La missione di La Pira - Hanoi - 1965
 

Capitolo tratto da:

Marigold non fiorì - Il contributo italiano alla pace in Vietnam

di Mario Sica – ex Ambasciatore italiano ad Hanoi - Edizione PONTE ALLE GRAZIE - © 1991 FIRENZE

(dalla Biblioteca Comunale di Empoli – 959 -704-31) (contributo di Massimo Bani - Firenze - 2007)

 

 

La missione di La Pira a Hanoi

 Tra i personaggi della vita italiana che l'aggravarsi della crisi vietnamita andava maggiormente preoccupando era Giorgio La Pira.

Non è certo questo il luogo per ricostruire la complessa personalità di uno dei maggiori protagonisti «non istituzionali» della vita politica internazionale degli anni cinquanta e sessanta. Basterà dire che la preoccupazione di La Pira trascendeva largamente l'aspetto più strettamente tecnico-politico.

Neanche due anni prima, il trattato per l'interdizione degli esperimenti nucleari, firmato nel '63 da Kennedy e da Krusciov gli era parso come «il primo dei giorni della creazione» ossia come l’inizio di una storia radicalmente nuova che avrebbe lasciato alle spalle per sempre ogni eredità del passato. Ora, l'impegno diretto di una delle superpotenze nella guerra del Vietnam sembrava - e per giunta proprio in coincidenza della sua estromissione dalla carica di sindaco di Firenze - un serio scacco, se non la definitiva rovina, inflitto alla sua intera visione del mondo.

Con caratteristica determinazione, peraltro, La Pira reagì affrontando tempestivamente il toro per le corna. Non erano trascorsi neppure due mesi dallo sbarco dei marine a Da Nang, quando La Pira riunì (24-28 aprile 1965) al Forte Belvedere a Firenze un Symposium internazionale destinato appunto ad approfondire i termini politici e diplomatici della questione vietnamita.

Sul piano diplomatico, i due precedenti immediati e rilevanti erano il discorso del 7 aprile del presidente Johnson all'Università Johns Hopkins di Baltimora («il nostro obiettivo è l'indipendenza e la sicurezza del Vietnam del Sud da qualsiasi aggressione [...]. Noi non saremo sconfitti. Non ci stancheremo. Non ci ritireremo, né apertamente né sotto la copertura di un accordo insignificante»), e quello del primo ministro nordvietnamita Pham Van Dong che il giorno successivo fece approvare all'assemblea nazionale di Hanoi i «quattro punti» che dovevano divenire negli anni seguenti il fulcro della posizione negoziale del governo di Hanoi: riconoscimento dei diritti del popolo vietnamita (pace, indipendenza, unità e integrità territoriale), rispetto degli accordi di Ginevra del 1954 (e quindi neutralità del paese e ritiro delle truppe americane), riconoscimento del ruolo e del programma del Fronte di liberazione del Sud, riunificazione pacifica senza ingerenze straniere.

Se i «quattro punti» erano in se stessi abbastanza chiari, non lo erano invece i tempi e le modalità della loro applicazione, soprattutto circa il problema chiave del ritiro degli americani. Stando ad altre dichiarazioni dei leader nordvietnamiti pareva che essi, per sedersi al tavolo delle trattative, chiedessero l'attuazione preventiva dei «quattro punti», od almeno il previo ritiro delle forze americane.

Il punto essenziale da accertare (lo constatò anche il simposio fiorentino) era quindi la funzione e il ruolo dei «quattro punti» di Hanoi e, più particolarmente, se Hanoi e il FLN ponessero il ritiro delle forze americane come condizione preliminare per un negoziato, ovvero come elemento di una soluzione definitiva del conflitto e quindi come obiettivo del negoziato medesimo.

Il Symposium si concluse con un appello che venne inviato ai capi di Stato interessati. Il 15 maggio Ho Chi Minh rispose direttamente a La Pira: una risposta «ufficiale», che si rifaceva ai quattro punti come interpretazione autentica degli accordi di Ginevra del '54 e che quindi non chiariva il punto in questione.

