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Guido De Vidi, Vietnam
anno ‘0"
Continua la pubblicazione, su DiVINando, di tutti
i racconti del concorso letterario di Villa Petriolo "I giorni del vino
e delle rose". Oggi è il turno di Massimo Martinelli, autore del
racconto "Un'ottima annata", così attuale, purtroppo, di questi temp i.
Grazie a Massimo ed un augurio di annate migliori per il futuro di
tutti...
Massimo Martinelli è nato nel 1965 a Firenze e
risiede nel Comune di Capraia e Limite (FI).
Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e tre libri, tra cui uno
per la casa editrice Ibiskos. Insieme ad amici, Massimo prepara e porta
in giro spettacoli di teatro e reading di poesia e prosa, sia di testi
di propria creazione che di altri autori. Tra gli ultimi lavori, uno
spettacolo sull'opera di L. F. Celine e di Henry Miller e uno su Pier
Paolo Pasolini. Il gruppo di Massimo realizza anche video poesia.
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Racconto
"UN'OTTIMA ANNATA" di Massimo Martinelli
Mi chiamo Tuyen Do e sono nata nella città di
Huè. Huè si trova in Vietnam, in una regione stretta fra le montagne
della catena Annamita e il mare. Non lo dico io, ma Huè è la più bella
città del Vietnam e una delle più belle del mondo. In verità io non so
come sia adesso, dopo che è stata totalmente ricostruita, se sia
cambiata molto da come la ricordo oppure no. Ma allora, quando ero una
bambina di undici anni, prima che venisse distrutta dalla guerra, allora
era una città meravigliosa.
Dalla finestra della mia camera potevo vedere le pendici dei monti
coperte di pini salire fino al cielo e i campi di lillà stendersi ai
lati del Fiume dei Profumi. Oltre gli ampi viali, oltre le case a due
piani, e il mercato, si alzavano le mura della Cittadella, con le grandi
porte laccate di rosso. All’interno di essa, protetta da altri bastioni
rivestiti di legno decorato, c’era la Città Proibita con il Palazzo
dell’Imperatore e gli edifici dei dignitari. Ne vedevo i tetti porpora e
oro che parevano sorretti dal vento, come immense vele calme.
Avevo undici anni e ricordo la pioggia. Pioveva da una settimana e le
strade fuori della Cittadella, erano fango. Continuò a piovere anche
quando dalle colline partirono i primi colpi di mortaio. Ricordo i colpi
e le grida e i lampi e le truppe governative che sotto la pioggia si
ritiravano abbandonando la città. I nord vietnamiti e i vietcong presero
la città e distrussero i ponti sul Fiume dei Profumi. Nei giorni
successivi squadre di uomini armati percorsero le strade con liste di
nomi in mano. Continuò a piovere, ma con meno intensità e il giorno che
portarono via i miei genitori e i miei fratelli, la pioggia smise di
cadere e il cielo cominciò ad aprirsi.
Poi tornarono gli americani e i soldati dell’ARNV, e gli Skyraiders ( è
scritto così su questo libro, io allora non lo sapevo) cominciarono a
bombardare a bassa quota le postazioni vietcong e anche dal mare, dalle
navi al largo, sparavano sulla città. Dopo venti giorni di combattimenti
la città venne riconquistata, ma a dire il vero ne restava ben poco. I
marines della nona brigata ( così è scritto…), dopo avere combattuto
casa per casa, penetrarono in quel che restava del Palazzo Imperiale,
dove si era asserragliata la retroguardia del vietcong. La città, ci
dissero con gli altoparlanti, era libera.
Non rividi più la mia famiglia. E non vidi la città ricostruita, il
Vietnam riunificato, la fuga degli americani nel ‘75. Non vidi niente di
tutto questo o meglio lo intravidi alla televisione, raccontato in una
lingua che avevo cominciato da poco a conoscere.
Nel mio nuovo Paese.

Mio padre era un agronomo, uno scienziato. Aveva studiato in Europa e
poi era tornato in Italia alla fine degli anni cinquanta. Io avevo
quattro anni e lui, pieno di entusiasmo, partì per la
Toscana perché voleva imparare tutto quel che c’era da sapere sulla
viticoltura.
Voleva diventare un produttore di vino nel suo Paese. Portò
con se uno dei miei fratelli. Aveva anche comprato della terra, vicino
a Dalat, perché lì, diceva, c’è il clima adatto e la terra assomiglia a
quella di Toscana, rossa, calcarea e con presenza d’argilla. Ma le
trecento barbatelle, le trecento piantine che portò dall’Italia, non
attecchirono. Qualcosa andò storto e non se ne salvò nessuna.
Mio
fratello intanto era rimasto in Italia, per imparare la lingua e per la
vendemmia di quell’anno. Ci scrisse entusiasta di quell’esperienza,
della gente, dei luoghi. Aveva imparato a distinguere un vino giovane da
uno invecchiato e un vino buono da uno meno buono e se era invecchiato
in barrique o in botti normali.
