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In un Paese fatto di
acque, come il Vietnam, é singolare trovarsi in spiaggia. Fino a poco
tempo fa erano solo i turisti, soprattutto i francesi a godersi la sabbia
fine, l'acqua trasparente, i fondali da capogiro, l'abbronzatura e le
brezze serali. La popolazione si immerge tradizionalmente in altre acque.
Ancor oggi, se prendete il treno di Ho Chi Minh che collega il sud al
nord, salta all'occhio la tipica struttura dei campi, ognuno con uno
stagno, che offre la possibilità ai contadini di una dieta proteica più
ricca: pesci, rane, serpenti...
Li vedete, uomini e donne in acqua fino alla cintola a pescare, a
raccogliere con bastone, retino e grande cappello a cono sulla testa. É
l'autentico paesaggio di una terra fatta di canalizzazioni, risaie, acque
e stagni, una civiltà idraulica.
Sulle spiagge vicine a Nha Trang e sulle isole di fronte alla costa che
punteggiano il Mar della Cina sono sorti in questi anni attrezzati
resort voluti da grandi compagnie internazionali e, soprattutto,
cinesi. I cinesi, soprattutto quelli di Hong Kong o di Pechino trattano il
Vietnam come un parente povero ma il cui patrimonio ambientale e
folclorico è rimasto intatto, da visitare per avere l'emozione di un
passato quasi del tutto rimosso in patria. Così in spiaggia ve li trovate
accanto ai turisti europei, e a una popolazione di turisti "viet
khieu", i vietnamiti fuggiti come boat people negli anni 70 che
hanno fatto fortuna negli Usa e in Francia e sono tornati qui, ora che il
Paese li ha invitati a tornare per investire, soprattutto per far
conoscere la propria terra ai figli e nipoti.
Mentre vi godete su un battello lo spettacolo dei cacciatori di nidi di
rondine che si arrampicano per le falesie a picco sul mare vi arrivano
all'orecchio discussioni in francese o in inglese. Vi voltate e scoprite
che i francesi sono vietnamiti al di sopra dei sessant'anni e che i più
giovani sono, invece, degli espatriati che vengono dalla California. E
capite che non é facile vivere lontani da questi paesaggi, da queste rive.
Questo Paese che si assottiglia e si stira al centro é minuscolo, più
piccolo dell'Italia anche se più affollato. Stretto tra la Cina e il resto
della ex Indocina, Cambogia, Laos, ha una identità forte, impertinente,
tenace. Banale dire che una lunga guerra lo ha dimostrato. Piuttosto
stanno a dirlo caratteristiche uniche della gente e dei luoghi.
Il vostro viaggio piacevole tra spiagge e villaggi attrezzati, non può
fare a meno di perdersi dietro alla visione di questo popolo: un misto ben
riuscito di indiani e polinesiani, una eleganza naturale delle donne
avvolte nell'abito più sensuale che tradizione abbia inventato, l'ao
dai, una robe attillata e trasparente, con le ali che si aprono
sui lati a mostrare larghi pantaloni. Un Paese d'Oriente davvero (in un
Oriente che accanto sta sparendo), dove le posture, la maniera di sedersi,
accoccolarsi, stare in bilico, allungarsi è di per sé uno spettacolo.
A
Hoi An, centro storico, nel Seicento porto nevralgico di traffici
marittimi tra il Giappone e l'India e l'Olanda, costellato di case di
legno lucido e scuro, di ponti arcuati, di spaziosi templi, incontro una
ragazza vietnamita nata a Washington. Minuta, molto bella, fa la
fotografa. Andiamo un po' in giro insieme. La osservo a lungo, e alla fine
non resisto: devo dirle che, per essere una vietnamita, le manca qualcosa.
É l'incedere che hanno le donne da queste parti, qualcosa che accade tra
le ascelle e i fianchi e che ha un che di felino, di sottile e pervasivo.
Non capisce, mi prende per matto e non insisto.
In genere però è la sensualità che vi prende alla testa qui. Il rapporto
tra corpi e luoghi. Anche nei mercati affollati, come quello sul fiume di
Nha Trang. Anche tra le battelliere con il cappello di paglia a cono che
ho incontrato sul fiume Mekong qualche giorno fa. Anche nel difficile e
scomodo treno che ho afferrato a Ho Chi Minh City/Saigon per andare verso
il nord. Quello che a noi italiani salta all'occhio sono gli sguardi. Qui
si guardano, vi guardano, come gli occhi della donna matura che stanotte
dormiva nella cuccetta sotto la mia, con due bambini addosso e che mi
guardava negli occhi, non come fa un curioso, ma come una donna che vuole
essere guardata di rimando.
Paesaggi e gente, due entità inscindibili, e acque. Le piogge vi colgono
quando meno ve l'aspettate, acquazzoni intensi, rapidi, che allagano le
strade. Fa parte della normalità, persino quando si gioca al pallone: nel
quartiere di Cho Lon a Saigon ho visto una partita in cui i giocatori
operavano come se niente fosse con l'acqua ai polpacci. Professionisti che
non si curavano dei dettagli delle circostanze.
Se volete godervi il Viet Nam lasciate spesso i vostri rifugi dorati sulle
spiagge. Vale la pena. A Nha Trang ci sono ottimi negozi di antiquariato.
