VIETNAM LIBRI
ALBERO  di  FUMO        di Denis Johnson
 

È lo stesso Denis Johnson a suggerire la chiave di let­tura del suo straordinario libro — un capolavoro, secondo molti suoi colleghi, e si sa come i colleghi non sempre sono buoni - Albero di fumo (Mondadori, pagg. 727, euro 22, traduzione di Silvia Pareschi).

Lo suggerisce circa a metà del libro, quando parla di "Disneyland in acido". Circa Disneyland, se si guarda al tessuto di fondo di questo monumentale e fluviale romanzo — la guerra del Vietnam, la morte di Kennedy, l'offensiva del Tet, i vietcong nei loro tunnel, le operazioni più o meno ragionevoli di spio­naggio e destabilizzazione, il napalm, la morte, le violenze estreme, il sesso brutale, le orribili puttane, la distruzione —, non sì può che dissentire, e l'accenno a Disneyland resta un toc­co ironico dell'autore, che di ironia ne conosce per altro  poca.

Ma l'acido sì. Le oltre sette­cento pagine di questo libro inclassificabile se non attra­verso i suoi confini, quelli che guardano al passato, e quindi Conrad e il suo cuore di tene­bra, l'"Apocalypse now" coppoliana, L'Americano tranquillo di Graham Greene e gli "ugly americans" di Burdik e Lederer, colpevoli questi ultimi della stessa ignoranza e della stessa volgarità di certi personaggi del romanzo: quelli che guardano al pre­sente, e quindi ciò che succe­de nel Vietnam del nuovo se­colo, l'Afghanistan e l'Iraq, ennesimo sconosciuto mon­do che gli Usa affrontano nel­la totale estraneità alla cultu­ra dell'ambiente dove combattono o a cui dicono dì por­tare la pace), queste oltre settecento pagine sembrano costruite, per la libertà, la sincerità, gli scarti improvvisi, il disprezzo per le tradizionali strutture del racconto, la ricchezza vi­sionaria, da un autore in acido.

È, certo, un modo di dire, anche se la biografia di Denis Johnson — una giovinezza passata tra Monaco, dove è nato nel 1949, e Tokyo e Manila, una laurea dell'università dell'Iowa dove ha studiato con Raymond Carver, due di­vorzi e tre figli, pochi libri, di poesia, di narrativa, di giorna­lismo, tra cui uno molto ammirato, Jesus'Son, tradotto in Italia a suo tempo da Einaudi - registra a latere una storia di alcool, droga, pentimenti, disintossicazioni, rigori improvvisi, visioni religiose, e autorizza il modo dì dire. Si potrebbe osservare anche, e una volta di più, che, nel bene e nel male, gli editor non fanno più il lavoro che facevano ai tempi di gente certo brava come Scott Fitzgerald o Hemingway.

Albero di fumo è bellissimo ma, come ogni pietra preziosa, lo si poteva pulire. Forse a rischio di normalizzazione. In ogni caso è un ri­sultato importante. Come ha scritto Geoff Dyer, è un libro che «fa sembrare Saul Bellow strano e venerabile come George Eliot». Un libro sconvolgente, strano, potente, che non tutti ameranno. Un libro che esige pazienza e attenzione, ma anche l'abbandono al­la sua rude corrente.

Dello sfondo abbiamo detto. Vent'anni, dal 1963 al 1983 (sono i titoli dei capitoli) sullo  sfondo di Manila, delle montagne filippine, del Vietnam, ma anche della profonda America  dell'Arizona, da dove provengono alcuni personag­gi, di Minneapolis, dove il li­bro si chiude senza una vera conclusione, salvo il senso di fallimento e la fine di ogni illusione.

Quanto ai personaggi, ecco il Colonnello Sands, una figura debordante e vitalistica a metà strada tra il personaggio interpretato in Apocalypse Now da Robert Duvall e il conradiano Kurtz — non tanto equilibrato all'inizio e anche lui, alla fine, nascosto infondo alla giungla del Mekong e pro­tetto, se è ancora vivo, ma di lui se ne dicono tante, dalla mitologia locale. Ecco William "Skip" Sands — che forse, perche più presente di ogni altro e perché dura più di ogni altro, può aspirare al titolo di protagonista di questo girone infernale: suo nipote e agente Cia che opera sotto l'ombrello dei complotti immaginati e messi in atto dal Colonnello per preparare delle operazio­ni di disinformazione (visto che per tutti risulta un tragico macello l'offensiva del Tet, più che di disinformazione avrebbe meglio fatto a occuparsi dì informazione...).

Ecco Storm, anche lui un agente Cia, dal cuore ancora meno tenero. E Kathy, un'infermiera canadese, vedova di un missionario morto in cir­costanze misteriose, avventista del settimo giorno, fieramente religiosa prima, fieramente respinta dalla religione dopo la sua terribile esperienza di guerra e di uomini, con cui Skip intreccia una dolorosa storia senza futuro.

Ecco James e Bill Houston, due nullafacenti ragazzacci di Phoenix, che portano in guerra tutta la loro grossolana stupidità. E Trung e Hao, due amici vietnamiti, messi dalla ferocia della storia ai due lati di una barricata ideale e disponibili a giocare il gioco del doppio e triplo agente — che a loro, però, non viene tanto bene.

E, oggetto misterioso, “l'albero di fumo", il nome di un'opera­zione di cui non si capiscono e non si conoscono i punti car­dinali e quasi gli scopi, nutrita com'è di voltafaccia e tradimenti veri o presunti, sfuggente e obliqua come il modo di raccontare di Johnson - e che lascia il lettore nella ben nota (in Italia) sensazione di essere in un pantano senza confini.

Ma più che i singoli personaggi, in questo quadro di paranoia politica, di vicende in­cendiarie, di ferocia diffusa, di barbarie senza perché (non potremo mai dimenticare la scimmietta abbattuta per gioco e che muore piangendo), conta il tessuto della Storia: che visto così da vicino è, come probabilmente nella realtà, confuso, agitato, indecifrabile salvo che nei suoi mi­nuti orrori, nella quotidiana crudeltà che esercitano o su­biscono i personaggi. Una cosa esce con assoluta chiarezza dalle pagine di Albero di fumo: le guerre americane sono condotte dall'ideologia americana — ma senza alcuno strumento per conoscere e capire l'avversario.

Denis Johnson, in quegli anni, aveva l'età per andare a combattere in Vietnam. Sap­piamo che non ci è andato. Non sappiamo come mai, ma conosce bene il Sud Est asiatico. Sa che le guerre "coloniali" americane si assomigliano. Il suo Vietnam è condotto all'insegna dell'ignoranza dell' "altro" come le guerre del presente. Ma nonostante tutto, in questa guerra ormai remota che è diventata il simbolo della resistenza dei piccoli contro i grandi, lui riesce ancora a trovare, dalle due parti, una forma di fede in qualcosa. Forse sta lì la differenza.