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Capitolo 1
Sballottata dal vento come una foglia secca di bambù, la monaca
Contemplazione Fissa procedeva a fatica sulla strada che conduceva a Fai
Fo. Gli alberi curvi, più tormentati di mille anime in pena, la
seguivano con gemiti quasi umani. Dall'alba trotterellava sola, la veste
talora sollevata da raffiche violente che le scoprivano i polpacci magri
da vegetariana. La testa rasata, liscia come le perle del suo rosario,
offriva poca resistenza al vento, ma il suo avanzare era ostacolato dai
vortici di polvere che le venivano incontro a ondate prima di
dissolversi nel ciclo. Inquieta, la monaca fiutò l'aria carica di
umidità. Purché arrivasse al monastero prima della pioggia! Brutta cosa
impantanarsi nel bel mezzo del bosco a un'ora così mattutina.
Per darsi coraggio, Contemplazione Fissa immaginò d'essere già arrivata
alla pagoda, accolta dalle consorelle come una viaggiatrice giunta da
lontano. E lei ne aveva fatta di strada per tornare al paese! La
Cambogia, con i suoi stupa incastonati nella giungla lussureggiante,
era ormai soltanto un ricordo di pietra e smeraldo sperso nel rosso
sangue della terra khmer.
Adesso, a sessant'anni suonati, lei calpestava
di nuovo il suolo del suo paese, quel Dai Viet che aveva lasciato
quarantanni prima, attratta dal restauro del sito di Angkor. Un'impresa
colossale che aveva destato la curiosità della comunità buddista in
tutto il territorio.
Monaci del Siam, bonzi degli Arakan erano confluiti
nella città religiosa sepolta che il re della Cambogia voleva
risuscitare. Strappato al feroce abbraccio vegetale, era infine
riapparso un complesso di templi in arenaria scura attraversato da
gallerie istoriate da bassorilievi mitologici, svelandosi nel suo
passato splendore.
Centinaia di volti immensi smangiati da una lebbra di
muschio sovrastavano una terrazza dove una scena di caccia era stata
impressa per sempre nella pietra. Cortei di elefanti montati da principi
e servi che tagliavano per il folto di una giungla minerale? Volti del
bodhisattva Avalokitesvara che sorridevano enigmaticamente davanti alla
spedizione di un re del passato? Contemplazione Fissa sospirò. Era
un'avventura che le aveva dato sicuramente molto a livello spirituale,
ma, adesso, le ossa rotte e gli alluci dolenti, lei aspirava soltanto al
riposo.
Accelerò il passo, avvertendo i morsi della fame. Probabilmente al
monastero erano in corso i preparativi per la festa di Vu Lan, che
cadeva di lì a pochi giorni. Quella celebrazione buddista, che lei
amava in modo particolare, onorava le anime perse di tutti i poveretti
morti lontano da casa, condannati a vagare tra questo e l'altro mondo,
ombre su ombre, mormorii appena distinguibili nel sottofondo sonoro
dell'universo fluttuante.
Sempre quel giorno, i vivi perdonavano i
morti, cancellando i loro antichi misfatti e delitti per accoglierli di
nuovo in un mondo pacificato. Nelle pagode, le volute d'incenso che
s'innalzavano dai bruciaprofumi di bronzo assumevano talora la forma di
una figura umana, volto emaciato e capelli scarmigliati, che sposava i
contorni del vento. Si diceva che quei defunti tornassero a cercare il
cibo e il vestiario che mancava loro nell'aldilà, e Contemplazione Fissa
non stentava a crederlo, dal momento che sugli altari, per attirarli, i
fedeli posavano ciotole di riso bollito e coppette cariche di frutti in
quantità tali da nutrire un intero esercito di fantasmi. A volte, come
pietre preziose intrappolate nell'argilla, si trovavano, nascosti in
mezzo ai chicchi, dei pezzetti di carne che i discendenti devoti
tentavano di far arrivare ai loro antenati.
