Su Viet Nam, retorica democratica e pacifismo
di Enrico Lobina*
 



Si racconta che Ho Chi Minh, negli ultimi mesi di vita, ai giornalisti occidentali che contestavano come la Repubblica Democratica del Viet Nam fosse una dittatura a causa del partito unico, rispondesse: “Ma come, nel 1968 ci sono state le elezioni nel Viet Nam del Sud e si sono presentati 38 partiti. Voi volete dirmi che quella è democrazia? Che il Viet Nam del Sud è democratico e noi no?”
Tutti quei 38 partiti erano per la guerra. Come (quasi) tutti i partiti, una miriade, che si sono presentati alle elezioni in Iraq il 30 gennaio 2005. I loro rappresentanti hanno paura di farsi vedere in giro per il paese, per paura di attacchi da parte di chi lotta per la liberazione del proprio territorio dall’aggressore che ha distrutto, saccheggiato, stuprato e ammazzato, sino a ridurre la Mesopotamia ad una terra sanguinante.
Guarda caso ci sono gli Stati Uniti. Anche lì, come a Saigon trenta e passa anni fa. Gli Stati Uniti, patria della libertà e della democrazia. Dove il partito democratico e il partito repubblicano, unici partiti che possono vincere, sono entrambi per la guerra in Iraq, accomunati da un “monopartitismo competitivo”. Dove possono diventare senatori e membri del Congresso solo i milionari, adeguatamente foraggiati dalle peggiori lobbies. Dove esiste la libertà di stampa e d’opinione, ognuno può scrivere ciò che vuole, e però i messaggi che arrivano al grande pubblico sono sempre e solo gli stessi, segno della finzione dello stesso concetto di libertà di stampa, in quanto stampa e tv sono sempre, sempre, controllati da qualcuno.
Ma la retorica democratica questo impone. Impone che la democrazia procedurale, ristretta, dove si può decidere sulle piccole cose ma non sulle grandi scelte, sia il sacro da difendere contro gli infedeli.
Capita così che la stampa italiana, mai attenta al sudest asiatico (tranne le lacrime compassionevoli post tsunami), e meno che mai interessata a capire il Viet Nam, si scandalizzi e invochi la mobilitazione per una scrittrice vietnamita chiamata a ricevere un premio a Torino alla quale non era stato concesso il visto d’uscita. Salvo poi trovarsi la scrittrice Duong Thu Huong, felice e tranquilla, a Torino. Salvo poi scoprire dall’ambasciata vietnamita in Italia (il cui comunicato, guarda caso, non è stato pubblicato dalla stampa “libera” italiana) che “è spiacevole che in tutto questo processo di selezione del premio uffici ed enti competenti vietnamiti non sono stati mai consultati e dialogati. Si ricorda che dialoghi miranti a trovare soluzione di problemi siamo molto meglio di accuse infondate pubblicate su mezzi di informazioni”.
Atteggiamenti come questi, oltre a far emergere una superiorità “orientalista”, ampiamente superata dalla storia, di pezzi importanti della società italiana, pone questioni importanti e irrisolte al fronte democratico e progressista italiano. Il rapporto con la violenza, innanzitutto. Ma anche una rinnovata analisi dell’Asia orientale e sudorientale, dalla Corea all’Indonesia.

Se l’utilizzo di metodi costituzionali nella lotta per l’avanzamento della democrazia è patrimonio comune del fronte progressista in Italia, come porsi verso l’esterno? Il popolo iracheno, vittima di una spregevole occupazione che dura ormai da più di due anni, è nel giusto quando si ribella alla violenza con la violenza? E gli stati sotto pressione da parte della unica grande potenza mondiale, devono o no utilizzare la violenza legittima per difendere il proprio territorio e la propria società? E se pacifismo significa rifiuto dell’uso della violenza, sempre e in ogni luogo, è sensato dirsi pacifisti?

Terminati gli anni settanta, con la fine della rivoluzione culturale e l’inizio dell’era Deng, con il dramma del conflitto sino-vietnamita-cambogiano, sull’Asia orientale e sudorientale è calato il silenzio. Salvo poi scoprire, con paura ed orrore, il gigante economico cinese. E fermarsi, però, sempre in superficie.

Forse sarebbe il caso di cominciare una grande e collettiva fase di studio di tali paesi, che da soli sono gran parte dell’umanità, che hanno alle loro spalle una storia, antica e recente, che pesa, in termini di permanenze e sedimentazioni. Forse sarebbe il caso, per la ricerca della verità (che è sempre rivoluzionaria), guardare complessivamente al Viet Nam, un paese di 83 milioni di abitanti, che sperimenta una fase di crescita economica vertiginosa e necessaria, che conosce la nascita di nuove classi sociali, la diminuzione della povertà e l’aumento dei contrasti.

Quando si chiede ai giovani vietnamiti cosa pensino del Partito Comunista Vietnamita e di Ho Chi Minh la risposta è: “Ha portato la pace, era tutto ciò che volevamo”. Stupisce che dei ventenni rispondano in questo modo. Stupisce per l’età degli interlocutori. Questa è forse l’idea più forte che Ho Chi Minh ha fatto passare nel Partito, tra il popolo, ed è arrivata sino a giovani nati nel 1980, ’81, ’82: “Io sono per la pace. La guerra è la cosa più brutta che ci sia. Ma l’indipendenza e la dignità sono ancora più importanti. Capita, allora, di essere costretti a fare la guerra per avere la pace, l’indipendenza e la dignità”.


*Dottorando in “Storia, Istituzioni e Relazioni Internazionali dell’Asia e dell’Africa” presso l’Università di Cagliari
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