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Regione EMILIA ROMAGNA – Atti Consiliari
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II° Legislatura – Discussioni
Seduta del 28 giugno 1979 -
Dibattito sul Viet Nam Riportiamo di seguito un
intervento di Antonio Panieri, Consigliere Regionale della Regione Emilia
Romagna, durante un dibattito sull'aiuto ai profughi vietnamiti.
Leggendolo, chi lo ha conosciuto, ritroverà in questo discorso il carattere
di quest'uomo, bolognese doc, forte interprete del ruolo di elemento di
collegamento tra la base sociale e i vertici degli Enti Pubblici per il
conseguimento di iniziative rivolte alla solidarietà internazionale. In
questo ruolo che la storia gli ha consegnato durante la guerra del Viet Nam,
Antonio ha dato il meglio di sé. PRESIDENTE: Grazie, collega Poma. Ha chiesto di parlare il collega
Panieri. Ne ha facoltà.
PANIERI: Signor Presidente, colleghi consiglieri, abbiamo tutti ascoltato le
dichiarazioni della Giunta e preso atto dell'assunzione di suoi precisi
impegni, unitamente agli enti locali della nostra Regione, per affrontare
concretamente il problema, che qui stiamo discutendo, di creare tutte le
premesse finanziarie, psicologiche, sociali e materiali affinché nella
nostra regione possa essere accolta una parte di profughi vietnamiti
provenienti dal Sud-Est asiatico.
Siamo anche d'accordo che di questo impegno sia stato informato il Governo,
per sollecitarlo nel contempo a farsi promotore di un incontro nazionale tra
quelle regioni che già si sono dichiarate disponibili.
Siamo d'accordo che non dobbiamo disperdere energie e mezzi perché si tratta
di salvare delle vite umane e in tal senso, come gruppo PCI, ci siamo mossi
da ieri mattina nei confronti degli altri gruppi per arrivare ad una mozione
unica, da votare questa sera in Consiglio, che sottolinei l'impegno fattivo
e concreto della Giunta e dei Gruppi consiliari per compiere assieme
un'opera di solidarietà umana tra le più difficili da realizzare. Purtroppo
non ci siamo riusciti, nonostante avessimo detto chiaramente che non
intendevamo togliere a nessuno il diritto di esprimere giudizi politici al
riguardo come il testo da noi stessi proposto difatti conteneva. Si trattava
tuttavia di avere un confronto che non ricadesse nel pesante clima
anticomunista che avemmo nel precedente dibattito dell'aprile scorso e i
presupposti non mancavano per raggiungere questo.
La Giunta, attraverso il presidente Turci, con molta tempestività, aveva già
dichiarato due settimane fa di essere pronta ad assumere questo impegno
verso i profughi e ancora, con tempestività e senza clamore, ha già
incontrato i sindaci dei comuni capoluogo e i presidenti delle province, per
organizzare gli interventi e la solidarietà a livello delle nostre otto
province e senza esclusione di altre iniziative che Comitati religiosi o
civili vorranno perseguire nella comune azione di solidarietà.
La Giunta si è messa quindi sulla giusta strada, noi l'appoggeremo affinché
i suoi propositi abbiano i risultati più positivi. Il dibattito che fino a
questo momento si è svolto, escluso pochi interventi, credo abbia dimostrato
che dietro la tragedia dei profughi non ci sia tanto la volontà di vedere
tutti assieme i modi e le forme per ospitarli — intendo il vitto,
l'alloggio, il lavoro, la scuola, l'assistenza sanitaria e quanto altro si
dovrà tare per non cadere nel pericolo di ghettizzarli — ma bensì per
calpestare l'immagine del Vietnam e per tutto quello che questo martoriato
paese ha dato ed ha fatto non solo per sé ma per tanti popoli nel mondo. Ci
si è rivolti contro di noi comunisti con un'aria di sfida e d'intimazione
per costringere anche me a non pronunciare più parole come società o stato
socialista.
Già nell'altro dibattito sulle cause dei conflitti nel Sud-Est Asiatico
avevamo risposto che non abbiamo alcun interesse di buttare a mare la nostra
storia e la nostra identità come invece altri hanno fatto.
Siamo fieri del nostro internazionalismo e credo che ce ne siano grati i
profughi politici, spagnoli, greci, mozambicani, angolani e cileni (che sono
ancora in Italia) per i quali in tanti anni (di questo dopoguerra) abbiamo
dato un forte contributo economico e una testimonianza di solidarietà umana,
sociale e politica, accogliendoli nel nostro Paese, nella nostra Regione per
poi consentir loro di ritornare, come hanno fatto, nei loro paesi quando
questi si sono liberati dall'oppressione fascista e dal dominio coloniale. E
anche per loro nonostante fossero profughi politici è stato duro e difficile
vivere lontano dalla loro patria.
