ANNA MOÏ - L'Eco delle Risaie
Titolo originale dell'opera: "L'echo des rizières"
© 2001 Édition de l'Aube
Traduzione di: Vilma Porro

© 2004 - EDIZIONI e/o - www.edizionieo.it  - pag.124

Anna Moi, un tempo Thien Nga, Cigno Celeste, nasce a Saigon nel 1955. Nel 1973 «lascia la guerra più che il Vietnam» e si trasferisce a Parigi, dove si afferma come stilista. Nel 1993 torna a vivere in Vietnam. Oggi scrive nella sua abitazione su palafitte nei pressi di Ho Chi Min Ville.

Attraverso brevi testi delicati ed eleganti come acquerelli orientali, la scrittrice vietnamita Anna Moï racconta la ricerca della felicità di una donna e di un popolo che hanno subito le crudeli ferite della guerra.
Due sono le vie che ha scelto per questo fine: il canto e un percorso spirituale radicato nell'antico sapere orientale dell'unione tra mente e corpo.
La sua maestra di canto, Fior di Pesco, le ha detto: «Cantare non è una questione di voce, ma di respiro». E Moï scrive: «Da quando canto, niente sembra più impossibile. La conquista della voce lungo corridoi oscuri mi ha resa invulnerabile. Non ho più paura».

L'eco delle risaie è quasi un manuale di saggezza orientale, sempre alleggerito da un'ironia che concorre al distacco dall'effimera realtà terrestre. Un distacco che non impedisce all'autrice di vedere e di farci vedere la bellezza del suo paese e della sua gente.



Riconoscete incessantemente il carattere onirico
della vita e riducete attaccamento e avversione.
Coltivate la benevolenza verso tutti gli esseri.
Siate colmi d'amore e di compassione,
qualunque sia l'atteggiamento degli altri verso di voi.
Quello che vi fanno ha una minima importanza
se lo vedrete come un sogno.
Il segreto è conservare
un'intenzione positiva nel sogno.
È quello il punto essenziale, la spiritualità autentica.
  Un monaco tibetano.

Rosso è il colore della terra negli altopiani del Vietnam,
là dove si è svolta una parte della mia infanzia.
E' il colore della nostalgia estrema,
quella del paradiso perduto e che probabilmente
non è mai esistito.
In quegli anni imperversava la guerra.
Non c'era un solo angolo di paradiso in Vietnam.

(



Nei rifugi sotterranei di Cu Chi, in piena guerra,
tra un allarme aereo e l'altro,
ci si dedicava al teatro e al canto.
La guerra è un periodo di creazione intensa,
perché di fronte alla sofferenza
l'ormone della felicità
deve essere stimolato ad ogni costo.
I numerosi pittori, musicisti, laccatori
che vivevano a Saigon
sono la prova
di questa intensità creativa.
Anche il canto, come tutte le forme d'arte,
ha salvato i vietnamiti
dall'infelicità.

(Anna Moi - L'eco delle risaie)


"Ah, voglio vivere in questo sogno..."
L'estate scorsa mio figlio sì è tuffato dal trampolino di dieci metri, quello della piscina municipale di Condom, nel Gers. L'anno prima si era tuffato da quello di tre metri, poi da quello di cinque, quindi, alla fine dell'estate, da quello di sette metri e cinquanta.
Dall'alto del trampolino di dieci metri è rimasto a fissare l'acqua per molto tempo. Anche quest'anno ha contemplato a lungo l'acqua e io sono stata sul punto di dirgli: «Sai, non importa se non ti tuffi». Ma non ho detto niente. Ho aspettato, come lui. Con un occhio leggevo, con l'altro seguivo i suoi movimenti. È andato avanti ed è indietreggiato varie volte. Poi si è fatto di nuovo avanti, e mi ha guardata. Chiuso il libro, ho contato in silenzio, sollevando il pollice, poi l'indice, poi il medio. Quando ho alzato il terzo dito, pur continuando a guardarmi per darsi coraggio, si è buttato.
Io non mi sono mai tuffata dal trampolino di dieci metri, né a undici anni né in seguito, forse perché nessuno ha contato «uno, due, tre». Mi sono buttata nel vuoto senza pensarci su e senza arrampicarmi sulla scala da dieci metri: ho cantato. Non avevo mai cantato prima. Volevo soprattutto imparare a respirare. Con la respirazione, a quanto sembra, riusciamo a vincere molte cose: la paura, il dolore.
La gente crede che la mia paura venga dalla guerra. Da questa paura si guarisce con facilità. Non è necessario imparare a respirare. È sufficiente spostarsi. Sono andata in Francia e la guerra si è allontanata. La paura è subito scomparsa.

