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È lo stesso Denis Johnson a suggerire la chiave di lettura del suo straordinario libro — un capolavoro, secondo molti suoi colleghi, e si sa come i colleghi non sempre sono buoni - Albero di fumo (Mondadori, pagg. 727, euro 22, traduzione di Silvia Pareschi). Lo suggerisce circa a metà del libro, quando parla di "Disneyland in acido". Circa Disneyland, se si guarda al tessuto di fondo di questo monumentale e fluviale romanzo — la guerra del Vietnam, la morte di Kennedy, l'offensiva del Tet, i vietcong nei loro tunnel, le operazioni più o meno ragionevoli di spionaggio e destabilizzazione, il napalm, la morte, le violenze estreme, il sesso brutale, le orribili puttane, la distruzione —, non sì può che dissentire, e l'accenno a Disneyland resta un tocco ironico dell'autore, che di ironia ne conosce per altro poca. Ma l'acido sì. Le oltre settecento pagine di questo libro inclassificabile se non attraverso i suoi confini, quelli che guardano al passato, e quindi Conrad e il suo cuore di tenebra, l'"Apocalypse now" coppoliana, L'Americano tranquillo di Graham Greene e gli "ugly americans" di Burdik e Lederer, colpevoli questi ultimi della stessa ignoranza e della stessa volgarità di certi personaggi del romanzo: quelli che guardano al presente, e quindi ciò che succede nel Vietnam del nuovo secolo, l'Afghanistan e l'Iraq, ennesimo sconosciuto mondo che gli Usa affrontano nella totale estraneità alla cultura dell'ambiente dove combattono o a cui dicono dì portare la pace), queste oltre settecento pagine sembrano costruite, per la libertà, la sincerità, gli scarti improvvisi, il disprezzo per le tradizionali strutture del racconto, la ricchezza visionaria, da un autore in acido.
Albero di fumo è bellissimo ma, come ogni pietra preziosa, lo si poteva pulire. Forse a rischio di normalizzazione. In ogni caso è un risultato importante. Come ha scritto Geoff Dyer, è un libro che «fa sembrare Saul Bellow strano e venerabile come George Eliot». Un libro sconvolgente, strano, potente, che non tutti ameranno. Un libro che esige pazienza e attenzione, ma anche l'abbandono alla sua rude corrente. Dello sfondo abbiamo detto. Vent'anni, dal 1963 al 1983 (sono i titoli dei capitoli) sullo sfondo di Manila, delle montagne filippine, del Vietnam, ma anche della profonda America dell'Arizona, da dove provengono alcuni personaggi, di Minneapolis, dove il libro si chiude senza una vera conclusione, salvo il senso di fallimento e la fine di ogni illusione. Quanto ai personaggi, ecco il Colonnello Sands, una figura debordante e vitalistica a metà strada tra il personaggio interpretato in Apocalypse Now da Robert Duvall e il conradiano Kurtz — non tanto equilibrato all'inizio e anche lui, alla fine, nascosto infondo alla giungla del Mekong e protetto, se è ancora vivo, ma di lui se ne dicono tante, dalla mitologia locale. Ecco William "Skip" Sands — che forse, perche più presente di ogni altro e perché dura più di ogni altro, può aspirare al titolo di protagonista di questo girone infernale: suo nipote e agente Cia che opera sotto l'ombrello dei complotti immaginati e messi in atto dal Colonnello per preparare delle operazioni di disinformazione (visto che per tutti risulta un tragico macello l'offensiva del Tet, più che di disinformazione avrebbe meglio fatto a occuparsi dì informazione...). Ecco Storm, anche lui un agente Cia, dal cuore ancora meno tenero. E Kathy, un'infermiera canadese, vedova di un missionario morto in circostanze misteriose, avventista del settimo giorno, fieramente religiosa prima, fieramente respinta dalla religione dopo la sua terribile esperienza di guerra e di uomini, con cui Skip intreccia una dolorosa storia senza futuro. Ecco James e Bill Houston, due nullafacenti ragazzacci di Phoenix, che portano in guerra tutta la loro grossolana stupidità. E Trung e Hao, due amici vietnamiti, messi dalla ferocia della storia ai due lati di una barricata ideale e disponibili a giocare il gioco del doppio e triplo agente — che a loro, però, non viene tanto bene. E, oggetto misterioso, “l'albero di fumo", il nome di un'operazione di cui non si capiscono e non si conoscono i punti cardinali e quasi gli scopi, nutrita com'è di voltafaccia e tradimenti veri o presunti, sfuggente e obliqua come il modo di raccontare di Johnson - e che lascia il lettore nella ben nota (in Italia) sensazione di essere in un pantano senza confini. Ma più che i singoli personaggi, in questo quadro di paranoia politica, di vicende incendiarie, di ferocia diffusa, di barbarie senza perché (non potremo mai dimenticare la scimmietta abbattuta per gioco e che muore piangendo), conta il tessuto della Storia: che visto così da vicino è, come probabilmente nella realtà, confuso, agitato, indecifrabile salvo che nei suoi minuti orrori, nella quotidiana crudeltà che esercitano o subiscono i personaggi. Una cosa esce con assoluta chiarezza dalle pagine di Albero di fumo: le guerre americane sono condotte dall'ideologia americana — ma senza alcuno strumento per conoscere e capire l'avversario. Denis Johnson, in quegli anni, aveva l'età per andare a combattere in Vietnam. Sappiamo che non ci è andato. Non sappiamo come mai, ma conosce bene il Sud Est asiatico. Sa che le guerre "coloniali" americane si assomigliano. Il suo Vietnam è condotto all'insegna dell'ignoranza dell' "altro" come le guerre del presente. Ma nonostante tutto, in questa guerra ormai remota che è diventata il simbolo della resistenza dei piccoli contro i grandi, lui riesce ancora a trovare, dalle due parti, una forma di fede in qualcosa. Forse sta lì la differenza. |