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Anna Moi, un tempo Thien Nga, Cigno
Celeste, nasce a Saigon nel 1955. Nel 1973 «lascia la guerra più che il
Vietnam» e si trasferisce a Parigi, dove si afferma come stilista. Nel
1993 torna a vivere in Vietnam. Oggi scrive nella sua abitazione su
palafitte nei pressi di Ho Chi Min Ville.

Attraverso brevi testi delicati ed eleganti come
acquerelli orientali, la scrittrice vietnamita Anna
Moï racconta la ricerca della felicità di
una donna
e di un popolo che hanno subito le crudeli ferite della guerra.
Due sono le vie che ha scelto per questo fine: il
canto e un percorso spirituale radicato nell'antico
sapere orientale dell'unione tra mente e corpo.
La sua maestra di canto, Fior di Pesco, le ha detto:
«Cantare non è una questione di voce, ma di
respiro». E Moï scrive: «Da quando canto,
niente
sembra più impossibile. La conquista della voce
lungo corridoi oscuri mi ha resa invulnerabile.
Non ho più paura».
L'eco delle risaie è quasi un manuale di saggezza
orientale, sempre alleggerito da un'ironia che
concorre al distacco dall'effimera realtà terrestre.
Un distacco che non impedisce all'autrice di vedere
e di farci vedere la bellezza del suo paese e
della sua gente.

Riconoscete incessantemente il carattere onirico
della vita e riducete attaccamento e avversione.
Coltivate la benevolenza verso tutti gli esseri.
Siate colmi d'amore e di compassione,
qualunque sia l'atteggiamento degli altri verso di voi.
Quello che vi fanno ha una minima importanza
se lo vedrete come un sogno.
Il segreto è conservare
un'intenzione positiva nel sogno.
È quello il punto essenziale, la spiritualità autentica.
Un monaco tibetano. |
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"Ah, voglio vivere in
questo sogno..."
L'estate scorsa mio figlio sì è tuffato dal
trampolino di dieci metri, quello della piscina municipale di Condom,
nel Gers. L'anno prima si era tuffato da quello di tre metri, poi da
quello di cinque, quindi, alla fine dell'estate, da quello di sette
metri e cinquanta.
Dall'alto del trampolino di dieci metri è rimasto a fissare l'acqua per
molto tempo. Anche quest'anno ha contemplato a lungo l'acqua e io sono
stata sul punto di dirgli: «Sai, non importa se non ti tuffi». Ma
non ho detto niente. Ho aspettato, come lui. Con un occhio leggevo, con
l'altro seguivo i suoi movimenti. È andato avanti ed è indietreggiato
varie volte. Poi si è fatto di nuovo avanti, e mi ha guardata. Chiuso il
libro, ho contato in silenzio, sollevando il pollice, poi l'indice, poi
il medio. Quando ho alzato il terzo dito, pur continuando a guardarmi
per darsi coraggio, si è buttato.
Io non mi sono mai tuffata dal trampolino di dieci metri, né a undici
anni né in seguito, forse perché nessuno ha contato «uno, due, tre». Mi
sono buttata nel vuoto senza pensarci su e senza arrampicarmi sulla
scala da dieci metri: ho cantato. Non avevo mai cantato prima. Volevo
soprattutto imparare a respirare. Con la respirazione, a quanto sembra,
riusciamo a vincere molte cose: la paura, il dolore.
La gente crede che la mia paura venga dalla guerra. Da questa paura si
guarisce con facilità. Non è necessario imparare a respirare. È
sufficiente spostarsi. Sono andata in Francia e la guerra si è
allontanata. La paura è subito scomparsa.
La maestra di canto
mi ha detto: «Cantare non è una questione di voce, ma di respiro». Ho
respirato con forza ed è sgorgato il do acuto. Una porta si è spalancata
all'improvviso e mi ha scagliato dal trampolino di dieci metri nel
vuoto, nel terrore, nello stupore, nella vertigine, nella libertà.
Che meraviglioso strumento musicale è la voce, che non si può toccare né
vedere. La maestra di canto procede per immagini. Per la canalizzazione
del suono: «Immagina di essere su un crinale scosceso». Per l'emissione
delle note più acute: «Pensa la nota prima di cantarla».
Per la risonanza: «Estendi al massimo la parete del cranio». Per
l'effetto legato (In italiano nel testo): «Avvolgi
il suono come una bobina di filo». Per il pianissimo
(In italiano nel testo): «Affina il suono come un filo da far
passare per la cruna dell'ago».
