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Martin Luther King sognatore
L'uomo che ha preso per mano la comunità nera e gli ha dato nuovo
orgoglio e dignità. L'uomo che parlava nel nome dell'amore. "Vorrei
che un giorno sulle colline rosse della Georgia i figli dei vecchi
schiavi
e i figli dei vecchi schiavisti possano sedersi a tavola fraternamente".
Reverendo nero, Martin Luther King (1929-1968) è stato il leader del
movimento dei diritti civili, basato sulla nonviolenza e sugli ideali
cristiani.
Le sue campagne di disobbedienza civile cominciarono in Alabama combattendo contro la segregazione razziale sugli autobus poi
passò ai sit-in degli studenti neri che reclamavano libero accesso alle
biblioteche e ai parchi del campus. Il 28 agosto 1963 duecentomila
persone parteciparono alla marcia di Washington e ascoltarono rapiti
il suo discorso "I have a dream" (Ho fatto un sogno). "Vorrei che i bambini
neri possano tenersi per mano con i bambini bianchi e camminare assieme come fratelli e sorelle". La sua eloquenza evangelica e il
contagioso esempio gli assicurarono le simpatie delle diverse fasce
sociali nere ma anche della classe media bianca. Ma gli abitanti degli
slums settentrionali furono più vicini alle posizioni estremistiche dei
Black Muslims.
Nel 1964 ottenne il premio Nobel per la pace e i media
puntarono a sottolineare le differenze tra il buonista King e il
radicale
Malcolm X. Più tardi il reverendo si dichiarò più volte contrario all'escalation bellica statunitense in Vietnam. Ucciso da colpi di fucile su
un balcone di un hotel di Memphis, il 4 aprile 1968.
La sua morte scatenò una serie di insurrezioni nei ghetti dlle grandi città americane.
Il
presidente Johnson convincerà il cantante James Brown, a tenere un
discorso alla radio per spingere la gente a tornare nelle case, a mettere
da parte la tentazione della vendetta. Più tardi un altro cantante
Stevie
Wonder lo ricorderà in Happy Birthday, manifesto della campagna per
trasformare il 15 gennaio, data di nascita dello scomparso leader, in
festa nazionale degli afroamericani.
Sarà il presidente Bush a dare il
via libera a quella ricorrenza, qualche anno dopo. "Il mio sogno é che i
miei quattro figli possano un giorno vivere in una nazione dove non
vengano giudicati per il colore della pelle ma per il loro carattere.
È
il
mio sogno di oggi".
I have a dream
Il 28 agosto 1963 oltre 200.000 persone parteciparono a
Washington, D.C.,a una marcia per "il lavoro e la libertà" al
Lincoln Memoríal, a cent'anni dalla Proclamazione di Emancipazione. In quella occasione, accanto a molti oratori,
Martin Luther King pronunciò un discorso destinato a diventare
famoso.
Venti lustri orsono un grande americano, nella cui simbolica ombra
tutti troviamo riparo, firmò il Proclama di Emancipazione. Quell'importante documento rappresentò una grande luce di speranza per milioni di schiavi negri marchiati a fuoco e fiaccati dall'ingiustizia.
Rappresentò un'alba festosa che poneva fine alla lunga notte della schiavitù.
Ma a cento anni di distanza dobbiamo prendere atto di una tragica
realtà: i negri non sono ancora liberi. A cento anni di distanza la vita
dei
negri é ancora mutilata dai lacci della segregazione e delle catene
della
discriminazione.
A cento anni di distanza i negri vivono su uno sterminato oceano di benessere materiale. A cento anni di distanza i negri
sono ancora dimenticati ai margini della società americana, esuli nella
loro terra. E oggi siamo venuti qui a testimoniare in tutta la sua drammaticità la nostra condizione.
In un certo senso siamo venuti nella capitale della nostra nazione per
esigere un credito. Quando gli architetti della nostra repubblica
scrissero le magnifiche parole della Costituzione e della
Dichiarazione di Indipendenza, firmarono una cambiale che
impegnava tutte le future generazioni di americani.
Questa cambiale prometteva che a tutti gli uomini
sarebbero stati garantiti gli inviolabili diritti alla vita, alla libertà
e al
perseguimento della felicità.
