|
Se ne sta lì in un angolo della capanna.
Una minuscola macchia di sangue sul pelo maculato. Gli occhi chiusi.
Immobile. Morto. Cucciolo di leopardo? Ocelot? «Gatto tigre», taglia
corto Ananda, con un sorriso poco rassicurante. Non ha bisogno di
spiegarlo: fra qualche ora quel leopardo quasi domestico sarà il nostro
pranzo. "Impossibile", penso. Ma del resto, tutto quello che sta qua
attorno sembra impossibile.
È mattina presto. Il villaggio di Ban Yang Luang sta riemergendo dalla
nebbia della notte. Solo una manciata di capanne in mezzo al silenzio
della foresta all'estremo nord del Laos, quasi in Cina. Colline coperte
di foresta. Montagne di foresta. E fiumi, dappertutto.
Nei
sentieri del villaggio, uno dei tanti dove vivono le comunità akha,
iniziano le faccende di un giorno qualsiasi.
I bambini corrono al pozzo a lavarsi. Il maestro dà una pulita alle
panche della scuola comunitaria. Oggi, forse, ci sarà lezione. Passa un
gruppetto di donne con i secchi d'acqua a bilanciere sulla spalla,
mentre una ventina di uomini si stipano sopra a un carro trainato da un
microscopico trattore cinese.
I maiali sguazzano nel fango sotto le palafitte. E Sonken, il
cacciatore, è ancora lì nell'angolo della capanna del capo villaggio,
con il suo fucilino che sembra un giocattolo, accanto a quello che sarà
il nostro pranzo.
Sono arrivato ieri notte, dopo quattro giorni di viaggio risalendo fiumi
o ballonzolando in camion su sterrati pieni di buche e sommersi dal
fango.
A Luang Prabang, la vecchia capitale reale del Laos, avevo trovato
Ananda, la guida: una specie di consulente del ministero della cultura,
più buddista che comunista, forse più affarista che buddista, con anni
di militanza nel Patet Lao e molti ricordi dei pochi mesi di studio alla
Sorbona, quand'era più giovane. La barca l'ha trovata lui. E così, una
mattina presto, ci siamo lasciati alle spalle i tetti dorati di Xieng
Thong, il grande tempio di Luang Prabang, per affrontare la corrente del
Nam Ou. Gli insediamenti umani sono scomparsi quasi subito. Ore e ore di
navigazione dentro a due pareti di vegetazione sempre più fitta, finché,
ormai al tramonto, un ponte di corda e bambù sospeso una decina di metri
sopra il fiume ha annunciato il villaggio di Nong Khiew.
Sulla riva destra, un grappolo di capanne ai piedi d'una parete di
roccia. Sull'altra, nascoste fra gli alberi, un centinaio di case di
legno e argilla, qualcuna in muratura, persino un paio di guest house e
un alberghetto gestito da cinesi. Un villaggio abitato soprattutto dai
hmong, etnia di gente di montagna, con il tradizionale abito di canapa
blu scuro e i volti segnati dal tempo e dalla fatica.
Ananda si è subito inerpicato per i vicoli in cerca d'alloggio mentre
sul ponte, nell'ultima luce del sole, donne e uomini rientravano dai
campi, con la gerla piena sulla schiena, camminando lenti uno dopo
l'altro, come figure d'una processione d'altri tempi.
I giorni seguenti ha piovuto spesso. Una pioggerella sottile scendeva
ogni tanto come un sipario sull'acqua gialla del Nam Ou. Grandi nuvole
di vapore hanno avvolto la foresta, trasformandola in un luogo irreale,
attraversato dai richiami di uccelli invisibili.
«Ci
fermiamo laggiù», ha proclamato Ananda a un certo punto, indicando una
piccola ansa del fiume. «Oggi è giorno di mercato». Mercato? L'unica
cosa che si poteva vedere erano cinque o sei piroghe ormeggiate a riva.
Tutte vuote. Nessuno a bordo. E attorno, il silenzio assoluto. Quale
mercato? Senza dire una parola, Ananda ha imboccato un sentiero. Solo
poche decine di metri, fino a che, di colpo, quel labirinto di
vegetazione ha lasciato il posto a un'esplosione di umanità: centinaia
di persone di diversi gruppi etnici, hmong, thai, akha, yi, erano
confluite in quel luogo per scambiarsi riso e cereali, per comprare e
vendere tessuti o pentole, erbe medicinali e polli, tuberi e corde e
qualsiasi altra cosa necessaria a una vita appena oltre la sussistenza.
