" chiesi subito un'arma. Il mio commissario
politico mi indicò un posto di guardia francese e mi disse: Le armi sono
là, devi prendertele. Eravamo in sei. Organizzammo un'imboscata armati
soltanto di un pugnale a testa. Avevamo notato che, al crepuscolo, tre
uomini uscivano dal corpo di guardia per
un breve giro di ispezione. Decidemmo di attaccarli coi pugnali. Per
fare questo era necessario studiare i loro passi e il momento opportuno.
Passammo tre giorni e tre notti in un acquitrino rasente la strada che i
tre uomini percorrevano ogni sera. Si stava immersi nell'acqua e si
respirava per mezzo di una cannuccia di bambù. Per tre giorni l'attacco
fu impossibile, c'era sempre qualcosa o qualcuno che lo impediva. Nel
frattempo, ognuno di noi, in gruppi di due. si studiava l'uomo. Il mio
era un giovane biondo, roseo, con baffi biondi. Venne il momento buono,
passavano molti contadini con i bilancieri carichi d'erba, avremmo
potuto confonderci con loro. Uscimmo fuori dall'acqua. Il mio compagno
strinse l'uomo alla gola, da dietro, col braccio. Io affondai il
coltello nel petto, sotto l'ultima costola, fino all'impugnatura. Poi mi
appoggiai all'impugnatura in modo che la lama raggiungesse il cuore.
Sentii subito il getto di sangue. L'uomo urlo. Chiesi agli altri: "Sono
morti?" Gli altri mi dissero di si. Gettammo i cadaveri nell'acquitrino.
Ci mischiammo ai contadini e fuggimmo. Così ebbi la mia prima arma. Così
i vietmihn si procuravano le armi. Così abbiamo vinto i francesi ».
Gli ho chiesto se, per qualche istante, aveva provato rimorso. « Al
contrario », mi rispose sorridendo. « Sono fiero di averlo fatto. Del
resto l'ho fatto molte altre volte per dare l'esempio. Ero commissario
politico, dovevo dare l'esempio ».
La scena, certo, è crudele. Ma guardiamo alcune fotografie, nel museo
della rivoluzione. Vediamo come venivano imprigionati i vietnamiti vent'anni
fa dai francesi.
Una di queste fotografie mostra, seduti in una capanna, una decina di
prigionieri vietnamiti, uomini e donne. Le caviglie sono strette tra due
sbarre di ferro, lunghe quanto la capanna, e i prigionieri sono
nell'impossibilità sia di alzarsi in piedi, sia di coricarsi. Vediamo le
fotografie di corpi di "vietmihn", mutilati degli arti e senza occhi,
con cartello: "vietmihn" Vediamo infine il cameriere che mi serve a
tavola, che ha la
pelle di tutto il corpo bruciata dal napalm. Chiediamoci infine perché i
francesi stavano in Indocina e vedremo che quella di Ke non è crudeltà,
ma, semplicemente, coraggio, intelligenza e dignità umana.
Eppure Ke, nel momento in cui si inchina cortesemente al passaggio del
corpo diplomatico francese, e fa della ironia, è commosso. Perché è
commosso? Perché un corpo diplomatico di un importante paese
occidentale, la Francia, rende omaggio, ora, a un paese e ad uno Stato
sovrano e indipendente che ha vinto la Francia e che egli ha contribuito
a fare. Rimane la lingua francese, di cui i vietnamiti si servono,
quando la conoscono, con particolare ricercatezza. E una certa logica
cartesiana che si è innestata al razionalismo locale creando una
produzione di intelligenza di altissima qualità, come il mio
accompagnatore Ke, contadino-intellettuale.
L'educazione pubblica nel Nord Vietnam è quella di un paese
militarizzato?
