La lunga guerra d'indipendenza del Vietnam
Testi, foto e disegni sono tratti da:  
"Dalla Guerra Fredda alla dissoluzione dell'URSS "  - Volume 14 
della Biblioteca di Repubblica 
© 2004.
 

  1. Il regime coloniale francese

  2. Il periodo giapponese

  3. Il ritorno dei francesi

  4. La "guerra francese" e la creazione di un secondo Stato vietnamita

  5. Gli aiuti cinesi e la sconfitta francese a Dien Bien Phu

  6. Il fallimento degli accordi di Ginevra

  7. La "guerra americana"

  8. I conflitti "locali" dopo il 1975

  9. Kissinger

  10. La Cambogia

L'Indocina è stata teatro di uno dei più imponenti conflitti del sec. XX, sia per la durata (più di trent'anni), sia per l'ampiezza, sia per la posta in gioco, poiché in esso si sono trovate implicate, in una delle grandi regioni strategiche del mondo, sei grandi potenze: Francia, Giappone, Inghilterra, Stati Uniti, Cina e Unione Sovietica. Ben s'intende quindi come il suo studio sia essenziale per comprendere la politica del sec. XX.

La storia generale d'un tale conflitto non può ormai più essere scritta che da un punto di vista asio-centrico, partendo cioè «dall'interno e dal nazionale verso l'esterno e l'internazionale», il che comporta che si tenga conto della pluralità delle interpretazioni, che vengano discusse le opzioni strategiche che si presentavano ai dirigenti locali, infine, che ampio spazio sia dedicato alle origini del conflitto (e anzitutto alle responsabilità), dato che tutti i periodi seguenti riescono quasi incomprensibili senza una chiara prospettiva del periodo iniziale.

Sul piano etnico, l'Indocina appartiene a quattro principali gruppi di popolazioni: i Viet, che occupano il margine orientale della cordigliera, i Khmer, che sono stati i dominatori di tutta la regione meridionale, i Lao, signori della media valle del Mekong; infine le popolazioni austronesiane e malesi-polinesiane che occupano gli altopiani e anche alcune pianure del sud. In quanto Stato nazionale indipendente, il Vietnam esiste a partire dal sec. X, epoca in cui si liberò dal dominio cinese, durato un millennio.

Sebbene si riconoscesse vassallo della Cina a lui vicina, questo Stato, pure attraversando varie vicende, riuscì a mantenere l'indipendenza per circa dieci secoli (939-1874), senza alcun aiuto esterno, pur nell'immediata vicinanza di quell'enorme impero cinese, la cui civiltà costituiva per esso un modello rispettato e imitato. Lo Stato vietnamita andò affermando sempre più la sua potenza in Indocina, e, dopo quattro secoli d'espansione verso sud, riuscì, verso la metà del sec. XIX, ad assumere il protettorato su due Paesi in decadenza come il Laos orientale e la Cambogia. Su questi Paesi l'influsso del Vietnam era già in concorrenza con quello del Siam.

Vitale in senso biologico, il Vietnam ebbe a soffrire tuttavia di una grave e complessa crisi interna; il suo sistema politico ed economico, come quello cinese, si andò sclerotizzando e i suoi dirigenti si trovarono a dover fronteggiare il problema della «modernizzazione» e dei mezzi con cui attuarla: com'era possibile resistere con successo alla minacciosa invasione dei «barbari» d'Occidente? Attaccato dalla Francia nel 1859, il Vietnam (che si denominava allora impero dell'Annam), fu costretto dapprima a cederle le province meridionali (Saigon e la Cocincina, 1862-1867), poi ad accettarne il protettorato (1874-1884), infine a cederle il Tonchino (1886). L'insurrezione nazionale fallì, la Francia impose un re fantoccio, estese ovunque il proprio controllo e si appropriò dei diritti vietnamiti di sovranità sulla Cambogia e sul Laos. Venne costituita così nel 1887 l'Indocina francese, la cui «modernizzazione» sarebbe stata obbligatoria e imposta dall'esterno, e il cui «sviluppo» sarebbe stato di tipo coloniale.

1. Il regime coloniale francese
II regime instaurato dai Francesi fu di fatto una dittatura burocratica. Un'amministrazione francese onnipotente, che agiva d'intesa con i coloni europei, avviò uno sfruttamento economico che doveva favorire anzitutto gli interessi dei Francesi (nella madrepatria o di quelli insediatisi sul posto). Venne costituita un'infrastruttura di città, di porti, di vie di comunicazione, ecc.; il prelievo fiscale venne proporzionato alle relative esigenze, ma i contribuenti indocinesi furono pesantemente tassati, e certe imposte erano quanto mai impopolari. L'amministrazione francese non collaborò granché con le autorità tradizionali: quanto mai sicura di sé, decideva tutto da sola; qualsiasi resistenza veniva punita, qualsiasi trasgressione alle regole da essa stabilite repressa, la delazione arrivava dappertutto e la polizia politica (la Sureté) era onnipresente e combatteva qualsiasi «agitazione antifrancese». Sul piano della repressione, sin dall'inizio oppositori e resistenti furono condannati a morte o alla reclusione; fra i grandi penitenziari, il più celebre era Poulo Condore, un isolotto del mar della Cina.

Nella piramide del potere, i Francesi non tolleravano i Vietnamiti se non in quanto mandarini servili, docili insegnanti o anonimi impiegati; rifiutavano tanto alla popolazione quanto alle sue élite il diritto di riunione, d'associazione, di libera espressione e persino di circolazione, sottoponendo tutta la vita sociale a una soffocante censura, vietando qualsiasi attività politica o sindacale, monopolizzando il potere politico, militare ed economico. In pari tempo, le condizioni di lavoro e le discriminazioni fra bianchi e indigeni sul piano dei diritti, dei salari e delle remunerazioni in genere, senza contare la limitazione delle materie d'insegnamento e degli sbocchi professionali, provocarono una straordinaria frustrazione, particolarmente avvertita dalle giovani generazioni, soprattutto a partire dal 1925. I progressi in ambito sanitario e in fatto di istruzione erano nell'ordine di quelli che si potevano riscontrare in altri territori coloniali, ma restavano limitati (nel 1937, dopo 60 anni di dominio francese, solo il 10% dei ragazzi vietnamiti in età scolastica frequentavano le scuole, e un bambino su tre moriva prima di un anno d'età). Una certa attività politica poté svilupparsi nel territorio che era giuridicamente «colonia» francese, dove i cittadini francesi godevano di vari diritti (così in Cocincina, nelle città di Hanoi e Haiphong), ma non avveniva lo stesso nei Paesi cosiddetti di protettorato, dove non venne tollerata l'esistenza di alcuna valvola politica e dove gli elementi dinamici furono costretti alla clandestinità. La mancanza di qualsiasi riforma, di qualsiasi prospettiva di cambiamento pacifico per via parlamentare o simile persuase buona parte dei giovani che non ci fosse avvenire per il Vietnam finché fosse soggiaciuto al regime coloniale e diede loro la convinzione che un tal regime, incapace di riformarsi, potesse essere rovesciato solo con la forza. Già alla fine degli anni Venti l'idea di rivoluzione (cado mang) - e di rivoluzione violenta - è presente alla mente dei Vietnamiti: nel 1933, lo scrittore francese André Malraux scriverà: «Un annamita coraggioso non può che essere rivoluzionario». La situazione non poteva avere altro sbocco che un'esplosione: si trattava soltanto di sapere come e quando sarebbe avvenuta.