Contemplazione Fissa riusciva a percepirli, quei bocconi carnosi, a
chilometri di distanza, poiché sprigionavano un
odore così inebriante per le sue narici che avrebbe potuto scovarli a
occhi chiusi, semplicemente immergendo le bacchette nei chicchi di riso.
Poteva fidarsi del suo istinto, ormai affinatosi anno dopo anno:
condannata dalla sua religione al riso bianco e alle verdure marinate,
era diventata una carnivora repressa dagli appetiti imbavagliati e dalla
saliva inutile. Legata alla promessa di non mangiar carne, era obbligata
a sfilare davanti a quelle offerte succulente con espressione
impassibile e faccia di marmo, tutt'al più con un'ombra di compassione
per i defunti, mentre le sue viscere si contorcevano dal desiderio e il
suo ventre urlava per la farne. Finora aveva resistito alla tentazione
dei cibi proibiti, ma da un po' di tempo in qua le sue notti erano
visitate da sogni illeciti nei quali era intenta a masticare fettine di
manzo a lungo marinate in salsa di zenzero, o a spolpare avidamente ossa
di pollo prima di mettersi a rosicchiarne le cartilagini.
In quei sogni
colpevoli, divorava beata il pesce rosolato nel grasso di maiale, sodo e
tenero sotto il suo involucro di cedronella; ingurgitava senza rimorsi
uova di anatra farcite con le penne nere di un anatroccolo che non
avrebbe mai visto la luce. Conosceva l'estasi del gusto mentre
sprofondava risolutamente nell'inferno buddista, sguazzando nel vizio
alimentare, compiacendosi delle turpitudini della bocca, la lingua
appagata e la gola satolla.
Da qualche parte, nelle caste regioni del
suo spirito, una vocina si ergeva invano per metterla in guardia e
salvarla dalle sue debolezze notturne, e la scena del Buddha in lotta
col demone di Mara le si affacciava alla mente. Ahimé! La farandola di
ranocchie alla griglia, seguita dalla cavalcata dei topi di campagna
arrostiti, avevano preso la meglio su quelle immagini pie, e
Contemplazione Fissa faceva allegramente bisboccia fino all'alba, quando
il canto del gallo la svegliava di soprassalto. Allora, attaccava subito
a recitare qualche sutra invocando il nome di Buddha col fervore di una
monaca peccatrice e la disperazione di una futura dannata.
Dentro di sé, Contemplazione Fissa imputava quelle debolezze alla sua
vita d'esiliata. La sua missione in Cambogia aveva richiesto non pochi sacrifici personali. Certo, non aveva mai ceduto alla tentazione
carnale, perché là i monaci s'erano mostrati piuttosto burberi con lei
facendole sospettare che fossero inclini alle ragazze molto giovani. Per
quanto riguarda i piaceri di gola, però, aveva dovuto sopportare le pene
dell'inferno. I khmer andavano matti per le zuppe al tamarindo, così
aspre che le sue budella ancora ne portavano memoria. E nemmeno le
spezie più forti riuscivano a temperare l'acidità della loro soia. Per
questo era caduta così in basso, pensava a sua discolpa.
S'immalinconiva riandando con la mente alle sue riprovevoli
inclinazioni, quando un grido la strappò ai suoi ricordi.
«Tornate qui, bestiacce! Se vi acchiappo, potete dire addio alla vostra
dolce vita! »
Sulla strada, un uomo agitava le braccia correndo a dritta e a manca,
mentre un branco di pulcini scappava da una cesta rovesciata.
Probabilmente un contadino che si recava al mercato di Fai Fo e che si
era fatto sorprendere da una raffica di vento improvvisa. L'uomo si
fermò per asciugarsi una goccia di sudore e di colpo si rese conto della
presenza di Contemplazione Fissa. Subito le si rivolse con la faccia
della disperazione.
«Aiutatemi! » supplicò. «Mia moglie mi scannerà se non torno a casa con
un bel mucchietto di soldi per queste maledette bestiole! »
Sconvolta, Contemplazione Fissa si sentì aggrovigliare gli intestini.