Molte scuole, evacuate in campagna dopo l'inizio dei bombardamenti, sono
ancora in campagna. Ho visitato una scuola agricola nei pressi di Hoa
Binh, a cento chilometri da Hanoi. E' una scuola superiore, a livello
quasi universitario: è composta di alcuni padiglioni costruiti con bambù
e paglia, nel mezzo di un piccolo bosco di bambù. A distanza di venti
metri non si scorgeva nulla, le capanne si mimetizzavano perfettamente
col folto del canneto. C'è anche un teatrino, con un cerchione di
bicicletta che serve a far scorrere più rapidamente il sipario. Intorno
a ogni capanna sono scavate trincee e tutto il terreno intorno, cioè il
terreno dove si sperimentano nella pratica le colture studiate, è un
reticolo di trincee. All'interno delle trincee, in una delle pareti,
sono scavate buche individuali che vengono chiamate "mascella di rana"
per la loro forma a sacca. Fino alla cessazione dei bombardamenti gli
studenti erano armati e portavano con sé il fucile. Ora i fucili sono in
armeria, ma gli studenti hanno l'obbligo di pulirli e di continuare le
esercitazioni come se i bombardamenti dovessero riprendere da un giorno
all'altro. Ma la vita, si capisce, riprende prepotènte e felice, là dove
il pericolo si allontana, o sembra allontanarsi. Questa forza della vita
che riprende e dimentica il pericolo l'ho vista nei volti degli
studenti, in quello di una studentessa Thai (era una scuola dove le
minoranze etniche, Thai, Meo, Muong erano fortemente rappresentate) che
mi ha fatto vedere il suo quaderno, dalla scrittura uniforme, sempre
perfetta, senza una correzione. C'era un foglietto infilato nelle prime
pagine e l'insegnante, che doveva tradurmi qualche frase di quel
quaderno per darmi l'idea di cosa stava studiando la ragazza in quel
momento, ha tradotto invece la prima riga del foglietto: « Amore mio...
», con grande divertimento di tutti; la ragazza ha strappato subito il
foglietto di mano all'insegnante ed è scappata velocissima nei campi in
salita, senza fermarsi ma.
Qual è il livello medio di vita?
Come e quanto lavorano i vietnamiti?
I vietnamiti lavorano sempre. Basterebbe questa risposta, invece è
necessario entrare nei dettagli per capire "come" lavorano i vietnamiti
e come il loro livello di vita sia legato strettamente alla
intraprendenza individuale.
Ho già detto che i vietnamiti conoscono molto bene 1' "arte di
arrangiarsi", ma vorrei specificare che essa si applica soprattutto
nell'utilizzare a proprio o altrui uso oggetti e cose che normalmente si
buttano via. Si vedono molte vecchie che spazzano le foglie lungo i
viali alberati. Il vero fine non è la pulizia delle strade, ma l'uso
delle foglie secche come combustibile. Ne riempiono enormi sacchi che
appendono ai bilancieri con cui trotterellano danzanti lungo le strade.
Altre vecchie accosciate accanto agli uffici delle poste e lungo il lago
nel centro di Hanoi espongono la loro botteghina per terra. Vendono
lacci e striscie di gomma, ricavati da vecchie camere d'aria; sono i
"ricambi" dei sandali Ho Ci Minh, cioè i sandali dalla suola ritagliata
da un vecchio pneumatico da camion. Vendono amache, piatte scatole di
latta che servono da portasigarette e vecchi accendini rimessi in uso.
Vendono spago filato e torto da loro, penne e pennini vecchi rimessi a
nuovo.
Non si butta via nulla in Vietnam: in una strada di periferia ho visto
una montagna di pezzetti di gomma, vecchissimi residui di pneumatici,
già adoperati per altri usi fino alla consumazione. Si raccattano anche
quelli e si usano per ricoprire altri pneumatici. Le biciclette non sono
soltanto biciclette, sono un mezzo di trasporto universale. Possono
portare una intera famiglia (quattro persone) , normalmente la moglie
del guidatore sta seduta sul portapacchi posteriore, ma moltissime
biciclette sono fornite di un complicato sistema di pali di legno che
aumenta la sua capacità di trasporto e di equilibrio. In Vietnam una
bicicletta può portare fino a settecentocinquanta chili.
Il lavoro comincia alle cinque del mattino. C'è una siesta, nel
pomeriggio, e tutti scompaiono: quelli che si vedono stanno accovacciati
sui talloni, o sdraiati con le gambe accavallate, fumano, dormono o si
fanno aria con un ventaglio. Chi non dorme scherza, ride.
