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Pedalando per
Hanoi
L'ultima persona che mi aveva urlato di togliermi le mani
di tasca era stato un insopportabile professore di ginnastica. Avevo 15
anni, l'età in cui si ciondola credendosi chissà chi, e mi ero sentito
molto imbarazzato. Pensavo che quei giorni fossero ormai passati per
sempre, ma una guardia del mausoleo di Ho Chi Minh di Hanoi non la
pensava così. Mentre la coda avanzava lenta davanti al corpo mummificato
del padre fondatore del Vietnam moderno, la guardia mi gridò qualcosa
indicando il mio pollice infilato nella tasca dei jeans. Di nuovo
sentii la stessa sensazione di allora: imbarazzo e rabbia impotente.
Adesso era anche peggio, perché il bambino davanti a me aveva tutte e
due le mani affondate nelle tasche dei pantaloni della divisa
scolastica, ma a lui era stata risparmiata l'ignominia.Una regola per il
vietnamita patriottico, un'altra per gli infedeli occidentali.
Il Vietnam è a uno stadio di sviluppo notevole, ma quello che i
depliant turistici non ti dicono è che, per gli occidentali, è un Paese
tra i più frustranti in cui si possa viaggiare. Non è tanto una vacanza
quanto un trekking tra le residue bizzarrie del comunismo, un esercizio
di pazienza e di sangue freddo.
Il mausoleo di Ho Chi Minh è gelido e silenzioso. Il fondatore
del partito comunista vietnamita e primo presidente del Vietnam del
Nord, che avrebbe oggi 115 anni, giace in una teca di vetro, vestito di
nero e con la barbetta a punta, presidiato ai lati da soldati rigidi
come stoccafissi.
È una tomba venerabile e al contempo pubblica, il contrario di ciò che
il vecchio zio Ho avrebbe voluto. Ho Chi Minh aveva chiesto che il suo
corpo fosse cremato. Invece, sta intrappolato in una scatola a
temperatura e umidità controllate, come una scatola di avana, con la
gente che gli sfila davanti fissandolo a bocca aperta, e una volta
l'anno viene rispedito ai tassidermisti russi per ritocchi.
Fuori dal silenzio sterile del mausoleo, Hanoi brulica di vita. Qui
guidare è impresa temeraria, e la maestria del clacson è un'arte
consumata. Il modo migliore per muoversi nel traffico è noleggiare una
bicicletta. I vietnamiti penseranno che sei pazzo a prendere quel
primitivo mezzo di trasporto: se loro avessero i tuoi soldi si farebbero
vedere in giro almeno su una motocicletta Honda Dream.
Uno dei vantaggi del De Syloia Hotel sono le bici gratuite, costruite
modellando il bambù su una struttura di acciaio. Quando pedalate,
seguite gli altri ciclisti. Se il vostro fiume di ciclisti decide di
passare con il rosso, assecondatelo. Infrangere la legge qui è quasi
impossibile e queste manifestazioni di disobbedienza di massa sono
esilaranti.
La zona migliore da esplorare in bici è l'Old Quarter, il vecchio
quartiere cinese delle corporazioni, un dedalo di trentasei stradine,
ciascuna con il suo commercio specifico. Nel XIII secolo la gente di
Hanoi era giudicata in base all'indirizzo. Benissimo per chi viveva in
via del Cotone o nella via degli strumenti a corda, ma non oso pensare
alla reputazione di chi stava nelle vie del pesce conservato o dei
gamberetti secchi.
Silk Street, la via della Seta, è un paradiso dello shopping, con
centinaia di camicie ricamate, biancheria intima, sciarpe e giacche di
velluto a prezzi criminalmente bassi. Le bancarelle sono strapiene di
oggetti di lacca di colori vivaci: scatoline, piattini, e ciotole che
risplendono d'oro e d'azzurro ceruleo. Poi ci sono gli orologi di marca,
tutti inesorabilmente contraffatti, compresa la pubblicità. I venditori
ambulanti di frutta e di baguettes che magnificano i loro prodotti
urlando con voce stridula e nasale.