Da parte nostra vogliamo affrontare il problema dei profughi vietnamiti non
solo con spirito e sentimento umanitario ma anche con realismo politico e
amministrativo. Come riuscirà ad affrontare la nostra Regione e il nostro
paese questo angoscioso problema, tenendo conto che giornalmente ogni
episodio o racconto, vero o falso che sia viene riportato sulla stampa in
modo tale che, anziché allargare i sentimenti della solidarietà umana,
provoca scontri, diffidenze e incomprensioni? È tanto vero questo che
Monsignor Giovanni Nervo, vicepresidente della Caritas Italiana, scriveva
sull'Avvenire del 24 giugno: « sono realistiche certe cifre che vengono
proposte nel nostro paese: accogliere 50.000 profughi, 80.000 o soltanto
5.000? Non c'è il pericolo di lasciarsi prendere la mano dall'emotività e
magari dalla demagogia o dalla strumentalizzazione giornalistica delle
notizie? ».
A questo interrogativo il vicepresidente della Caritas dava innanzi tutto
una prima risposta fornendo i dati dei profughi non solo dal Vietnam, ma
dalla Cambogia e dal Laos per avere una visione realistica del problema e
delle sue dimensioni, ma aggiungeva anche altre considerazioni politiche ed
economiche che riprenderò. Ringrazio perciò il collega Gentili di avere
letto questi dati che sono anche una risposta a quanti in quest'aula hanno
con troppa leggerezza e strumentalizzazione fatto dei numeri che non
corrispondono alla realtà. Ma al di là di questo, anche se la cosa non è di
poco conto, il problema esiste in tutta la sua gravità e, ripeto, bisogna
affrontarlo.
Noi comunisti ci stiamo assumendo precisi impegni e quando diciamo di fare
una cosa lo sapete che riusciamo a farla, senza camuffamenti e deformazioni.
C'è invece chi vuole affrontare il problema dei profughi allo stesso modo di
quelli del Comitato della nave di Genova, mi riferisco in particolare al
collega Bartolini; ma quelli della nave, nonostante i meeting, gli incontri
nei grandi alberghi e altre cose di questo genere farcite da un violento
anticomunismo, antisovietismo e soprattutto da una rivalsa antivietnamita,
hanno dovuto ammettere il fallimento della loro iniziativa politica perché
per quanto sia facile fare dell'anticomunismo, più difficile è farsi capire
e seguire dai lavoratori, che al di là dei miti, hanno ancora nel loro cuore
il Vietnam.
Dicevo che noi cercheremo di lavorare tenendo conto anche di questo. Del
resto ci preoccupiamo di vedere come venire incontro a questo tipo di
profugo, per la sua storia, la sua cultura, la sua tradizione ed è tanto
vero questo che qualcuno ha suggerito anche di esaminare tra i tanti
problemi anche quello di trovare insegnanti che parlino il cinese, per
preparare testi scolastici...
FIORINI: Parlano il francese.
POMA (PRI): Per carità, Panieri, basta il francese. Non diciamo delle
assurdità!
PANIERI: Poma, io ti ho ascoltata con molto rispetto, e voglio dirti che pur
non condividendo tutto quanto hai detto sei stata molto equilibrata, ma
queste assurdità le dice chi viene dopo avere visitato i centri in Malesia,
in Tailandia e ad Hong-Kong. I profughi là sono in grande maggioranza di
origine cinese e la maggior parte di loro, ripeto, perché è stato detto e
scritto, parlano solo il cinese.
STEFANINI (PLI): Ma non lo dice l'« Espresso »!
PANIERI: No, non lo dice l'Espresso. Cercavo non tanto di porre un problema
angoscioso, come dire « siccome parlano il cinese non li prendiamo »; e no!
Abbiate pazienza! Volevo solo dimostrare che il problema va affrontato
nonostante le difficoltà ed evitare, se è possibile, proposte del tipo
avanzato dal Sindaco di un Comune dell'Oltrepo pavese che...
BARTOLINI (PSI): Permetti, Panieri. Guarda che per mangiare anche i
vietnamiti aprono la bocca. Hanno soprattutto bisogno di mangiare e per dire
che hanno fame, si fanno capire.