E' fondamentale, per lo storico, il compito d'analizzare correttamente l'impatto del potere coloniale, la temperatura della «caldaia», il sommarsi e moltiplicarsi degli effetti delle frustrazioni sociali, della miseria, della repressione del sentimento nazionale e della mancanza di qualsiasi prospettiva politica. Le principali forze d'opposizione dovettero organizzarsi nella clandestinità: quelle nazionaliste s'ispiravano al modello cinese o giapponese (questo dicasi soprattutto per il Viet Nam Quoc Dan Dang, VNQDD, il Partito nazionalista vietnamita, decapitato dopo il fallimento della sollevazione del 1930), mentre quelle comuniste vennero formate e dirette a partire dal 1925 da Nguyen Ai Quoc, che fondò a Hong Kong nel 1930 il Partito comunista vietnamita. La repressione francese fece del Partito comunista il partito leader dell'opposizione clandestina e, potenzialmente, la forza politica più importante del Paese. I Francesi cercavano di diffondere fra la popolazione la paura del comunismo, ripetendo che «senza la Francia, il comunismo avrebbe trionfato».

Una polarizzazione che solleva un problema storico importante, ancora oggi dibattuto: l'inserimento comunista nel Vietnam, di gran lunga il più poderoso nel Sudest asiatico, può dirsi o meno il risultato diretto della politica francese di repressione? È indubbio comunque che malgrado le notevoli realizzazioni francesi (specialmente sul piano dei lavori pubblici e dell'urbanistica), vi era una frattura totale fra il popolo vietnamita e il potere francese. Non si poteva dunque non arrivare alla conclusione che il governo coloniale fosse in realtà fragilissimo. Certo, verso il 1938, non c'era nessuna forza che fosse in grado di minacciarlo seriamente o di rovesciarlo dall'interno, ma esso era alla mercé di qualsiasi altra potenza - il Giappone, la Cina o la Germania - che fosse in grado di approfittare in Indocina di una crisi esterna. Non avendo alcuna base democratica o popolare, né avendo consentito che si costituissero forme di potere indigeno in grado di sostituire il governo coloniale, i Francesi si credevano destinati a restare per sempre al vertice della piramide governativa, sicché, in caso di crisi, a ereditare il potere non potevano essere che i nazionalisti (filogiapponesi o filocinesi) o i comunisti; tutti, comunque, erano antifrancesi. La disfatta della Francia all'inizio della seconda guerra mondiale creò nel 1940 le condizioni per un cambiamento della situazione.

2. Il periodo giapponese
Sin dal luglio 1940, approfittando dell'indebolimento della Francia, il Giappone impose la presenza delle sue truppe in Indocina, importante zona strategica per la guerra prima contro la Cina, poi contro gli Anglo-Americani (1941). Il fatto che, per quasi cinque anni, venisse mantenuta la sovranità francese sul territorio, poté mascherare momentaneamente la fragilità del potere francese che si confrontava con un Giappone nel pieno della sua forza, e lasciò anche sopravvivere le illusioni francesi sull'avvenire dell'Indocina dopo la vittoria alleata. Che si trattasse d'illusioni, divenne chiaro il 9 marzo 1945 allorché, sentendosi minacciato, l'esercito giapponese eliminò in una notte tutta la struttura politico-militare francese in Indocina e aprì la strada al nazionalismo così in Vietnam come nella Cambogia e nel Laos. Peraltro, la prospettiva d'una prossima disfatta del Giappone pregiudicava praticamente tutte le possibilità del nazionalismo filogiapponese; tuttavia, portando un colpo mortale al colonialismo francese, il Giappone aveva svolto un ruolo storico decisivo. Quanto ai nazionalisti filocinesi, essi erano poco numerosi e in pari tempo male organizzati e senza basi consistenti nell'Indocina stessa. Invece i comunisti avevano compiuto una svolta strategica importante: davano ormai la precedenza assoluta alla riconquista dell'indipendenza nazionale, cui veniva subordinata la lotta di classe. Una svolta che si concretizzò nella formazione, nel maggio 1941, del Vietminh (Fronte per l'indipendenza del Vietnam), attuata a seguito della ricomparsa in scena di Nguyen Ai Quoc, il quale, sparito sin dal 1933, avrebbe presto assunto il nome di Ho Chi Minh. Tuttavia da un lato la presenza francese, dall'altro la vigilanza del Kuomintang cinese impedirono per più di tre anni al Vietminh di compiere importanti progressi.

A partire dal marzo 1945, tuttavia, non ci fu più in Indocina la Sureté o l'esercito francese a impedire l'attività dei comunisti, mentre d'altra parte i Giapponesi erano impegnati altrove, sicché il Vietminh riuscì praticamente a impadronirsi delle montagne e delle campagne nel Nord del Paese e a creare dei nuclei organizzati in altre regioni, minando dall'interno e muovendo anche attacchi all'amministrazione dell'impero dell'Annam, il cui imperatore, Bao Dai, aveva proclamato l'11 marzo 1945 il «diritto all'indipendenza», e il cui governo si sforzava di ricostituire l'unità politica e di dar vita a istituzioni effettivamente nazionali. Sennonché il Paese, grandemente provato dalla guerra per effetto dei bombardamenti, dei disagi, della carestia, ecc.,

sfuggiva sempre più al controllo del governo stesso. E quando nell'agosto 1945 sopravvenne la capitolazione giapponese i comunisti del Vietminh restarono la sola forza in grado di essere effettivamente presente di fronte ai Francesi internati, ai Giapponesi e ai mandarini imperiali paralizzati. Il Vietminh lanciò allora la parola d'ordine dell'insurrezione generale, s'impadronì del potere dal nord fino al sud (19-25 agosto 1945), ottenne che Bao Dai abdicasse e gli trasmettesse il potere, costituì un governo provvisorio, e il 2 settembre Ho Chi Minh, suo capo, proclamò l'indipendenza del Vietnam, il quale assumeva la forma di Repubblica democratica (RDVN), mentre Bao Dai assumeva il titolo di «consigliere supremo» del nuovo governo.

Quest'ultimo volse allora le sue speranze verso l'America, il cui anti-colonialismo e la cui potenza gli sembravano la migliore garanzia contro il ritorno offensivo della Francia. Gli Stati Uniti sembravano anche poter contribuire al progresso materiale del Vietnam. «Abbiamo gli alleati con noi», annunciava il Vietminh, e intendeva parlare soprattutto degli Stati Uniti: così il giovane Stato vietnamita, dominato dai comunisti, si rivolse verso Washington per liberarsi dalla Francia, suo oppressore secolare.

