Nel regno degli AKHA

 

Un veterinario globetrotter si spinge nel nord estremo del Laos fino al villaggio perso nella foresta di questa etnia.

La gente è molto ospitale, lui ricambia curando anziani e bambini.

E viene rispettato come uno stregone buono.

 

di Claudio Gioia - Foto di Giancarlo Radice (Agenzia AURA)

"D" di Repubblica - 25 febbraio 2006

Se ne sta lì in un angolo della capanna. Una minuscola macchia di sangue sul pelo maculato. Gli occhi chiusi. Immobile. Morto. Cucciolo di leopardo? Ocelot? «Gatto tigre», taglia corto Ananda, con un sorriso poco rassicurante. Non ha bisogno di spiegarlo: fra qualche ora quel leopardo quasi domestico sarà il nostro pranzo. "Impossibile", penso. Ma del resto, tutto quello che sta qua attorno sembra impossibile.
È mattina presto. Il villaggio di Ban Yang Luang sta riemergendo dalla nebbia della notte. Solo una manciata di capanne in mezzo al silenzio della foresta all'estremo nord del Laos, quasi in Cina. Colline coperte di foresta. Montagne di foresta. E fiumi, dappertutto.
Nei sentieri del villaggio, uno dei tanti dove vivono le comunità akha, iniziano le faccende di un giorno qualsiasi.
I bambini corrono al pozzo a lavarsi. Il maestro dà una pulita alle panche della scuola comunitaria. Oggi, forse, ci sarà lezione. Passa un gruppetto di donne con i secchi d'acqua a bilanciere sulla spalla, mentre una ventina di uomini si stipano sopra a un carro trainato da un microscopico trattore cinese.
I maiali sguazzano nel fango sotto le palafitte. E Sonken, il cacciatore, è ancora lì nell'angolo della capanna del capo villaggio, con il suo fucilino che sembra un giocattolo, accanto a quello che sarà il nostro pranzo.
Sono arrivato ieri notte, dopo quattro giorni di viaggio risalendo fiumi o ballonzolando in camion su sterrati pieni di buche e sommersi dal fango.
A Luang Prabang, la vecchia capitale reale del Laos, avevo trovato Ananda, la guida: una specie di consulente del ministero della cultura, più buddista che comunista, forse più affarista che buddista, con anni di militanza nel Patet Lao e molti ricordi dei pochi mesi di studio alla Sorbona, quand'era più giovane. La barca l'ha trovata lui. E così, una mattina presto, ci siamo lasciati alle spalle i tetti dorati di Xieng Thong, il grande tempio di Luang Prabang, per affrontare la corrente del Nam Ou. Gli insediamenti umani sono scomparsi quasi subito. Ore e ore di navigazione dentro a due pareti di vegetazione sempre più fitta, finché, ormai al tramonto, un ponte di corda e bambù sospeso una decina di metri sopra il fiume ha annunciato il villaggio di Nong Khiew.
Sulla riva destra, un grappolo di capanne ai piedi d'una parete di roccia. Sull'altra, nascoste fra gli alberi, un centinaio di case di legno e argilla, qualcuna in muratura, persino un paio di guest house e un alberghetto gestito da cinesi. Un villaggio abitato soprattutto dai hmong, etnia di gente di montagna, con il tradizionale abito di canapa blu scuro e i volti segnati dal tempo e dalla fatica.
Ananda si è subito inerpicato per i vicoli in cerca d'alloggio mentre sul ponte, nell'ultima luce del sole, donne e uomini rientravano dai campi, con la gerla piena sulla schiena, camminando lenti uno dopo l'altro, come figure d'una processione d'altri tempi.
I giorni seguenti ha piovuto spesso. Una pioggerella sottile scendeva ogni tanto come un sipario sull'acqua gialla del Nam Ou. Grandi nuvole di vapore hanno avvolto la foresta, trasformandola in un luogo irreale, attraversato dai richiami di uccelli invisibili.