PANIERI: Stai tranquillo collega Bartolini e ti consiglio di non lasciarti
prendere dalla demagogia e dalla improvvisazione, non puoi far credere che
vuoi aiutare i profughi puntando solo sulla propaganda che nel Vietnam
c'è solo l'inferno. Non vuoi leggere o ascoltare quello che dicono i
comunisti italiani, aggiungi almeno alle tue letture l'articolo del
vicepresidente della Caritas. Ho incontrato dei rappresentanti di questa
associazione quando si è trattato di aiutare le popolazioni libanesi colpite
dalla guerra civile e non esito a riconoscere che non hanno solo una
tradizione nel campo degli aiuti, ma anche una esperienza e competenza che
si sta rinnovando alla luce della nuova realtà che esiste nei paesi del
Terzo Mondo. Essi lottano anche a costo di gravi sacrifici per
l'indipendenza nazionale ma in particolare per un autonomo sviluppo
economico, sociale, politico e religioso. Ebbene questi rappresentanti hanno
si sollevato il problema dei profughi vietnamiti, ma hanno anche detto che
non si può dimenticare il Vietnam e che se si vuole arrestare l'esodo,
occorre una ripresa internazionale degli aiuti e contemporaneamente porre il
problema del rispetto dei diritti delle minoranze.
Ma stavo dicendo, prima di essere interrotto, che non dobbiamo nemmeno
predisporre l'aiuto ai profughi nelle forme proposte da un Sindaco dell'Oltrepo
pavese (credo che l'abbia già citato anche il collega Gentili), che offre
per trenta donne ospitalità e lavoro e dichiara che ha già predisposto
tutto. Per il mangiare si userà il refettorio della scuola comunale, per il
dormire il salone dell'asilo parrocchiale, per il lavoro cinque maglifici
della zona che hanno difficoltà a trovare mano d'opéra locale...
(Interruzioni)
Lasciatemi finire perché voglio rispondervi che questo tipo di solidarietà
non è giusta. Certo mi potreste anche dire: ma come si portano via dai campi
della Malesia o della Tailandia 30 donne e tu non sei d'accordo, che cosa
vuoi lasciarle lì a soffrire e qui ritorno al discorso che facevo
all'inizio, e cioè quello che l'opera di soccorso ai profughi dal Vietnam
sarà lunga/ difficile ed è impensabile affrontarla dividendo le famiglie che
in Vietnam è la più solida unità sociale di base che ha resistito a tutti
gli sconvolgimenti sia materiali e soprattutto quelli drammatici della
occupazione coloniale e dell'aggressione americana.
I giornali, la radio che riportano offerte di questo tipo lo sanno bene
questo, ma fa parte del loro « umanesimo » esaltare questo tipo di aiuti,
come sanno bene che orfani da adottare sicuramente non ve ne saranno, perché
nel vostro cosiddetto « inferno del Vietnam » se un bambino rimane orfano
viene sempre adottato da una famiglia, solo il regime di Thieu oltre al
commercio della prostituzione, della droga, faceva anche quello dei bambini!
Vi ricordate l'aereo americano pieno di bambini destinati alle famiglie
bianche dell'occidente che si schiantò al suolo dell'aeroporto di Saigon?
Perché allora illudere chi in buona fede pensa di aiutare i profughi
chiedendo bambini? La verità è che sono tanti quelli che dai profughi
vorrebbero risolvere i loro problemi come quelli di trovare la donna di
servizio asiatica dopo che si sono prese quelle africane, oppure offrire ai
profughi case e poderi abbandonati da tanti anni, per un lavoro contadino,
ben sapendo che la maggioranza di essi non l'ha mai fatto. Difficile allora
per certa stampa pubblicare il tipo di impegno umano, sociale, economico
preso dalla nostra Giunta Regionale, difficile dire che i nostri Comuni
hanno già detto che i profughi che verranno da noi non li ghettizzeremo
dentro alle colonie dei bambini sull'Adriatico. No, questo non lo scrivono,
ma qualcuno scrive ancora che chi non è con i profughi è con gli aguzzini;
oppure che i trenta milioni decisi la settimana scorsa dal Comune di Bologna
sono una elemosina, perché il Comune ha anche detto che si dovrà continuare
ad aiutare il Vietnam, per tutti i suoi immensi bisogni. Ci auguriamo che la
Giunta e gli Enti Locali e così i cittadini della nostra Regione, nonostante
i silenzi attorno a precisi impegni o agli attacchi viscerali fatti agli
enti locali, proseguano sulla loro strada.
Lunedì prossimo sono convocati i rappresentanti delle forze economiche e i
sindacati e sentiremo quale potrà essere il loro contributo. Restiamo con i
piedi per terra, non spariamo cifre di centinaia di miliardi e di decine di
migliaia di profughi, quale fosse questa l'arma anticomunista più efficace
per colpire il movimento operaio del nostro paese colpevole di avere
sostenuto e solidarizzato con il Vietnam nel corso di venti anni di guerra
fatta per conquistare la riunificazione e l'indipendenza del proprio paese.
