VIETNAM   Sul Delta, dove si venerano Buddha, Victor Hugo e Shakespeare.
Il Mekong, dopo gli scempi della guerra, oggi è una zona turistica di una repubblica socialista che ha riscoperto il business e la religione. Anzi, le religioni: come quella del cocco, che mescola cristianesimo e buddismo. O come il Cao Dai che, tra gli dei, colloca alcuni personaggi della storia.
                                                               (© il venerdì di Repubblica – 6 febbraio 2009 - inviato Vladimiro Polchi)


Ho Chi Minh City
Il Delta è un rompicapo religioso. È come se il fiume dei Nove Draghi riversasse qui i mille culti che incontra sul suo cammino. Ogni invasore ha provato a imporre la sua confessione, ma i vietnamiti hanno mischiato divinità e santi, sacro e profano. Il risultato? Il caodaismo, che venera Gesù e Buddha, Confucio e Maometto, ma anche Giovanna d’Arco e Victor Hugo. E poi la religione del cocco e il suo pazzo fondatore: il Coconut Monk.”

Tran Van Triet fa il pittore nel villaggio di An Binh, nel cuore del delta del Mekong. Lui veneragli antenati, convinto come molti vietnamiti che l’anima dei defunti sopravviva al disfacimento del corpo e protegga i discendenti dall’aldilà.
Ma Van Triet si dice anche buddista e, come gli altri abitanti sulle sponde del grande fiume, sembra aver elaborato una sorta di culto fai-da-te: “Non c’è guerra di religione sul delta” – racconta – “solo un po’ di confusione”.

Il Mekong è il fiume più lungo dell’Indocina: un tortuoso serpente , che striscia per 4.900 chilometri. I vietnamiti lo chiamano Song Cuu Long (Fiume dei Nove Draghi). Il suo delta è una vasta pianura lussureggiante, densamente popolata (venti milioni di vietnamiti) e coltivata in modo intensivo: canna da zucchero, cocco, frusta, riso.
Nhu Ly si aggira all’alba tra i battelli del mercato galleggiante di Chau Doc, una cittadina aggrappata sulle sponde del grande fiume. Trasporta i turisti su una barca a vela. È fortunata: gli stranieri pagano in dollari, valuta ben più ambita della moneta locale (il dong). «Il Mekong è nostro padre» racconta l'esile Nhu Ly, «alleva i nostri figli, li lava, gli dà da mangiare e da bere. Ma a volte si arrabbia e allora bisogna averne paura». Ly ricorda bene il tifone Durian, che nel 2006 ha colpito la provincia di Ben Tre, con un centinaio di morti, duecentomila sfollati, ottocento pescherecci affondati: «Il fiume ha fatto la voce grossa, sembrava volesse inghiottirci, poi si è ritirato».
Quando non è la natura a colpire, ci pensano gli uomini. O più precisamente gli americani. In dieci anni di bombardamenti, dal 1965 al ‘75, gli Stati Uniti hanno lanciato sul delta 72 milioni di litri di Agent Orange: un veleno defoliante che doveva colpire i vietcong, ma ha invece devastato i campi e la popolazione civile. Poi sono arrivati gli scarichi industriali: circa 210 industrie continuano a versare i foro liquami nel Mekong.
La Repubblica socialista del Vietnam ha vissuto, infatti, negli ultimi anni un boom economico e solo dì recente ha cominciato a preoccuparsi di uno sviluppo eco-compatibile. Se quindici anni fa il reddito medio pro capite era di 220 dollari l'anno, l'inflazione al 40 per cento e c'era un telefono ogni 531 abitanti, oggi il reddito è salito a tremila dollari, l'inflazione è scesa sotto il 4 per cento, l'economia cresce a un ritmo del 7 per cento l’an¬no e nelle grandi città anche i conducenti di risciò hanno il cellulare.
Uno sviluppo dei consumi, quello in corso in Vietnam, che il Mekong deve sostenere con le sue coltivazioni sempre più intensive.