«Ci fermiamo laggiù», ha proclamato Ananda a un certo punto, indicando una piccola ansa del fiume. «Oggi è giorno di mercato». Mercato? L'unica cosa che si poteva vedere erano cinque o sei piroghe ormeggiate a riva. Tutte vuote. Nessuno a bordo. E attorno, il silenzio assoluto. Quale mercato? Senza dire una parola, Ananda ha imboccato un sentiero. Solo poche decine di metri, fino a che, di colpo, quel labirinto di vegetazione ha lasciato il posto a un'esplosione di umanità: centinaia di persone di diversi gruppi etnici, hmong, thai, akha, yi, erano confluite in quel luogo per scambiarsi riso e cereali, per comprare e vendere tessuti o pentole, erbe medicinali e polli, tuberi e corde e qualsiasi altra cosa necessaria a una vita appena oltre la sussistenza. «Succede più o meno ogni mese», mi ha spiegato Ananda. «Vengono qui da tutta la zona. Molti scendono dalle montagne, camminando per giorni». Avevo la sensazione d'assistere a una cerimonia antica. Tutto si svolgeva senza il rumore e la confusione dei nostri mercati, in perfetto silenzio, con solo gli sguardi e i gesti a esprimere quel che serviva.
Pioveva anche la notte in cui siamo arrivati a Ban Yang Luang. Gli ultimi chilometri sono stati un'odissea nell'oscurità, stipati sopra uno dei soliti trattorini cinesi, affondando in un dedalo di sentieri fangosi fino a che, quando ormai non sembrava esserci alternativa a un sonno dentro al sacco a pelo immerso nell'acquitrino, la luce di una torcia ha improvvisamente illuminato la sagoma di una capanna su palafitte. Poi un'altra, un'altra ancora. Yatché, il capo villaggio, era seduto fuori sulla veranda a vedere chi fosse a fare tutto quel baccano. Sua moglie Wopu stava allattando il figlio più piccolo. E Atchan, la vecchia zia, dormiva da un pezzo sotto una zanzariera lacera. Prima ancora che potessi rendermi conto di dov'ero finito, due donne mi hanno steso per terra e con le mani callose hanno iniziato a schiacciare senza pietà ogni parte del corpo, gambe, spalle, schiena, collo. «Massaggio tradizionale akha», ha annunciato Ananda.
E adesso ecco qui il mini-leopardo da colazione, regalo di benvenuto che annuncia il primo di una manciata di giorni da passare a Ban Yang Luang.
Non c'è molto da fare in giro. La stagione del raccolto è finita; fino alle prime piogge il tempo è consacrato all'ozio. Tutti sembrano prendersela comoda.
Sonken esce ogni mattina presto per andare a caccia. S'arrampica lungo un sentiero tagliato nella foresta, con il suo inseparabile fucilino sulla spalla e, in mano, un paio di buffe trappole per uccelli fatte con corde e listelli di legno.
Ogni tanto, dal muro di vegetazione si materializza qualche essere umano. Altri cacciatori solitari. Oppure donne con la gerla sulla schiena, vestite con i costumi tradizionali di qualche tribù dell'area. Sembrano elfi in un bosco incantato. Sonken saluta, si ferma a scambiare qualche parola, poi riprende a salire, scrutando con attenzione qualsiasi movimento fra gli alberi. A metà giornata, quando il sole è una palla di fuoco, arriva alla piantagione di oppio del villaggio: una distesa di bulbi di papavero che riempie la cima d'una collina. «La spostiamo in zone sempre più remote», spiega, «il governo non vuole che si coltivi oppio e può capitare che mandi la polizia a controllare». Fa una smorfia e continua: «Non capiscono. Proprio non capiscono. Noi non vendiamo oppio. Coltiviamo quello che ci serve. Possono fumarlo solo gli uomini adulti, e solo nei periodi in cui non si lavora nei campi. Donne e bambini, niente oppio. Lo facciamo da mille anni».
Basta guardarsi in giro per capire che le dimensioni di quel campo non consentono di ottenere altro che la materia prima per le serate di relax della gente di Ban Yang Luang e di qualche altro villaggio. E per rendersi conto dell'inutilità delle campagne anti-droga che le agenzie internazionali pretendono dal governo di Vientiane. Lo dico a Sonken e lui si mette a ridere. Poi si siede all'ombra degli alberi e tira fuori dalla borsa il pranzo. Nessuna preda di caccia oggi. Ci facciamo bastare il riso e le verdure cucinate la sera prima. Da dividere per quattro, perché nel frattempo è arrivato Mapho, il capo del consiglio degli anziani, un uomo sulla sessantina, il volto che sembra scolpito nel legno e gli occhi da felino. Non parla mai, si limita a guardare l'orizzonte e a sorridere beffardo per chissà che cosa.