Vogliamo dimenticare che abbiamo oltre due milioni di operai che per
lavorare debbono emigrare all'estero, vogliamo dimenticare il milione e
mezzo di disoccupati, lo stesso problema del mezzogiorno, dell'occupazione
giovanile e femminile? Allora anziché sparare invettive antivietnamite e
numeri difficilmente realizzabili per i profughi, sentiamo anche i
cittadini, i lavoratori, perché non è possibile contare solo sui cosiddetti
« benestanti », perché per loro la solidarietà umana finisce quando questo
può intaccare anche di poco il loro tenore di vita e allora i profughi
vietnamiti o africani diventano ingombranti.
Ma voglio anche dire che quello che mi ha colpito più di tutto, sia in
questo dibattito che in quello che facemmo il 6 aprile scorso, è la totale
mancanza in tanti discorsi della consapevolezza o conoscenza della
drammaticità delle condizioni economiche produttive del Vietnam e dei
mancati aiuti internazionali per la sua ricostruzione e in primo luogo degli
USA. Qui nel testo di una mozione presentata si arriva a prefigurare che « i
sacrifici che i profughi subiscono sono pari a quelli sopportati nei trent'anni
di guerra (io aggiungo di aggressione perché non lo si è scritto). A parte
che certi paralleli sul martirio di un popolo sarebbe bene evitarli, come
invece volutamente si è evitato di dire cosa hanno lasciato gli aggressori.
Ma anche nel dibattito si è solo cercata la rottura contro la nostra
disponibilità che è stata espressa sulle proposte della Giunta. Su queste
proposte, se non ho sentito male, nessuno di voi ha parlato: non avete
neanche pronunciato la frase tanto abusata del « prendere atto ». Nemmeno
questo, avete ripetuto questa sera vecchi slogan o, come hanno fatto due
consiglieri, vi siete dilungati a leggere pezzi di articoli di riviste e di
giornali, senza fare nessuno sforzo per dire qualcosa di più personale, ma
preferendo prenderlo a prestito. Bisognerà fare attenzione perché non è
creando questo clima che potremo risolvere questi grossi e difficili
problemi.
Ma per fortuna c'è ancora chi proprio perché ha grandi responsabilità nel
Governo del nostro paese — mi riferisco al Presidente Andreotti che affronta
la questione dei profughi molto diversamente secondo quanto ha riportato
l'Avvenire o altri giornali di ieri, raccomanda di fare attenzione a non
strumentalizzare politicamente questo problema. Tirare troppo la corda
dividerebbe il nostro popolo, mentre occorre essere uniti per salvare delle
vite umane.
Ma l'On. Andreotti ha anche detto che non guardava solo l'Italia ma
intendeva consigliare in questo senso anche paesi della CEE che nel corso
della guerra e dopo la fine di questa hanno continuato ad aiutare il
Vietnam. È il caso dell'Olanda e della Danimarca che avevano avanzato
l'ipotesi di usare questi aiuti per i profughi togliendoli al governo
vietnamita. Dice Andreotti: « Ho espresso parere negativo per due motivi.
Primo perché il Vietnam è veramente in gravi difficoltà economiche e non si
può non aiutarlo; secondo, il flusso dei profughi va fermato alla radice,
cioè in Vietnam. Questo — aggiungeva Andreotti — è l'imperativo della
questione e non si possono troncare i rapporti con il Vietnam eliminando la
possibilità di intervento presso il governo vietnamita ». Pensiamo un
momento a quello che è stato detto in quest'aula la volta scorsa e questa
sera a proposito del Comitato di Solidarietà al Vietnam e sui fondi che ha
ancora questo Comitato, offerti spontaneamente dai cittadini della nostra
Regione e deliberati da tanti Comuni e Province per la ricostruzione del
Vietnam. C'è chi ha detto che questi fondi li dobbiamo devolvere ai
profughi, perché il Comitato ha finito i suoi compiti ed è meglio che chiuda
baracca. Tanto più che sui profughi non ha detto niente.
Vedi, collega Bartolini, tu parli tanto contro il Vietnam, e sembra che tu
dimentichi che tanti di noi e del tuo partito e di altri partiti hanno
parlato e lavorato durante la guerra raccogliendo più di seicento milioni e
fatto varie spedizioni per via aerea e via mare di materiale. Oggi gli
stessi uomini, pur con le lacerazioni che ha prodotto la situazione attuale,
parlano e lavorano per vedere come aiutare i profughi ma anche continuare ad
aiutare il popolo vietnamita.