3. Il ritorno dei Francesi

Invece la Francia, a capo della quale era ora il generale De Gaulle, continuava a credere nella sua «missione civilizzatrice»: aveva annunciato il 24 marzo 1945 che avrebbe concesso all'Indocina liberata un nuovo status, quello di una federazione relativamente autonoma, gestita in comune da Francesi e Indocinesi, in cui ciascuno dei cinque Paesi che l'avrebbero composta (Cocincina, Annam, Tonchino, Cambogia, Laos) avrebbe goduto di autonomia interna, mentre i Francesi si sarebbero riservati il ruolo di arbitri fra questi Paesi e avrebbero conservato il controllo della difesa, della moneta, degli affari economici e delle relazioni esterne. I Francesi speravano allora di poter partecipare militarmente, assieme agli Americani, a una «liberazione militare» dell'Indocina, ma la capitolazione nipponica si verificò troppo presto, quasi a sorpresa. Comunque la Francia (che a suo tempo si era preoccupata delle manovre di Roosevelt tendenti a collocare l'Indocina sotto la tutela delle Nazioni Unite) ottenne nell'agosto 1945 dall'Inghilterra, dagli Stati Uniti e dalla Cina la garanzia che la sua sovranità sull'Indocina non venisse messa in dubbio da alcuno. In questo modo essa aveva il diritto (nel senso della legalità) dalla sua parte.

Il compito di disarmare i Giapponesi in Indocina venne affidato ai Cinesi del Kuomintang e ai Britannici. I primi operavano a nord del sedicesimo parallelo, i secondi a sud. Ben presto la Cina approfittò della situazione per tentare di portare al potere a Hanoi i nazionalisti vietnamiti che le erano fedeli, e sotto la sua pressione il governo Vietminh fu costretto a fare posto ai nazionalisti antimarxisti e a mantenere la rivoluzione allo stato latente, tanto più che gli Stati Uniti, deludendone le speranze, si staccarono da esso e si accostarono al Kuomintang e alla Francia. A sud gli Inglesi lasciarono sbarcare il corpo di spedizione francese: in qualche settimana, questi ultimi ristabilirono il loro controllo sulla Cambogia e sulla Cocincina, dove le truppe raccogliticce di Hanoi si frazionarono in reparti di partigiani. Ben presto, d'altra parte, la loro frammentazione in fazioni diverse li condusse a gravi divergenze interne. I Francesi riuscirono allora ad avere dalla loro le sette Cao Dai e Hoa Hao, in precedenza filo giapponesi. Forte di tale successo, l'alto commissario d'Argenlieu concesse, in applicazione della dichiarazione del 24 marzo, l'autonomia interna alla Cambogia del re Sihanouk (gennaio 1946) e promise di concedere alla Cocincina (principale base economica francese) un nuovo status politico. Ma quando i Francesi cercarono di tornare a nord, per ristabilire anche qui il loro potere e la loro sovranità, la vicenda giunse al punto culminante. In cambio di concessioni politiche ed economiche la Francia ottenne dalla Cina che con il suo consenso le forze francesi potessero prendere il posto delle truppe cinesi dislocate nell'Indocina settentrionale; sennonché i Cinesi posero la condizione che i Francesi giungessero preventivamente a un accordo con il governo vietnamita.

Una parte del Vietminh sperava che la Cina l'avrebbe aiutato a resistere ai Francesi, volendo a ogni costo impedirne il ritorno, e parte dei Cinesi era disposta a sostenere il Vietminh (infiltrandovisi), ma il comando cinese accentuò le sue pressioni sul governo di Ho Chi Minh per obbligarlo a dimettersi e a cedere il potere a una formazione meno orientata a sinistra, la quale sarebbe stata più facilmente influenzabile dalla Cina. Per sottrarsi a queste pressioni (e a un nuovo dominio cinese) Ho Chi Minh preferì intendersi direttamente con la Francia, e il 6 marzo 1946 sottoscrisse con il rappresentante di questa, Jean Sainteny, una convenzione in base alla quale la Francia riconosceva «la Repubblica del Vietnam come uno Stato libero [...] facente parte della Federazione indocinese e dell'Unione francese», accettando altresì, sul problema dell'unità delle tre componenti del Vietnam, di conformarsi alla volontà delle popolazioni espressa mediante un referendum. Lo status definitivo del Vietnam doveva essere negoziato tra Parigi e Hanoi, ma nel frattempo la RDVN accettava che le truppe francesi dessero il cambio a quelle cinesi e che la difesa del Paese fosse assicurata in cooperazione con la Francia. Così, abbandonato dagli Stati Uniti, minacciato dalla Cina, il Vietminh, soprattutto per sbarazzarsi dell'esercito cinese che depredava sistematicamente il Paese, si volse verso la Francia, puntando su un'intesa con le «forze democratiche francesi», con una Francia cioè che era allora alleata dell'URSS come degli USA. In questo modo il Vietminh rientrava di sua propria scelta nella sfera d'influenza europea.

Tuttavia il problema politico-ideologico interferì immediatamente con il problema nazionale. Se il Partito comunista indocinese, fondatore e animatore del Vietminh, aveva potuto con i suoi 5000 membri far la rivoluzione e impadronirsi del potere, se il governo della RDVN godeva indiscutibilmente di un largo appoggio popolare nei confronti dei suoi obiettivi, volti in generale a resistere a qualsiasi ritorno del colonialismo francese, questo stesso governo del Vietminh poteva forse pretendere di beneficiare da solo dell'indipendenza, di costituire il solo partner della Francia e di escludere dalla partecipazione al potere le altre forme politico-sociali che costituivano il Vietnam? Ben presto si vide che i Francesi non erano affatto disposti a concedere al governo di Hanoi la reale «libertà» e l'unità territoriale del Paese. Si affrettarono a dare alla Cocincina la struttura d'una repubblica autonoma (primo giugno 1946), sottolineando poi la minaccia che il Vietminh, sostenitore di ampie nazionalizzazioni, rappresentava per i loro interessi economici, e pretesero solide garanzie. Infine, la loro intenzione era di conservare il controllo dell'intera Indocina per mezzo d'una struttura federale dotata di ampi poteri, integrata d'altra parte in una Union Française diretta da Parigi; per contro i Vietnamiti volevano procedere a tappe successive verso una totale indipendenza nazionale del loro Paese unificato, e la loro concezione dei rapporti con la Francia si definiva in termini di «indipendenza e alleanza-cooperazione». Era questo un tipo di rapporto che avrebbe dovuto essere concordato bilateralmente in modo evolutivo e pragmatico: ma erano due concezioni inconciliabili. Non c'è da stupirsi dunque che le conferenze franco-vietnamite di Dalat e di Fontainebleau (primavera-estate 1946) si concludessero in larga misura in un'impasse, sebbene la RDVN accettasse il principio della Federazione indocinese e della Union Française in cambio da parte francese, di promesse relative a un referendum in Cocincina e al rispetto, in tale Paese, delle libertà democratiche. I negoziati avrebbero comunque dovuto riprendere nel gennaio 1947 allorché la Francia avrebbe infine deciso circa il proprio regime costituzionale. È essenziale, per capire il conflitto, la questione delle sue origini dirette: per le quali occorre far riferimento a un complesso di circostanze grazie alle quali tutto venne a coincidere e tutto venne deciso nel giro di tre mesi, fra la firma del modusvivendi di Parigi ( 14 settembre 1946) e la ripresa generale delle ostilità, il 20 dicembre dello stesso anno.