Non di compassione per quel contadino maldestro sposato a una donna
irascibile, ma alla vista di quei pulcini pasciuti che si sparpagliavano
come tante palle di grasso dorato. Suo malgrado, si vedeva sfilare sotto
gli occhi estatici spiedini di carne tenera che aspettavano soltanto di
sciogliersi sulla sua lingua. Come posseduta, allungò la mano e agguantò
un pulcino che le pigolò deliziosamente nel palmo. Sentiva palpitare sotto le dita il suo cuoricino sgomento
e pensava che, infilzato con i suoi fratellini, avrebbe soddisfatto più
di un buongustaio. Deglutì con difficoltà e porse al contadino la
bestiolina che faceva le fusa.
« Tenete » disse con un filo di voce. « Vado subito a prendere i suoi
fratelli sparsi sotto i banani».
Contemplazione Fissa si allontanò a passo deciso e si mise a radunare i
pulcini, che non sapendo dove scappare, per mancanza di alternative,
correvano attorno a un albero. Si servì della veste per riportarli al
proprietario, intento a riporre i primi fuggiaschi nella cesta che aveva
raddrizzato.
«Non so come ringraziarvi! » esclamò l'uomo, una volta che tutti gli
evasi furono di nuovo dietro le sbarre della cesta. «Li ho contati, ne
mancano soltanto tre».
« Finiranno di sicuro nelle fauci di Madama Tigre » borbottò
Contemplazione Fissa con aria afflitta.
«Che fortuna... »
« Come? »
« Che fortuna aver ritrovato gli altri » si affrettò a rettificare la
monaca, assumendo un'aria serafica.
Il contadino si aprì in un sorriso radioso. Contemplazione Fissa notò
che era giovane, e nient'affatto brutto nei suoi lineamenti virili. Il
mento era volitivo e le labbra turgide. E dire che un omone simile
piegava la schiena davanti a una moglie dispotica!
«Andrete sicuramente a Fai Fo» disse l'uomo gentilmente. « Non manca
molto, ma c'è un vento che spoglie-rebbe le zitelle più smorfiose ».
« Difatti mi reco al monastero del Loto Perfetto, e non vedo l'ora di
arrivare! »
Si massaggiò a lungo i polpacci mentre il suo interlocutore riprendeva:
«Che combinazione! Pensavo dì farci un salto anch'io: con la festa di Vu
Lan che si avvicina, mia moglie mi ha incaricato di fare delle offerte
in anticipo. Per essere sicuri che i nostri antenati si presentino
all'appuntamento».
Il giovane la squadrò con commiserazione e propose:
«Ma voi siete stanca, sediamoci un momento su quel masso, prima di
rimetterci in cammino insieme ».
Contemplazione Fissa fu lusingata da una simile proposta. Entrare in
città con un compagno così affascinante non le dispiaceva, sicché
s'accovacciò sui talloni e si mise accanto la sua bisaccia di tela.
«Cos'andate a fare a Fai Fo?» domandò il contadino. «Fate parte della
congregazione delle monache del monastero? »
« No davvero. In verità, vengo dalla Cambogia, dove sono stata in
missione per una quarantina d'anni. Quello di oggi, per me, è un ritorno
in patria».
« Ma allora la vostra famiglia vi aspetterà con impazienza! Sono sicuro
che sarà al monastero ad accogliervi».
Contemplazione Fissa scosse la testa rasata.
« Ma no, voi sapete bene che, quando si entra nei Tre Gioielli, ci si
deve lasciare tutto alle spalle. Ho rinunciato a tutti i miei legami
terreni ».
« Davvero? Nemmeno le vostre consorelle del monastero vi conoscono? »
Il contadino si grattava il cranio studiandola con interesse.
« No, ma poiché il nostro ordine caldeggia la solidarietà, posso contare
sulla loro ospitalità, capite? »
«Insomma, in pratica siete ancora in terra straniera...»
