|
1. Hanoi – Nel 1975 Huu Thinh è entrato alla guida di un carro armato
nella marcia Saigon che ignominiosamente cadeva, oggi è il presidente
dell' Associazione degli scrittori del Vietnam. Ma è reduce da un
recente viaggio negli Stati Uniti - ci racconta a cena, in un ristorante
stile coloniale francese - dove ha pubblicato un libro di poesie, The
Time Tree, l' Albero del Tempo.
Alla serata di lettura dei suoi versi, a
New York, ci sono state inizialmente virulente proteste di esuli che
indossavano vecchie uniformi militari sudvietnamite, ma la sua tournée
americana è stata un successo letterario e anche un'esperienza di
dialogo e di incontro.
Pure uno dei suoi due traduttori, Nguyen Qui Duc,
ha lasciato da bambino il Vietnam e ora questa versione è per lui un
modo di sanare quella lacerazione, di superare quella frontiera di
guerra e di esilio che lo separa dal suo Paese e da sé stesso. Una
lirica di Huu Thinh parla di un frammento di vita lasciato indietro nel
fluire degli anni e delle cose. E' possibile ritrovare i pezzi di noi
stessi che le continue lacerazioni del vivere, individuale e collettivo,
ci strappano e gettano nel fiume che scorre via?
Pace significa anche
questo, riconciliazione con tutto ciò che fa parte di se stessi, col
proprio Paese e la propria storia.
La pace è talora più difficile della guerra e nessuno lo sa più dei
comunisti, spesso eroici e geniali vincitori della seconda e maldestri o
dispotici perdenti della prima.
Il Vietnam ha spesso saputo combattere e
vincere invasori tanto più potenti. L' epopea dell' ultima guerra
gloriosamente vittoriosa contro i francesi e poi contro gli americani,
che ha fatto dei vietnamiti gli eredi degli eroi delle Termopili, si
inserisce, come ricorda una famosa opera teatrale di Peter Weiss, nel
solco di una tradizione di disfatte inflitte, nei secoli passati o in
anni recenti, ai mongoli o ai cinesi. Anni fa, nell'infuriare del
conflitto col Vietnam del Sud e gli Stati Uniti, ho sentito per caso
alla televisione (credo tedesca o austriaca) un'intervista a un
dirigente nordvietnamita, il quale diceva che il suo popolo, coinvolto
da tanti anni in una guerra che aveva impegnato più generazioni,
correva il grande pericolo di identificare la vita con la guerra, di non
sapere concepire la vita senza la guerra.

2. Adesso invece sono io che penso alla guerra di trent'anni fa, all'offensiva del Tet o al sentiero di Ho Chi Minh, molto più dei miei
ospiti e interlocutori vietnamiti. La città - bellissima, non certo
ricca ma di franca e gentile vitalità, con le sue strade affollate di
gente e motocicli d' ogni tipo e le sue pagode sui laghi - suggerisce la
pace e una vita modesta ma operosa, non le bombe piovute per tanti anni.
La distanza spaziale diviene facilmente, per il viaggiatore sprovveduto,
distanza temporale che lo riporta indietro, a un passato superato. Dopo
l'epica vittoria c'è stata la ricostruzione, ma anche la violenta
repressione, la vendetta travestita da rieducazione, la persecuzione dei
boat people, la fallimentare e iniqua riforma agraria - che viene ora
apertamente e liberamente criticata - con la sua collettivizzazione, che
ha travolto tanti piccoli proprietari e creato nuovi profittatori e
favoritismi. Ma c'è stata pure la scolarizzazione, una nuova dignità
acquistata in tanti settori.
Di questo Vietnam postbellico ci si
interessa poco e questo è un grave peccato di omissione nei confronti
di un Paese che presenta aspetti di straordinario interesse. Sono
stupefatto di sentirmi dire che sono il primo scrittore italiano venuto
in Vietnam dopo la fine della guerra.