«Succede più o meno ogni mese», mi ha spiegato Ananda. «Vengono qui da
tutta la zona. Molti scendono dalle montagne, camminando per giorni».
Avevo la sensazione d'assistere a una cerimonia antica. Tutto si
svolgeva senza il rumore e la confusione dei nostri mercati, in perfetto
silenzio, con solo gli sguardi e i gesti a esprimere quel che serviva.
Pioveva anche la notte in cui siamo arrivati a Ban Yang Luang. Gli
ultimi chilometri sono stati un'odissea nell'oscurità, stipati sopra uno
dei soliti trattorini cinesi, affondando in un dedalo di sentieri
fangosi fino a che, quando ormai non sembrava esserci alternativa a un
sonno dentro al sacco a pelo immerso nell'acquitrino, la luce di una
torcia ha improvvisamente illuminato la sagoma di una capanna su
palafitte. Poi un'altra, un'altra ancora. Yatché, il capo villaggio, era
seduto fuori sulla veranda a vedere chi fosse a fare tutto quel baccano.
Sua moglie Wopu stava allattando il figlio più piccolo. E Atchan, la
vecchia zia, dormiva da un pezzo sotto una zanzariera lacera. Prima
ancora che potessi rendermi conto di dov'ero finito, due donne mi hanno
steso per terra e con le mani callose hanno iniziato a schiacciare senza
pietà ogni parte del corpo, gambe, spalle, schiena, collo. «Massaggio
tradizionale akha», ha annunciato Ananda.
E adesso ecco qui il mini-leopardo da colazione, regalo di benvenuto che
annuncia il primo di una manciata di giorni da passare a Ban Yang Luang.
Non c'è molto da fare in giro. La stagione del raccolto è finita; fino
alle prime piogge il tempo è consacrato all'ozio. Tutti sembrano
prendersela comoda.
Sonken esce ogni mattina presto per andare a caccia. S'arrampica lungo
un sentiero tagliato nella foresta, con il suo inseparabile fucilino
sulla spalla e, in mano, un paio di buffe trappole per uccelli fatte con
corde e listelli di legno.
Ogni tanto, dal muro di vegetazione si materializza qualche essere
umano. Altri cacciatori solitari. Oppure donne con la gerla sulla
schiena, vestite con i costumi tradizionali di qualche tribù dell'area.
Sembrano elfi in un bosco incantato. Sonken saluta, si ferma a scambiare
qualche parola, poi riprende a salire, scrutando con attenzione
qualsiasi movimento fra gli alberi. A metà giornata, quando il sole è
una palla di fuoco, arriva alla piantagione di oppio del villaggio: una
distesa di bulbi di papavero che riempie la cima d'una collina. «La
spostiamo in zone sempre più remote», spiega, «il governo non vuole che
si coltivi oppio e può capitare che mandi la polizia a controllare». Fa
una smorfia e continua: «Non capiscono. Proprio non capiscono. Noi non
vendiamo oppio. Coltiviamo quello che ci serve. Possono fumarlo solo gli
uomini adulti, e solo nei periodi in cui non si lavora nei campi. Donne
e bambini, niente oppio. Lo facciamo da mille anni».
Basta guardarsi in giro per capire che le dimensioni di quel campo non
consentono di ottenere altro che la materia prima per le serate di relax
della gente di Ban Yang Luang e di qualche altro villaggio. E per
rendersi conto dell'inutilità delle campagne anti-droga che le agenzie
internazionali pretendono dal governo di Vientiane. Lo dico a Sonken e
lui si mette a ridere. Poi si siede all'ombra degli alberi e tira fuori
dalla borsa il pranzo. Nessuna preda di caccia oggi. Ci facciamo bastare
il riso e le verdure cucinate la sera prima. Da dividere per quattro,
perché nel frattempo è arrivato Mapho, il capo del consiglio degli
anziani, un uomo sulla sessantina, il volto che sembra scolpito nel
legno e gli occhi da felino. Non parla mai, si limita a guardare
l'orizzonte e a sorridere beffardo per chissà che cosa.
Quando
rientriamo nella capanna del capo villaggio è ormai sera. Wopu cucina
sul fuoco dei tuberi per il giorno dopo. Atchan, come al solito, dorme
beata sotto la zanzariera e Yatché è sdraiato su una stuoia con la pipa
da oppio alle labbra, lo sguardo fisso, gli occhi che scintillano nel
buio.