«Se si vuole! Ma non dispero d'essere in buona compagnia stasera: con i
preparativi per la festa, sono certa che le monache non disprezzeranno
un paio di braccia vigorose».
Il giovane annuì con un cenno del mento.
«Di sicuro ci sarà animazione: se dei devoti come me arrivano a
depositare le offerte in anticipo, bisognerà che gli altari siano pronti
e le lampade accese per l'occasione. Mia moglie mi ha ordinato di
infilare dei pezzi di carne tra i chicchi affinché i nostri antenati
siano allettati e accorrano in massa ».
A queste parole, Contemplazione Fissa sussultò. Il cenno alle carni le
faceva prudere le mani.
«Pezzi di carne? Tò, cos'hanno fatto i vostri antenati per meritarsi
simili delizie? »
Il contadino fece un sorriso imbarazzato.
« In realtà, hanno talmente peccato, da vivi, che probabilmente vagano
nell'aldilà a pancia vuota. Come la madre di Muc Lien, che per le sue
colpe fu condannata al digiuno eterno ».
Contemplazione Fissa pensò per un istante a Muc Lien, la cui pietà
filiale aveva commosso il Buddha. Questi gli aveva concesso di dare
un'occhiata all'inferno dove languiva sua madre. Il figlio aveva tentato
di darle del cibo, ma, ogni volta che la madre tendeva la mano, la
ciotola finiva in fumo. Di conseguenza, il Buddha aveva permesso che il
quindicesimo giorno del settimo mese lunare si potesse offrire cibo e
vestiario ai morti tornati dagli inferi.
« Eppure voi non avete l'aria di un discendente di criminali » riprese
la monaca.
«Criminali è una parola grossa» rispose il suo compagno tossicchiando
non senza un po' d'imbarazzo. « Mia madre non esitava a sterminare le
colonie di lumache che le devastavano l'orto e probabilmente ha affogato
qualche nidiata di gatte troppo prolifiche. Una lontana prozia è
scappata con i risparmi che una coppia di ciechi le aveva affidato.
Quanto al mio bisnonno, aveva venduto un elisir di giovinezza a una
donna che poi ha perso tutti i denti»,
« Sì, capisco » mormorò la monaca. « Sicuramente, non avranno di che
saziare l'appetito, quelli...»
Il contadino si voltò all'improvviso e alzò il coperchio di un cesto.
Contemplazione Fissa rischiò di cadere all'indie-tro e fece appena in
tempo ad aggrapparsi a un arbusto provvidenziale.
« Guardate: ecco del pollo ai germogli di bambù per mia madre, anatra a
fette per la prozia e una manciata di gamberi per il bisnonno».
Il modo in cui il profumo di quei cibi proibiti solleticava i peli del
naso fece quasi svenire la monaca. Sbatté le palpebre osservando le
prelibatezze avvolte in foglie di banano. Avrebbe giurato che si
dimenavano per incitarla a un consumo immediato.
« Tutto questo per dei morti » mormorò Contemplazione Fissa tra sé e sé.
L'altro ebbe un'espressione di stizza.
« Non sono nemmeno sicuro che lo apprezzino. Mia moglie, oltre che una
linguacciuta, è una pessima cuoca. Le capita di abbondare col sale, e di
dimenticare degli ingredienti indispensabili. Ho paura che gli antenati
rifiutino queste offerte. Se non vengono, la sventura si abbatterà sulla
mia casata».
Al suo fianco, Contemplazione Fissa si riempiva i polmoni di aromi. La
carne sarà stata anche salata, ma l'odore era irresistibile. L'acquolina
in bocca, s'immaginava intenta a dilaniare le fette d'anatra e a
decapitare i gamberi a morsi. Il suo compagno si accarezzava,
pensieroso, le guance, quando fu sfiorato da un'idea ardita.
«Dite, voi che conoscete la mentalità dei morti, non potreste...»
Non concluse la frase, temendo l'obbrobrio.
« A cosa pensate, su? » lo incoraggiò Contemplazione Fissa, mossa da
curiosità.
