APRITI LAOS
di Cristina Gambaro
"D" Repubblica - Maggio 2000

È uscito dagli anni dell'isolamento conservando intatto il suo fascino antico e la religiosità del passato. Itinerario tra i templi dell'antica capitale, patrimonio dell'umanità, e per le strade di Vientiane, dove la colonna sonora è tutta rock: alla scoperta di un paese che cerca di entrare nella modernità senza perdere l'anima.


Nella luce incerta dell'alba che amalgama i colori e rende evanescenti i contorni, le tuniche arancione dei monaci in processione segnano il risveglio della città. Portano ciotole di legno dorato che vengono riempite di riso dai fedeli, desiderosi di fare un piccolo passo in avanti nel lungo cammino verso il Nirvana.
La cerimonia del tak bat si ripete ogni mattina nelle vie di Luang Prabang, l'antica capitale del regno del Laos. Poco a poco le strade si animano. Iniziano a passare le prime biciclette dirette al mercato degli alimentari mentre il sole fa sparire la foschia mattutina. Poi è la volta dei tuk tuk, le bici-taxi, e dei camion dalle linee anni '60 mentre gli studenti vanno a scuola e le donne dell'etnia hmong, scese dalle montagne, tirano fuori i loro tessuti agli angoli delle strade. Malgrado negli ultimi anni il traffico abbia subito un'impennata, in questa città di 16mila abitanti si può ancora tranquillamente camminare in mezzo alla strada senza timore di venire travolti da un'auto.

L'atmosfera antica è ancora originale. "La strada era deserta, il silenzio rotto solo dalle voci che rimandavano alcuni altoparlanti. Un cartellone in stretto stile sovietico raffigurava contadini, militari, donne e bambini orgogliosi e laboriosi per la costruzione del comunismo in Laos", ricorda Luciano Del Sette, direttore del mensile di viaggi Sandokan, il quale, nel 1987, riuscì a entrare in Laos fingendosi un operatore turistico, primo straniero a visitare Luang Prabang da dopo la fine della guerra del Vietnam nel 1975.
"A Vientiane, solamente il ronzio delle biciclette", continua Del Sette che ha fermato parte dei suoi ricordi in Quella volta che in viaggio... (Feltrinelli Traveller), "la polvere della strada principale e il Mekong riarso dalla siccità che lasciava scorrere tra le sponde di fango secco le sue povere acque. Ebbi la sensazione di essere alla frontiera. Non solo del Laos ma del mondo".
L'apertura nel 1994 del Ponte dell'Amicizia, 1190 metri sul Mekong, costruito grazie ai contributi australiani, tra la thailandese Nong Khai e Vientiane, ha messo fine all'isolamento del Paese. Sono aumentate le auto, sono stati aperti ristoranti e bistrot ma la capitale laotiana non ha perso quella sua aria lenta, a misura d'uomo, fotografia dell'Indocina prima dell'avvento dei grattacieli, dei dollari americani e del boom economico.
Un grande villaggio, più che una città, che affascina chi arriva dalla Thailandia e dal Vietnam, già in corsa senza ritorno verso il futuro. Mentre dovrebbero iniziare i lavori di un nuovo ponte, finanziato dai giapponesi nel Laos meridionale, tra Savannakhet e Mukdaharn.
Nonostante dal 1986 il governo della Repubblica popolare democratica del Laos abbia fatto diversi passi verso l'economia di mercato e l'apertura agli investimenti stranieri, il processo di rinnovamento continua a essere lento. Si avanza con i piedi di piombo e i problemi da risolvere continuano a sembrare insormontabili. A iniziare dall'inflazione, attestata sul 100 %, con il kip¹ che perde valore giorno dopo giorno e il mercato nero che prolifera ovunque. Per continuare con l'elettricità che viene fornita a singhiozzo anche nelle città (ma il Laos vende energia elettrica alla Thailandia), con buona parte delle abitazioni prive di acqua corrente, con le strade nazionali in pessimo stato, in alcuni tratti insicure per frange di ribellione. Senza contare che il Laos è l'unico stato al mondo privo di una rete ferroviaria. Per dare una mano a uno dei paesi più poveri del sud-est asiatico (50mila lire al mese è il guadagno medio per abitante) si è stanziato a Vientiane un folto drappello di consulenti economici degli organismi internazionali e delle organizzazioni non governative: inglesi, svedesi, americani, francesi, tedeschi vivacizzano con la loro presenza la vita della capitale e si ritrovano, la sera, intorno alla rotonda della fontana.
