"LE GUERRE DEL VIET NAM 1945-1990
di  MARILYN B. YOUNG

MONDADORI OSCAR STORIA   ©  2007
 

Prefazione
«Perché siamo in Vietnam?» Per un decennio, che ha visto gli Stati Uniti divisi forse più profondamente che in qualsiasi altro periodo della loro storia dai tempi della Guerra civile, la domanda si trasformò in un ritornello declamato da voci sempre più forti e allarmate. Alla fine «perché siamo in Vietnam?» divenne un'accusa che, oltrepassando le contingenze della guerra, fu rivolta all'identità nazionale. Le spiegazioni avanzate furono molte e nel corso di questo libro verranno illustrate.

All'inizio andammo in Vietnam per la causa della stabilità della Francia, la quale teneva il piano americano per la sicurezza e la ricostruzione europea ostaggio della sua guerra coloniale in Indocina.
Ci rimanemmo anche per fornire al Giappone dei partner commerciali nel Sudest asiatico che sostituissero la Cina, colpita dall'embargo statunitense. Da un punto di vista più generale, gli Stati Uniti andarono in Vietnam perché, dopo la Seconda guerra mondiale, quell'area aveva assunto un'importanza cruciale per la riorganizzazione del mondo secondo i principi del capitalismo liberista.
Ognuna di queste spiegazioni rende conto di un aspetto della questione, e tutte insieme rappresentano una ricostruzione abbastanza corretta di quel che accadde; in effetti, retrospettivamente, la guerra non sembra così inspiegabile. Dopo anni di dissensi, però, la domanda richiede più di una spiegazione: pretende una giustificazione.
Verso la fine del conflitto, quando un giornalista ne chiese conto a Walt Rostow, ex consigliere per la sicurezza nazionale, la replica stizzita fu: «Sta davvero facendomi una domanda tanto stupida?». Sebbene la domanda non fosse affatto «stupida», il giornalista avrebbe potuto «davvero» fare a meno di farla, poiché all'epoca chi interpellava personalità politiche su questo argomento conosceva già la risposta: non c'era alcun tipo di giustificazione per gli orrori inflitti e sofferti ogni giorno in Vietnam.

Esaminando le spiegazioni e le giustificazioni offerte, questo libro interpreta i «perché» alla stregua di «come». Come siamo arrivati in Vietnam? Come abbiamo continuato ad allargare il conflitto, e come ne siamo usciti? Analizzando il percorso di formazione della domanda «Perché siamo in Vietnam?» in parallelo all'indagine sui motivi di denuncia del conflitto, sono arrivata a concludere che molte delle ragioni e delle incongruenze più rilevanti della guerra risiedano proprio nella natura del suo sviluppo, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno.

Man mano che cambiavano le stagioni politiche cambiavano anche le giustificazioni ufficiali del conflitto, benché il clima rimanesse sempre quello della Guerra Fredda. Mentre terminavo di scrivere questa storia della guerra vietnoamericana, la Guerra Fredda stava incredibilmente per finire. Non è possibile sapere ciò che tale evento significherà per il futuro della storia mondiale.
Gli avvenimenti dell'estate del 1990, però, indicano che la pace con l'Unione Sovietica non è servita a diminuire la propensione americana verso la guerra. La crisi dell'Iraq si può definire il primo episodio bellico post-Guerra Fredda.
Sarebbe sciocco, visto che questo libro va in stampa proprio nell'agosto del 1990, tentare qualsiasi analisi della crisi o speculare sulle sue conseguenze. Tuttavia, possiamo dire che ha già risvegliato vecchi spettri.

Perché siamo in Medio Oriente? Finora il presidente Bush e la sua amministrazione ci hanno detto che siamo andati laggiù per controllare la fonte del «nostro» petrolio proteggendo così il nostro stile dì vita. Hanno invocato Monaco e i trascendenti principi dell'integrità territoriale. Non voglio suggerire un paragone tra il Sud-est asiatico e il Medio Oriente o tra il Vietnam e l'Iraq. Dobbiamo però stare molto attenti al modo in cui ci poniamo nei confronti di questo o di altri interventi. Mentre leggevo le bozze del libro mi sembrava che l'evoluzione della crisi in Iraq gli fornisse una nuova, più amara e indesiderata conclusione: la guerra continua a essere lo strumento principale della politica americana e la prima risposta alle controversie fra nazioni.