Il contadino si sfregò le ginocchia e abbassò gli occhi, indeciso.
«Ebbé, mi dicevo che forse potreste assaggiare i cibi prima che io li
offra agli avi... Se non vanno bene, andrò a comprare qualcosa dalla
venditrice di tagliatelle... »
Visibilmente confuso, il giovane osava appena fissare la monaca, il cui
stomaco ribolliva dalla gioia.
«Ma via, non pensateci proprio! » si costrinse a rispondere lei in tono
scandalizzato. « Ho il dovere di essere vegetariana. Ho giurato di non
mangiar grasso! »
« Sì, naturalmente. Ho detto un'eresia. Vi domando scusa».
E richiuse lentamente il cesto. Un suo movimento maldestro, però, fece
spalancare una foglia di banano che liberò l'aroma stordente di
gamberetti freschi.
«Aspettate!» chiocciò Contemplazione Fissa, bloccandolo con mano
convulsa. «È pur vero che sarebbe a buon fine... »
«E i morti potrebbero soltanto ringraziarvi... »
« Sì, sarebbe un peccato costringerli a tanta strada per consumare cibi
troppo salati...»
«Per giunta, potreste impedire una terribile maledizione... »
Il contadino la guardava con occhi imploranti, colmi di rinata speranza.
Contemplazione Fissa disse a se stessa che il Buddha in persona non
avrebbe esitato a ingurgitare quei pezzi di carne per soccorrere un uomo
in pena. Che male c'era, in fondo, ad assaggiarne uno? Vu Lan era la
festa dei morti, e non si onoravano i defunti con del riso bruciato e
del cibo mal condito...
Con gesto tremante, prese tra le dita un pezzo di pollo e lo depositò
sulla lingua come se fosse un cibo da re. La carne provocò un afflusso
di saliva, e i denti della monaca si mossero da soli. Masticò con gusto
fino a cavare tutto il succo, prima d'inghiottire. Allora, tese il collo
e arraffò il primo gambero, mettendolo in bocca con tutto il guscio.
Senza fiato, assaporava il salmastro e la consistenza elastica
dell'animale.
Al quinto gambero, Contemplazione Fissa si sentì pervadere lo
stomaco da uno strano calore. Si sarebbe detto un fuoco liquido, fatto
di acido bollente che le saliva lentamente in gola. Sgranò gli occhi per
avvertire il contadino, ma la vista le si confondeva e la bocca
impastata rifiutava di aprirsi. Attraverso un velo di nebbia,
distingueva soltanto il giovanotto che la fissava intensamente. Il
sorriso dell'uomo era diventato un ghigno, mentre cominciava a
risistemare le sue cose. Vinta, la monaca si lasciò sommergere da un
maroso ardente che la trascinò verso un abisso devastato dalle fiamme,
dove languivano mostri usciti dritti dall'inferno.
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APPENDICE
Come il lettore si sarà reso conto, nel XVI e XVII secolo la situazione
politica in Asia è più che caotica.
I campi di battaglia sono invasi da uomini di ogni provenienza, pronti a
combattere per un soldo aspramente negoziato. I regni del Siam, della
Cambogia, del Myanmar (noto col nome di Birmania dopo la sua annessione
all'Inghilterra nel 1886) fanno dunque appello a delle truppe straniere
per regolare conflitti interni o per prevalere in guerre territoriali,
cosa che attira un gran numero di mercenari portoghesi, spagnoli e
giapponesi. Il Dai Viet non sarà da meno, e, invocando l'appoggio dei
francesi, il signore Nguyen finirà con l'imporre la propria autorità
durante la guerra civile, fondando una nuova dinastia nel XIX secolo.