Cosa accadde? Da parte sua Ho Chi Minh aveva fatto tutto quanto poteva (correndo spesso anche grossi rischi politici) per precostituire le condizioni di una progressiva intesa con la Francia. Quanto al governo di Parigi, non sembrava certo disposto a fare grandi concessioni, ma non è a esso che bisogna attribuire in primo luogo la responsabilità del conflitto: il punto decisivo era che in maggioranza gli ambienti civili e militari d'Indocina erano ostili a un'intesa con la RDVN e intendevano imporre un ritorno completo alla sovranità francese nel nord.

Sin dal settembre 1946, questi gruppi francesi cercarono d'imporre alla RDVN la «sovranità doganale federale», poi, a novembre, allorché l'applicazione rigorosa del cessate il fuoco da parte dell'esercito popolare del Vietnam ebbe dimostrato la forza e la disciplina della resistenza nel sud e cominciò a imporsi la prospettiva d'una vittoria di Ho Chi Minh nel referendum in Cocincina, le autorità francesi di Saigon cercarono di costringere, per mezzo di  continue pressioni e molestie, il governo della RDVN a un'azione armata, il che avrebbe permesso d'attribuirgli la responsabilità d'una rottura e di farla finita con esso prima che la Quarta Repubblica entrasse in funzione e riprendesse i negoziati con Hanoi. Capitarono allora come per caso degli incidenti su questioni doganali nel porto di Haiphong (20 novembre 1946), che i Francesi cominciarono a bombardare; tali conflitti finirono per determinare, com'era previsto, veri e propri combattimenti a Hanoi, poi l'attacco vietnamita già scontato (19 dicembre); il contrattacco francese provocò la ripresa generale delle ostilità in tutto il Vietnam (20 dicembre 1946).

 

 

4. La «guerra francese» e la creazione di un secondo Stato vietnamita
II presidente Ho Chi Minh aveva fatto appello il 20 dicembre a tutto il popolo vietnamita perché partecipasse alla lotta contro «la riconquista coloniale francese», ma una mobilitazione generale risultava difficile in un Paese stanco e disorientato, per di più convinto che il suo governo si fosse lasciato giocare dalla Francia.

Perciò occorreva anzitutto ricostituire una profonda unione nazionale: gli Stati Uniti erano rimasti ancora una volta sordi agli appelli che erano stati loro lanciati, e così, del resto, le Nazioni Unite, sicché era chiaro che il popolo vietnamita non poteva contare che su se stesso nell'attesa di giorni migliori, di un momento più favorevole; bisognava organizzarsi in vista di una «resistenza di lunga durata».

 

 

Tutte le proposte fatte alla Francia dalla RDVN nei primi otto mesi del 1947, in vista di una cessazione delle ostilità e di una ripresa dei negoziati, vennero ignorate, soffocate, o ricevettero in risposta la presentazione di condizioni inaccettabili. In settembre, Parigi interpretava ancora come un netto rifiuto le riserve che la RDVN formulava in merito alle sue proposte quanto mai vaghe e generiche. Poco dopo i Francesi scatenarono nel nord un'offensiva il cui obiettivo era di catturare il governo della Repubblica (ottobre 1947). Come si poteva ancora sperare di discutere con la Francia?

In realtà, i Francesi, sin dal gennaio 1947, avevano deciso di trasferire sul piano interno vietnamita il conflitto che li contrapponeva al Vietminh, attirando sulle proprie posizioni tutti gli avversari di quel movimento. Speravano in questo modo di reperire un interlocutore più morbido, tale da ispirare loro maggior fiducia che non i comunisti e ritenevano in particolare di averlo identificato nell'ex-imperatore Bao Dai, che credevano avesse conservato qualche prestigio fra il suo popolo. Il loro scopo era di ricostituire sotto la loro egida un altro Stato vietnamita e di cancellare completamente la RDVN, considerandola semplicemente un'autorità di fatto illegale. Nell'attuazione di questo progetto ci fu qualche difficoltà con l'opinione pubblica francese, perché i socialisti e i comunisti, contrari a Bao Dai, volevano negoziare con Ho Chi Minh; ma i democristiani, appoggiati dai socialisti di destra, riuscirono a imporre a Parigi tale orientamento (dicembre 1947).

Per i Francesi, la «soluzione Bao Dai» consisteva nell'instaurare in Vietnam un regime che, pur dando ai conservatori vietnamiti soddisfazioni di prestigio («indipendenza», onori, ecc.), permettesse di salvaguardare la sostanza delle posizioni francesi più o meno camuffate. Sennonché Bao Dai si rivelò meno morbido di quanto non si fosse pensato a Parigi: intelligente, aveva capito la forza del nazionalismo e sapeva che non avrebbe goduto di alcun credito in Vietnam se non avesse operato sulla base dell'unità e dell'indipendenza. Seppe mercanteggiare con durezza e, poiché i Francesi non cedevano (il che dimostrava che il loro rifiuto di far concessioni a Ho Chi Minh non dipendeva dalla posizione comunista di costui), lasciò in primo luogo che a Saigon si costituisse un «governo centrale provvisorio» (presieduto da un cocincinese, Xuàn) per saggiare quali fossero le vere intenzioni dei Francesi, liquidare i separatismi e ottenere un trasferimento di funzioni. Lasciò anche supporre che avrebbe potuto limitarsi a svolgere un ruolo di mediatore fra forze politiche vietnamite. La RDVN, davanti a queste sottili manovre, assunse un atteggiamento riservato e prudente, continuando la guerriglia, ma risparmiando le proprie energie in attesa degli avvenimenti. Ben presto, peraltro, si realizzò un'alleanza, su basi anticomuniste, fra i Francesi (che volevano vincere a tutti i costi) e i nazionalisti vietnamiti di destra, con i quali Bao Dai concordava nel ritenere che gli convenisse concludere un compromesso con i Francesi se voleva costituire un Vietnam «nazionale» (cioè anticomunista), con un suo posto nel mondo libero, in cui la naturale evoluzione gli avrebbe consentito d'ottenere alfine un'effettiva indipendenza. Ottenne, in una nuova fase dei negoziati, che la Cocincina fosse restituita formalmente al Vietnam, sottoscrisse con la Francia un accordo di base (8 marzo 1946) e, ora che l'unità del Paese era stata sancita, rientrò in Vietnam. Venne costituito allora (agosto 1949) con adeguata solennità, lo «Stato del Vietnam», secondo Stato vietnamita.