Nel centro, geografico e spirituale, della città c'è Hoàn Kiém Lake, il
lago dove, fin dal primo mattino si viene a rimirare la propria immagine
riflessa nello specchio dell'acqua e a esercitarsi nel tai chi, la
ginnastica tradizionale, una combinazione di gesti lenti e versi
gutturali. Mentre passeggio tra i mattinieri ginnasti, la vedo: è Hoàn
Kiém turtle, la tartaruga del lago che non si faceva vedere da anni. Un
buon auspicio, mi dicono, per il viaggio che sto per intraprendere.
Sul treno
tartaruga
La mattina Hoang Kim vende il pane alla stazione centrale di
Hanoi, dalle 5 e 30 fino all'esaurimento della sua scorta. È buon pane
fresco e dorato, dal profumo vagamente francese. Per forza, la ricetta è
francese, sopravvissuta alla sconfitta di Dien Bien Phu e all'offensiva
americana.
Il pomeriggio, la donna vende pulcini alla stazione di Long Bien,
all'imboccatura dell'antico ponte Raul-Doumer, sul fiume Rosso. Ha un
permesso ufficiale delle autorità per esercitare il suo commercio, un
formulario giallo su cui è stampigliato il motto nazionale: «Doc Lap, Tu
Do, Hanh Phuc» (Indipendenza, Libertà, Felicità). Pertanto, può occupare
il marciapiede prima dell'arrivo dei viaggiatori, il cui flusso è
regolamentato da controllori in uniforme da poliziotti, come in tutto il
resto del Paese.
la ferrovia tra le case di Hanoi
Per andare da una stazione all'altra, Hoang Kim prende il treno che
attraversa Hanoi da nord a sud. Il treno s'inoltra nel cuore della
città, rasentando i muri delle case come un elefante in un corridoio. I
suoi binari sono di grande utilità per la gente che ci vive accanto.
Spazi di gioco per i bambini, laboratori all'aria aperta per gli
artigiani del legno, incudini per i fabbri, cucine a cielo aperto,
angoli tranquilli per le giovani coppie o per i consumatori di eroina.
Sgabelli per i crocchi di anziani.
La ferrovia vietnamita è molto rappresentativa di questa parte
dell'Asia: è la vita in sintesi. Così come i binari non restano mai uno
spazio inutilizzato, i treni e le stazioni formicolano di un'attività
pressoché continua, dal nord dell'India al sud della Malesia. Le
stazioni qui sono ben più che semplici fermate. Come mai? Perché questi
leggendari espressi trasformano qualsiasi viaggio in un'esperienza
unica, durante la quale si può mangiare, dormire, e soprattutto s'impara
ad accettare l'esasperante lentezza del tempo.
Le ferrovie ritmano l'anima del viaggio. Come accade sulla Hanoi-Ho Chi
Minh City (ex Saigon), la Transindocinese: 1726 chilometri in una sola
tratta, con pochissime zone di scambio per gli incroci. Basta che un
treno accumuli ritardo, che trascina gli altri nella sua scia. Bisogna
prevedere da trentadue a quarantuno ore di viaggio su questa linea la
cui sola esistenza è un successo, tanto è movimentata la sua storia.
Costruita a partire dal 1899, la ferrovia consentiva di collegare Hanoi
a Saigon già nel 1930. In seguito fu molto utilizzata dai giapponesi
durante la seconda guerra mondiale. Rinnovata dopo il 1945, fu
gravemente distrutta al tempo della guerra d'Indocina. Prima daiVietminh,
poi dai francesi. Nuovamente restaurata, fu bersaglio delle bombe
americane durante la guerra del Vietnam. Si vedono ancora oggi gli
enormi crateri lasciati dalle esplosioni in prossimità dei ponti e delle
stazioni nel nord del Paese.
Subito dopo la riunificazione, il governo decise di ristabilire il
collegamento ferroviario tra il nord e il sud in quanto simbolo
dell'unità nazionale. Il Thong Nat (Espresso della Riunificazione),
inaugurato il 31 dicembre 1976, poteva finalmente collegare Ho Chi Minh
City ad Hanoi. A quella data erano stati riparati 32 gallerie, 160
stazioni, 1400 scambi e 1334 ponti. Oggi la rete ferroviaria vietnamita
si dipana per più di 2600 chilometri, da Ho Chi Minh City fino al nord.
