"La Principessa e il Pescatore
di  MINH TRAN HUY

traduzione di  Elena Sacchini   per  66THAND2ND EDITORE   ©  2009
 

Minh Tran Huy é nata nel 1979 a Clamart, nei pressi di Parigi, da genitori vietnamiti emigrati in Francia negli anni '60.
Dopo la laurea, entra a far parte della redazione del prestigioso mensile «Magazine Littéraire». Collabora a trasmissioni culturali per il canale televisivo France 2.
Per l'autrice - come per la protagonista del romanzo - la lettura é stata un espediente per sfuggire alla banalità del reale.
Poi, la scintilla, l'amore per la scrittura e l'ambizione di costruire un impianto narrativo che potesse dare forma alla sua visione del mondo.
In questa prova d'esordio, Minh Tran Huy sceglie di percorrere sentieri che conosce bene e si affida all'eleganza della parola per tratteggiare ambienti e persone destinati a rimanere.
La principessa e il pescatore ha ottenuto un grande successo
di critica e di pubblico, é stato selezionato per il Goncourt e ha ricevuto nel 2008 il premio Gironde Nouvelles Écritures.
Nello stesso anno é uscita la raccolta di racconti e leggende vietnamite Le lac né en une nuit et autres legendes du Viêtnam e nel 2009 il romanzo La double vie d'Anna Song.


 

 Un amore perduto é l'emblema della caducità delle cose, della malinconia che avvolge la loro natura temporanea.
L'incontro con Nam, giovane in fuga dalla sua terra, spinge la protagonista Lan a confrontarsi con il proprio paese d'origine, quello in cui non é nata - lei, francese benestante - ma dal quale vengono i suoi familiari, esuli della diaspora seguita alla guerra d'Indocina.
Le tradizioni apprese  dall'amatissima nonna, il rigore e la determinazione dei genitori nell'integrarsi con successo in un paese straniero, la tenacia di Nam
nel guadagnarsi la cittadinanza francese, la bellezza e crudeltà del Vietnam, la vergogna di non aver dovuto lottare e avere, ugualmente, tutto: sono i tratti della storia di coloro che oscillano
tra mondi diversi, non per scelta ma per fatale accadimento.
In un'atmosfera sospesa tra autobiografia e finzione, dove le leggende popolari sono cornice e strumento di interpretazione della vita, Lan diventa il paradigma del disagio della second generation nel rapporto con le origini.
Lo stile preciso e garbato della Huy scardina i luoghi comuni sull'identitá culturale e sulla riscoperta delle radici.
«Il mondo l'avevo conosciuto in francese, leggevo in francese, pensavo m francese. [... ] Si poteva davvero parlare di "radici"
quando queste erano state recise il giorno stesso in cui ero venuta al mondo a Clamart
?».
Si, perché la forza del passato é una radice feconda che segna il volto per sempre.


Quando ero piccola il mondo era meravigliosamente rassicurante: immaginavo di essere Cenerentola o Pelle d'Asino e davo per scontato che i buoni trionfassero sui cattivi, che le orfanelle diventassero principesse e che i brutti anatroccoli si trasformassero in splendidi cigni.

Si poteva patire la povertà o subire le angherie di una matrigna ma un po' di arguzia, una buona dose di virtù e qualche fata garantivano sempre il lieto fine. Bastava diffidare dei lupi, ringraziare nani e cacciatori, saper riconoscere, dietro sembianze bestiali, un principe vittima di incantesimo, e il gioco era fatto.

Tempo dopo, «c'era una volta» e «e vissero felici e contenti» si rivelarono solo formule, pronunciate per mettere, almeno per un istante, il mondo tra parentesi. Non per questo ho smesso di confidare nell'ordine che governa la finzione. In quest'ambito, anche quando le cose si complicano, è sempre possibile scorgere un intreccio, una parvenza di sistema in grado di dare senso a una serie di parole o di immagini: echi interni e simmetrie, metafore, simboli, corrispondenze...

Pensavo che anche la mia vita obbedisse a una logica misteriosa, ancora invisibile, ma che un giorno si sarebbe manifestata. Ed ero convinta che nutrirmi di storie mi mettesse sulla giusta  via e affinasse la mia capacità di comprendere il corso delle cose, di coglierne l'armonia nascosta. Nelle storie scorgevo quei fili di Arianna che mi avrebbero aiutata a trovare un varco per uscire, un giorno, dai meandri del reale.

E poi sono cresciuta ancora. L'arte ha smesso di essere una chiave che decodifica il significato degli eventi per diventare un ideale a cui tendere, e in quanto tale inaccessibile. Vivere è lanciarsi in un assolo prima di aver imparato a cantare; ritrovarsi, la sera della prima, nei panni del protagonista di una piéce mai provata; scrivere una storia di getto, senza poterla rileggere né modificare. Non c'é un secondo ciak. Procediamo a tentoni, rallentiamo quando dovremmo accelerare, ci inventiamo ostacoli inutili, cambiamo direzione sull'onda di un colpo di testa senza avere idea di quale sia la destinazione.
L'esistenza é un racconto che scorre sotto i nostri occhi mentre viene scritto, e nessuno si preoccupa delle ripetizioni, dei buchi e delle incongruenze. É solo nei romanzi che si può correggere, rivedere e riprendere; le vite sono perlopiù sbilenche, governate dal caso, un caso privo di rima.

Si dice che la finzione assuma le sembianze della menzogna solo per dire meglio la verità. In realtà, non è che a me abbia rivelato grandi cose, piuttosto é stata il pretesto per evitare di guardare in faccia la vita. Distogliendomi dai fatti, prosaici, per consegnarmi all'immaginario, mi ha instillato l'abitudine di non pensare mai a quello che ho davanti agli occhi. In senso figurato - il presente mi riporta di continuo al passato, il qui all'altrove - e in senso proprio - il soffitto della mia stanza, il tavolino di un café, il semaforo che lampeggia quando attraverso la strada non sono oggetti tangibili, palpabili, ma il punto di partenza di rêverie che in un attimo fagocitano lo scenario che le ha generate. Le storie rivestono il mondo con il loro smalto, e io dimentico il resto.