Il Vietnam non è solo il paese che ha lasciato andare o fatto fuggire tanti
profughi, senza parlare del conflitto con la Cambogia e la Cina perché ne ho
già parlato il 6 aprile, ma è anche la terra dove vivono e operano 50
milioni di vietnamiti, impegnati a ricostruire il loro paese tra immense
difficoltà. La fine della guerra nell'aprile del '75, durata 30 anni, con
milioni di morti, di feriti, di vedove, di orfani, aveva sì unificato il
Nord e il Sud, ma il processo di unificazione e di ricostruzione apparve
subito tanto gravoso e difficile. Case, strade, ponti, rete ferroviaria,
porti marittimi, colpiti o danneggiati, milioni di ettari di terreno
martoriati dalle bombe, dalle mine, dagli erbicidi e dai defoglianti, tanto
da creare non una, ma migliaia di Seveso. Gli alti comandi militari
americani avevano detto che si doveva ridurre il Vietnam « all'età della
pietra », come ricorda Natali su Repubblica del 23 giugno, ma non ci sono
riusciti. Gli sconvolgimenti portati, i milioni di uomini, donne, vecchi,
bambini che nel Sud avevano abbandonato le campagne verso le città, in
particolare a Saigon, passata da 600.000 abitanti sotto i francesi,
nell'aprile '75 aveva oltre 3 milioni e mezzo di abitanti.
Ho visitato il Vietnam due volte, la prima durante la guerra, la seconda
volta nel 1977, e sono stato anche a Saigon e nell'ormai famoso quartiere
cinese di Cholon che contava circa 800.000 abitanti, una città dentro la
città, il quartiere dal quale proviene la maggioranza dei profughi
vietnamiti di origine cinese. Sono stato anche nelle nuove zone economiche
(quelle che oggi molti giornalisti chiamano campi di concentramento); una di
queste, distante 70 km. da Saigon, era abitata da circa 3000 persone riunite
in cooperative, molte delle quali di origine contadine. Erano venute
volontariamente per iniziare il lavoro delle coltivazioni oggi possibili, il
terreno era quello che nel '67-'68 aveva visto furiosi combattimenti e dove
erano morti oltre 1000 americani. Qui le famiglie vivevano in capanne, la
scuola, la chiesa, il piccolo presidio sanitario e il magazzino dei viveri e
dei vestiari erano anch'essi capanne.
I dirigenti, i capi famiglia con cui ho parlato, raccontavano come era duro
e difficile vivere qui ed io, guardandomi attorno, lo potevo capire
benissimo. Essi dicevano che il Vietnam è ricco di acqua, ma che lì di acqua
ce n'era poca a causa delle difficoltà connesse alla esistenza tuttora di
mine e di bombe inesplose per cui non è dato muoversi con sicurezza usando
macchine. In quella zona non avevano ancora riattivate le linee elettriche,
c'era un ingegnere che aveva visto in una vecchia pubblicazione quelle pompe
ad elica, lui mi diceva usate nella nostra Maremma, e mi chiedeva se
potevamo mandarle a loro. E così analogamente per quanto riguarda i bisogni
per la scuola, per le attrezzature anche le più elementari dell’infermeria.
I dirigenti dicevano: ogni giorno quelli di Saigon riescono non con la forza
ma con la convinzione a far venire qui altra gente. Purtroppo aumentiamo di
poco perché ce ne sono altri che dopo un mese o due, nonostante che oltre al
lavoro sul terreno della cooperativa gli venga assegnato un ettaro di
terreno suo, ci lasciano per tornare a Saigon o in altri villaggi perché non
sopportano questa vita così dura e difficile, ma questa scelta di riattivare
la terra è una delle nostre più impellenti necessità se vogliamo produrre il
mangiare per tanta gente e fare risorgere il paese.
Tutto questo per certi giornalisti e inviati speciali sono i deportati nei
Gulag, per loro che il Vietnam sia un paese sottosviluppate conta poco, così
come la tragedia del Terzo Mondo. Certo è che non si risolveranno questi
problemi così comuni a tanti paesi, da Laos alla Cambogia, dalla Malaysia
alla Tailandia, dall'Indonesia e alla stessa Cina, se nei loro confronti i
paesi più industrializzati, compreso il nostro, pensano di sfruttare
impropriamente occasioni quale quella dei profughi vietnamiti di origine
cinese, anziché fare andare avanti l'idea di una nuova cooperazione
internazionale.