Si snoda lungo la costa, lungo il golfo del Tonchino, penetra nella
giungla per avvicinarsi alla frontiera laotiana, poi ritorna a
costeggiare le spiagge deserte del mar della Cina:Vinh, Hue, Danang,
NhaTrang... Fermate brevi, stazioni pulite, il tempo di precipitarsi nei
piccoli negozi installati sulle banchine, traboccanti di derrate di
ogni genere, o di attendere che gli ambulanti invadano i vagoni. Poi
il convoglio riprende il suo cammino. Lentamente.
A quaranta ore dalla partenza da Hanoi, si arriva a Ga Saigon (la stazione
di Ho Chi Minh City) verso le cinque del mattino. Folla silenziosa,
intorpidita, ubriaca di viaggio e di paesaggi, che discende da un treno
ormai diventato amico.
Ga Sai Con, stazione di grandi solitudini. Se si ha la fortuna di restare
«intrappolati» sui marciapiedi di transito, nell'intervallo tra due
arrivi di treno, ci si ritrova immersi in strane eternità di calma.
Eccezione asiatica, estremo opposto dell'India. Niente ressa. Pulizia,
disciplina. Dopo che la folla ha lasciato i marciapiedi, restano solo
poche anime, qualche cappello a punta, qualche monello a torso nudo.
Immobilità e silenzio. Contrasto siderale con la strada e le sue
pericolose maree di due ruote. I chioschi dei venditori chiudono uno
dopo l'altro, nascondendo le loro fragili muraglie fatte di lattine di
birra, di pacchetti di biscotti e di sigarette, di giocattoli. Smontano
le piramidi di frutti tropicali. Alcune spazzine si danno da fare
lentamente nella cappa umida del pomeriggio, prima che arrivi la brezza
miracolosa. Un tecnico si infila sotto i vagoni immobili e batte le
ruote con il suo martelletto di controllo. Si passa il tempo giocando a
carte, guardando un sacchetto vuoto che svolazza per una folata d'aria,
o facendo un sonnellino in un vagone. Le centinaia di seggiole e
tavolini di plastica blu sono vuoti. Il vento è tiepido. Non succede
niente. Immobilità totale, tempo sospeso, cancellato. Poi,
impercettibilmente, l'attività riprende. Molto lentamente, i negozi su
ruote s'incamminano verso un marciapiede deserto: sta per arrivare un
treno. I tecnici si risvegliano, si raggruppano. L'arrivo è alla
piattaforma numero 6. Una voce si mette a miagolare negli altoparlanti.
C'è un clima di attesa, ci si tiene pronti. Il convoglio finalmente
entra in stazione con un lungo fischio, i viaggiatori più impazienti
lanciano i loro fagotti dai finestrini. Li recupereranno dopo essere
saltati a terra, prima ancora che il treno si fermi. Poi scendono decine
di donne con il cappello a cono, il viso protetto dal sole, seguite dai
bambini e dai mariti. Ressa, nervosismo, anche se hanno fatto un viaggio
breve, non vedono l'ora che finisca. I marciapiedi saranno spazzati, i
treni ripuliti, le lenzuola delle cuccette cambiate, e la calma
riprenderà il sopravvento. Di nuovo. Con lentezza, il ciclo
ricomincia.
Sotto i
bombardamenti di Saigon
Nel cielo sconvolto di Ho Chi Minh City, che nell'ex Saigon
tutti chiamano sbrigativamente HCMC, il bombardamento ha inizio poco
prima del crepuscolo. Flash di luce rigano la facciata dell'Hotel
Equatorial, grondante di pioggia. Inutile cercare con gli occhi le
leggendarie silhouette degli Haeys, gli elicotteri di evacuazione
sanitaria della guerra del Vietnam. Ci sono però i pionieri della
Rivoluzione che, foulard rosso, tamburi battenti, hanno aperto le
ostilità. In un gioco di luci stroboscopiche, esplodono le prime bombe:
ma libereranno solo nuvole di lustrini. Benvenuti al dodicesimo
anniversario della Vietnam Investment Review, la rivista di economia e
di finanza pubblicata dal ministero della Pianificazione della
repubblica socialista del Vietnam. Sera di temporale alla fine del
monsone. Al primo piano dell'Equatorial, hotel di gran lusso, la festa è
patrocinata soprattutto dalla birra Forster. Una cameriera con un
cappello da cowboy e una vertiginosa minigonna serve bicchieri a ritmo
da catena di montaggio. Gli invitati, quasi esclusivamente vietnamiti,
portano tutti un numero: cosa che dà alla serata l'aria di un film di
James Bond sponsorizzato da una marca di shampoo. «Salve numero due», mi
apostrofa una ragazza. «Sono il numero sedici», mi sussurra rifilandomi
un biglietto da visita. È specializzata in marketing & strategie
business. Business, la parola magica che ha scacciato da Ho Chi Minh
City i cappelli conici. Addio cyclo, biciclette e ragazze in ao dai, il
vestito tradizionale. Le giovani di Saigon si muovono ormai su
motociclette dalla linea aerodinamica, con gli occhi protetti da
occhiali di Versace o di Gucci.