Quando rientriamo nella capanna del capo villaggio è ormai sera. Wopu cucina sul fuoco dei tuberi per il giorno dopo. Atchan, come al solito, dorme beata sotto la zanzariera e Yatché è sdraiato su una stuoia con la pipa da oppio alle labbra, lo sguardo fisso, gli occhi che scintillano nel buio.
Ma per me, in genere, le giornate prevedono un rito che richiede almeno un paio d'ore. È cominciato fin dalla prima mattina, quando Ananda ha annunciato che lo straniero con la pelle bianca e la faccia piena di peli (la barba) è un veterinario. Il che, come ho scoperto subito, da queste parti equivale a un medico. O, forse, uno stregone. Nessuna differenza. Così l'intero villaggio sembra aver deciso di affidarsi alle mie cure. Otiti, febbri, allergie, eritemi, infezioni varie, una piccola processione quotidiana.
Le donne si mettono in fila vestite per I occasione, il figlio più piccolo in braccio e gli altri attaccati alla gonna.
Tengono lo sguardo basso, negli occhi un misto di fiducia e terrore. «A meno di un giorno di marcia da qui c'è un dispensario medico del governo, ma non serve a niente», m'informa Ananda. E quando mi porta a vederlo, tutto quel che mi trovo davanti è una baracca di legno chiusa con un lucchetto. Dentro c'è il vuoto assoluto. File di scaffali ricoperti di polvere. Nessuna traccia di farmaci. «Il dottore passa ogni mese circa», dice Ananda, «ma non ha mai medicine da distribuire».
Il tempo passa lento a Ban Yang Luang. I giorni sembrano dilatarsi all'infinito, sotto un sole accecante. Le notti portano i profumi della foresta e le parole soffuse attorno al fuoco, con Wopu che a volte intona qualche vecchia cantilena e Yatché sprofondato nei sogni della sua pipa a oppio, gli occhi spalancati fino alle prime luci dell'alba.
Una mattina sono le grida di un animale a dare la sveglia. Le urla disperate di un caprone nero dall'aspetto luciferino. È un giorno di festa importante per gli Akha.
Sette o otto uomini lo trascinano davanti alla capanna di Yatché. Lo legano a un palo, lo sgozzano, lo lasciano dissanguare, lo macellano e lo mettono su un gran falò. Poi comincia il lavoro. Con grandi coltelli da caccia cominciano a tagliare l'animale in pezzi sempre più piccoli, fino a ridurlo in frammenti. Penso con angoscia a cosa mi aspetta; carne, interiora, pelle, peli bruciacchiati, tutto tritato insieme.
Mancano solo zoccoli e corna. Ripasso mentalmente le possibili zoonosi in cui posso incappare. Meglio non pensarci. L'operazione va avanti ore e ore. Ed è ormai pomeriggio quando il caprone fa infine la sua apparizione ufficiale al centro della capanna dove è pronto il banchetto comunitario. Sembra una gigantesca tartare, equamente divisa su vassoi pieni di tuberi, banane e verdura. Ricompaiono anche le corna, svuotate del contenuto per versarci dentro il lao lao, il tradizionale liquore di riso fermentato che non manca mai nei giorni di festa. Gli uomini se lo passano e, uno dopo l'altro, bevono un sorso di quell'intruglio rossastro, misto di acqua, alcol e grumi di sangue. Quando viene il mio turno, non so che fare. «Cosa mi invento adesso?», imploro Ananda.
«Nessun problema», rassicura lui, mentre comincia a spiegare ai presenti qualcosa che non riesco a capire ma che fa il suo effetto: tutti gli altri fanno cenno d'aver compreso le mie ragioni.
Poi si lanciano con entusiasmo sul cibo, dando il via a un banchetto che va avanti fino a quando è buio, fra sorrisi, risate, racconti.
Gli stessi volti sorridenti me li ritrovo davanti la mattina dopo, allineati ai confini del villaggio per salutarmi. Mentre il solito micro-trattore cinese si mette in marcia, Ananda sale a bordo e, di colpo, sembra immergersi in pensieri lontani. Sulle labbra gli si forma un sorriso ironico: «Cucciolo di leopardo...», dice, «ma come ti è venuto in mente?». Mi giro e la gente del villaggio è ancora là, immobile, a guardarci. Mi rigiro dopo poche centinaia di metri e non c'è più niente. Bay Luang è sparita, inghiottita dalla foresta. Solo un villaggio di capanne perso nell'estremo nord del Laos, di nuovo tornato invisibile al resto del mondo.