Dinanzi all'ulteriore peggioramento della situazione in Vietnam prodottasi nell'estate, La Pira, che nel frattempo aveva ricevuto un invito dal governo nordvietnamita, decise di recarsi a Hanoi, accompagnato da un giovane del suo entourage, Mario Primicerio, assistente di matematica all'Università di Firenze.

Con pochi mezzi finanziari, racimolati tra gli amici, La Pira e Primicerio partirono il 20 ottobre per Varsavia,

dove era ambasciatore Aillaud, che era stato capo di gabinetto di Fanfani (questi, al corrente dell'iniziativa, l'aveva incoraggiata). A Varsavia rimasero dieci giorni, in attesa del visto nordvietnamita: e, finalmente avutolo, partirono per Mosca e Irkutsk con un aereo della compagnia sovietica Aeroflot, e quindi - dopo un'ulteriore sosta di due giorni per tempo avverso - per Pechino con un aereo delle linee cinesi. Infine con un altro aereo cinese giunsero a Hanoi l'8 novembre 1965.

Nella capitale nordvietnamita, La Pira fu accolto con una certa ufficialità quale ospite del governo. All'aeroporto era un funzionario del ministero degli Esteri, e tra i primi a riceverlo fu il colonnello Ha Van Lau, personalità militare-diplomatica di un certo rilievo (sarà lui il braccio destro di Xuan Thuy nella delegazione nordvietnamita ai negoziati di Parigi del 1968).

Finalmente, La Pira e Primicerio ebbero un incontro col Primo Ministro. Pham Van Dong li accolse in cima alla scalinata del palazzo del governo, circondato da collaboratori e da altre personalità (tra cui due rappresentanti del Fronte di liberazione del Sud, che assistettero ai colloqui). Dopo qualche minuto di conversazione una porta si aprì e fece il suo ingresso Ho Chi Minh, che tenne a salutare La Pira con un «Buon giorno!» .  La conversazione (in francese) con lo «zio Ho», Pham Van Dong e gli altri durò per oltre due ore. La Pira prese appunti, interrompendo di quando in quando il filo del discorso per controllare questo o quel punto coi suoi interlocutori.

Al termine del colloquio Ho chiese: «Ebbene, signor La Pira, cosa pensa che succederà ora?» «Non so» fu la risposta, «noi siamo solo una rondine: che non fa primavera, come dice un nostro adagio. Ma forse invece dopo di noi ne verranno altre». A Ho La Pira regalò una riproduzione di una Madonna di Giotto e quindi gli chiese... di prestargli un po' di quattrini (era rimasto senza), necessari (come disse col suo caratteristico candore) «per potergli levare l'incomodo» (il governo vietnamita gli fece avere circa 300 dollari).

Tornati a Firenze, La Pira e Primicerio telegrafarono i risultati del colloquio a Fanfani, che si trovava allora a New York a presiedere l'Assemblea dell'ONU (era stato concordato coi nordvietnamiti che si sarebbe passati attraverso il ministro degli Esteri italiano). Successivamente lo stesso Primicerio si recò a New York latore di una lettera di La Pira.  Fanfani lo ricevette il 18 novembre e lo stesso giorno convocò l'ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, Goldberg (il segretario di Stato Rusk si trovava in Brasile).

Quali fossero i risultati ottenuti da La Pira ce lo dice la lettera che Fanfani, su suggerimento di Goldberg, inviò immediatamente (20 novembre 1965) al presidente Johnson: «In sostanza, Ho Chi Minh e Pham Van Dong hanno dichiarato, secondo la comunicazione che ho ricevuto, che al fine di rendere possibili negoziati di pace è necessario: a) una cessazione del fuoco (in terra, in mare e nell'aria), nell'insieme del territorio del Vietnam (Nord e Sud); una cessazione, cioè, di tutte le operazioni di guerra (compresa la cessazione dello sbarco di altre truppe americane); b) una dichiarazione indicante che gli accordi di Ginevra del 1954 sono accettati come base di negoziato; questa dichiarazione è articolata in quattro punti da noi formulati, che rappresentano in effetti una chiarificazione del testo di Ginevra e che, in sostanza, si riassumono in un solo punto: l'applicazione degli accordi di Ginevra». «Nel testo della comunicazione che ho ricevuto», proseguiva la lettera di Fanfani, «si aggiunge che il governo di Hanoi è pronto a intavolare un negoziato senza insistere su un ritiro preliminare delle truppe americane. Alle stesse due persone Ho Chi Minh ha dichiarato: Sono pronto ad andare ovunque per incontrarmi con chicchessia».[1]