Ho risposto prima alla seconda domanda perché da questa si può dedurre
la prima risposta. E cioè il livello di vita è legato strettamente non
soltanto al lavoro di tutti (industrie, cooperative, uffici, ecc.) ma,
forse principalmente, all'intraprendenza di ognuno. Ma poiché
l'intraprendenza è di tutti, la produzione corre parallela su due
binari, quello collettivo, statale, e quello individuale: con la
conseguenza di una varietà, di un arricchimento, di una dinamica interna
della produzione del paese.
È chiaro che il livello di vita medio è quello di un paese del Sud-Est
asiatico, comunista e in guerra. Ma innanzitutto è uniformemente povero
(a Saigon e nel Sud Vietnam gli squilibri nel livello di vita sono
abissali), poi è uniformemente vietnamita.
Quest'ultimo fatto è estremamente importante e non va mai abbastanza
sottolineato. Nel Sud Vietnam lo squilibrio maggiore nel livello di vita
è dato dalla sola presenza, dalla sola figurazione dei soldati e degli
oggetti americani che appaiono ai vietnamiti.
Anche in Sud Vietnam i vietnamiti sono vietnamiti, cioè posseggono la
stessa "arte di arrangiarsi", anzi superiore, che al Nord. Ma non si
arrangiano "tra di loro", bensì tra loro e le persone e gli oggetti
americani. In altre parole ciò che al Nord si può e si deve chiamare
utilità pubblica, perché l'arrangiarsi di ognuno è in fin dei conti
utile all'economia del paese, nel Sud diventa traffico privato che
arricchisce il singolo e indebolisce il paese. Al Sud tutti trafficano e
si arricchiscono: dall'uomo di governo al venditore di sigarette. E il
paese, la burocrazia, i servizi pubblici, le forze armate si sgretolano.
Quando dico povertà, riferendomi al livello medio di vita nel Vietnam
del Nord, intendo povertà contadina di un paese di campagna ricco.
Perché la campagna del Vietnam anche se più al Sud che al Nord, è molto
ricca.
Ma è pur sempre campagna e mostra perciò, nella "conduzione" della vita
quotidiana, 1e caratteristiche tipiche dei contadini di tutto il mondo,
che danno alla terra più che a se stessi: economia, risparmio.
essenzialità, secchezza, industriosità manuale, in una parola: povertà.
Qual è il ruolo delle donne?
Nella famiglia vietnamita era tradizione che la donna si occupasse di
cose materiali, cioè dell'organizzazione quotidiana della vita e l'uomo
si dedicasse invece ad altre attività, come l'attività politica
innanzitutto (altra tradizione vietnamita) o, più generalmente,
all'attività intellettuale. Le donne avevano nelle loro mani non
soltanto l'amministrazione del capitale famigliare, ma anche
l'amministrazione degli affari, il commercio e molta parte del lavoro
nei campi. Se le cose sono cambiate nel Vietnam del Nord (ma non nel
Sud, a Saigon presso le signore affariste è molto di moda la Ford
Cortina e presso i mariti la Lambretta) rimangono vivi in ogni caso lo
spirito e l'intraprendenza amministrativa e l'enorme capacità di lavoro
delle donne.
Lungo le strette dighe delle risaie si vedono file di donne con i
bilancieri carichi. Sono quasi sempre donne a portarli. Ho voluto
provare a mettermi in spalla uno di questi bilancieri chiedendolo a
prestito a una vecchia di più di settanta anni. Non sono riuscito non
dico a portarlo ma nemmeno ad alzarlo. Chi rifà le strade danneggiate o
distrutte dai bombardamenti sono le donne: ho visto centinaia di ragazze
molto giovani col volto bendato per proteggersi dalla polvere lungo
queste strade in riparazione: lavorano sotto il sole dall'alba al
tramonto.
Cosa fanno? Frantumano i massi cavati da una montagnola vicino alla
strada fino a farli diventare piccole pietre appuntite; li raccolgono in
mucchi; li trasportano fino alla strada su grandi panieri; li spargono
sulla strada di terra battuta per preparare il fondo ad altri sassi più
piccoli, alla ghiaia (fabbricata a mano anche quella) e infine allo
strato di bitume.
Queste ragazze lavorano non soltanto sotto il sole e alle temperature
che tutti conoscono ma accanto al forno de! bitume e loro stesse
spargono il bitume. E tuttavia sorridono sempre molto dolcemente, con
una dolcezza che da noi è quasi sconosciuta.
