Ho creduto nei Khmer Rossi

Edizioni Angelo Guerini & Associati S.p.A. - ©  2004

Prefazione all'edizione italiana di Renzo Foa

 

                                 

 

 APRILE 1975: i khmer rossi prendono il potere a Phnom Penh.

Ong Tong Hœung, studente cambogiano trasferitosi in Francia, è uno di quegli intellettuali che salutano con entusiasmo la rivoluzione e che fanno ritorno nel paese di origine con la volontà di riportarlo alla pace e alla prosperità.

Un viaggio nato dalla speranza nella ricostruzione, che si trasforma ben presto in un incubo: molti di coloro che si uniscono ai khmer rossi sono uccisi; l'autore e la moglie, internati, riescono a sopravvivere quattro anni alle terrificanti condizioni dei campi  di prigionia.


In uno di questi, nasce la loro prima figlia. 

Hœung restituisce oggi a un Occidente colpevole di un incomprensibile silenzio una lucida testimonianza su che cosa ha significato per l'Indocina credere nell'illusione di una rinascita, trasformatasi poi in tragedia.


Un documento di valore storico, un atto d'accusa contro la follia ideologica di chi intendeva rendere tutti uguali attraverso la cancellazione fisica dei diversi.


«Queste pagine», scrive Renzo Foa nella presentazione dell'edizione italiana, «[...] si aggiungono ai classici sull'illusione nell'utopia e sulla disillusione che ci ha lasciato il Novecento. Penso, per citare solo i più importanti, a Victor Kravchenko, ad Arthur Koestler, a Margarete Buber-Neumann e a Ignazio Silone

 

Ong Thong Hœung è nato in Cambogia nel 1945 da una famiglia appartenente alla classe media. Nel 1965 giunge a Parigi per seguire gli studi di economia politica. Nel 1970, dopo il colpo di stato del generale Lon Nol, entra a far parte del Fronte Nazionale Unito della Kampuchea. Rientrato nel suo paese nel 1976, è imprigionato nei «campi di rieducazione» fino alla sconfitta dei khmer rossi. Durante questo periodo vengono uccisi due terzi della sua famiglia. Dal 1982 vive in Belgio.