Oggi é ovvio a tutti che l'America non ha
pagato questa cambiale ai suoi cittadini di colore. Invece di onorare
questo sacro impegno, l'America ha dato al popolo nero un assegno a
vuoto, un assegno tornato indietro con la causale «fondi insufficienti».
Ma noi ci rifiutiamo di credere che la banca della giustizia versi in
stato
fallimentare. Ci rifiutiamo di credere che nella grande cassaforte di
opportunità di questo paese i fondi siano insufficienti. Siamo quindi
venuti a incassare questo assegno, un assegno che ci garantirà le
ricchezze della libertà e la sicurezza della giustizia.
Siamo venuti in questo sacro luogo anche per ricordare all'America la
irrinunciabile urgenza dell'ora. Non è questo il momento di indulgere
alla tentazione di prendere tempo o di ricorrere al sedativo del
gradualismo
Ora è il momento di realizzare le promesse della democrazia.
Ora
é il momento di inerpicarsi dalla buia e desolata valle della
segregazione
verso il sentiero della giustizia razziale illuminato dal sole.
Ora è il
momento di spalancare le porte dell'opportunità a tutti i figli di Dio.
Ora é il momento di liberare la nazione dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale collocandola sulle solide fondamenta della fratellanza.
Sarebbe fatale per il paese non riconoscere l'urgenza del momento e
sottovalutare la determinazione dei negri. Questa soffocante estate del
legittimo scontento dei negri potrà passare solo con il fresco vento di
un
autunno di libertà e uguaglianza. Il 1963 non é traguardo ma un inizio.
Se il paese farà finta di nulla, avranno un brusco risveglio tutti coloro
che sperano che i negri si accontenteranno di aver dato sfogo al loro
malumore. L'America non conoscerà requie né tranquillità fin tanto
che non verranno riconosciuti i diritti di cittadinanza dei negri.
Il vortice della rivolta continuerà a scuotere le fondamenta della nostra nazione fin quando non spunterà il luminoso giorno della giustizia.
Ma c'è qualcosa che debbo dire alla mia gente che se ne sta m attesa sulla rischiosa soglia che conduce al palazzo della giustizia. In attesa di
conquistare il posto che ci spetta di diritto, non dobbiamo macchiarci
di azioni illegali. Che la nostra sete di libertà non venga placata
bevendo dalla coppa dell'amarezza e dell'odio. La nostra lotta deve sempre
inspirarsi agli alti valori della dignità e della correttezza. Non
dobbiamo
consentire alla nostra protesta creativa di degenerare in violenza
fisica.
Mai dobbiamo cessare di elevarci alle maestose altezze sulle quali la
forza fisica si sposa alla forza spirituale.
Il nuovo, meraviglioso vento di militanza che soffia sulla comunità
nera non deve portarci alla sfiducia nei confronti di tutti i bianchi in
quanto, come testimoniato dalla loro presenza qui oggi, molti dei nostri
fratelli bianchi hanno capito che il loro destino è legato al nostro destino e che la loro libertà é inestricabilmente legata alla nostra libertà.
Il
nostro non può essere un cammino solitario.
E mentre camminiamo dobbiamo prendere il solenne impegno di guardare dinanzi a noi. Non possiamo tornare indietro C'è chi chiede a
quanti si battono per i diritti civili «quando sarete soddisfatti?».
Non potremo mai essere soddisfatti fintanto che i negri saranno vittime
degli inenarrabili orrori di brutalità delle forze di polizia.
Non potremo mai essere soddisfatti fintanto che i nostri corpi, fiaccati
dalle fatiche del viaggio, non potranno trovare riposo nei motel delle
autostrade e negli alberghi delle città.
Non potremo mai essere soddisfatti fintanto che il solo cambiamento
possibile a un negro sarà quello da un ghetto più piccolo a un ghetto
più grande.
Non potremo mai essere soddisfatti fintanto che i negri del Mississipi
non potranno votare e quelli di New York crederanno di non avere nulla per cui votare.
No, no, non siamo soddisfatti e mai, lo saremo fin quando non vedremo la giustizia scorrere limpida e impetuosa come le acque di un torrente.
Non dimentico che alcuni di voi hanno subito processi e patimenti.