Negli organismi amministrativi e politici di Hanoi e dei capoluoghi di
provincia le donne occupano posti di
grande responsabilità. Ho visitato un villaggio Thai a circa duecento
chilometri da Hanoi. I Thai, minoranza etnica di ceppo siamese, abitano
case di legno costruite su palafitte, specie di grandi capanne di una
sola stanza dal pavimento di tek lucidissimo, con un focolare nel centro
e un piccolo focolare da un lato, intorno a cui si riuniscono gli uomini
a fumare la pipa ad acqua.
Il villaggio si trovava in una valle serpeggiante tra le montagne, molto
simile al fondo prosciugato di un lago, ora coperto dalla peluria verde
splendente che sorgeva dalle risaie. Il luogo era tiepido e ventilato,
percorso da richiami lunghi di uccelli e punteggiato qua e là da pigri
bufali immersi in pozze d'acqua gialla con ragazzini dormienti sulla
groppa. Il villaggio, che si sarebbe detto non soltanto escluso dalla
guerra, ma escluso dalla cognizione stessa della guerra, era formato da
una ventina di case.
In una di queste case mi ricevettero e mi offrirono il pranzo. All'ora
dei pranzo giunse una ragazza che mi fu presentata come la
capo-villaggio e deputato all'assemblea della provincia. Era stata messa
al corrente della visita di uno straniero e, dai campi dove lavorava,
era andata a casa per cambiarsi d'abito. Era vestita nel costume Thai,
una lunga gonna di seta nera dal bordo ricamato a mano e una camicetta
di seta azzurro pavone. I capelli lunghissimi erano raccolti in un
doppio nodo alla nuca. Portava due piccoli orecchini e alcuni
braccialetti d'argento fatti a mano, come tutte le contadine Thai.
Mostrava quindici o sedici anni, in realtà (poiché in Vietnam un uomo
può chiedere l'età a qualsiasi donna senza che questa si offenda) aveva
vent'anni. Era sposata da un anno e il marito era morto in guerra dopo
tre giorni di matrimonio. Conosceva soltanto la sua lingua ma parlammo
con l'aiuto degli interpreti. Era molto timida, rideva per questo e si
copriva il volto con le mani. Il volto era illuminato, vitalizzato
dall'interno dalla purezza chimica dell'eterna adolescenza. Volle sapere
se le donne italiane sono fedeli al marito (cosa dovevo rispondere?), se
esiste il divorzio, se hanno istruzione militare, se, come e quanto
lavorano, se amano il loro paese e infine se hanno rispetto di se
stesse.
Quando le spiegai il meccanismo della separazione coniugale (meccanismo
economico, avvocati, eccetera) sorrise e mostrò la sua disapprovazione
con piccoli suoni tra la lingua e i denti. Le dissi di parlarmi lei
degli stessi argomenti.
Mi spiegò che la fedeltà della donna in Vietnam è considerata non
soltanto la base della famiglia e della società, ma anche della politica
attuale. Poiché molte famiglie sono divise a metà, il marito al Nord e
la moglie al Sud, o il marito in guerra e la moglie a casa, il concetto
di fedeltà è un concetto politico, ha lo stesso significato della
fedeltà verso il proprio paese. Parlava lentamente, con voce lieve ed
era molto bella.
A questo punto bisognerebbe una volta per sempre stabilire i termini di
conoscenza e di definizione della bellezza, della grande bellezza delle
donne vietnamite in particolare, delle donne asiatiche in generale.
Il concetto di bellezza in Vietnam, come in Cina, e in tutto il Sud-Est
asiatico, è strettamente legato al concetto di bellezza interiore. Cioè
la bellezza fisica, esterna, apparente, deve essere per così dire
educata, decorata, nutrita dalla bellezza interna: la bellezza interna è
un "pneuma" (è necessario ricorrere ai greci) una sorta di ispirazione
morale, estetica e sociale che conforma, forma l'apparenza esterna.