Ma qui mi stanno chiedendo perché fuggono? Cercherò di parlarne, vogliamo
vedere cosa era il Sud e in particolare Saigon nell'aprile ’75. La città era
gonfiata prima dall'esodo delle popolazioni rurali cacciate dalla guerra e
dai bombardamenti, poi dalla resa di centinaia di migliaia di soldati di Van
Thieu, da oltre 300.000 tra poliziotti e funzionari, da mezzo milione di
orfani, drogati e prostitute. Una città che aveva per tanti anni vissuto in
buona parte di riso e cereali e da prodotti di largo consumo importati dagli
americani, che non aveva industrie autonome e dove l'unica grande attività
era il terziario che si reggeva anche con un grande flusso di dollari e che
interrompendosi bruscamente con la liberazione posero in crisi quel tipo di
economia, producendo subito centinaia di migliaia di disoccupati, abituati
ad una cultura ed a costumi e modi di vita non certamente vietnamiti.
FIORINI (PLI): E dove li hanno messi?
PANIERI: Una parte partì prima degli americani, altri, si parla di oltre 200
mila, con la fuga degli americani, altri nel corso di questo ultimo anno, ma
nel Vietnam, collega Fiorini, i vietnamiti sono 50 milioni, se vuoi il
numero esatto degli ultimi profughi, leggi quanti sono quelli in Malesia e
in Tailandia.
FIORINI (PLI): Due milioni.
PANIERI: Vedi, tu sei un buon uomo, ma politicamente ogni volta che parli di
questi problemi vai a tasto e parli come quelli che in piazzola facevano
propaganda per vendere le lamette, ma questo per i problemi internazionali
non è possibile, bisogna che stiamo con i piedi per terra.
BARTOLINI (PSI): Ma ci stiamo, Panieri.
PANIERI: In questo momento non mi ero rivolto a te. Sei forse anche tu uno
di quelli?
BARTOLINI: II Vietnam è anche il paese che dopo gli Stati Uniti, l'Unione
Sovietica e la Cina è militarmente il più potente.
PANIERI: L'hai già detto l'altra volta. Signor Presidente, dica al collega
Bartolini che la stessa domanda l'ha fatta l'altra volta quando abbiamo
discusso del conflitto nel Sud-Est Asiatico e credo di avergli risposto in
modo esauriente.
BARTOLINI: Un paese militarmente potente deve spendere dei soldi. Perché non
li dà ai contadini per sviluppare l'agricoltura, perché non costruisce pozzi
artesiani se manca l'acqua per l'irrigazione e l'uso potabile, perché non fa
delle strade se mancano i collegamenti fra città, e campagne?
PRESIDENTE: Collega Panieri, continui e cerchi di concludere.
PANIERI: Presidente, desidero continuare e poi concludere, ma voglio anche
rispondere alle continue interruzioni, facendo uno sforzo, di fronte ad una
tragedia come questa che è quella di non lasciare passare una continua
deformazione dei fatti, tanto più che il collega Gentili nel suo intervento
aveva letto delle cifre che davano la dimensione del problema che non è
quello denunciato dal collega Fiorini, anche se è molto grave...
FIORINI: Scusi, presidente, ma « venditore di lamette » non me lo dice. Se,
da bolognese, pensa a un famoso venditore di lamette, Biavati, che era mio
amico, fra l'altro, e che con grande coraggio seppe andare in. galera per
alcune frasi scottanti contro Mussolini, mi posso anche sentire onorato...
PANIERI: A me interessa parlare dei profughi, non mi interessa in questo
momento parlare di te Fiorini e ti prego di capirmi...
PRESIDENTE: Cerchiamo di non offenderci personalmente.
PANIERI: Parlavo prima del popolo vietnamita che deve ancora risolvere
immani problemi esistenti nel Sud e in particolare a Saigon, aggravati dalle
grandi calamità naturali avvenute lo scorso anno e dal doloroso conflitto
con la Cina.
Perché volete ignorare tutto questo, perché fate solo dall'allarmismo
anticomunista, diventa facile parlare di diritti dell'uomo, di coercizione,
di deportazione, seguendo schemi e modelli cosiddetti occidentali,
assolutamente estranei alla realtà di quel paese che è poi quella del Terzo
Mondo, dove occorre fare fronte ogni giorno ai bisogni essenziali dell'uomo
che sono il diritto del lavoro, il diritto di mangiare, di vestire e di
avere un tetto per ripararsi, di avere le scuole per tutti i bambini, di
avere i mezzi per lo sviluppo dell'agricoltura, dell'industria. L'ironia è
che proprio quelle forze e quegli stati che hanno avuto una politica di
dominio coloniale e di aggressione militare parlano di questi diritti.