Date quelle che erano - come abbiamo visto - le posizioni diplomatiche delle due parti gli elementi raccolti da La Pira sembravano senz'altro rilevanti. Perciò Fanfani tardando la risposta americana - convocò nuovamente il 29 novembre Goldberg, che gli disse che la sua lettera era ancora allo studio e che era in preparazione una risposta da parte di Rusk.

Nella risposta, datata il 4 dicembre e ricevuta da Fanfani il 6, Rusk, pur confermando il desiderio americano di intavolare negoziati senza riserve né condizioni, dichiarava che gli Stati Uniti non concordavano sulla tesi che i «quattro punti» di Hanoi costituissero «un'interpretazione autentica» degli accordi di Ginevra; di conseguenza l'insistenza nordvietnamita su un'accettazione preliminare americana dei «quattro punti» non era, ad avviso degli Stati Uniti, compatibile con gli accordi; peraltro, gli Stati Uniti erano pronti ad esaminare i «quattro punti» come qualsiasi altra proposta di altri governi. La lettera chiedeva inoltre che eventuali attenuazioni o cessazioni di attività militari fossero reciproche. Riconosceva l'importanza del fatto che Hanoi non insistesse sul previo ritiro delle truppe americane; ma - osservava  la posizione di Hanoi circa gli accordi di Ginevra come base dei negoziati e l'interpretazione che essa dava degli accordi stessi rendevano insufficiente tale chiarimento.

Di conseguenza: «Siamo lontani dall'esser persuasi che le dichiarazioni di Ho Chi Minh e di Pham Van Dong citate dalle Sue fonti italiane dimostrino un desiderio reale di negoziati senza condizioni».

La lettera proseguiva accennando alla possibilità di eventuali ulteriori sondaggi italiani presso i nordvietnamiti, e concludeva esprimendo l'auspicio che Fanfani continuasse «a prestare assistenza in questa importante questione».

Fanfani non si lasciò pregare, e lo stesso 6 dicembre raccolse in un documento da inviare a Hanoi i punti essenziali contenuti nella lettera di Rusk (ad eccezione, beninteso, dell'accenno alla mancanza di volontà negoziale dei nordvietnamiti).[2]  II documento di Fanfani conteneva, in forma positiva, una richiesta di approfondimento dei due punti (l’interpretazione nordvietnamita del rapporto tra «quattro punti» e accordi di Ginevra, e la dinamica di un'eventuale diminuzione o cessazione delle ostilità) che avevano lasciati perplessi gli americani.

Redatto il documento, occorreva recapitarlo ai nordvietnamiti. Consultandosi con il suo collaboratore Tornetta,[3] Fanfani decise di servirsi del tramite di Aillaud, l’ambasciatore a Varsavia, che era in buoni rapporti personali con il suo collega del Vietnam del Nord, ad onta del fatto che l’Italia non aveva rapporti diplomatici con Hanoi.

Di conseguenza, Aillaud fu fatto subito venire appositamente da Varsavia, sotto il vincolo del massimo segreto,[4] e ricevette il documento, una lettera di Fanfani per Ho Chi Minh, che egli trasmise al collega nordvietnamita a Varsavia. Il 13 dicembre Fanfani era in grado di scrivere a Rusk di ritenere che a tale data il documento avesse già raggiunto la capitale nordvietnamita.