Non una precettistica soltanto. ripeto ispirazione. Ispirazione nel
senso di libera, creativa interpretazione della precettistica, di
individuale produzione di “charme”, una somma di modi, di proporzioni,
di suoni vocali, di armonia dinamica delle varie parti del corpo,
insomma è quello che la giovane signora Thai ha definito con la frase:
rispetto per se stesse.
Questa ispirazione è di tutte le donne del Nord Vietnam, giovani o
vecchie. Si capisce che alcune sono fisicamente belle, altre meno. Ma
anche quelle che lo sono meno possiedono appunto quei modi che le
rendono belle.
Quanto alla bellezza che si vede essa è composta dai seguenti elementi,
dalle seguenti materie; pelle color ambra, più o meno pallida a seconda
delle regioni, liscia, senza peluria, lucente e uniformemente tesa su
tutto il corpo, in particolare sul viso, all'inizio del taglio interno
ed esterno delle palpebre, sulla gola e il collo molto sottile.
Capelli neri, fitti, robusti e lucidi, quasi blu, lunghi fino a metà
polpaccio. Ad Hanoi, ma soltanto ad Hanoi molte donne si tagliano i
capelli e li arricciano.
Occhi neri e molto dolci, lunghi, dalla cornea candida.
Denti perfetti. (Si vedono anche donne — e uomini — con denti sporgenti
e grosse gengive sporgenti, il fatto è dovuto a sottonutrizione
ereditaria e in ogni caso posseggono altri elementi già nominati che le
rendono belle).
Labbra lievemente gonfie e quasi pulsanti, alonate da una sottile linea
di pallore.
Mani belle secondo la convenzione occidentale della bellezza delle mani,
più brune, più nervose.
Corpo piccolo, snello, spesso magro, o appena poco più che magro e
uniformemente curvilineo.
Chiedo scusa alle donne vietnamite del brutale e materico elenco, ma se
le fotografie non bastano ancora a far non solo vedere ma soprattutto
intuire la loro bellezza a chi vuole a tutti i costi riconoscerla
soltanto nelle "morgues" dei grandi manifesti pubblicitari di bibite o
nelle più patetiche, o volgari o imperialistiche convenzioni
dell'eleganza e del "maquillage" mondiale a me non resta che spiegare,
cercar di spiegare: chi non capisce, chi non intuisce, pazienza.
QUANTE DISTRUZIONI HA LASCIATO LA GUERRA?
Strade, ponti e ferrovie portano ancora le tracce dei bombardamenti e
della distruzione. Dovunque si traversi un fiume, piccolo o grande, si
scorgono ponti distrutti, ricostruiti, distrutti, ancora una volta
ricostruiti, uno a fianco dell'altro. La campagna nei pressi dei ponti è
sconvolta dai crateri delle bombe e tutti gli edifici in prossimità dei
ponti sono danneggiati gravemente o distrutti.
Sono stati bombardati ospedali, chiese e sanatori in riva al mare.
Dovunque passa la ferrovia in direzione Sud, in molti punti si possono
vedere ancora le carcasse di vagoni ferroviari rovesciati a qualche
distanza dalle rotaie, nei campi e nelle risaie. Fabbriche, depositi e
grandi edifici all'estrema periferia di Hanoi sono stati bombardati e
distrutti.
Al centro di Hanoi ho visto due case distrutte. A parecchi mesi di
distanza dalla fine dei bombardamenti e tenendo conto della rapidità con
cui i vietnamiti lavorano alla ricostruzione (riempiendo i crateri e
livellando i terreni delle risaie, per esempio) è difficile, oggi,
rendersi conto esattamente dei danni prodotti dai bombardamenti. Che del
resto tutti conoscono attraverso testimonianze che hanno preceduto la
mia.
Ma l'interrogativo più angoscioso e urgente, oggi, per un europeo che
visiti il Vietnam, non è quello che riguarda i danni gravi e inumani che
sono stati inflitti a quel paese fino a pochi mesi fa, quanto l'idea che
ha prodotto quei danni: cioè l'idea insieme puritana e padronale della
punizione, la violenza di chi si crede forte contro chi crede debole, la
prepotenza del grande paese verso i1 piccolo paese e, soprattutto,
l'intollerabile superbia di chi pretende imporre con la ricchezza dei
mezzi tecnici di distruzione il proprio concetto (teoria e prassi) di
libertà in un paese molto lontano dal proprio, con cultura molto più
antica e diversa dalla sua, e soprattutto con una teoria e una prassi di
libertà, nate da quella cultura, del tutto inconciliabile con la sua.