Non durò a lungo la situazione di ambiguità circa quello che sarebbe stato il ruolo di Bao Dai. Certuni avevano creduto che l'ex-imperatore, dopo aver raccolto intorno a sé quella che si poteva definire la destra vietnamita, avrebbe cercato un compromesso con la sinistra (la RDVN) e fatto almeno il tentativo di riconciliare fra loro i Vietnamiti sulla base di un programma minimo, ottenendo a tal fine che gli stranieri se ne andassero. Ma ben presto fu evidente che quelle non erano che illusioni: i Francesi non avevano restaurato Bao Dai perché poi si chiedesse loro di andarsene. E adesso che era riuscita a creare quello « Stato del Vietnam» che doveva sostituire la sua legittimità monarchica a quella della RDVN, la Francia voleva servirsi a fondo di Bao Dai nella sua lotta contro il «ribelle» Ho Chi Minh, nei confronti del quale non si doveva neppure pensare ad altra soluzione politica che non fosse la resa pura e semplice. In realtà, sul piano delle legittimità, era valido lo schema esattamente inverso a quello sostenuto da Parigi: Bao Dai, che aveva abdicato nell'agosto 1945 ed era allora diventato consigliere del governo della RDVN, aveva di fatto cambiato parere, aveva in certo modo disertato e ora, con l'aiuto dello straniero, cercava di riconquistare il suo trono. Il significato sociale della sua impresa era subito diventato chiarissimo, perché per Parigi non si trattava di dotare il Vietnam d'un governo nazionale non totalitario ma rappresentativo, bensì di portare al potere i Vietnamiti amici dei Francesi e disposti a fare la loro politica: ex-mandarini dell'amministrazione francese, borghesia occidentalizzata (soprattutto del sud), cattolici o membri di sette diventati ostili al Vietminh, in una parola una coalizione quanto mai eterogenea e priva di una vera base popolare. Nel frattempo i Francesi emarginavano gli autentici nazionalisti di destra, che sapevano loro ostili. Inoltre - e questa circostanza aggravava di molto la situazione - la «soluzione Bao Dai» trasformava il Vietnam in un teatro d'operazioni di portata mondiale. Per mobilitare più efficacemente la popolazione contro il comunismo e ispirarle fiducia nella vittoria di Bao Dai, la Francia inseriva la sua guerra nel piano strategico americano di contenimento (containment) della Cina. In questo modo non otteneva solo il risultato di precludere a Bao Dai ogni possibilità di compromesso politico con il Vietminh, ma apparentava l'imperatore con la Francia e con gli Stati Uniti che stavano dietro di essa. Il Vietnam sarebbe stato nel Sudest asiatico il bastione del mondo libero contro il comunismo cinese, ma a Saigon sarebbe sempre stata la Francia a dominare la politica indocinese. I trasferimenti di sovranità che essa concesse nel dicembre 1949 ai tre «Stati associati» (Vietnam, Cambogia, Laos) ne limitavano infatti ancora fortemente la libertà d'azione.

5. Gli aiuti cinesi e la sconfitta francese a Dien Bien Phu
Da più di due anni (1947-1949) il governo della RDVN andava organizzando la resistenza in una prospettiva di lunga durata, mentre combatteva in condizioni difficilissime, e andava mobilitando le popolazioni che controllava, riuscendo a fare della guerra d'indipendenza un'autentica guerra di popolo. Le sue unità partigiane si sviluppavano costantemente e un esercito popolare regolare andava costituendosi. Tuttavia la RDVN non aveva ricevuto alcun aiuto esterno e, ora che qualsiasi speranza di compromesso con Bao Dai era svanita, e lo Stato del Vietnam stava per ricevere un aiuto più consistente non solo da parte della Francia, ma anche degli Stati Uniti, essa si trovava a dover fronteggiare una temibile coalizione, che non poteva continuare a combattere da sola. Malgrado i ricordi del 1946, la direzione del Vietminh concluse che il solo Paese da cui avrebbe potuto ricevere un aiuto efficace sarebbe stata la Cina comunista, che da poco aveva trionfato su quella del Kuomintang: soltanto l'aiuto cinese avrebbe permesso di resistere a una Francia appoggiata dall'America e d'ottenere in futuro un risultato decisivo. I negoziati vennero condotti rapidamente: il 16 gennaio 1950, la Cina popolare riconobbe il governo della RDVN come il solo legale in Vietnam, e l'Unione Sovietica ne seguì l'esempio il 30 gennaio. Da parte loro, Washington e Londra riconobbero il 7 febbraio i tre «Stati associati» d'Indocina sotto il patronato della Francia. Ciascuno dei due campi in cui si divideva il mondo si era ora scelto le sue pedine in Vietnam.

Con l'aiuto della Cina, la RDVN poté sin dal settembre 1950 passare militarmente all'offensiva, con un esercito popolare rinnovato, addestrato e ben equipaggiato. Continuò questa offensiva quasi senza tregua per tre anni e mise i Francesi e i baodaisti in una situazione sempre più difficile, controllando tutte le zone montuose, infiltrandosi nelle pianure e rendendo insicure le vie di comunicazione.

Tuttavia sul piano politico affiorava nella società vietnamita una nuova divisione: lasciato sullo sfondo e per così dire a riposo sin dalla fine del 1945, all'inizio del 1951 il Partito comunista vietnamita risorgeva ufficialmente sotto il nome di Lao Dong (Partito dei lavoratori), faceva propria la «via cinese» (maoista) e si radicalizzava. Questo orientamento filocinese del partito dirigente alterava quel carattere di Fronte nazionale della resistenza che il Vietminh aveva saputo mantenere fino allora e dava alla RDVN l'immagine d'un satellite della Cina. La propaganda avversaria non mancò di sottolineare che la sua vittoria avrebbe collocato il Vietnam sotto il dominio cinese, e ciò provocò qualche defezione a favore dell'area di Bao Dai. Ma lo Stato baodaista non ne risultò comunque rafforzato: assumeva sempre più le caratteristiche di un regime di palazzo, dove la corruzione cresceva continuamente, di un regime privo di qualsiasi istituzione democratica (parlamento, ecc.), mentre nel Laos e nella Cambogia la monarchia costituzionale, anche se doveva fronteggiare ribelli armati, trovava di fronte a sé, in particolare nell'assemblea, una classe politica che esprimeva le diverse tendenze dell'opinione pubblica. Anche se il governo comprendeva numerosi ministri delle cui integrità non si poteva dubitare, lo Stato baodaista andava sempre più screditandosi. La Francia tentava continuamente di coniugare la causa del baodaismo con l'interesse del mondo libero, sottolineando altresì la piena solidarietà franco-americana contro l'espansionismo cinese, ma non poteva comunque mutare i termini dell'equazione. Risultava chiaro che fra il colonialismo rinnovato di Bao Dai e il comunismo di Ho Chi Minh, il popolo vietnamita, nelle sue larghe masse, optava per il secondo, forse soprattutto a causa dell'uomo che l'incarnava e che gli ispirava fiducia.