Torniamo ora a La Pira. Egli era stato tenuto all'oscuro di questi sviluppi e cominciava a preoccuparsi del silenzio di Fanfani. Di fronte all’escalation senza soste del conflitto,  egli decise di aprire un altro canale e telefonò a Peter Weiss.

Era questi un avvocato americano, amico di La Pira e frequentatore dei convegni per la pace fiorentini. La Pira lo rintracciò a Strasburgo, dove Weiss partecipava ad un convegno, lo fece venire a Firenze e il 5 dicembre, assieme a Primicerio, gli raccontò in dettaglio li suo viaggio ad Hanoi, i risultati di esso,  i suoi timori.  Weiss   quale esponente del movimento americano contro la guerra del Vietnam conosceva a menadito le posizioni diplomatiche delle varie parti e buona parte del racconto di La Pira non costituì per lui una novità. Un punto, tuttavia, tra quelli che gli venivano esposti, lo colpì particolarmente: l'impressione  di  La  Pira  che  un  eventuale  bombardamento  delle zone di Hanoi e di Haiphong, fino ad allora risparmiate dall'aviazione americana, avrebbe interrotto i negoziati.

Era un punto non menzionato nella lettera di Fanfani a Johnson. Beninteso né La Pira né Weiss lo sapevano (non conoscevano né il testo e neppure l'esistenza della lettera), ma Weiss decise ugualmente che la cosa meritava di esser sottolineata. Perciò sulla sua conversazione con La Pira e Primicerio compilò un promemoria di cui fece sei copie. Una la diede all'ambasciatore Goldberg, che vide 1'8 dicembre: le altre a un alto funzionario della Casa Bianca, McGeorge Bundy, al senatore Fuibright, a un giudice della Corte Suprema, a un membro della Camera dei Rappresentanti e - a richiesta di La Pira - a Robert Kennedy. Oltre all'avvertimento circa eventuali bombardamenti delle zone di Hanoi e Haiphong, il promemoria sottolineava  il  punto  della  non  insistenza  di  Hanoi  sul  previo  ritiro  delle  truppe americane, nonché la inusitata lunghezza dell'udienza accordata dai due leader nordvietnamiti a La Pira e a Primicerio.

Le cose erano a questo punto quando il 15 dicembre - una settimana dopo il colloquio Weiss-Goldberg e due giorni dopo la comunicazione di Fanfani a Rusk che il «documento Fanfani» aveva raggiunto Hanoi - i Thunderchiefs americani per la prima volta bombardarono e distrussero uno dei principali impianti industriali nordvietnamiti, la centrale termoelettrica di Uong Bi, a 22 chilometri da Haiphong.

Nel frattempo, un giornalista del «Post-Dispatch» di St. Louis, Richard Dudman, era venuto in possesso del promemoria Weiss, non si  è mai saputo come. Weiss ha sempre negato di averglielo dato (e in effetti non occorreva molto per capire che una divulgazione dell'iniziativa avrebbe potuto segnarne la fine) e Dudman, senza rivelare la fonte, ha sempre escluso che il documento gli fosse stato dato da Weiss.[5]

Come che sia, Dudman, prima di render pubblica l’iniziativa di La Pira, si informò, responsabilmente, se essa fosse tuttora in corso. La stessa fonte che gli aveva fornito il promemoria gli disse che l’iniziativa non era presa sul serio dal governo di Washington. Se nell'animo di Dudman era rimasto qualche dubbio, esso dovette svanire quando, il 16 dicembre, venne annunciata l'incursione su Uong Bi del giorno precedente. Il promemoria Weiss non avvertiva forse che un simile atto avrebbe verosimilmente provocato l'interruzione dei negoziati? Era ovvio (pensò Dudman) che l'iniziativa era ormai sotterrata. Così egli prese la decisione di pubblicare un articolo sul «Post-Dispatch» del 17 dicembre con la notizia del sondaggio La Pira e il testo del promemoria.