Ricordo bene il volto di Westmoreland, la sua artificiale e industriale
compattezza, la sua impermeabilità fisica e mentale, quando mi disse,
due anni fa, che gli americani stavano in Vietnam per aiutare il popolo
vietnamita a scegliere la propria libertà: con le conseguenze che tutti
conoscono. E ricordo anche il mio sbalordimento per la sua assenza di
dubbi. Eppure, per lui, personalmente, come uomo che pensa, sarebbe
bastato percorrere la campagna (come faceva, ogni giorno, ma in
elicottero) per capire che il popolo del Vietnam è un popolo per
l'ottanta per cento contadino e che l'abisso tra l'industria (americana)
e la natura (vietnamita) era così profondo e ogni giorno di più
incolmabile che il concetto di libertà era da mettere in discussione
ancor prima delle azioni di guerra. E che appunto, l'idea stessa di
usare la violenza bellica in territorio altrui non sarebbe affatto
servito a colmare quell'abisso ma l'avrebbe reso ancora più profondo:
sviluppando una produzione di odio umano infinitamente superiore alla
produzione di forza industriale.
Che peso ha la cultura, sia occidentale che locale?
Ho già parlato dell' "arte di arrangiarsi" dei vietnamiti: e ho parlato
anche di innesto tra cultura razionalistica (confuciana), locale, e
logica cartesiana. A differenza dei cinesi, con i quali il rapporto è
difficile, i vietnamiti sono molto comunicativi e molto espressivi; in
altre parole sono, al tempo stesso, uomini naturali e culturali. Anche i
cinesi lo sono, in modo molto più rarefatto e aristocratico, ma nei
cinesi manca Cartesio: manca cioè il pensiero-base che ha costruito,
sorretto e illuminato la cultura moderna occidentale. Questo
pensiero-base è stato assorbito dai vietnamiti con una rapidità
stupefacente e attraverso una tecnica per così dire combinatoria:
scegliendo i vantaggi e scartando i pericoli.
Questo fenomeno di meticciato logico e culturale ha prodotto una media
alta di persone colte o di persone che desiderano diventarlo. Esempio:
un'edizione di ventimila copie di qualsiasi libro è esaurita nella sola
città di Hanoi in tre o quattro ore. Le bancarelle di libri non si
contano. Chi conosce la lingua francese legge, in francese, tutto ciò
che trova. Il professor Dong, uno dei miei accompagnatori, era al
corrente della letteratura francese contemporanea non meno di un nostro
professore d'università di lingua e letteratura francese. L'associazione
degli scrittori vietnamiti è composta di uomini molto colti. Nguien Tuan,
un saggista settantenne che ha avuto la cortesia di accompagnarmi
all'aeroporto, è notissimo non soltanto nel Nord-Vietnam, ma anche nel
Sud dove si stampano regolarmente le sue opere. E' stata creata una "peninière"
di giovani scrittori, scelti tra soldati, contadini ed operai; hanno
cominciato come dilettanti, ora hanno uno stipendio che li esenta dal
lavoro per un anno, per poter scrivere se ne hanno voglia.
Ne ho incontrati una decina, tra uomini e donne. Stavano in campagna,
riempivano di scrittura fogli che sembravano di stampa, lavoravano
nell'orto e leggevano. Cosa leggevano? Tutto, tutto quello che trovavano
tradotto, da Tolstoi a Shakespeare, da Hemingway (molto amato) a Graham
Greene, da Pratolini ("Cronache di poveri amanti" è l'unico libro di
autore italiano contemporaneo tradotto in Vietnam del Nord)
al libro di Bandi sui Mille.
Anche Garibaldi è molto amato. Uno dei giovani scrittori mi ha cantato
"Bandiera rossa" in italiano. Voglio precisare che la lettura non è una
passione soltanto ad Hanoi: dovunque sono stato, ho visto persone che
leggevano. In campagna ho incontrato un vecchio che leggeva un manuale
di astronomia. Gli ho chiesto perché gli piaceva leggere e mi ha
risposto: « Chi non ha curiosità di sapere è debole ».