Siamo in armi sin dalla fine della Seconda guerra mondiale. La stessa Guerra del Vietnam non è terminata. Mentre scrivo, il Vietnam resta per gli USA una nazione nemica: le autorità americane proibiscono o limitano i viaggi, gli aiuti umanitari e lo scambio di visite, ed esercitano forti pressioni sui propri alleati per scoraggiare qualsiasi relazione costruttiva con il paese.

La guerra in corso in Cambogia, giunta a una difficile tregua nel luglio di quest'anno, ha ricevuto durante tulto il suo svolgimento il sostegno statunitense. per concludere finalmente la Guerra del Vietnam e dare inizio alla pace post-Guerra Fredda occorrerebbe un gesto deciso: come ha fallo il ministro degli Esteri sovietico a proposito dell'Afghanistan, un presidente americano dovrebbe riconoscere che gli Stati Uniti hanno invaso il Vietnam infrangendo i nostri valori e i nostri ideali, che l'hanno fatto in segreto e con l'inganno, combattendo una guerra di una violenza spropositata per imporre la propria volontà a un'altra nazione sovrana. Altrimenti gli americani continueranno a chiedersi: «Perché siamo andati in Vietnam?».

Union Village, Vermont. agosto 1990



Prefazione all'edizione italiana
Scrissi la prefazione originale della mia storia delle guerre americane in Vietnam nel 1990, mentre il presidente Bush suonava i tamburi di guerra contro l'Iraq. All'epoca esitavo a fare troppi paragoni tra il Vietnam e l'Iraq, e se da un lato, dopo l'invasione del 1991, divenne chiaro che la condotta della Prima guerra del Golfo ricalcava in gran parte l'esperienza del conflitto in Vietnam, dall'altro le differenze saltavano ancor di più all'occhio.
Il 28 febbraio 1991, il giorno in cui la guerra finì, il presidente Bush rilasciò la seguente dichiarazione: «Finalmente ci siamo lasciati alle spalle la sindrome del Vietnam».

Oggi, mentre scrivo, infuria la guerra americana in Medio Oriente, che con il conflitto del Vietnam ha un legame chiaro e profondo. In entrambi i casi, infatti, è stato il deliberato inganno dell'opinione pubblica a permettere al governo di decidere la guerra. In entrambi i casi si è registrato un elevato tasso di vittime tra i civili, nonostante le continue rassicurazioni statunitensi sul fatto che tutti gli obiettivi fossero strettamente militari e le armi usate di estrema precisione. E in entrambi i casi chi ha protestato contro la politica dell'amministrazione è stato accusato di minare il morale dei soldati americani, aiutando così i nemici dell'America e prolungando il conflitto.

Tuttavia esiste un altro legame, ancor più significativo: la storia della sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam viene riscritta sullo sfondo della minaccia della sconfitta in Iraq. Non sorprende che ex funzionari dell'amministrazione Nixon sottolineino che gli USA in sostanza vinsero la guerra in Vietnam e che fu il rifiuto del Congresso di finanziare il Vietnam del Sud nel 1973 a provocare la sconfitta quando il successo era ormai a portata di mano. Quello che sorprende di più è leggere regolarmente sulla carta stampata che l'azione del Congresso di allora affrettò la vittoria comunista, quasi si trattasse di una verità risaputa, di una lezione acquisita.

La storia che vi apprestate a leggere vi dimostrerà la falsità di questo assunto, che possiede però altre implicazioni: sottintende che gli Stati Uniti non perdono mai le proprie guerre, al limite possono venire pugnalati alle spalle da gente senza forza di volontà o con cattive intenzioni. Tutte le guerre americane sono guerre civili, perché solo gli americani possono sconfiggere l'America.
Dopo la prima breve e trionfante guerra contro l'Iraq, sicuri della propria invincibilità, gli Stati Uniti si sono mossi verso la completa normalizzazione dei rapporti con il Vietnam; il fantasma del conflitto è stato così apparentemente scacciato. Tuttavia, a mio giudizio, la questione del Vietnam resta aperta, e le importanti domande sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo che essa sollevò più di quattro decenni fa rimangono attuali. Non essendo riusciti a fare i conti con il Vietnam nel XX secolo, gli americani sono stati liberi di combattere una guerra di aggressione in Iraq nel XXI.

Ed è probabile che nel prossimo futuro la storia delle guerre del Vietnam continuerà a ossessionare gli Stati Uniti e, data l'importanza dell'America, il resto del mondo.
New York, marzo 2007