Fu solo per scrupolo giornalistico che il mattino del giorno di pubblicazione (il «Post-Dispatch» è un giornale pomeridiano) fece una telefonata di controllo a Weiss e a un funzionario del Dipartimento di Stato. Weiss gli disse che considerava l'iniziativa ancor valida e gli chiese di soprassedere alla pubblicazione. Il funzionario fece analoga richiesta, aggiungendo che Dudman avrebbe potuto vedere tutto l’incartamento La Pira se rinunciava alla pubblicazione. Ma quando ricevette quest’offerta, Dudman non era più materialmente in tempo per fermare le rotative del «Post-Dispatch» e il servizio uscì il 17 dicembre.

Lo stesso giorno il Dipartimento di Stato, ansioso di smentire che gli Stati Uniti avessero respinto un'apertura di pace di Hanoi,  che era la conclusione che si ricavava dall'articolo di Dudman, pubblicò l'intero carteggio Fanfani-Johnson-Rusk. Il portavoce del Dipartimento ebbe anzi cura di parlare dell'iniziativa come se fosse ancora in corso: «Spetta ora a Hanoi», disse, «decidere se vuole spostare la questione dal campo di battaglia al tavolo dei negoziati. Noi accoglieremmo con favore una chiara espressione delle intenzioni di Hanoi.  Attendiamo la reazione di Hanoi».

Puntualmente, la reazione di Hanoi venne il giorno successivo. Il governo nordvietnamita - che in tutti i negoziati aveva ed avrebbe sempre evitato, per ovvi motivi, di assumere la posizione di chi sollecita la pace -smentì la notizia di un suo «sondaggio per negoziati» come «pura invenzione, senza alcun fondamento», e descrisse la missione di La Pira come un'iniziativa personale (ciò che in effetti essa era): in nessun modo la precisazione di Hanoi contraddisse - anzi in un certo senso avvalorò[6] - l'acquisizione più importante del sondaggio, cioè che il Vietnam del Nord non chiedeva, per dare inizio ai negoziati, il previo ritiro delle forze americane.[7]

La missione La Pira[8] -oggi chiarita nel suo svolgimento essenziale, pur se qualche dettaglio minore può essere tuttora oscuro fu subito avvolta, in Italia, da un nugolo di polemiche, ruotanti peraltro assai più attorno alla personalità del protagonista[9] che non ai fatti del sondaggio di pace.

Stando a questi ultimi, infatti, occorre riconoscere che La Pira aveva accuratamente preparato il terreno (Symposium di Firenze), identificando correttamente l'ostacolo diplomatico del momento (ritiro, preliminare o meno, delle forze armate americane), era riuscito a entrare in contatto con un vertice nordvietnamita poco accessibile,[10] ne aveva avuto risposte di indubbio interesse, le aveva trasmesse chiaramente e sollecitamente per un tramite istituzionale autorevole e bene accetto a tutte le parti.

 

A medio termine, il principale effetto del sondaggio La Pira fu — riteniamo — quello di accreditare l'Italia e il ministro Fanfani quale canale affidabile di pace, sia presso i nordvietnamiti che presso gli americani.

 

Quanto preziosa fosse questa acquisizione, lo avrebbero dimostrato gli eventi dell'anno successivo.

 

Note


[1] Questa frase di Ho Chi Minh è identica ad una affermazione ripetuta va rie volte in quegli anni dal presidente Johnson.

[2] Anche perché la convinzione che La Pira si era formato era esattamente opposta: «La mia impressione è che veramente, profondamente - senza tatticismo e senza riserve - il Vietnam desidera la pace» (lettera a Fanfani del 18 novembre 1965).

[3] Vincenzo Tornetta, diplomatico in servizio presso la rappresentanza italiana presso le Nazioni Unite a New York, fu dato «in prestito» al segretariato della Nazioni Unite quale collaboratore di Fanfani quando questi fu eletto presidente dell'assemblea generale. Tornetta succedette poi a D'Orlandi nel luglio 1967 quale  ambasciatore d'Italia a Saigon.