Quali sono i rapporti con il Pathet Lao?
Nei giorni in cui stavo ad Hanoi una delegazione del Pathet Lao è venuta
a trovarmi in albergo alle sette del mattino, ora ideale per gli
appuntamenti in Vietnam. Non esiste ancora una rappresentanza ufficiale
ma di fatto esiste ed è composta da uomini politici appartenenti al Neo
Lao Haksat (fronte patriottico del Lao) e del partito neutralista del
Laos. Non so quali siano, nei dettagli, i rapporti tra il governo del
Nord Vietnam e il principe Souphanouvong, presidente del comitato
centrale del Neo Lao Haksat, posso però dire che la sola via per
raggiungere le zone liberate del Laos è Hanoi e le frontiere nord
occidentali del Vietnam. In queste zone, esattamente nella provincia di
Sam Neua, ha sede il comitato centrale e il grosso delle forze di
guerriglia che operano in vari punti del paese, spingendosi fino alla
provincia di Xieng Khouang, a circa duecento chilometri da Vientiane,
capitale del Laos. Il capoluogo di questa provincia è stato raso al
suolo in questi giorni da aerei da bombardamento governativi: la ragione
è che la città, più volte perduta, e ripresa, era da parecchi mesi nelle
mani delle forze patriottiche. 11 corrispondente della "Pravda" da Hanoi.
Ivan Chtchedrov e il corrispondente della agenzia Novosti, Victor
Doubograi, che passano un mese ad Hanoi e un mese nelle zone di
guerriglia del Laos, mi hanno parlato di bombardamenti americani in
territorio Laos. Altre informazioni raccolte da uomini politici del Laos
e da guerriglieri laotiani mi hanno confermato che i bombardamenti
americani nel Laos si susseguono senza tregua giorno e notte dai primi
mesi del 1969.
Qual è l'atteggiamento del governo e del popolo nei confronti delle
religioni?
Ufficialmente si dice che vi è assoluta libertà di religione. E' noto
che nel Vietnam del Nord c'erano molti cattolici. Lo prova il
grandissimo numero di chiese che si vedono ad Hanoi e in tutto il
territorio del Nord Vietnam. Sono vere e proprie cattedrali che sorgono
al centro di paesi e villaggi anche piccoli. Alcune di queste chiese
sono danneggiate o distrutte dai bombardamenti. Molte altre sono
sbarrate. Ho visitato una pagoda deserta. I piccoli templi per il culto
degli antenati, che sorgono dovunque, sono deserti ma le offerte pendono
dal soffitto in abbondanza e bastoncini di incenso si consumano
languidamente nei bracieri,
Quali sono i rapporti coi cinesi?
L'opera di Mao Tse-tung è diffusa?
Non ho visto soldati o civili cinesi nel Vietnam del Nord e ad Hanoi, ad
eccezione di pochi appartenenti al corpo diplomatico. Ho visto un numero
molto maggiore di sovietici. Quanto ai "rapporti" sono quelli che tutti
sanno e che, personalmente, posso riassumere in una sola testimonianza
diretta. All'aeroporto di Nanning, città cinese nei pressi della
frontiera vietnamita e ad un'ora di volo da Hanoi, ho visto una
cinquantina di vietnamiti. Posso solo presumere che fossero soldati
perché molti non portavano divisa. Soldati che si trovavano in Cina per
seguire corsi di istruzione militare? Sono partiti per Hanoi
contemporaneamente a me, su un aereo privo di insegne. L'opera di Mao
Tse-tung è diffusa. Qualche bambino vietnamita porta il distintivo del
presidente cinese. In alcune case di campagna ho visto appeso il
ritratto di Mao Tse-tung. Molto diffuse sono le copertine rosse di
plastica che contengono il libretto delle citazioni. Se si sfila il
libretto le copertine si presentano come un piccolo portafogli rosso a
due tasche. Molti vietnamiti usano questo portafogli mostrando così, una
volta di più, la loro capacità di tradurre immediatamente in pratica
l'insegnamento di Mao Tse-tung (contenuto nel libretto delle citazioni)
e, del presidente Ho Ci Minh: «Bisogna contare sulle proprie forze ».
GOFFREDO PARISE

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