Le moto Honda, star degli anni Novanta con i loro dolci nomi Dream, Wave o
Future sono ancora le più numerose, ma non sono più il massimo della
moda. Dalle sei del mattino, gli abitanti di Saigon fanno rombare il
motore del loro scooter Attila o Honda Stream da 3000 euro, o si mettono
al volante di un 4x4 Ford o Toyota. Si buttano in un balletto incessante
nelle vie straboccanti di rivenditori di telefoni Nokia e di
negozi di vestiti, che espongono in vetrina foto di sublimi vietnamite
in abiti aderenti.
Gli orfani dello zio Ho hanno ormai abbracciato il credo dello zio Sam e
delle tigri asiatiche, guardando dritto davanti a sé e premendo
l'acceleratore. La politica? Non sanno che farsene. Non ne vogliono
sentire parlare. Quello che fa smaniare la gente è la voglia di avere
soldi in tasca. L'individualismo ha il vento in poppa. La Saigon di “Un
americano tranquillo”, il film tratto da Graham Greene, delle donne
annamite e dei nonnetti ha subito uno notevole svecchiamento. Più della
metà della popolazione ha meno di vent'anni. Provate a parlar loro della
guerra, del comunismo: la storia interessa molto meno del display a
colori dell'ultimo telefonino Samsung, in vendita al Diamond Plaza, il
grande magazzino chic che ha appena aperto dietro alla cattedrale e alla
posta, a un centinaio di metri dal palazzo della Riunificazione. Al
primo piano si può giocare a bowling, andare al cinema o frequentare i
più bei golf club del pianeta. Lo spettacolo della Saigon di oggi
potrebbe far rivoltare nella sua teca di vetro il venerabile zio Ho, che
nella ex Saigon è presente solo in effigie. I suoi ritratti costellano
tutti i muri pubblici.
Nel weekend. La gioventù dorata di HCMC invade i centri commerciali. Ogni
volta, il cocktail è lo stesso: fastfood, bowling, sale di biliardo,
giochi video e musica assordante. Più tardi, si fa rotta verso i reparti
dei supermercati e i saloni di bellezza, che spuntano in continuazione
dappertutto. Non si contano le proposte di cure sbiancanti. Non
sorprende. La parola d'ordine per le donne di Saigon che vogliono
apparire eleganti è avere la pelle chiara. Prima di inforcare le due
ruote, ogni donna si munisce, oltre che della mascherina per proteggersi
dall'inquinamento, di un caschetto e di guanti che coprono le braccia
fino alle spalle. In città si vedono enormi manifesti dei cosmetici
Shiseido: la modella che vi campeggia è un'occidentale dall'incarnato
trasparente.
La notte comincia. Le ragazze, ma anche i ragazzi, si infilano occhiali da
sole e T-shirt griffate Hugo Boss, Gucci o Dolce & Gabbana, e vanno a
scatenarsi al Liquid, al ritmo della musica techno, scandito dalle luci
stroboscopiche. Oppure si mescolano ai residenti stranieri che invadono
la pista di un locale notturno il cui nome suona in qualche modo
ironico: Apocalypse Now.
Quando arriva il lunedì, vanno all'università a seguire corsi di
economia o di inglese, o sognano di ottenere un "mba" (master in
business administration) all'estero. Anche la prima damigella di Miss
Vietnam frequenta un master di marketing a HCMVC. |