3. All'università, gli studenti e i docenti di un corso d'italiano
istituito appena da un anno accolgono il visitatore con una festosa e
quasi cerimoniale ospitalità da tempi antichi. Le insegnanti e le
studentesse indossano l' abito lungo da occasioni di riguardo, che mette
in risalto una bellezza enigmatica e gentile. La passione per l'Italia
è grande, pure grazie all' opera sagace e illuminata del nostro
ambasciatore Luigi Solari, e la conoscenza dell'italiano assai notevole.
Il dialogo con loro e intenso e discontinuo. I - dovrei anzi dire
soprattutto le - docenti conoscono l'università italiana come me e sanno
creare fra i loro allievi un grande interesse per il nostro Paese.
Il
professor Nguyen van Hoan, studioso di Dante e dell'Umanesimo, parla
della prima versione vietnamita della Commedia, ad opera di Le Tri Vien
e Khuong Huu Dung, uscita - incompleta – nel 1979 in una tiratura di
10.000 copie, eccezionale in un Paese prostrato dalla guerra e accolta
calorosamente, nonostante la distanza culturale fra l'Italia e il
Vietnam, le difficoltà di tradurre dall'italiano, lingua polisillabica,
in vietnamita, essenzialmente monosillabico, e la difficoltà di
dedicare tempo ed energia a quest'impresa in un periodo in cui la guerra
e il dopoguerra assorbivano ogni sforzo.
È lo stesso studioso, peraltro fervido patriota vietnamita, a ricordare
come un altro letterato, il professor Dang Thai Mai, i cui saggi su
Umanesimo e Rinascimento hanno preparato il terreno per la ricezione di
Dante, fosse stato criticato perche` i suoi studi non servivano alle
immediate esigenze strategiche del Paese. Leggendo le pagine di Nguyen
van Hoan su Dante o sul Ca Dao, la poesia popolare sudvietnamita ("amarsi vuol dire amare anche la strada che si fa insieme") si ha il
senso dell'universalità della poesia, dell'umanità vagheggiata da
Herder, lo scrittore amico di Goethe, come un unico grande albero
costituito dalla diversità delle foglie, delle radici, dei rami e dei
fiori.
Certo colpisce la discontinuità dell'informazione. Il più recente
libro italiano tradotto, mi si dice, è "Il Deserto dei tartari"; ci si
stupisce che Il nome della rosa non sia stato tradotto e sia
così poco
conosciuto; durante la discussione sulla letteratura di frontiera
all'Istituto Francese, introdotta da Ha Minh Duc, un autore vietnamita
si dichiara lettore e ammiratore del famoso scrittore italiano Carlo
Rossi, convinto di nominare un nome celebre come Moravia, e non ho il
coraggio di dirgli che non so chi sia.
Questi scompensi dicono molto
sulla circolazione culturale, i suoi limiti e i suoi disguidi. Eppure
non è affatto difficile parlare a queste persone del mio mondo. Forse
non e un mondo così lontano dal loro, perché essi conoscono bene,
sulla loro pelle, cosa significhi la frontiera, la sua lacerazione, la
sua espatriazione, il suo straniamento.
4. Conoscere un paese, per me, significa anche tuffarsi nel suo mare,
sentire lo spessore dell' acqua, percepire la sua luminosità e
limpidezza, il suo sapore - naturalmente, come per Raffaele La Capria,
il metro di giudizio e punto di riferimento è sempre il Mediterraneo,
per lui il Tirreno di Napoli, per me l' Adriatico istriano e dalmata.
L'acqua, nella baia di Halong, è color giada, densa senza essere
torbida, di un tepore tropicale; un ultimo sorso d' estate, un' estate
che non sembra una stagione passeggera quanto un modo di essere, uno
stato.
Incantevoli isole e rupi incastonano il grande golfo; la barca
sfiora grotte cedevoli e friabili, fangose. Più che il Vietnam di oggi,
il paesaggio suggerisce l' atmosfera dei romanzi di Greene o della Duras.