Solo percorrendo lentamente in bicicletta i mille villaggi del delta si scopre l'eclettica religione dei suoi abitanti: templi buddisti, pagode, moschee, chiese. Ha ragione Van Triet: non sembra esserci scontro di religione sul delta. Ogni confessione si contamina con le altre: buddismo, confucianesimo, taoismo, cristianesimo, culto degli antenati, induismo, islam. Basta visitare la cittadina di Chau Doc per farsene un'idea. Qui, si incontra la comunità musulmana cham: nella piccola moschea di Mubarak, i bimbi studiano il Corano e l'arabo.
Ma i musulmani cham seguono una libera interpretazione della legge islamica e i loro rituali coesistono con l'animismo e il culto indù. E cosi, quando compiono 15 anni, i ragazzi sono sottoposti a una circoncisione solo simbolica: il celebrante prende un coltello di legno e si limita a simulare il gesto del taglio.
Ma il vero emblema della fusione tra religioni è senz'altro il caodaismo, con i suoi sette milioni di fedeli. Fondata nel 1926 nel Sud del Vietnam, questa setta ha una struttura gerarchica simile a quella della Chiesa cattolica: pontefice, cardinali, vescovi e preti. Con una differenza, però: qui anche alle donne è consentito raggiungere la carica di cardinale. Il caodaismo è una religione sincretica, commistione di culti orientali e occidentali. Crede in un unico dio (rappresentato come un occhio divino), che avrebbe fondato tutte le religioni più diffuse nel mondo. Venera santi, o spiriti guida, i più diversi: Krishna, Mosé, Confucio, Gesù, Buddha, Maometto, per arrivare fino a Giovanna d'Arco, Victor Hugo e William Shakespeare. I caodaisti aspirano, infatti, a creare la religione perfetta e per questo non si preoccupano di mischiare sacro e profano.

Sul loro sito internet (www.caodai.org) si legge: «Non vogliamo creare un mondo grigio, dove tutte le religioni sono esattamente uguali, ma solo un mondo più tollerante, perché siamo convinti che le religioni hanno la stessa origine divina, sia Dio, Allah o il Tao, e sono solo diverse manifestazioni di un'unica verità».

Percorrendo il delta del Mekong ci si imbatte anche in un altro caso di mescolanza tra confessioni: è la religione del cocco. Per scoprirla, bisogna approdare sull’isoletta di Con Phung (l'isola della Fenice), Qui si viene accolti dalle vestigia di uno strano santuario di forma ottagonale, più simile a un parco Disneyland che a un tempio asiatico: colonne avvolte in spirali di drago, torri sovrastate da un'immensa sfera di metallo, pagode e una co¬pia ridotta della navicella spaziale Apollo. E poi, i più vari simboli re¬ligiosi: croci cristiane e svastiche buddiste, Cristo accanto a Buddha, la Madonna insieme a divini¬tà orientali. È il tempio dì Zio Hai, meglio noto come «monaco del cocco», fondatore della religione Tình Do Cu Si, commistione tra buddismo e cattolicesimo. Duran¬te la guerra del Vietnam, il suo tempio era un'oasi di pace e molti corrispondenti dei giornali stra¬nieri venivano a riposarsi qui tra una battaglia e l'altra.


«Sapete l'origine del nome Coconut Monk?» chiede il pittore Vaii Triet. «È semplice: quell'uomo mangiò per tre anni solo noci di cocco e bevve solo il succo del frutto». O almeno così racconta la leggenda. Di certo si sa che Nguyen Thanh Nam (questo il vero nome del monaco) è nato nel 1909 sul delta, a Ben Tre.
Figlio della piccola borghesia locale, ha studiato chimica e fisica in Francia: a Lione, Caen e Rouen, dal 1928 al 1935. Poi, tornato a casa, si è sposato e ha avuto una figlia. Nel '45 però ha deciso di lasciare lavoro e famiglia, per ritirarsi a vita monastica. Per tre lunghi anni sarebbe rimasto a meditare giorno e notte su un lastrone di pietra.
Poi ha deciso di fondare una nuova religione, la Tinh Do Cu Si.
A metà degli anni Settanta, i suoi seguaci erano oltre 3.500 e mille i suoi monaci. Predicava per un riunificazione pacifica dei due Vietnam. Per questo, nel 1969, era partito per Hanoi in bicicletta, ma dopo 300 chilometri di faticose pedalate era stato costretto a tornare indietro da una tribù di montagnards (cosi i francesi chiamavano le minoranze, che vivevano sulle montagne nel Nord). Tornato nella sua pagoda galleggiante sul fiume, aveva fatto costruire due alte torri: una rappresentava Saigon, l'altra Hanoi. E cosi ogni giorno poteva percorrere simbolicamente a piedi il suo viaggio tra le due capitali, pregando per l'unificazione del Paese.
Incarcerato per le sue eversive teorie pacifiste sia dai sudvietnamiti che dai comunisti, il «monaco del cocco» è morto nel 1990. La sua religione è oggi scomparsa dall'isola, ma gli abitanti del Mekong lo ricordano ancora con rispetto. «Non era né un'impostore né un santo» racconta Van Triet, «ma solo un vecchio saggio, stanco delle guerre».