"Vientiane allora era templi, bonzi, biciclette, donne bellissime, contadini, militari, ragazzini in divisa scolastica, un ufficio postale deserto e fuori uso, una sede dell'Aeroflot e un ristorante gestito da una principessa che aveva ottenuto di poter esercitare un'attività privata", continua a ricordare Del Sette che era scortato in ogni suo passo da un cortesissimo guardiano-guida. L'ex principessa continua a essere la proprietaria del locale ma oggi il pop thailandese è la colonna sonora dei ragazzi di Vientiane, trasmessa dalle radio e dalla tv di Bangkok assieme alla pubblicità e alle soap opera. Con il risultato che la lingua thai è ormai parlata diffusamente, a scapito dell'idioma nazionale.
Dieci anni fa la "perestrojka" laotiana ha segnato l'avvio di una rinascita religiosa, che non si era mai assopita durante gli anni della rivoluzione. Per molti giovani laotiani ancora oggi è un punto d'onore passare qualche mese in un monastero alla fine degli studi, prima del matrimonio e dell'inizio dell'attività lavorativa: permette di completare l'istruzione, di acquistare meriti per sé e per la famiglia, di raggiungere uno status sociale. E anche l'atteggiamento distaccato verso la vita, riassunto nell'espressione "Bo pen ngiang" -non è un problema- sembra derivare direttamente dal distacco per le cose terrene tipico del buddhismo. I riti religiosi scandiscono ancora la vita quotidiana, dal dhama, l'insegnamento, cantato ogni mattina nei templi, all'offerta di fiori, incensi e candele avvolte in foglie di banano. È bello seguire le cerimonie al Wat Ong Teu Mahavihan, il Tempio del Buddha Pesante, con la grande statua di bronzo e la facciata di legno, capolavoro degli artisti dell'intaglio. O al Pha That Luang, il Grande Stupa Sacro, simbolo della religione buddhista e della sovranità nazionale, una grande piramide dorata costruita nello stesso punto dove, nel terzo secolo avanti Cristo, gli emissari di Ashoka (l'imperatore indiano artefice della diffusione del buddhismo in Asia) eressero il primo stupa per contenere lo sterno dell'Illuminato. O ancora come a Wat Si Saket, il tempio più antico della città, con duemila immagini del Buddha in argento e in ceramica che rappresenta l'unità del territorio e del popolo lao, restaurati da qualche anno grazie a un finanziamento Unesco.
Uno degli edifici più alti della città, che si è dotata di un piano regolatore che impedisce la costruzione di grattacieli, è il Pathukai, enorme arco di trionfo che ricorda molto quello degli Champs Elysées a Parigi, anche se i bassorilievi e le decorazioni danno all'insieme il tocco laotiano. Venne costruito negli anni '60 (con il cemento che sarebbe dovuto servire all'ampliamento dell'aeroporto) per commemorare i laotiani morti durante le guerre. E vedendo l'aeroporto internazionale di Wattay ci si rende subito conto di come il potenziamento dei servizi aerei non sia stata una delle priorità del governo.
L'atmosfera è quella degli aeroporti militari, con una striscia d'asfalto e un terminal spartano dove attendere di salire, non senza i dovuti riti scaramantici, sugli sgangherati aerei della Lao Aviation. Un terminal nuovo, invece, accoglie il visitatore felice di aver toccato terra dopo che l'aereo ha faticosamente superato la montagna alle spalle di Luang Prabang, orientandosi tra le nuvole di fumo causate dagli incendi appiccati dai hmong.