La città di Fai Fo è l'attuale Hói An. Questo antico porto, oggi
classificato patrimonio mondiale dall'Unesco, si sforza di serbare
l'architettura d'epoca, e vi si ritrovano nettamente le influenze cinesi
e giapponesi delle origini... tra cui il famoso ponte giapponese che
collega i rispettivi quartieri. L'insediamento massiccio di dette
popolazioni in questo porto del Dai Viet si spiega con ragioni
economiche ma anche politiche. La caduta dei Ming in Cina (1644) provoca
l'esodo degli oppositori alla nuova dinastia manciù dei Ch'ing, e
l'isolazionismo del Giappone sotto lo shogun Tokugawa (1603) induce i
cattolici all'esilio impedendo il rientro degli espatriati.
La città di Phu Xuan diventerà in seguito Hué, capitale della dinastia
degli Nguyen, che abbandoneranno Thang Long, l'attuale Hanoi, feudo
degli ex imperatori Le.
Il regno di Arakan, dove regnarono dei sultani dal 1430 fino al 1783, è
stato integrato nell'impero del Myanmar a questa data.
I mercenari, che partecipano ai conflitti nella zona, non hanno sempre
una sorte invidiabile. Felipe de Brito, dopo aver rubato la famosa
campana di Shwedagon, finì catturato da dei locali infuriati e impiegò
parecchi giorni a morire, impalato su una picca di bambù.
Nel XVI secolo, la fine delle guerre civili in Giappone vede la
distruzione dei clan feudali. I ronin, che sono dei bushi
(o guerrieri) senza padrone, partono dunque alla ventura e offrono i
loro servigi ai tanti monarchi dell'Asia del Sud.
L'utilizzo di monete di bronzo a scopi militari è attestato, e il
circuito degli scambi tra Giappone e Dai Viet ha favorito i signori
Nguyen nella guerra civile che li opponeva ai signori Trinh.
L'estrazione di ormoni sessuali e ipofisari a partire dall'urina umana
era nota ai taoisti duecento anni prima di Cristo, cosa che fa di loro
dei precursori dei biochimici moderni.
Il termine minerale d'autunno fa riferimento al colore bianco delle
prime brinate di stagione. In Europa, bisogna aspettare il 1927 perché
Ascheim e Zondek dimostrino che l'urina delle donne incinte è ricca di
ormoni steroidei. In seguito, vi si scopre la presenza di estrogeni e
androgeni, come pure di gonadotropine, ormoni che stimolano le ghiandole
sessuali. Attualmente, il recupero di ormoni a partire dall'urina è una
pratica corrente in medicina.
Il lettore avrà capito che il ragazzo sfruttato dal signor Gioia soffre
di diabete di tipo 1, o insulinodipendente, che provoca un frequente
bisogno di urinare e una sete intensa, come pure un forte dimagrimento.
I cinesi conoscevano
questa malattia, che chiamavano la sete dissolvente, e l'associavano
alla presenza di zucchero nell'urina.
La signora Kitsune, destinata a vivere nelle tenebre, è affetta da
porfìria cutanea, malattia causata dalla mancanza di uno degli enzimi
che intervengono nella biosintesi dell'eme. Nelle parti del corpo
esposte al sole compaiono vescicole e bolle dolorose che cicatrizzano
lentamente lasciando zone iperpigmentate.
L'effetto mortale del veleno indiano elaborato in assenza d'aria è
dovuto all'ingestione delle neurotossine prodotte dal batterio anaerobio
Clostridium botulinum. Queste neurotossine, chiamate tossine
botuliniche, inibiscono la liberazione di acetilcolina a livello della
trasmissione neuromuscolare, provocando paralisi, turbe della vista e
difficoltà di deglutizione. Sono tra i più potenti veleni attualmente
conosciuti.
La festa buddista di Vu Lan con il discepolo Muc Lien è, naturalmente,
celebrata anche in altri paesi: in origine, questa festa dei morti si
chiamava Ullambana e commemorava la ricerca del monaco Mahamaudgalyana;
in Cina la si conosce sotto il nome di Yu-lan-p'en, con il bonzo Mulina;
in Giappone si chiama O-bon, con il bonzo Mokuren.
Intendo ringraziare Murielle Rambert e Francis Barthélémy per la lettura
attenta del manoscritto. Come sempre, sono debitrice a Jo, mio primo
lettore.
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