La continuazione della lotta avrebbe messo in luce e approfondito contraddizioni tali da limitare sempre più la portata dello sforzo francese. A causa delle resistenze presenti nell'opinione pubblica e anche per ragioni finanziarie, il governo di Parigi non poteva spiegare una forza militare massiccia in un teatro di guerra così lontano per sostenere un regime così poco democratico e assai impopolare in Francia. Per combattere il Vietminh la Francia dovette ricorrere sempre più al Vietnam baodaista. Dovette in particolar modo reclutare in esso un «esercito nazionale», che certo riuscì a indottrinare (come fece anche per il proprio corpo di spedizione) in senso fortemente anticomunista. A questo esercito, tuttavia, si poteva chiedere di combattere soprattutto per l'indipendenza del Paese, ma non per gli interessi francesi. Per equipaggiare tale esercito la Francia doveva comunque ricorrere agli Stati Uniti, i quali giunsero nel 1953 a pagare i due terzi delle spese di guerra e a tenere in qualche modo in piedi il regime di Bao Dai per il tramite della Francia. Ora, gli Americani, senza criticare apertamente la strategia francese, parevano disposti a concedere più indipendenza e libertà d'iniziativa ai Vietnamiti, sicché era naturale che i nazionalisti di destra si rivolgessero a loro per ottenere appoggio contro i comunisti, ma anche contro i Francesi.

Quando la Francia si accorse che in caso di vittoria i Vietnamiti anticomunisti si sarebbero rivolti a Washington per costringerla ad andarsene, si rese conto che non poteva più giustificare la sua guerra e che diventava necessario per essa concluderla con un negoziato. Militarmente, era in difficoltà su tutti i fronti, ma essa insisteva nel lasciar credere che il successo avrebbe ancora potuto arriderle. Fu quello il momento (novembre 1953) in cui Ho Chi Minh fece un'apertura ai Francesi, suggerendo loro di negoziare direttamente. Ma ancora una volta i Francesi non tennero in nessun conto le proposte di Ho Chi Minh e, per salvare la faccia, riuscirono a imporre un negoziato in un quadro internazionale. Si ebbe così la conferenza di Ginevra (aprile-giugno 1954), alla quale avrebbero dovuto partecipare, oltre alla Francia e ai tre Stati associati, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l'Unione Sovietica e la Cina popolare. La conferenza si aprì proprio nel momento in cui la Francia aveva appena subito una grave sconfìtta militare: la caduta del campo trincerato di Dien Bien Phu (7 maggio 1954) che l'esercito di Ho Chi Minh assediava ormai da cinque mesi.

A Ginevra, la Francia non ottenne, come sperava, che Cina e Unione Sovietica abbandonassero Ho Chi Minh. Questi due Stati imposero anzi la presenza della RDVN alla conferenza come partecipante a pieno diritto, anche se poi l'avrebbero costretta a moderare certe pretese che potevano essere giustificate dalla situazione militare. Infatti, Pechino e Mosca temevano un intervento americano in Indocina e volevano usare qualche riguardo nei confronti della Francia e ottenere che non venisse sostituita dagli Stati Uniti. La Francia stessa cercava ormai prima d'ogni altra cosa di ottenere un armistizio militare che le permettesse di ritirarsi dall'Indocina e la RDVN era disposta a concederglielo, ma in cambio d'impegni circa l'unità e l'indipendenza del Vietnam, il ritiro delle forze straniere e l'avvio di un regolamento politico. Fece dunque una nuova apertura alla Francia: un cessate il fuoco con un raggruppamento delle forze militari. In cambio Parigi avrebbe dovuto riconoscere la realtà e accettare di riprendere, sotto altra forma, il dialogo interrotto nel 1946. In questo modo anche gli interessi francesi in Indocina

avrebbero potuto essere salvaguardati (e ciò avrebbe significato che la Francia non avrebbe avuto bisogno degli Stati Uniti per sostenersi in Indocina). Ma proprio in questo stesso momento, Bao Dai, inquieto per questi negoziati, nominava primo ministro Ngo Dinh Diem, massimo esponente dei nazionalisti di destra filoamericani e anticomunisti. Praticamente sicuri di conservare le posizioni strategiche fondamentali, gli Americani si rassegnarono allora alla divisione in due del Vietnam, decisi questa volta a prendere a sud il posto dei Francesi.

Un nuovo governo francese, presieduto da Mendès-France, giunse al compromesso finale il 20 luglio 1954. La soluzione raggiunta comportava il cessate il fuoco su tutti i fronti, cui sarebbe seguita l'evacuazione del Laos e della Cambogia da parte delle forze Vietminh, e nel Vietnam il raggruppamento delle forze della RDVN e dell'Union Française da una parte e dall'altra del diciassettesimo parallelo, scelto come «linea prowisoria di demarcazione militare». Veniva affermata l'indipendenza e l'unità del Vietnam; gli Stati indocinesi non dovevano accettare né basi né truppe straniere, né concludere alleanze militari esterne. Il diciassettesimo parallelo non era una frontiera: l'amministrazione della zona nord era affidata alla RDVN, quella della zona sud alle forze dell'Union Française; le due zone si sarebbero consultate per tenere elezioni generali prima del luglio 1956 e costituire un governo unico per tutto il Vietnam; in attesa di tali elezioni, sarebbero state assicurate le libertà democratiche. Parigi immediatamente confermò a Saigon che continuava a riconoscere la capitale del sud come sede del solo governo legale del Vietnam.

Ben presto, per non scontentare gli Stati Uniti la Francia si sarebbe allineata sulla loro politica vietnamita e si sarebbe rassegnata, sin dalla fine del 1954, alla sostituzione nel sud dell'influenza americana alla propria, preferendo nel contempo abbandonare completamente il nord e Hanoi all'influenza cino-sovietica. Il sud restava certo alle dipendenze dell'Occidente e gli interessi economici e culturali francesi vi restavano importanti, ma la Francia aveva perduto, con la guerra che aveva scatenato, la sua influenza politica. Per di più, passando la mano agli Stati Uniti, essa sciupava anche le sue ultime opportunità e insieme quelle di un'indipendenza effettiva del Vietnam.

6. Il fallimento degli accordi di Ginevra

La tragedia, per il Vietnam, era che l'ambiguo regolamento di Ginevra, concluso fra la Francia e la RDVN, non poteva essere applicato (né poteva garantire l'indipendenza e l'unità del Paese) che a patto di venire approvato dai nazionalisti di destra. Costoro erano ora andati al potere a Saigon e non avevano solo rifiutato di sottoscrivere il documento di Ginevra, ma si erano subito dati da fare per ottenere che il sud diventasse l'anti-nord. E in ciò si trovarono rafforzati, sin dall'autunno 1954, dall'esodo verso sud di un milione di persone del nord (in maggioranza cattolici). Questi ultimi fornirono a Diem una base politica consistente.