E osservare le case è una esplorazione piena di sorprese. Vi stupite che
un popolo apparentemente povero si possa permettere delle case a due piani
dove tutto il primo piano è adibito a tempio. Ho fatto la domanda alla
donna dell'antiquario, che somiglia come una goccia d'acqua al Buddha
donna che qui campeggia nei templi, una bellezza commossa, un viso
"champa",
indiano e malese, e un sorriso leggermente ferito. Lei mi spiega che l'uso
é dovuto al fatto che durante le mestruazioni le donne sono considerate
impure e se l'altare fosse nella stanza in cui si vive cucina, tutto
dovrebbe arrestarsi, motivo per cui si è trasferita la zona sacra al primo
piano. Poi mi racconta con dolcezza la loro storia: famiglia di
intellettuali del sud, legati al governo perdente alla fine della guerra,
che hanno tentato di fuggire in barca, ma sono naufragati. II carcere, la
difficile vita, poi.
Ma questa é un'altra storia e chi visita il Vietnam la sfiorerà e sentirà
che il magnifico mare della Cina in cui oggi si prende il sole è un posto
fin troppo pieno di storia, qui sono sbarcati gli americani; da qui sono
fuggiti in milioni alla fine della guerra. Queste cose le apprenderete
venendo qui, anche se non sono evidenti. L'impressione é comunque di un
Paese dolce e abbastanza sereno. Come se il Vietnam si fosse ricomposto
grazie alla sua fortissima identità, come se sulla stessa guerra civile
avesse prevalso una riconciliazione al di sopra della tragicità degli
avvenimenti. In più il Paese conosce uno straordinario balzo in avanti dal
punto di vista economico. Dovuto alla industriosità della popolazione, al
vasto settore informale e alle rimesse degli espatriati. Un imprenditore
dinamico, Hung, che ha vissuto in Italia per vent'anni e che oggi
rappresenta qui le camere di commercio del nord d'Italia, mi ha spiegato
il perché. Lui era del sud, il sud sconfitto, ed è fuggito nel '75. Quando
il Vietnam ha riaperto agli espatriati è voluto tornare per investire nel
turismo. Ma è tornato al nord, perché gli premeva capire perché Hanoi ha
vinto, perché il mondo piú tradizionale di quelli del nord ha vinto il sud
industrializzato. Me lo spiega di fronte a dei cibi magnifici (lui ha
aperto due ristoranti di successo): in questo Paese il cibo è un viaggio a
parte, da non mancare, un viaggio complesso, fatto di erbe fresche e di
macerazione, di sapori delicati o fortissimi, una grande cultura nella
cottura del pesce, una raffinatezza senza pari nelle carni, come le
gelatine di maiale alla cannella. Hung mi spiega che in Italia gli mancava
qualcosa, cerca la parola adatta. Si tratta di una qualità che gli
italiani hanno perso negli anni, una vitalità fatta di ironia e di
sensuale malizia.
Per
i turisti italiani il Vietnam è una grande scoperta. La cosa che piú li
stupisce è la qualitá degli hotel dall'architettura neo liberty, retaggio
della colonizzazione francese. Poi i ristoranti, i mercati, il cibo di
strada, i barbieri, i caphe video, il karaoke, la vitalità
magnifica della vita quotidiana... Un Paese da godere girando,
mescolandosi alla gente, passeggiando sotto i fansipan enormi frangipane,
dai fiori bianchi e gialli delicati e odorosi, le nostre pomelie. E poi
bisogna farsi prendere dall'ebbrezza del traffico di motorini e bici, di
cyclo e auto, una folla che però vi convincerà che esistono le folle
intelligenti dove ognuno sa come muoversi. La sera, se non siete troppo
stanchi, lasciatevi andare al fascino del karaoke locale, una versione
totalmente diversa da quella giapponese o cinese. Qui ha a che fare con la
voglia di canzonarsi a vicenda e con l'uso di inglobare ció che è
estraneo, soprattutto l'inglese, nella vita quotidiana: "canzonare"
Britney Spears, Madonna, Céline Dion. Infine, se siete turisti attenti non
deve sfuggirvi, mentre solcate le acque del Mekong o vi regalate una zuppa
tradizionale (pho) in uno dei ristoranti dell'antica
capitale imperiale Hue, il suono della lingua.
Sappiate che avete la fortuna di avere a che fare con una delle lingue più
difficili del mondo, che ha ben otto tonalità ed è monosillabica. Così la
sillaba "ma" vuol dire, a seconda di come la pronunciate, "mamma",
"cavallo", "tomba" e molte altre cose. Perfino i cinesi hanno problemi a
impararla. Ma la musicalitá, il ritmo anche se non capite un'acca vi
prenderanno lo stesso. É una lingua fatta di soffi e salti, in gola e
sulle labbra, con una grande ricchezza di tradizione orale ed una ottima
letteratura contemporanea.
Una buona preparazione al viaggio, allo stendersi sulle sabbie del Mar
della Cina, dovrebbe passare per la lettura di un grande scrittore
contemporaneo, Nguyen Huy Thiep, e del suo Soffi di vento sul Vietnam, Un
generale in pensione e altri racconti (ed. ObarraO). Lì potrete afferrare
abbastanza lo spirito e la malizia del Paese e le sue radici profonde.
Quelle che, ad esempio, sono espresse da ritornelli popolari, (ca
dao), cantati ancora dalla popolazione, come il seguente:
Nella pagoda il novizio ha tredici anni
Il bonzo
quattordici,
la monaca
quindici.
Vorrebbero
che il mese avesse
due feste
Una per
Buddha, l'altra
per far
visita alla monaca.
(Foto dell'agenzia Aura) |