|
Laos, dove il mercato porta ricchezza ma
anche tante insidie.
Il Mekong ti appare dall’alto come una lunga vena marrone che attraversa
un mondo tutto verde. Il Laos nella stagione delle piogge è quanto di più
verde si possa immaginare: tutto colline e montagne ricoperte fino in cima
di alberi e cespugli. La vegetazione è così fitta che c’è tanto verde
anche lungo i fianchi scoscesi di roccia. Si vede benissimo che la maggior
parte dei campi, per lo più riservati alla coltura del riso, è stato
ricavato tagliando palme, bamboo e teak.
L’aeroporto di Luang Prabang è
alle porte della cittadina e l’avvicinamento alla pista, se si è seduti a
fianco del finestrino, consente già di farsi un’idea di quanto sia bella
questa ex capitale di uno dei reami che formavano l’attuale Laos. Ville e
case in stile coloniale francese immerse nel verde e affacciate sul
Mekong. Visto da vicino ha tutta la possenza di un grande fiume, il
dodicesimo più lungo del mondo. Nasce in Cina, dall’Himalaya, attraversa
in lunghezza tutto il Laos, bordeggiando a lungo la Thailandia, poi scende
in Cambogia e infine, dividendosi in mille rivoli, sfocia in Vietnam, dove
una volta c’era Saigon e adesso c’è Ho Chi Minh City. Una via d’acqua e una
preziosa riserva di pesce e di acqua per l’agricoltura, minacciata da qui
a qualche anno, da una delle tante faraoniche costruzioni di dighe
progettate dalla Cina.
E così, come già succede in India, le popolazioni
che vivono sul grande fiume e sui suoi affluenti rischiano in futuro non
solo di vedere drasticamente diminuite le riserve di pesce (che non
potendo circolare liberamente lungo il fiume non riesce a riprodursi come
una volta) ma anche di venire travolte da improvvise ondate di piena
provocate dalle opere a monte. Quando piove, già naturalmente le piene del
Mekong raddoppiano, se non triplicano, la portata d’acqua della stagione
secca. Ma ai naturali saliscendi dell’ acqua, le popolazioni che vivono
nei villaggi lungo il fiume sono comunque abituate. Diverso è quando le
piene arrivano all’improvviso se, a monte, per salvare una diga, qualcuno
decide di aprire le paratie.
Quasi un centinaio le dighe progettate su
quello che le popolazioni che vivono sulle sue sponde chiamano il “Fiume
Madre”. E settanta le rapide che stanno scomparendo a colpi di esplosivo
per rendere navigabile il corso del Mekong alle navi da carico cinesi. Un
disastro ambientale che sta già dando i suoi frutti: dalle foto
satellitari si vede benissimo che le terre fertili stanno diminuendo di
ampiezza mentre la pesca sarebbe crollata dal Laos fino alla foce del
settanta per cento. E pensare che un paese poverissimo come la Cambogia
ricava dal pesce di fiume gran parte dell’apporto proteico per i suoi
tredici milioni di abitanti.
Pochi minuti di taxi ed entriamo a Luang
Prabang. I francesi hanno controllato il Laos per molti anni, dalla fine
dell’ottocento agli anni cinquanta, e hanno dato un’impronta europea in
stile asiatico a questa cittadina che è una delle più antiche culle del
buddismo. C’è pochissimo traffico, molte biciclette, e in pochi minuti,
costeggiando aree con templi di seicento anni fa, arriviamo ad un
delizioso e ben ristrutturato albergo tutto rivestito di teak (si chiama
Sala Prabang: i recapiti sono www.salalao.com , salabang@salalao.com e
salabang@laotel.com ). Le stanze sono molto curate ma il prezzo non è
propriamente asiatico: 45 dollari in estate, che è bassa stagione; almeno
sessanta quando da noi è natale. La spiegazione è semplice: i laotiani
sono proprietari di facciata ma dietro le migliori guest house ci sono
investitori stranieri: i più ghiotti sono i thailandesi che hanno capito
al volo le opportunità turistiche di questo piccolo gioiello che con una
delicata ristrutturazione è tornata agli antichi splendori. Dietro di
loro, seguono europei e francesi, che del resto hanno pagato gran parte
dei restauri gestiti dall’Unesco. A drogare i prezzi che nell’ultima guida
Lonely Planet trovi fermi a 2-3 dollari per una stanza in albergo, forse
proprio gli stessi fondi delle Nazioni Unite: erogare, in un paese povero
e stremato da anni di guerra sporca con gli Stati Uniti, fino a diecimila
dollari per la ristrutturazione di una casa avrà portato anche ricchezza
per operai e artigiani ma ha, di sicuro, provocato storture al mercato.