Il tropico è anche un affondare in strati profondi del reale, in un
limo vitale, dolce e frollo come l' odore del durian, che le guide
ammoniscono a non portare in camera e che già il povero Emilio Salgari,
il quale non aveva probabilmente mai avuto l' occasione di gustarlo,
definiva acre per i palati europei. Perfino i sapori, gli odori, i
dettagli più sensuali si possono trovare anche solo sulla carta,
restando a casa e viaggiando, come Salgari, solo in biblioteca.
Nel
ritorno verso Hanoi, nell'incanto della sera che precipita umida e
rapida, in una luce subacquea, campagne irrigate e lavorate, bufali nei
campi, case bizzarramente strette, perché le tasse si pagano a seconda
della larghezza della facciata. Sotto i grandi cappelli conici, qualche
viso bellissimo di donna; uno sguardo si alza a osservare l' automobile
che sta passando e dopo un attimo sparisce, resta indietro, una delle
tante cose lasciate indietro.

5. Il Paese, retto dal partito unico, rifiuta ideologicamente la
democrazia occidentale, anche se il discorso con cui Ho Chi Minh, il 2
settembre 1945, proclamava l'indipendenza della Repubblica Democratica
del Vietnam era pieno di riferimenti alla dichiarazione d'indipendenza
americana.
Una vivace e coraggiosa letteratura dissidente denuncia oggi
il controllo dello Stato-Partito, le violazioni della libertà e un
insinuante parassitismo, spesso unendo l'impegno politico alla
sperimentazione linguistica e alla ricerca espressiva. Si tratta, quasi
sempre, di scrittori che hanno combattuto per la liberazione del loro
Paese, come Bao Ninh - una sorta di Remarque vietnamita -la cui Angoscia
della guerra ritrae con laconica potenza la devastazione di un conflitto
il cui fronte è dovunque - o come Duong Thu Huong, che è stata capo di
una brigata giovanile durante la guerra, poi impegnata nella difesa dei
diritti umani, espulsa dal Partito e per breve tempo incarcerata, e
poche settimane fa ha lasciato il Vietnam per la Francia. Nei suoi
intensi libri - Paradiso del cieco, L'imbarcadero delle donne senza
marito -la ferma critica politica e sociale si unisce all' evocazione di
un paesaggio tragico ma incantevole.
Nel romanzo Il messaggero celeste di Pham Thi Hoài, la denuncia si fa invece sottile e grottesca,
descrive un mondo di vuoto e di assenza e diviene anche metafora di un
disadattamento esistenziale, di un rifiuto di crescere.
La critica dall'interno è forse più precisa ed efficace di quella
degli scrittori esuli, fatalmente anche se comprensibilmente segnata dal
risentimento, che spesso offusca o stravolge lo sguardo. Accanto all'associazione ufficiale degli scrittori e agli autori dissidenti,
esistono anche libere associazioni come il Centro Est-Ovest, presieduto
da Hoang Thuy Toan, una cerchia estremamente vivace di scrittori,
traduttori, letterati, con i quali la discussione è subito aperta,
franca anche su argomenti imbarazzanti, generosa. Questa cordialità
sembra unire le persone, al di là delle posizioni politico-culturali.
Alla cena sono tutti cordialmente insieme, autori ufficiali, o comunque
integrati, e ribelli, come Nguyen Huy Thiep, autore del Generale a
riposo, romanzo che ha fatto scalpore per la dura denuncia e
l'invenzione linguistica. Non è detto che abbia del tutto ragione Bao
Ninh, quando scrive che quell'ardente volontà che a suo tempo ha
salvato il Paese ora se n'è andata.

6. La pagoda di Tran Quoc, sul lago di Ho Tay a Hanoi -la città è
ingentilita, resa più lieve dalle sue molte acque- è una delle più
antiche del Paese. Nei suoi giardini ci sono i monumenti funebri di vari
monaci e la tomba dell'abate precedente quello in carica. Fra alcuni
anni sarà, come è uso, traslata altrove; la morte non è un definitivo
possesso, neanche di una fossa, ma un ulteriore passaggio e transizione,
come ogni cosa.