Diem non intendeva aver nulla a che fare con i comunisti del nord e voleva isolare totalmente la RDVN in attesa che gli si offrisse l'occasione di liberarne il territorio. Gli Americani, contentissimi di «contenere» la Cina e il suo satellite vietnamita, l'incoraggiavano nella sua intransigenza. Perciò l'accordo di Ginevra non venne applicato nelle sue clausole essenziali. I comunisti non furono autorizzati a operare a sud, e a nord non si parlò più di pluralismo; a sud gli ex-vietminh furono colpiti da rappresaglie e le libertà democratiche che vennero rifiutate agli avversari effettivi o potenziali del regime, fossero o no comunisti. Diem rifiutò di avere qualsiasi consultazione con il nord sui problemi umanitari (riunioni di famiglie, ecc.) o economici (comunicazioni postali, ferroviarie, stradali, marittime, aeree, commerciali, ecc.), e non solo scartò a priori l'ipotesi di svolgere nel 1956 le previste elezioni, ma destituì Bao Dai e assunse in vece sua le funzioni di capo dello Stato. Proclamò quindi la Repubblica (ottobre 1955), le diede una costituzione e fece quindi del sud uno Stato separato. Washington approvò il colpo di Stato e ciò che ne conseguì. Così il Vietnam seguiva la strada della Germania e della Corea e si trovava diviso in due Stati ideologicamente contrapposti, di cui quello filoccidentale diventava un «bastione del mondo libero» e per ciò stesso si collocava in una condizione di totale dipendenza militare, economica e finanziaria dagli Stati Uniti, i quali finanziarono la sistemazione dei rifugiati, il miglioramento delle infrastrutture, il deficit del commercio estero e qualche altro programma. Si fecero inoltre carico di buona parte delle spese militari, mentre l'esercito baodaista passava in maggioranza ad appoggiare Diem.

A nord, la RDVN subiva una forte influenza cinese, malgrado gli sforzi di Ho Chi Minh per riequilibrarla con la presenza sovietica. La ricostruzione procedeva, ma l'estensione a tutto il territorio della riforma agraria (di tipo cinese) avviata nel 1953, suscitò, per i metodi seguiti, un profondo malcontento (1956) e il governo dovette indietreggiare e fare un'autocritica, e in tal modo cominciò a mettere in discussione il modello cinese. Ma la RDVN non trovava molto ascolto a Mosca, dove Chruscèv la considerava nell'orbita di Pechino. Il partito di Lao Dong (dominato da una frazione filocinese) esercitava una dittatura totale sul Paese e a partire dal 1956 vi pose le basi d'una economia di tipo socialista, basata sulle imprese di Stato e sulle cooperative. Promossa dal protrarsi della divisione in due del Vietnam al ruolo d'avanguardia del socialismo nel Sudest asiatico, la RDVN era in realtà serrata in una terribile morsa, quella del contrasto cino-americano, sicché anche le sue aperture in direzione dell'India e dell'Indonesia (1957-1958) non potevano fare molta strada.

L'evoluzione del regime sudista diede ben presto luogo a una nuova situazione. Infatti, a partire dal 1957, l'apparato repressivo assunse come obiettivo l'estirpazione totale del comunismo dal tessuto sociale vietnamita. L'uso generalizzato della delazione dava alla polizia di Saigon i mezzi occorrenti per liquidare un po' alla volta tutta la struttura clandestina Vietminh. D'altra parte, Saigon continuava a respingere tutte le proposte di Hanoi tendenti a una normalizzazione delle relazioni fra i due Stati. La tendenza mirava quindi nel lungo periodo al consolidamento a sud di uno Stato filoamericano cristiano-confuciano di tipo autoritario e a una divisione definitiva del Paese.

Hanoi considerava inaccettabile tale prospettiva e nel maggio 1959 decise di appoggiare l'insurrezione appena scoppiata di alcuni gruppi sudisti di resistenti. Per far giungere loro armi, munizioni ed equipaggiamento, venne segretamente dato inizio alla costruzione di una rete di piste («pista Ho Chi Minh») all'interno della cordigliera: il terzo congresso del Lao Dong, nel settembre 1960, approvò tale orientamento. Nel dicembre 1960, subito dopo il fallimento a Saigon di un colpo di Stato antidiemista ordito da gruppi «democratici», la resistenza si organizzò a sud in un Fronte nazionale di liberazione del Vietnam del sud (FNL).

Sin dalla primavera del 1961 l'offensiva dell'FNL nella regione del delta e sugli altopiani registrò notevoli successi. La minaccia che in tal modo apparve improvvisamente gravare su Saigon suscitò grande emozione a Washington, dove il presidente Kennedy, per conservare a qualsiasi prezzo questo bastione del mondo libero, decise (maggio 1961) d'accrescere l'aiuto economico e militare degli Stati Uniti al Vietnam del Sud: arrivarono migliaia di «consiglieri militari» americani e nel gennaio 1962 venne costituito a Saigon un comando militare americano. Siamo così all'inizio della «seconda guerra del Vietnam».

 

 

7. La «guerra americana»
Così com'era avvenuto durante la guerra francese, i partigiani (ora quelli dell'FNL) riuscirono ad avere rapidamente il controllo di metà circa delle campagne e vi stabilirono la loro amministrazione: il loro scopo, apertamente proclamato, era di «rovesciare il regime americano-diemista». Per sottrarre all'FNL la popolazione rurale, Saigon cercò allora di raggruppare quest'ultima in «villaggi strategici» (veri e propri campi di vigilanza) e di ottenere l'apporto, quanto meno tacito, delle sette Cao Dai e Hoa Hao, fortemente anticomuniste, che dominavano vaste zone risicole. Frattanto i contadini cattolici venivano insediati nelle zone vitali. Questa strategia non riuscì tuttavia a far indietreggiare in alcun modo l'FNL. Diem aveva già ricacciato all'opposizione, opposizione peraltro impotente, i democratici e i liberali d'orientamento occidentale.