La maestra di canto mi ha detto: «Cantare non è una questione di voce, ma di respiro». Ho respirato con forza ed è sgorgato il do acuto. Una porta si è spalancata all'improvviso e mi ha scagliato dal trampolino di dieci metri nel vuoto, nel terrore, nello stupore, nella vertigine, nella libertà.
Che meraviglioso strumento musicale è la voce, che non si può toccare né vedere. La maestra di canto procede per immagini. Per la canalizzazione del suono: «Immagina di essere su un crinale scosceso». Per l'emissione delle note più acute: «Pensa la nota prima di cantarla».
Per la risonanza: «Estendi al massimo la parete del cranio». Per l'effetto legato (In italiano nel testo): «Avvolgi il suono come una bobina di filo». Per il pianissimo (In italiano nel testo): «Affina il suono come un filo da far passare per la cruna dell'ago».
La mia maestra di canto si chiama Fior di Pesco. Piccola signora dai grandi occhiali rotondi, abita al quarto piano di un edificio diviso in appartamenti che in passato ospitava la scuola di danza di Saigon. Si è diplomata al Conservatorio di Sofia, in Bulgaria, dove si segue il metodo del canto italiano. Fior di Pesco non parla bulgaro, cosa che non le ha impedito di seguire il suo corso di canto. È portata per il canto, non per le lingue straniere. In bulgaro ha imparato a riconoscere solo una parola, che il suo professore ripeteva instancabilmente: nafret, cioè "avanti". La tecnica vocale si riassume, per lei, in questo: mettere avanti il suono.
«Davanti a te ci sono tremila persone, e la più lieve emissione sonora deve arrivare alla persona seduta nell'ultima fila. Non potrei dirti con esattezza dove si trova "l'avanti". Devi cercarlo tu, io ti potrò soltanto dire se quello che fai è giusto o no».
Fior di Pesco è un soprano leggero. Il suo repertorio comprende l'aria del valzer di Giulietta nel Romeo e Giulietta di Gounod, scritto in una tessitura tesa. La prima nota è un si bemolle acuto. Il miglior periodo della sua vita, dal punto dì vista professionale, è stato durante la guerra. Ha cantato Giulietta nel 1968. Dopo la sua esecuzione di "Ah, voglio vivere in questo sogno", lo spettacolo è stato interrotto per
permetterle dì tornare sul palcoscenico e ringraziare un pubblico entusiasta, sebbene il fondale del quadro successivo e le ballerine fossero già in scena. La potenza della sua voce è al massimo, nell'anno dell'offensiva del Têt. «Non ho guadagnato molto, ma ho viaggiato e ho cantato. La vita è stata generosa con me. Altri hanno sofferto molto nella stessa epoca».
L'edificio dove vive Fior di Pesco è vecchio. A volte, nei giorni in cui manca la corrente, il corridoio d'accesso è immerso nell'oscurità totale per quattro o cinque metri. Entro tastoni, trovo la curva delle scale e salgo i quattro piani. Fior di Pesco manda sua figlia ad aspettarmi in fondo alle scale con una torcia elettrica. Durante la stagione delle piogge i gradini sono sovente allagati per le perdite del tetto, e io salgo piano per non scivolare nelle pozze d'acqua. Quando arrivo al quarto piano sono senza fiato e Fior di Pesco mi serve una tazza di té Nhan Tran, una miscela di erbe e fiori tradizionale di Hanoi, che mi aiuta a riprendermi. Sua figlia Thu prepara il té, poi si ritira nella stanza accanto, dove cuce. Al mio arrivo trovo la teiera piena di té caldo.
L'appartamento è all'ultimo piano dell'edificio. Per un'ora, un'ora e mezza, quanto dura la lezione, resto in piedi, la schiena contro il ventilatore verticale, per rinfrescarmi la nuca proteggendo Fior di Pesco dalle correnti d'aria. Non ha mai caldo, salvo il giorno della partita Vietnam-Thailandia. Quel giorno la lezione è stata posticipata di un quarto d'ora a causa della partita che si è conclusa alle cinque del pomeriggio (il Vietnam ha perso 1 a 2). È stata l'unica volta in cui ha acceso il ventilatore della plafoniera. Le altre volte fa molto caldo, e devo tirare su i capelli per cantare.
Tutti questi punti di riferimento materiali sono importanti. Il resto, la trasmissione di un sapere impalpabile, è un percorso non tracciato. Si cercano alla cieca, come su per le scale, i pulsanti che permettono di aprire le cavità da cui il suono scaturisce e sale verso l'alto. Ci si impegna ad allargare le costole per dare spazio ai polmoni. Si impara a sentire i movimenti del diaframma. Ci sì sforza di incurvare il velo palatino. Con il tempo si acquista familiarità con il proprio strumento, dalla cavità addominale ai risonatori situati nella parte alta del cranio. Quando si è quasi abbandonata ogni speranza di arrivarci, una porta si apre e, qualche tempo dopo, un'altra.
Segue un lungo istante durante il quale si pensa di lasciar perdere tutto, poi si apre un'altra porta, e così via. Alla fine si colgono gli impercettibili movimenti delle ossa facciali e dei muscoli del diaframma che concorrono alla produzione di un suono chiaro, leggero, libero. Niente sembra naturale, e tuttavia, un giorno, apparentemente senza sforzo, il suono esce e prende il volo.
Da quando canto, niente sembra più impossibile. La conquista della voce lungo corridoi oscuri mi ha resa invulnerabile. Non ho più paura. Non ho bisogno di nessuno, tranne del direttore d'orchestra che mi dica «uno, due, tre»...
da "L'ECO DELLE RISAIE" di Anna Moi