C'è un funerale. Alcuni monaci buddhisti pregano,
congiunti e amici del defunto stanno consumando il pasto funebre. Visi
raccolti e gentili, gesti ospitali. Una vecchia offre a J. alcune mele,
per lei e per me; così anche noi due, per un momento, partecipiamo a
questa comunione per uno sconosciuto fratello che ci ha lasciato
indietro. Preghiere lontane, diverse, che sarebbe ridicolo scimmiottare.
Come è giusto il monito del Dalai Lama a non convertirsi da una
religione a un' altra, nemmeno alla sua. Come ogni dialogo, anche quello
ecumenico deve mantenere le distinzioni, è l'incontro di persone
diverse. È questo che permette di avvicinarsi, di sentirsi uniti in una
pietas comune, al di sopra delle proprie particolarità.

7. Un tempio è dedicato alla Letteratura. Diversamente dalla pagoda, il
tempio non ha necessariamente una destinazione religiosa; può essere
dedicato a istituzioni, valori e tradizioni, in uno spirito che è
religioso in senso lato, quale venerazione della vita, della storia, di
memorie.
Questo - un'università che risale al 1079 - è dedicato
soprattutto agli eruditi e ai letterati che, a partire dal 1442, hanno
superato i concorsi di dottorato. Numerosi studi ricordano i nomi dei
candidati e i voti conseguiti. Rare volte ho provato un senso di
rispetto altrettanto profondo per lo studio, la tradizione, i concorsi,
gli esami, le pagelle; anche questo concorre a formare la solidità di
un Paese, la sua capacità di crescere e resistere. Forse conoscere
meglio la grammatica e la sintassi, anche la perifrastica passiva del
latino, aiuta a conoscere gli uomini, a essere meno ingenuamente
sprovveduti nel caos del mondo.
In una libreria, all'interno del tempio,
c'è un libro, in inglese, di Robert McNamara, segretario alla Difesa
americana ai tempi della guerra: In Retrospect. The Tragedy and Lessons
of Vietnam. Del senno di poi, come dice il proverbio...

8. Una figura emblematica della realtà e della letteratura è il
meticcio, l'indesiderato figlio di una vietnamita e di un soldato
americano che il più delle volte, al momento della disfatta, ha
lasciato non solo il Paese ma anche la famiglia.
Spesso questi figli
della guerra si sono ritrovati, come i piccoli proprietari dopo la
riforma agraria, esposti a sopraffazione, emarginazione e violenza,
divisi anche da sé stessi, tagliati in due da una frontiera di odi che
passava attraverso il loro corpo. Indesiderato s'intitola infatti il
romanzo di Kien Nguyen, racconto autobiografico di questa dura odissea.
È un libro scritto in inglese, come quello di un'altra scrittrice
vienamita-americana, Le Ly Hayslip, che insieme a Jay Wurts descrive nel
suo Quando cielo e terra cambiarono posto le violenze commesse da tutte
le parti, da francesi, vietcong, americani, sudvietnamiti e dagli
alleati e sgherri degli uni e degli altri. Guerra e violenza, in queste
pagine, colpiscono particolarmente i momenti e le fasi più deboli della
vita: l'infanzia, la vecchiaia, l' esistenza prenatale. Il bambino e il
nascituro, spietatamente in balia della brutalità, sono un motivo
ricorrente, una figura tragica e toccante di nuda umanità indifesa.
Questi esuli non idealizzano la realtà pre-comunista; nel suo romanzo
L' arazzo Kien Nguyen rievoca la barbarie del passato feudale e
coloniale. Ma, come spesso accade allo scrittore esule - e tanto più se
proviene da un paese culturalmente lontano - essi corrono talora il
pericolo di scrivere "per gli altri", come in una sorta di involontario
corso superiore di letteratura per stranieri.

