OMBRE  INDOCINESI nel cuore della Francia.

Erano 1500 i "collaborazionisti" della guerra d'Indocina arrivati più di 50 anni fa. Finirono in una baraccopoli tra Bordeaux e Tolosa. Ora ne sono rimasti un decimo e raccontano la loro vita surreale, in una provincia d'Asia grande quanto un ghetto.

Marco Cicala - Venerdì  di Repubblica - 24 dicembre 2010

SAINTE-LIVRADE-SUR-LOT (Francia). Nei romanzi di Graham Greene o Marguerite Duras, l'Indocina è tutta calma, oppio e voluttà. Qui è fango, lamiere, memorie amarissime. Mezzo secolo dopo, a Sainte Livrade, gli sfollati del terremoto postcoloniale vivono ancora in baracche. Le stesse nelle quali vennero ammassati dal 1956, al collasso del dominio francese in Asia.

Erano 1500 profughi d'una più vasta marea. Ora ne resteranno un decimo. Lo chiamano Le petit Vietnam. È uno slum pieno di riserbo e tristezza. Ormai per lo più popolato da mamies. Nonnette ultranovantenni, gli occhi a mandorla impastati nelle rughe, il sorriso dolce, ma schivo. Ex «concubine» di militari, funzionari coloniali. La legge proibiva il matrimonio tra francesi e donne annamite. Ma dalle unioni nacquero figli. Spesso folte nidiate. Dopo la disfatta di Dien Bien Phu e la reconquista vietminh, vennero tutti stivati su navi cargo. Per sfuggire alle vendette dei nuovi padroni.

"Il viaggio durò un mese. Quando ci portarono qui non ci credevo: "C'est ça la France?". Se la immaginava diversa, madame Josephine Le Crenn, 98 anni portati a spasso, senza inibizioni, spingendo un girello. Faceva la maestra. Al Cafi (Centro accoglienza francesi d'Indocina), lei e i figli trovarono casermoni militari col soffitto in cartongesso. Niente acqua corrente. Stufe a carbone nell'inverno sottozero. Brande da campo. «Dormivamo vestiti. Cappotti dell'esercito al posto delle coperte. I bambini ci si abbracciavano sotto come maialini» racconta. Poi ammutolisce nei ricordi. E fissando il pavimento, conclude: «Sulle prime pensavo solo a una cosa: come uccidermi». Del Cafi si sono dimenticati tutti. Perfino le carte. Sta a metà strada fra Bordeaux e Tolosa, ma neanche un cartello ad indicartelo. Nel 1939 fu recinto per altri paria: i rifugiati della Spagna repubblicana. Adesso è un ghetto dove tutto è grigio: muri, cielo, terra, alberi nudi, sui quali - unica nota discordante - esplode l'arancio dei cachi. Frutti d'Oriente. Devotamente coltivati come un nodo col passato. E offerti in coppe sugli altari delle pagode buddiste che, in un caleidoscopio di cineserie, scopri nel cuore di quasi ogni casa.

In quella di madame Cazes c'è persino una stanza dedicata al culto degli antenati. Sotto le foto degli avi, tazze piene di caffé: «Glielo portiamo tutti i giorni» spiega la figlia Claudine. Sua madre ha quasi cent'anni. Indossa un'elegante tunica nera. I capelli chiusi in una crocchia. Non parla francese. O forse non ne ha voglia. Non concede una parola. Siede in cucina panando carne di maiale che poi avvolge in foglie tra le dita sottili come sterpi. «Ci prepariamo a congelare per il Capodanno cinese» dice Claudine. Quindici tra fratelli e sorelle. Oggi fa l'infermiera. Da ragazzina ha lavorato nei campi. Come la madre. Come quasi tutti qui al Cafi. All'alba arrivavano i caporali degli agricoltori francesi, sceglievano le braccia e caricavano tutti sui camion per raccogliere fagiolini, piselli, pomodori. «Un franco l'ora». Il lavoro ne durava tredici. Nelle vecchie foto vedi filari di donne piegate sotto cappelli a cono. In campagne di Francia che scambieresti per risaie orientali.

E i padri, dov'erano? Qualcuno impegnato in altre corvée, altri morti in battaglia, altri ancora svaporati nel caos della grande fuga indocinese. «Risarcimenti? Qui non paghiamo affitto né bollette. Ma dallo Stato non abbiamo mai ricevuto un soldo» ricorda Claudine.
Il trattamento è stato diverso per gli harkis, gli arabi che durante la guerra d'indipendenza algerina combatterono con l'esercito francese. E - come gli indocinesi «collusi» con l'occupante - furono obbligati all'esodo. Col tempo, gli ex soldati musulmani hanno strappato indennizzi e qualche riconoscimento. Niente di simile per i Niaks, i reprobi del Vietnam. Loro, l'ascensore sociale se lo sono costruito da soli. Tra quelli di seconda generazione trovi medici, avvocati, insegnanti.

