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Il Viet Nam
visto con gli occhi dei vietnamiti
Memorie di
un Viet Cong
Ce lo hanno raccontato i grandi libri e i
grandi film, anche anti-americani.
Ma mai gli "altri" protagonisti
silenziosi della tragedia. Un libro-biografia di un intellettuale
vietcong.
Insieme a migliaia di anonimi boatpeople impegnati in una fuga
avventurosa e disperata dal Vietnam riunificato, c'è un testimone
davvero speciale: l'autore di queste pagine, uno dei fondatori del
movimento vietcong.
Decine di grandi film, molti libri, centinaia di articoli si sono
preoccupati di raccontare la guerra del Vietnam, uno dei conflitti
più celebri, devastanti e gravidi di conseguenze del nostro tempo.
Ma nessuno, prima d'ora, aveva mostrato l'altro lato della medaglia,
l'altra parte della barricata.
Questo è "l'altro Vietnam", il racconto di quella
guerra attraverso gli occhi del "nemico". Un racconto illuminante e
del tutto inedito perché, al contrario di una retorica che ha
cercato di dipingere i vietcong come un monolito ideologicamente
inscalfibile, Truong Nhu Tang sa narrare magistralmente anche i
giochi di potere e le contraddizioni del movimento di liberazione
più famoso degli ultimi cento anni. Fino a una vittoria che,
fatalmente, coincise con l'annientamento.
«Credo che l'Occidente sappia straordinariamente poco dei vietcong:
dei loro progetti, delle loro difficoltà, dei loro conflitti
interni. Le circostanze della guerra e l'estrema attenzione con cui
i vietcong nascondevano le loro attività hanno ammantato di
segretezza la rivoluzione. Eppure solo comprendendo i vietnamiti che
combattevano sul fronte opposto si potrà avere un quadro vagamente
completo di una guerra sulla quale gli americani sembrano aver
riflettuto così tanto, l'unica guerra che abbiano mai perduto».
www.edizpiemme.it
TRUONG NHU TANG
E stato tra i fondatori
del Fronte di liberazione nazionale del Vietnam del Sud — il braccio
politico dei vietcong — e poi ministro della Giustizia nel Governo
rivoluzionario provvisorio. Dopo essere stato una delle figure
centrali della "lotta per la liberazione", è stato costretto ad
assistere al "tradimento" del regime di Hanoi e, come centinaia di
migliaia di altri anonimi boat people vietnamiti, a fuggire
dal proprio paese.
Foto di copertina:
© LaPresse, Archivio
storico
UN CASO
INTERNAZIONALE
«Una scrittura magnifica, un racconto che emana un'aura di
autenticità e ragionevolezza che è impossibile ignorare. Questo
libro non è solo un evento fondamentale nella letteratura sul
Vietnam, ma anche una pagina fondamentale di quell'inestricabile
storia di speranza, violenza e disillusione che caratterizza la
nostra era».
The New York Times
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Memorie di
un Viet Cong
Truong Nhu Tang
– Piemme Edizioni – pagine 392 - €. 19.00)
ANTONIO SANSONETTI – Venerdì di
Repubblica – 12 settembre 2008
Gli americani hanno perso una
guerra con loro senza mai preoccuparsi di sapere chi fossero. Poi, quel
conflitto divenne per giornalisti, scrittori e registi Usa un'ossessione
narrativa, che ha prodotto opere di indubbio impatto. Film come
Apocalypse Now, Il Cacciatore o Full metal jacket ci hanno portato tante
volte in Vietnam, ma non ci hanno mai parlato dei vietnamiti. Chi erano quei «fottuti
musi gialli»?
Truong Nhu Tang, in
Memorie di un Vietcong (Piemme, pp. 392, euro 19), con David
Chanoff e Doan Van Toai apre uno squarcio.
Il libro sfata un
mito costruito da anni di fortunata memorialistica Usa: quello del
nemico di granito, del monolitico mostro vietcong.
D'accordo: le motivazioni dei vietnamiti erano molto più forti di
quelle degli americani, ma i dubbi e le divisioni abitavano a Washington
come a Saigon e a Hanoi.