9. Non è sempre facile stabilire da che parte stia il progresso.
All'epoca della colonizzazione francese, nell'Ottocento, un
intellettuale come Ton Tho Tuong parteggiava per la collaborazione con
gli invasori, anche perché vedeva in essi pure i portatori di una
modernizzazione che scioglieva antiche catene; un altro, Phan Thanh
Gian, era un patriota immune da compromessi con l'occupante sfruttatore,
e celebrava valori arcaici, tradizioni reazionarie, gerarchie feudali.
Viene in mente la forte pagina in cui Cesare Cases rievoca un suo avo,
rabbino di Reggio, che aveva affrontato Napoleone Primo Console
accusandolo di distruggere - con le sue misure che eguagliavano tutti i
cittadini e abolivano discriminazioni e ghetti razziali - l'identità
ebraica.
 
10. Il mausoleo di Ho Chi Minh e chiuso. In questo periodo dell' anno si
restaura la sua mummia, per conservarla meglio. Secondo una leggenda
metropolitana, dice la nostra accompagnatrice, la mummia, per questi
lifting, viene mandata a Mosca, luogo che oggi sembra poco credibile per
simili operazioni. Si è tentati di immaginare questo trasporto segreto,
la mummia caricata sul treno, le sue guardie del corpo, possibili
incidenti di viaggio. Il piccolo lago davanti a noi, con le sue grandi
ninfee, non si addice a queste fantasie grottesche, come non gli si
addicono le poesie scritte - anche in carcere - dal grande leader
rivoluzionario. Liriche classiche, cieli della sera e nuvole che fuggono
alte sopra il prigioniero, un flauto e una donna nella solitudine,
l'individuo inserito al posto giusto - ne arrogante al centro ne
insignificante o secondario - nella natura. Far poesia, dice un suo
verso, aiuta ad attendere la libertà.
11. Pietas familiare, amore coniugale e focolare sono tenacemente
presenti nella tradizione vietnamita. Questa pura tenerezza non esclude
le complicazioni dei sentimenti, ma le risolve in una limpida intensità
di affetti scevri d'ambiguità.
Lo dice la leggenda della donna che,
risposatasi dopo aver lasciato il primo marito sempre ubriaco, lo reincontra ridotto a mendico e lo soccorre; vedendo arrivare lo sposo e
temendo che questi possa avere ingiusti sospetti, lo nasconde
malaccortamente nel focolare, dove egli muore, dove per rimorso morirà
anche lei, nel fuoco, e dove morirà volontariamente pure il suo secondo
marito, che non può vivere senza di lei. Un amore plurimo e corale - ma
limpido e casto, tale da non ferire quello di coppia - e un sogno
antico.
Lo sogna anche Goethe, nel suo dramma Stella, solo che in quest'ultimo si tratta di un uomo con due donne mentre nella leggenda
vietnamita, quasi a riscattare la dignità femminile conculcata dalla
tradizione feudale e contadina, di una donna con due uomini.  12. Si torna a casa. Molti amici mi chiedono come mai non mi stanco a
viaggiare tanto e spesso così lontano. Ci si stanca invece a casa,
nella propria città e nel proprio mondo, stritolati da assilli e
doveri, trafitti da mille frecce quotidiane banalmente velenose,
oppressi dagli idoli della propria tribù.
Inoltre è a casa che ci si
gioca, in bene e in male, la vita, la felicità e l'infelicità, la
passione, il destino. Il viaggio, anche il più appassionato, è sempre
pausa, fuga, irresponsabilità, riposo da ogni vero rischio.
Si torna
dunque a casa, al mondo adulto, serioso, invadente. Qualche volta, come
il protagonista di Mua Oi, il film di Dang Nhat Minh, non si vorrebbe
proprio crescere, bensì rimpicciolire, nascondersi, magari - come gli
gnomi delle fiabe sotto i funghi - sotto uno di quei grandi cappelli
conici vietnamiti che, doverosamente, ci si porta a casa per ricordo.
14 dicembre 2003 -
Claudio Magris -
Dal libro L’Infinito Viaggiare
(Grazie alla gentile autorizzazione dell’autore) |