Questa tribù vive sui monti settentrionali e pratica l'agricoltura itinerante, con successivi disboscamenti di piccoli tratti di foresta per impiantare nuovi campi di riso o nuove piantagioni di oppio. Terzo Paese al mondo produttore di oppio, dopo Afghanistan e Birmania, che esporta attraverso Thailandia e Cina, il Laos ha avviato programmi di cooperazione antidroga con gli Stati Uniti per migliorare le condizioni di vita nel nord e convincere gli agricoltori hmong ad abbandonare la coltivazione del papavero in cambio della costruzione di strade, acquedotti, scuole, ospedali, laboratori in cui tessere i preziosi tessuti tradizionali dai mille colori.
Con il risultato che le comunicazioni da Luang Prabang al confine cinese sono migliori di quelle tra Luang Prabang e la capitale, lungo la Route 13, in perenne costruzione. "Allora, ovviamente, Luang Prabang era una meraviglia con i suoi numerosi templi.
Però quello che mi è rimasto dentro era l'ombra della guerra, così presente. Le memorie del conflitto erano le culatte delle bombe lanciate dai B52 e usate come vasca da bagno per i bambini, le profonde grotte dove si rifugiavano militari e civili per sfuggire ai bombardamenti. Molte erano ancora arredate con sedie, armi, letti. L'America sganciava inutilmente bombe su pietre infrangibili", ricorda ancora Del Sette. Tonnellate di bombe - per la precisione 1,9 milioni pari a 10 tonnellate per chilometro quadrato e a 500 chili a testa per abitante - lanciate sul sentiero di Ho Chi Minh dal presidente Nixon tra il 1964 e il 1973, più di quelle usate durante il secondo conflitto mondiale. Così la regione orientale è punteggiata da infiniti crateri, ricordo di una guerra mai dichiarata, e la famosa Piana delle Giare, l'area archeologica formata da gigantesche quanto misteriose giare da 600 chili è piena di ordigni inesplosi. Tanto che l'Unesco ha lanciato un progetto per risanare la zona.
Sempre l'Unesco ha dichiarato Luang Prabang Patrimonio dell'Umanità, con i suoi trenta templi dai tetti dorati, le costruzioni coloniali tutte stucchi e legni intagliati, le 650 abitazioni tradizionali, in argilla e bambù. Piccola, a misura d'uomo, l'ex capitale reale si stende come un mandala intorno alla collina di Phu Si, con le sue strade regolari ombreggiate da palme, profumate da frangipane. Ad eccezione di qualche motorino, di un cybercafé e di un negozio di vini francesi, le immagini sono quelle di un Asia che non c'è più.
¹ kip unità monetaria del Laos. Dal Dicembre 1979 è in vigore il nuovo kip.

In partenza <-Arrivare. Voli Thai Airways (tel. 06.478.131) per Vientiane, via Bangkok, da 1.630.OOO lire. Si può entrare in Laos via terra, attraverso il Ponte dell'Amicizia, raggiungibile con il treno notturno Bangkok-Nong Khai. Dalla stazione i tuk tuk portano alla frontiera. Da Vientiane a Luang Prabang, voli Lao Aviation (volo sulle 120 mila lire). Pieni di fascino i traghetti che fanno la spola sul Mekong tra la frontiera thailandese di Chiang Khong e Luang Prabang, impiegando 2 giorni. Da Luang Prabang a Vientiane il traghetto impiega 2 giorni, in senso contrario 3 giorni. Dalla capitale si arriva in barca anche a Savannaket (2 giorni). -Documenti. Con il passaporto, si può ottenere il visto alla frontiera di Nong Khai, sul Ponte dell'Amicizia, e all'aeroporto di Vientiane (50 US$). -Stagione migliore. Da metà ottobre a febbraio: la temperatura è mite e non piove mai. A maggio si entra nella stagione monsonica, con temperature tra i 23e i 32C.