Ad un paese povero come il Vietnam occorrevano decine di anni di pace e di
cooperazione internazionale per risollevarsi, ma a iniziare dagli Stati
Uniti questa non vi è stata e allora ogni misura economica come quella del
decentramento delle grandi città diventa coercizione, quella delle nuove
zone economiche diventa repressione, quella della ristrutturazione del
settore del commercio nel Sud e in particolare a Saigon diventa l'olocausto.
Mi chiedo se vale la pena vedere carne si era formata questa borghesia
commerciale di origine cinese che i francesi alla fine del secolo scorso
avevano fatto venire nel Sud, quale potenza economica era diventata sotto
gli americani, quante centinaia di migliaia di vietnamiti di origine cinese
lavorano per essa. Collega Poma, tu sicuramente hai strumenti e capacità
culturali migliori delle mie e potresti studiare questo fenomeno che è
all'origine della questione dei profughi e scoprirai anche che nel Vietnam e
nei paesi del Terzo Mondo chi ha in mano il commercio, e soprattutto il
riso, è una potenza.
Quando visitai Saigon nel 1977 il problema di questo commercio era ancora il
problema fondamentale, negli incontri saltava sempre fuori, si parlava dei
vari cambi della moneta effettuati, delle misure prese, ma con scarsi
risultati, per fare investire a chi aveva fondi nelle banche per il 70%
nelle iniziative dello Stato e solo il 30% per quelle personali. Si
prospettava un altro cambio della moneta che poi avvenne nel '78
unificandola per tutto il paese perché prima vi era un tipo di moneta nel
nord e una nel sud.
Sappiamo che dopo vi è stata la decisione da parte del Governo vietnamita di
procedere all'inventario e al sequestro delle merci, in particolare nei
grandi magazzini di Cholon, di proibire questo commercio, ma anche di fare
in maniera che le merci inventariate e sequestrate diventassero di proprietà
dello Stato (che li acquistava al prezzo fissato dal mercato del paese) e il
ricavato che i grossi commercianti ricevevano potesse solamente essere
investito in
buoni dello Stato.
Tutte queste operazioni misero fine al grande commercio e tagliarono di
colpo le migliaia di piccoli canali, sorti in decenni di anni in un regime
economico e commerciale di guerra e di corruzione da parte degli occupanti e
dei collaborazionisti di Thieu.
Si sa delle proteste e anche degli scontri fatti dai grandi commercianti e
dai piccoli a loro legati, ma è necessario chiedersi quali fossero le
alternative per il Vietnam a tre anni dalla fine della guerra, dopo che gli
appelli e i provvedimenti via via adottati e non certo del tipo che prima ho
detto, per trasformare con la persuasione la vecchia economia, erano in gran
parte falliti. C'è da chiedersi: dovevano quei vietnamiti che voi chiamate
del Nord procedere ad una repressione violenta, al bagno di sangue con la
eliminazione dei criminali di guerra, degli approfittatori, dei
collaborazionisti? Lo sapete che questo non vi è stato, al contrario si è
attuato il perdono con la più grande amnistia che la storia moderna ricordi.
Anziché la violenza c'è stata la riconciliazione politica e religiosa e, sul
piano economico, la trasformazione progressiva della società e non certo
l'applicazione delle aberranti teorie che in: Cambogia furono applicate con
lo svuotamento delle città, la soppressione degli strati sociali dal regime
di Poi Pot.
Certamente in questa trasformazione del commercio errori e momenti di dura
coercizione saranno stati commessi; ma decentrare le città, convincere
milioni di persone a tornare ai loro villaggi, garantire a tutti un minimo
di riso, combattere il mercato nero, avviare nuove zone economiche, e fare
tutti, senza più privilegi, grandi sacrifici, non può essere stata una
prospettiva convincente ed accettabile per chi per tanti anni queste cose
non le aveva mai fatte ed era abituato a vivere ad un livello che l'attuale
Vietnam non poteva più assicurare.
I problemi, già tanto grandi, si sono aggravati con anni di tensione alla
frontiera della Cambogia e poi con l'intervento punitivo cinese che era
stato preceduto da una campagna ideologica e politica verso la comunità
vietnamita cinese di Saigon, creando così le premesse per farli apparire al
Governo e alla maggioranza della popolazione vietnamita anche avversari
politici del nuovo regime. Senza dubbio l'ondata dei profughi già in atto da
tempo, con alle spalle organizzazioni mafiose in grado di manovrare, come è
stato scritto, denaro e uomini e corrompere anche funzionari vietnamiti, ha
assunto proporzioni maggiori dopo la « lezione cinese ». Resta però che
questo doloroso problema è stato fatto scoppiare sul Vietnam da chi voleva
prendersi la rivincita; troppi « umanisti », troppi « filosofi » ci sono
attorno a questo dramma.