Alcuni di voi sono appena usciti dalla cella di una prigione. Alcuni di
voi vengono da luoghi in cui reclamare la libertà ha significato essere
colpiti dalla tempesta della persecuzione e flagellati dal vento della
brutalità della polizia. Siete stati i veterani della sofferenza
creativa. Continuate ad operare con la fede che la sofferenza immeritata porta alla
redenzione.
Tornate nel Mississipi, tornate in Alabama, tornate nella Carolina del
Sud, tornate in Georgia, tornate in Louisiana, tornate nei sobborghi
poveri e nei ghetti delle città del Nord sapendo che in qualche modo
questa situazione può e deve essere cambiata.
Non crogioliamoci nella
valle delta disperazione.
Oggi vi dico, amici miei, che malgrado le difficoltà e le frustrazioni
del
momento, ho ancora un sogno. É un sogno profondamente radicato
nel sogno americano.
Ho un sogno: che un giorno questa nazione possa sollevarsi e vivere
autenticamente in armonia con il suo credo «riteniamo queste verità
ovvie: che tutti gli uomini sono stati creati uguali».
Ho un sogno: che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di
coloro che furono schiavi e i figli di coloro che furono padroni di
schiavi possano sedere gli uni accanto agli altri al tavolo della
fratellanza.
Ho un sogno: che un giorno persino lo Stato del Mississippi, uno Stato
desolato e soffocato dall'ingiustizia e dall'oppressione possa
trasformarsi in un'oasi di libertà e di giustizia.
Ho un sogno: che un giorno i miei quattro figlioletti possano vivere in
una nazione che non li giudicherà per il colore della pelle ma per il
loro
carattere.
Oggi ho un sogno.
Ho un sogno: che un giorno lo Stato dell'Alabama, dalle labbra del cui
governatore sentiamo pronunciare solamente parole di contrapposizione e di scontro, si trasformi in un luogo in cui i bambini neri e le bambine nere possano prendere per mano i bambini bianchi e le bambine
bianche e camminare insieme come fratelli e sorelle.
Oggi ho un sogno.
Ho un sogno: che un giorno ogni vallata si innalzi, ogni collina e montagna si appiattisca, ogni lembo di terra accidentata divenga pianura e
ogni luogo tortuoso diventi diritto e che la gloria del Signore si
riveli e
l'umanità tutta possa vederla.
Questa é la nostra speranza. Ed é con questa fede che faccio ritorno nel
Sud. Con questa fede sapremo staccare dalla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede sapremo trasformare le
querule discordie della nostra nazione in una stupenda sinfonia di fratellanza.
Con questa fede sapremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare
insieme, andare in prigione insieme, batterci per la liberta insieme,
nella certezza che un giorno saremo liberati.
Quel giorno tutti i figli di Dio potranno cantare con rinnovata risonanza «paese mio, dolce terra della libertà,
di te io canto. Terra dove morirono i miei padri, terra dell'orgoglio dei Pellegrini fa che dal fianco
di
ogni montagna risuoni la libertà».
E se l'America vuole essere una grande nazione questo sogno deve divenire realtà.
Che la libertà risuoni dalle magnifiche colline del New
Hampshire!
Che la libertà risuoni dagli impervi monti di NewYork!
Che la
libertà risuoni dall'altipiano degli Allegheny in Pennsylvania!
Che la libertà risuoni dalle Montagne rocciose incappucciate di neve in
Colorado!
Che la libertà risuoni dai sinuosi picchi della California! Ma
non solo; che la libertà risuoni da Stone Mountain in Georgia!
Che la
libertà risuoni da Lookout Mountain nel Tennessee!
Che la libertà risuoni da ogni collina e da ogni altura del Mississippi.
Che dal fianco di ogni montagna risuoni la libertà!
Quando risuonerà la libertà, quando faremo in modo che risuoni da
ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni Stato e da ogni città, si avvicinerà il giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e
gentili,
cattolici e protestanti, potranno prendersi per mano e cantare le parole
di un vecchio spiritual negro Finalmente liberi! Finalmente liberi! Grazie Dio onnipotente, finalmente siamo liberi!».
(traduzione Carlo Antonio Biscotto) (1999 - Elle U Multimedia) |