O Bambou, al secolo Caroline Paulus, cantante, ultima compagna - all'epoca un po' junkie - di Serge Gainsbourg. Anche lei è nata qui. Madre orientale, padre tedesco, maresciallo. «Dalla Francia non abbiamo ottenuto niente perché non ci piace mendicare i diritti. E perché la nostra filosofia è: Accontentati». Fatalismo orientale. A parlare è Robert Leroy, ex saldatore. Rientrò al Cafi per assistere la madre morente. Ora ci vive di nuovo. In pensione. Ti offre, a scelta, saké o pastis. Le pareti di casa sono tempestate d'immagini d'un'Indocina oleografica: giunchi, (aghetti, ieratiche palafitte. Figlio di un ufficiale francese, Leroy aveva sette anni quando lasciò Saigon. Da adulto ci è tornato. Come turista. Riportandone indietro favolosi calendari.
                                         
Sulla porta appare un vicino, monsieur Alain. Poco loquace. Saluta toccandosi la tesa del cappello alla Compay Segundo. Si versa un pastis come fosse a casa sua. Ha occhi a mandorla e carnagione caffé. Il padre veniva dalla Guadalupa. Incroci vertiginosi ma non infrequenti, nel Petit Vietnam. Tra i soldati della Legione straniera spediti in Asia c'erano senegalesi, indiani di Pondichéry, polacchi...
Ma oggi, di polacchi, qui ne incontri pure altri. Più recenti. Muratori immigrati. Insieme a rumeni e maghrebini, demoliscono le vecchie bicocche per sostituirle con qualcosa di più simile a case. Prefabbricati standard. Per quanto tardivo, è il piano di bonifica del Cafi. Al quale i residenti si oppongono.
Senza strepiti. Davanti ai bulldozer, solita rassegnazione ancestrale. Sulle prime non ti spieghi perché rifiutino il comfort di nuove abitazioni. Poi capisci. Nelle baracche, i vecchi non vogliono viverci: vogliono solo morirci. Ormai stanno avviluppati alle stamberghe come un'edera secolare. Nel tempo, hanno estorto alla favela se non una bellezza, quantomeno una specie di decenza. Creando tra le catapecchie orti, rimesse, giardinetti coi fiori nei bidoni di vernice, cortili pieni di animali.

Emile Lejeune vive con quindici gatti. Novant'anni, ha sposato la donna che gli faceva da badante. Trascorre le giornate davanti alla televisione. Poi la spegne e cogita. Girando per casa in un tempo rarefatto, molto distante dal nostro: «Dentro non ho più collera. Solo riflessioni». Non legge. Filosoficamente è autarchico: «Detesto i libri. Sottomettermi alle idee altrui». E la tv allora? «Non è un pericolo. Non la interiorizzo. Spengo e basta». Appeso al muro c'è un suo ritratto giovanile. Faccia da divo del musical: «Cantavo bene. In Indocina le ragazze mi correvano dietro. Io mi negavo. Non volevo deluderne nessuna. Ma il tipo che vede in foto sta messo peggio di me. Lui è morto. Io ci sono ancora».
Dalla parete pende pure un chepì. In Asia, Emile non si è limitato a gorgheggiare. Pour la France ha combattuto contro i giapponesi. Poi contro ì vietminh. Lo fecero prigioniero, ma lui riuscì a svignarsela. Arrivò al Cafì con sua madre. Principessa Xuan Tu. Dinastia imperiale Minh Mang. «Andata in sposa» a un magistrato francese. Morì in questa baracca nel 1988. A 103 anni. «Su una branda militare. Un materasso di crine. Non era triste». È sepolta nel cimitero del paese. Difficile non notare la tomba: è ricoperta di maioliche gialle. Sulla lapide sta scritto: Sua Altezza Reale.
Dice Emile: «II Cafì è già quasi tutto lì, al camposanto. Hanno aspettato cìnquant'anni per darci nuove case: non possono aspettarne altri cinque o sei, quando saremo tutti sottoterra?». Lui non vuole cambiare. Foss'anche per spostarsi dall'altro lato della strada. Le vecchie del villaggio passano il tempo a pregare, chiacchierare, far spese nelle drogherie orientali. Lui no. Riflette. Dice cose tipo: «Gli imperi? Come le nuvole. Ha presente l'impressione di minaccia che possono trasmetterci le nuvole? Eppure, se ci pensa, non sono altro che nuvole». Oppure: «Qui al Cafì c'era un tale che con il suo equilibrio attirava le bestie. Si metteva in mezzo a un prato e lo invadevano libellule, formiche, api, uccelli. Giuro. Gli animali lo sentono, l'equilibrio. Tutto è vivente. Anche queste baracche». Indica fuori: «Vede quella pianta? È autodidatta. Non ho fatto niente per lei. È venuta su da sola. Una spora. Ora cresce meglio delle altre. Per vivere basta uno spicchio di polvere».
In Vietnam, i meticci come monsieur Lejeune lì chiamavano con sprezzo Bui doi. Tradotto: polvere di vita.
MARCO CICALA