La mia maestra di canto si chiama Fior di Pesco. Piccola signora dai
grandi occhiali rotondi, abita al quarto piano di un edificio diviso in
appartamenti che in passato ospitava la scuola di danza di Saigon. Si è
diplomata al Conservatorio di Sofia, in Bulgaria, dove si segue il
metodo del canto italiano. Fior di Pesco non parla bulgaro, cosa che non
le ha impedito di seguire il suo corso di canto. È portata per il canto,
non per le lingue straniere. In bulgaro ha imparato a riconoscere solo
una parola, che il suo professore ripeteva instancabilmente: nafret,
cioè "avanti". La tecnica vocale si riassume, per lei, in questo:
mettere avanti il suono.
«Davanti a te ci sono tremila persone, e la più lieve emissione sonora
deve arrivare alla persona seduta nell'ultima fila. Non potrei dirti con
esattezza dove si trova "l'avanti". Devi cercarlo tu, io ti potrò
soltanto dire se quello che fai è giusto o no».
Fior di Pesco è un soprano leggero. Il suo repertorio comprende l'aria
del valzer di Giulietta nel Romeo e Giulietta di Gounod, scritto
in una tessitura tesa. La prima nota è un si bemolle acuto. Il miglior
periodo della sua vita, dal punto dì vista professionale, è stato
durante la guerra. Ha cantato Giulietta nel 1968. Dopo la sua esecuzione
di "Ah, voglio vivere in questo sogno", lo spettacolo è stato
interrotto per
permetterle dì tornare sul palcoscenico e ringraziare un pubblico
entusiasta, sebbene il fondale del quadro successivo e le ballerine
fossero già in scena. La potenza della sua voce è al massimo, nell'anno
dell'offensiva del Têt. «Non ho guadagnato molto, ma ho viaggiato e ho
cantato. La vita è stata generosa con me. Altri hanno sofferto molto
nella stessa epoca».
L'edificio dove vive Fior di Pesco è vecchio. A volte, nei giorni in cui
manca la corrente, il corridoio d'accesso è immerso nell'oscurità totale
per quattro o cinque metri. Entro tastoni, trovo la curva delle scale e
salgo i quattro piani. Fior di Pesco manda sua figlia ad aspettarmi in
fondo alle scale con una torcia elettrica. Durante la stagione delle
piogge i gradini sono sovente allagati per le perdite del tetto, e io
salgo piano per non scivolare nelle pozze d'acqua. Quando arrivo al
quarto piano sono senza fiato e Fior di Pesco mi serve una tazza di té
Nhan Tran, una miscela di erbe e fiori tradizionale di Hanoi, che mi
aiuta a riprendermi. Sua figlia Thu prepara il té, poi si ritira nella
stanza accanto, dove cuce. Al mio arrivo trovo la teiera piena di té
caldo.
L'appartamento è all'ultimo piano dell'edificio. Per un'ora, un'ora e
mezza, quanto dura la lezione, resto in piedi, la schiena contro il
ventilatore verticale, per rinfrescarmi la nuca proteggendo Fior di
Pesco dalle correnti d'aria. Non ha mai caldo, salvo il giorno della
partita Vietnam-Thailandia. Quel giorno la lezione è stata posticipata
di un quarto d'ora a causa della partita che si è conclusa alle cinque
del pomeriggio (il Vietnam ha perso 1 a 2). È stata l'unica volta in cui
ha acceso il ventilatore della plafoniera. Le altre volte fa molto
caldo, e devo tirare su i capelli per cantare.
Tutti questi punti di riferimento materiali sono importanti. Il resto,
la trasmissione di un sapere impalpabile, è un percorso non tracciato.
Si cercano alla cieca, come su per le scale, i pulsanti che permettono
di aprire le cavità da cui il suono scaturisce e sale verso l'alto. Ci
si impegna ad allargare le costole per dare spazio ai polmoni. Si impara
a sentire i movimenti del diaframma. Ci sì sforza di incurvare il velo
palatino. Con il tempo si acquista familiarità con il proprio strumento,
dalla cavità addominale ai risonatori situati nella parte alta del
cranio. Quando si è quasi abbandonata ogni speranza di arrivarci, una
porta si apre e, qualche tempo dopo, un'altra.
Segue un lungo istante durante il quale si pensa di lasciar perdere
tutto, poi si apre un'altra porta, e così via. Alla fine si colgono gli
impercettibili movimenti delle ossa facciali e dei muscoli del diaframma
che concorrono alla produzione di un suono chiaro, leggero, libero.
Niente sembra naturale, e tuttavia, un giorno, apparentemente senza
sforzo, il suono esce e prende il volo.
Da quando canto, niente sembra più impossibile. La conquista della voce
lungo corridoi oscuri mi ha resa invulnerabile. Non ho più paura. Non ho
bisogno di nessuno, tranne del direttore d'orchestra che mi dica «uno,
due, tre»...
da "L'ECO DELLE RISAIE" di Anna Moi |