Ma per me, in genere, le giornate prevedono un rito che richiede almeno
un paio d'ore. È cominciato fin dalla prima mattina, quando Ananda ha
annunciato che lo straniero con la pelle bianca e la faccia piena di
peli (la barba) è un veterinario. Il che, come ho scoperto subito, da
queste parti equivale a un medico. O, forse, uno stregone. Nessuna
differenza. Così l'intero villaggio sembra aver deciso di affidarsi alle
mie cure. Otiti, febbri, allergie, eritemi, infezioni varie, una piccola
processione quotidiana.
Le donne si mettono in fila vestite per I occasione, il figlio più
piccolo in braccio e gli altri attaccati alla gonna.
Tengono lo sguardo basso, negli occhi un misto di fiducia e terrore. «A
meno di un giorno di marcia da qui c'è un dispensario medico del
governo, ma non serve a niente», m'informa Ananda. E quando mi porta a
vederlo, tutto quel che mi trovo davanti è una baracca di legno chiusa
con un lucchetto. Dentro c'è il vuoto assoluto. File di scaffali
ricoperti di polvere. Nessuna traccia di farmaci. «Il dottore passa ogni
mese circa», dice Ananda, «ma non ha mai medicine da distribuire».
Il tempo passa lento a Ban Yang Luang. I giorni sembrano dilatarsi
all'infinito, sotto un sole accecante. Le notti portano i profumi della
foresta e le parole soffuse attorno al fuoco, con Wopu che a volte
intona qualche vecchia cantilena e Yatché sprofondato nei sogni della
sua pipa a oppio, gli occhi spalancati fino alle prime luci dell'alba.
Una mattina sono le grida di un animale a dare la sveglia. Le urla
disperate di un caprone nero dall'aspetto luciferino. È un giorno di
festa importante per gli Akha.
Sette o otto uomini lo trascinano davanti alla capanna di Yatché. Lo
legano a un palo, lo sgozzano, lo lasciano dissanguare, lo macellano e
lo mettono su un gran falò. Poi comincia il lavoro. Con grandi coltelli
da caccia cominciano a tagliare l'animale in pezzi sempre più piccoli,
fino a ridurlo in frammenti. Penso con angoscia a cosa mi aspetta;
carne, interiora, pelle, peli bruciacchiati, tutto tritato insieme.
Mancano
solo zoccoli e corna. Ripasso mentalmente le possibili zoonosi in cui
posso incappare. Meglio non pensarci. L'operazione va avanti ore e ore.
Ed è ormai pomeriggio quando il caprone fa infine la sua apparizione
ufficiale al centro della capanna dove è pronto il banchetto
comunitario. Sembra una gigantesca tartare, equamente divisa su vassoi
pieni di tuberi, banane e verdura. Ricompaiono anche le corna, svuotate
del contenuto per versarci dentro il lao lao, il tradizionale
liquore di riso fermentato che non manca mai nei giorni di festa. Gli
uomini se lo passano e, uno dopo l'altro, bevono un sorso di quell'intruglio
rossastro, misto di acqua, alcol e grumi di sangue. Quando viene il mio
turno, non so che fare. «Cosa mi invento adesso?», imploro Ananda.
«Nessun problema», rassicura lui, mentre comincia a spiegare ai presenti
qualcosa che non riesco a capire ma che fa il suo effetto: tutti gli
altri fanno cenno d'aver compreso le mie ragioni.
Poi si lanciano con entusiasmo sul cibo, dando il via a un banchetto che
va avanti fino a quando è buio, fra sorrisi, risate, racconti.
Gli stessi volti sorridenti me li ritrovo davanti la mattina dopo,
allineati ai confini del villaggio per salutarmi. Mentre il solito
micro-trattore cinese si mette in marcia, Ananda sale a bordo e, di
colpo, sembra immergersi in pensieri lontani. Sulle labbra gli si forma
un sorriso ironico: «Cucciolo di leopardo...», dice, «ma come ti è
venuto in mente?». Mi giro e la gente del villaggio è ancora là,
immobile, a guardarci. Mi rigiro dopo poche centinaia di metri e non c'è
più niente. Bay Luang è sparita, inghiottita dalla foresta. Solo un
villaggio di capanne perso nell'estremo nord del Laos, di nuovo tornato
invisibile al resto del mondo.

|