Ecco: Saigon e Hanoi, il Sud e il Nord. Questa era la prima grande
frattura in una nazione dalla forma allungata «da secoli divisa,
calpestata e derisa». Il Nord, zona chiusa, più fiera e guerriera, da
sempre vietnamita. Il Sud, terra di conquista per molte dominazioni, più
aperto agli scambi e più «occidentale».
Distanze che si sono acuite nel 1954, dopo la vittoria del generale Giap
sui francesi, con la divisione in due del Vietnam all'altezza del 17°
parallelo. Hanoi divenne la capitale della Repubblica Socialista del
Vietnam del Nord, con presidente Ho Chi Minh; 1760 chilometri più a sud,
Saigon é capitale di una repubblica dalla facciata democratica ma in
realtà una dittatura sotto protettorato americano.
In questo complesso
contesto si inserisce la biografia di Truong Nhu Tang, figlio di una
famiglia benestante del Sud, cresciuto ed educato con un mix di
confucianesimo e di colonialismo culturale francese.
A Saigon frequenta scuole francesi, poi va a completare gli studi a
Parigi. Proprio nel cuore dell'impero Gauloise scopre il suo orgoglio
nazionale, nel bel mezzo della guerra tra Francia e Vietnam. Insieme con
altri studenti incontra nel 1946 Ho Chi Minh, impegnato nei fallimentari
negoziati di Fontainebleau con il governo di Parigi.
Per il giovane Truong, abbacinato dal carisma déllo «zio Ho», é un colpo
di fulmine con la rivoluzione: «Da allora non mi é certo mancata
l'occasione di riflettere sui paradossi della natura di Ho Chi Minh.
Nazionalista, umanista, marxista-leninista, machiavelliano, confuciano...
Un elemento innegabile del suo successo, tuttavia, era la capacità di
emozionare la gente con la sua umiltà e il suo calore personale...». La
forza dello «Zio Ho» era quella di riassumere in sé tutte le
contraddizioni del Vietnam – ed esserne una spanna sopra - riuscendo a
tenere uniti nello stesso fronte i comunisti del Nord e i nazionalisti
del Sud.
Perché un'altra cosa
facile quanto errata è bollare come “comunista” tutto il complesso di
forze militari e politiche che nel Vietnam combatterono contro gli
americani. L'ideologia c'entrava fino a un certo punto e, anzi, al Sud
aveva scarsissima presa.
«Dopo la guerra, uno scrittore americano dichiarò che il guerrigliero
medio non avrebbe saputo distinguere il materialismo dialettico da una
ciotola di riso. Aveva ragione da vendere. Per la maggior parte dei
vietcong lo scopo della lotta era conquistare una vita migliore per sé
stessi e i propri familiari, e liberare il Paese dalla dominazione
straniera».
Il borghese meridionale
Truong era un nazionalista, un democratico - uno di centrosinistra, per
intenderci - che diede il suo apporto da tecnico della politica e
esponente della classe dirigente. Un rivoluzionario d'alto bordo.
Ma nel 1967 questo suo doppio gioco viene scoperto dalla polizia segreta
della dittatura sudvietnamita. Seguono otto mesi di torture e detenzione
brutale. Quando viene liberato, lo aspettano sette anni nel fango della
guerriglia. In un periodo in cui la sua occupazione quotidiana é
scampare dal napalm e il suo menu dei giorni migliori prevede carne di
scimmia, viene nominato ministro della Giustizia del Governo
rivoluzionario provvisorio.
Questo mentre il conflitto con gli Usa vede soccombere i vietcong da un
punto di vista militare, ma vincere sul fronte politico-diplomatico.
Perché, come scrisse Henry Kissinger, “la guerriglia vince se non
perde; un esercito regolare perde se non vince”. I vietnamiti non
persero, e le forze USA non vinsero.
Nel 1975 cadde Saigon e
il Vietnam si ritrovò unito dopo trent'anni di guerre. Il problema fu
che il Sud rimase sempre una colonia, questa volta però dei comunisti
nordvietnamiti, a loro volta pedine del blocco sovietico. Fu una brutta
notizia per Truong, e per molti altri: «Per ironia della sorte, di
fronte alle deludenti realtà del dopoguerra molti ex guerriglieri
avevano ripensato alla vita nel Maquis (la resistenza) come a un periodo
idilliaco».
E, morto nel 1969, non
c'era neanche lo «Zio Ho» a consolarli.

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