Ma diceva la collega Poma: « come mai solo nel Vietnam c'è questo esodo? »
No collega Poma, in quasi tutti gli stati del terzo mondo dall'Asia
all'Africa all'America Latina è un continuo esodo, è una continua richiesta
di aiuti. Potrei citare decine di paesi dove ci sono centinaia di migliaia
di profughi, lo stesso Vietnam con 350.000 cambogiani; lo Zaire con 530.000
rifugiati dall'Angola, dal Burundi e dal Ruanda; la Somalia con 300.000
etiopi; il Bangla Desh con 250.000 musulmani di Birmania; la Tanzania con
oltre 150.000 provenienti dal Burundi, Ruanda e Uganda; il Sudan con 160.000
etiopi e zairesi; per non parlare dei cinesi che vanno ad Hong Kong, dei
Palestinesi sparsi in tutto il mondo e dell'America Latina. Posso anche
dirle signor Presidente che dopo l'accordo di pace fra l'Egitto ed Israele i
problemi e i pericoli di guerra in quella regione si sono aggravati. Presso
il Comune di Bologna è stato recentemente ricevuto, anche io ero presente,
un autorevole rappresentante del soccorso popolare libanese che denunciava
le ripetute incursioni israeliane avvenute in queste ultime settimane
all'interno del territorio del Libano contro le basi palestinesi, che hanno
provocato l'esodo di decine di migliaia di donne, vecchi e bambini verso
Beirut e le altre grosse città, ingrossando così quei campi di profughi che
vivono in condizioni spaventose.
Ma la stampa di questo non ha parlato: non è interessante, non interessano
il Mozambico, l'Angola, la Tanzania, il Burundi, il Ruanda, l'Eritrea ed
altri paesi. Ma il problema del Terzo Mondo non è più rinviabile, oltre 800
milioni di persone non dispongono del minimo vitale e sono questi un terzo
della popolazione del terzo mondo, prima di tutto in Asia il 38% della
popolazione, poi l'Africa il 32% e in America Latina 1'11%. Come affrontare
tutto ciò, se non si aprono nuovi rapporti di cooperazione fra i paesi
ricchi e i paesi poveri? Cooperazione che deve essere soprattutto rispetto
della indipendenza perché per questi popoli l'indipendenza è una grossa
questione.
Allora non si può accusare, a seconda dei momenti, il Vietnam di essere un
satellite della Cina, poi un satellite dell'Unione Sovietica. Il Vietnam non
è utopista, come del resto tutti i popoli del Terzo Mondo, sa che
l'indipendenza è un bene inestimabile; se vogliamo che i popoli del Terzo
Mondo si costruiscano il socialismo dal volto umano dobbiamo aiutarli a
costruire una loro via di sviluppo che non può avere modelli già
prestabiliti. A cominciare dal Vietnam: esso prima di diventare un paese
socialista resta ancora oggi, nonostante i passi in avanti, un paese
sottosviluppato, fratello degli altri popoli del Terzo Mondo.
Io credo che abbiamo fatto bene, compagno Stefanini, nella nostra mozione a
sottolineare che riconfermiamo la nostra solidarietà a quel popolo, e nel
contempo ad essere d'accordo con le proposte della Giunta per l'aiuto da
organizzare verso i profughi. Non c'è nessuna contraddizione in questo, ma
la continuità di un internazionalismo che comprende la vera realtà di un
paese che tanto ha pagato e sofferto per conquistare la sua indipendenza e
che oggi si trova ancora una volta di fronte a grandi difficoltà per aprire
una nuova strada ad uno sviluppo economico, sociale, politico, culturale e
religioso del suo popolo.
Aiutare il Vietnam oggi significa creare anche le condizioni affinché
l'esodo dei profughi sia fermato e i diritti delle minoranze rispettate;
isolarlo come qualcuno qui vorrebbe, sarebbe non solo per l'Italia, ma per
il mondo intero, un errore gravissimo.
Riconfermiamo quindi la scelta che facemmo tanti anni fa in questa nostra
battaglia; non ci sentiamo orfani e non abbiamo nulla da rinnegare. È un
momento duro e difficile, ma noi abbiamo fiducia nel popolo vietnamita e ad
esso daremo tutta la nostra solidarietà perché non solo superi ampi ostacoli
e anche errori, ma progredisca e si sviluppi.
PRESIDENTE: Grazie, collega Panieri
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