Ci scrisse anche delle rose. Delle
stupende rose che adornavano il giardino e i vialetti della casa di
campagna dove era ospite e che il proprietario aveva piantato anche
all’inizio di ogni filare. La vigna era disposta lungo i fianchi della
collina e durante la vendemmia, ogni volta che mio fratello arrivava al
termine del filare si fermava ad annusare le rose. Scrisse che quel
profumo gli ricordava la sua città. Scrisse che la vita dei contadini è
come qui da noi. Lavorano dalla mattina alla sera e una volta alla
settimana fanno festa e ballano e cantano sul piazzale lastricato
davanti alle case. Al posto dei bufali d’acqua ci sono i muli, scrisse.
Ogni mulo porta due grosse ceste e lì vengono buttati i raspi carichi
d’uva. I cesti pieni vengono rovesciati dentro un carro, che aspetta in
cima alla strada...
Nel campo vicino a Dalat mio padre fece rimuovere le piante oramai morte
e studiò una nuova disposizione dei filari. Fece analizzare ancora una
volta la terra e utilizzò un concime diverso. Poi disse che sarebbe
tornato in Italia. Voglio venire con te, gli dissi. La prossima volta,
mi disse lui. La prossima volta verrete tutti con me. Lo accompagnammo
al porto. Lungo la strada vedemmo una colonna di mezzi dell’esercito
ferma sotto il sole. La camionetta di testa era stata centrata da un
colpo di mortaio e stava bruciando. A terra c’erano i corpi di due
militari. Mio padre rallentò per via di quei corpi sulla carreggiata. Un
ufficiale stava parlando alla radio. Accanto a lui c’era un occidentale
in maglietta bianca e pantaloni militari con una pistola in pugno. I
soldati fissavano la boscaglia con le armi spianate e gli occhi pieni di
paura. Passammo. Mi voltai per guardare e uno dei soldati alzò la mano e
mi sorrise. Un profumo di rose entrò nell’auto, insieme alla polvere e
all’aria calda e pesante.
Fu al culmine della stagione secca del 1966, mentre le truppe del Nord
Vietnam combattevano contro la Prima Divisione aeromobile americana
negli altipiani centrali(così è scritto in questo libro) e i vietcong
tendevano imboscate ai marines e ai governativi nelle risaie del delta (è scritto anche questo), fu in quella giornata calda ma non afosa, che
camminando fra i filari carichi di grappoli scuri, mio padre disse che
era arrivato il tempo della vendemmia.
Lo ricordo perfettamente perché
avevo nove anni e camminavo dietro di lui, nello stretto spazio fra un
filare e l’altro, attenta a non inciampare nelle zolle dure come sassi e
lui, mio padre, si fermò e mise il palmo della mano sotto uno dei
grappoli più grossi, come a saggiarne il peso ed in effetti lo sollevò
un poco e lo guardò attraverso il fascio di luce che bucava le foglie
verdissime e ne prese, dei tanti, un acino e si abbassò per portare la
sua testa all’altezza della mia testa e fra noi mise quell’acino, uno
dei milioni di acini che erano cresciuti grazie alla sua perseveranza in
quel lembo di terra vicino a Dalat; lo mise dunque fra noi in modo che
lo vedessimo e al tempo stesso vedessimo l’uno gli occhi dell’altra... e
lo premette fra le dita così che ne vennero fuori il succo e la polpa,
del colore dell’ambra, piena di minuscole vene che pulsavano che a me
sembrò, sopra la buccia lucida, come il dorso di un coleottero.
Finalmente. Disse mio padre guardandomi negli occhi.
Due giorni dopo, durante un’operazione di rastrellamento, un caccia
bombardiere a reazione, sganciò due fusti di napalm da trecentocinquanta
chili l’uno sulla vigna. Vedemmo il fuoco avvolgere tutto in globi
rotolanti e l’aria venne risucchiata verso questi globi; dai nostri
polmoni venne risucchiata, dalle piante e da ogni cosa vivente là
intorno e il sogno di mio padre finì.
Vivo in Toscana. Arrivai qui nell’inverno del 1970, adottata dalla
famiglia che per due anni aveva ospitato mio fratello. Erano molto
amici di mio padre.
Ai primi di ottobre del 1970 partecipai per la prima volta alla
vendemmia. Furono splendide giornate di sole e l’aria era fresca e
pulita. Ai primi di ottobre, con un paio di forbici rosse che il “
babbo”, come già avevo imparato a chiamarlo, mi aveva insegnato ad
usare, tagliai il mio primo raspo.
Prima di gettarlo nel cesto lo
osservai a lungo e ne presi un acino che strizzai fra l’indice ed il
pollice. C’era un buon odore di rose e di mosto e il “ babbo” mi disse
nella mia lingua che sarebbe stata un’ottima annata.
Un’ ottima annata Tuyen Do... |