In
pochi anni Luang Prabang è diventata un enclave di ricchi circondata da
milioni di poveri, nonostante il governo del Laos si definisca ancora
comunista. Il governo sorretto dalla Cina, che nel suo espansionismo
economico non si dimentica di fare della strategia, proteggendosi il
fianco sud est con i regimi amici del Myanmar (Birmania), del Vietnam e,
appunto del Laos.
Turandosi il naso molto forte, come nel caso della
Birmania che ha una giunta militare tra le più terribili al mondo, che non
si definisce neppure comunista. Scherzi dell’ideologia, piegata agli
interessi del gigante cinese che da tempo ha smesso di fare distinguo
politici. L’area sacra decisamente più bella è quella che chiude a nord la
città: si affaccia sul Mekong e sulla foce di un suo affluente, e ospita
uno dei templi più importanti di tutto il sud est asiatico. Ha il tetto a
sesto acuto che arriva fino a terra, nel classico stile di Luang Prabang.
C’è ne anche uno talmente piccolo, dove puoi entrare uno per volta, con il
Buddha in piedi che tiene il palmo delle mani rivolto verso il visitatore,
anche questo nello stile di Luang Prabang. E in un altro tempio c’è una
bellissima statua in bronzo di Buddha steso, che si appoggia con
straordinaria eleganza sul braccio destro. Il Buddha venne portato prima
della guerra a Parigi ed è tornato nel suo luogo d’origine solo pochi anni
fa. E sempre in un tempio della stessa area è conservato il carro funebre
della famiglia reale. Sono ormai decenni che non viene usato perché, dopo
la seconda guerra mondiale, l’ultima famiglia regnante venne lasciata mo
rire in una grotta. Tutta la città è comunque ricca di templi, sono quasi
tutti da vedere perché la povertà ha almeno un vantaggio: quando c’è poco
da mangiare, non si sprecano soldi per i soliti brutti restauri che
abbondano anche in Laos. La città è divisa in ban, in villaggi che
espandendosi uno accanto all’altro hanno formato Luang Prabang.
Nei vicoli
alle spalle del Mekong le case, per lo più palafitte realizzate in teak,
si mescolano ai templi e ai monasteri dove giovanissimi monaci avvolti in
stoffe arancione fanno scuola di giorno e recitano il mantra di sera. Alle
prime luci dell’alba escono dai monasteri per raccogliere le offerte, il
cibo per la giornata, da mangiare in un’unica soluzione. Per i turisti
scene da fotografare, per loro una testimonianza di tempra da forgiare.
Una vita dura che molti giovani fanno per almeno otto anni (quando da noi
si va alle scuole superiori) spinti dalle famiglie che cercano di
togliersi una bocca da sfamare ma che così facendo, forse inconsapevolmente, garantiscono un futuro migliore ad un figlio più colto.
Come Schang la nostra guida che ha ancora i capelli molto corti avendo
lasciato la scuola buddista da poco più di due mesi. Parla –e non è poco
in una città ad alta vocazione turistica- un buon inglese che ha imparato
nei lunghi anni di pratica da monaco. Con lui stiamo per affrontare un
breve ma straordinario viaggio ai confini del mondo: due giorni in
battello lungo il Nam Ou (Nam in laotiano vuol dire acqua, quindi il nome
del fiume è solo Ou), da queste parti il più importante tributario del
Mekong. Anche l’Ou nasce in Cina e anche questo fiume è minacciato dai
progetti per la costruzione di dighe.
|