[4]  Tornetta,    telefonando   ad   Aillaud   «in codice», gli fece capire che doveva mantenere segreta la visita a New York sia nei riguardi dei polacchi che degli americani e della stessa Farnesina.. Aillaud si recò quindi prima a Ginevra (dove sua figlia studiava) e di lì raggiunse New York senza visto di ingresso americano (ne ottenne uno all'aeroporto di New York), venendo perfino registrato all'albergo sotto falso nome. Il segreto fu, in questa fase, perfettamente mantenuto.

[5]  Forse occorre cercare tra i sei destinatari del promemoria. Scartando il giudice e i tre parlamentari, tutti noti avversari della guerra, il pensiero corre allo stesso Goldberg (noto peraltro come simpatizzante per le «colombe») o a McGeorge Bundy (a mezzo tra le «colombe» e i «falchi», e vicinissimo al presidente Johnson). Dovremmo allora concludere che si sia trattato di una indiscrezione voluta.

Ma è anche possibile che l'indiscrezione fosse un'iniziativa personale di qualche collaboratore di Goldberg o di McGeorge Bundy, amico di Dudman, e neppure si può escludere del tutto che qualche «colomba» abbia ritenuto di premere, con una fuga di notizie, sul governo.

[6]  Il passo essenziale della nota di Hanoi è quello in cui si ribadisce "la ferma posizione della Repubblica Democratica del Vietnam che esige che gli imperialisti americani cessino immediatamente i loro bombardamenti e le loro incursioni sul Vietnam del Nord, mettano fine immediatamente alla guerra di aggressione americana nel Vietnam del Sud, ritirino da tale zona tutte le truppe e le armi degli Stati Uniti e dei loro alleati e lascino libero il popolo vietnamita di risolvere da sé i suoi problemi». Si noterà che l'avverbio immediatamente non è ripetuto per quanto riguarda il ritiro delle truppe e delle armi americane dal Sud.

[7]  Va annotato, per completezza, che i nordvietnamiti risposero al documento Fanfani (non sappiamo se prima o dopo il 15 dicembre) fornendo i chiarimenti richiesti. Fanfani poté trasmetterli a Rusk solo il 21 dicembre, quando ormai – per dirla con le parole dello stesso Fanfani – “il tenue filo annodato da La Pira poteva dirsi spezzato”.

[8]  Indirettamente espresse la sua approvazione a La Pira e a Fanfani Paolo VI nel suo appello natalizio del 19 dicembre: «Plaudiamo a quanti si adoperano con lealtà per comporre il minaccioso conflitto».

[9]  La Pira diede del resto pochi giorni dopo (dicembre 1965) un saggio del suo estro con alcune tipiche battute estemporanee che una giornalista del settimanale di destra «II Borghese», presentatagli da un familiare di Fanfani per giunta in casa di quest'ultimo (che era a New York), prontamente pubblicò sotto forma di  un'intervista di tono scanzonatamente antiamericano, suscitando una vasta polemica giornalistica. Fanfani si dimise allora immediatamente da ministro degli Esteri.

«Non smentire» disse egli il  14 gennaio 1966 alla Camera «oltre che con parole e con gesti, anche con atti, ciò che era successo, sarebbe servito ad avvalorare le accuse contro il ministro degli Affari esteri e contro il governo italiano di doppiogiochismo diplomatico, di slealtà  tra i membri dello stesso governo, di scorrettezza grave nei confronti di alleati».

Con le sue dimissioni, «unico atto serio e credibile in tanta confusione», Fanfani intese «confermare credibile la parola della diplomazia italiana, rispettabili il nome le persone l'attività dei governanti d'Italia, leale e costruttivo il contributo italiano a risolvere i problemi della pace, senza concessioni al pacifismo di maniera e senza compiaciute cedevolezze».

Il presidente del Consiglio Moro assunse l’interim, ma — sedatesi le polemiche — Fanfani tornò alla Farnesina alla successiva crisi di governo (marzo 1966).

[10]  Proprio in quei giorni, Hanoi aveva rifiutato di ricevere una missione di pace del Commonwealth e perfino il Presidente del Ghana, Kwame N’Krumah.