Nel 1963 i buddhisti si ribellarono contro l'influenza, secondo loro eccessiva, che i cattolici avevano nel regime, e i suicidi dei bonzi valsero a richiamare l'attenzione mondiale sul problema. Mentre la Francia di De Gaulle preconizzava nuovamente una soluzione politica in grado di scongiurare l'intervento straniero (agosto 1963) e la Cina popolare denunciava l'oppressione diemista, Washington mostrava viva inquietudine per questi contrasti che dividevano e indebolivano il Vietnam del Sud, di fronte alla minaccia comunista, e criticava l'incapacità e la goffaggine di Diem, tanto più che costui aveva rifiutato qualsiasi partecipazione di forze straniere al conflitto. Kennedy, il quale temeva che Diem avrebbe finito per cercare un compromesso con Hanoi, giunse alla conclusione che la guerra non avrebbe potuto essere vinta con lui e che bisognava cambiare equipaggio, senza cambiare la guerra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il primo novembre 1963, una giunta di generali rovesciò il regime diemista. Nel corso dell'operazione Diem venne ucciso. Anche questa giunta sembrava tentata da una «soluzione politica», sicché venne sostituita nel gennaio 1964 da un gruppo che, questa volta, godeva della fiducia del comando americano. Apertamente ostile a qualsiasi negoziato e a qualsiasi neutralismo, essa intensificò immediatamente la guerra; di colpo, quindi, la tensione internazionale risalì al massimo. Per scaricarla, la Francia, che aveva riconosciuto nel gennaio 1964 la Cina popolare, propose la riunione di una conferenza internazionale sul tipo di quella di Ginevra, a cui suggeriva di dare come obiettivo la neutralizzazione del Sudest asiatico (allo stesso modo che quella del 1962 aveva suggellato la neutralità del Laos). La Cambogia appoggiò la Francia. L'Unione Sovietica, la RDVN e persino la Cina parevano favorevoli a tale conferenza. Ma Washington, affermando che essa non avrebbe potuto avere altro risultato che di «legalizzare il terrorismo», vi si oppose. Per gli Americani, era giunto il momento di far capire alla Cina (di cui Hanoi, a loro parere, non era che un piccolo satellite) che la «guerra di popolo» sarebbe fallita e che gli Stati Uniti erano pronti a raccogliere la sfida, la qual cosa significava dare al conflitto una dimensione ideologica mondiale: l'imperialismo americano contro un movimento di liberazione nazionale del Terzo mondo. I due campi si mobilitarono. Verso la metà del 1964, Washington giunse alla conclusione che il regime di Saigon non poteva sperare di vincere la guerra senza un intervento massiccio degli Stati Uniti. Non sarebbe tuttavia stato possibile far digerire un tale intervento all'opinione pubblica americana senza un fatto nuovo che permettesse, questa volta, di cogliere Hanoi in flagrante delitto di aggressione e quindi di prendere adeguati provvedimenti. Di qui gli incidenti del golfo del Tonchino (agosto 1964), che il presidente Johnson utilizzò immediatamente per ottenere dal congresso i pieni poteri, che gli avrebbero consentito di colpire al nord in caso di recidiva e che ebbe occasione di utilizzare nel gennaio 1965, in conseguenza del successo dell'offensiva dell'FNL sugli altopiani. Si ebbe così una dura escalation della guerra: nel febbraio 1965, l'aviazione americana diede inizio a un'offensiva militare fatta di continui bombardamenti contro il Vietnam del Nord; in marzo, le prime truppe di un corpo di spedizione americano sbarcarono nel Vietnam del Sud. Lo scopo americano era chiaro: colpire duro e mantenere la pressione finché la RDVN ponesse fine alla sua «aggressione» contro il sud, smettesse di rifornire l'FNL di uomini, armi, munizioni, ecc., e venisse al tavolo di una conferenza, dove si sarebbe discusso. Washington credeva di mettere Hanoi «in ginocchio in sei settimane» e non immaginava che un piccolo e povero popolo potesse resistere alla più grande potenza mondiale. Per di più, l'attacco contro la RDVN avrebbe dovuto, a giudizio degli Americani, provocare nuove tensioni fra Cina e Unione Sovietica, piantare un cuneo fra le due potenze orientali, e contribuire così ad accrescere la sicurezza del mondo libero.

Sul piano politico, la risposta di Hanoi mandò a vuoto il piano degli Americani: «Nessun negoziato se prima non sia avvenuta la cessazione incondizionata dei bombardamenti sul nord». Pechino andava ancora oltre: la Cina infatti esigeva il ritiro totale degli Americani dal Vietnam, facendo capire che solo dopo tale ritiro si sarebbe potuto negoziare. In tal modo la Cina avrebbe bloccato per anni qualsiasi negoziato, il che era anche, per essa, un mezzo per intralciare quel dialogo fra Sovietici e Americani che la preoccupava. Poiché, dal canto loro, gli Americani non potevano rendersi disponibili a un negoziato che a condizione di «salvare la faccia» (ottenendo quanto meno che Hanoi s'impegnasse a fermare l'infiltrazione delle sue forze nel territorio del sud), si andò avanti con un dialogo tra sordi, e con la prova di forza. Hanoi decise di affrontarla, quale che ne fosse il prezzo, portando avanti la lotta contemporaneamente su tre fronti, cioè su un fronte militare, uno politico e uno diplomatico. Bisognava difendere il nord e aiutare il sud, e continuare a sostenere che il Vietnam era uno e che lo straniero non doveva interferire con i suoi affari interni; anzitutto, bisognava dimostrare all'America che non aveva alcuna speranza di vincere.

Quanto agli Stati Uniti, il loro proponimento di rendere permanente la divisione del Vietnam aveva lo scopo di conservare il sud in funzione di bastione strategico tale da proteggere il Sudest asiatico nel suo insieme contro il comunismo cinese (o sovietico). Per ottenere tale risultato, si trattava di eliminare dal sud qualsiasi elemento sovversivo e nello stesso tempo d'indebolire il nord al punto che non potesse costituire mai più una minaccia per il sud: a tal fine il presidente Lyndon Johnson, succeduto a Kennedy nel 1963, era pronto a qualsiasi sforzo. Negli anni seguenti, il massiccio impegno in Vietnam delle forze armate americane ne avrebbe fatto crescere gli effettivi fino a una punta massima di 550.000 uomini nel 1968. In totale, tenendo conto della rotazione delle unità, ca. 3 milioni di Americani sarebbero andati in Vietnam. Contemporaneamente, il regime di Saigon, capeggiato a partire dal 1965 dal generale Thieu, si sarebbe dotato di un enorme complesso di esercito e polizia (un milione e mezzo di uomini) e sarebbe Stato tenuto in piedi grazie a un massiccio aiuto finanziario, economico e militare degli Stati Uniti, i quali avrebbero anche cercato di conferirgli una certa legittimità. Venne infatti proclamata una costituzione e si tennero delle elezioni (1967).

Tutti i mezzi vennero impiegati dagli Stati Uniti per assicurare la vittoria al regime di Saigon: contro l'FNL vennero adottate nuove tattiche, come la distruzione di foreste e di boschi con mezzi chimici (defolianti). In questo modo i partigiani potevano venir colpiti dovunque dall'aviazione. Si fece anche ricorso al bombardamento intensivo delle zone rurali per costringere le popolazioni a rifugiarsi nelle zone urbane sotto la «protezione» del governo (programma di «urbanizzazione forzosa»). Ne risultò il rapido sovrappopolamento delle città, la miseria, la proletarizzazione (mendicità, prostituzione, droga, ecc.), un capovolgimento generale della società nel sud, di cui approfittava una minoranza di privilegiati (alti gradi militari, borghesia affaristica, funzionari), mentre i contestatori e i dissidenti erano ridotti in condizioni tali da non nuocere.

Al nord i bombardamenti aerei americani riuscirono a distruggere quasi completamente le città, i paesi e i complessi industriali fra il diciassettesimo e il ventesimo parallelo e a deteriorare profondamente la rete dei trasporti. Si trattava ufficialmente di tagliare le vie per le quali affluivano i rifornimenti all'FNL e in particolare la pista Ho Chi Minh (i bombardamenti colpivano anche la zona controllata nel Laos dai gruppi di sinistra), ma l'aviazione americana indubbiamente nella speranza di provocare il crollo del fronte interno utilizzava anche armi speciali destinate a terrorizzare la popolazione civile.

Sul piano politico-diplomatico, gli Stati Uniti cercavano frattanto di richiamare al loro fianco i Paesi della NATO, quelli della SEATO e il Giappone, d'indurre Mosca a far pressione su Hanoi nel senso di un «compromesso» e di rassicurare Pechino

sulle loro intenzioni di fondo. Ma tutta questa formidabile azione combinata e coordinata era destinata a non avere alcun risultato decisivo. L'FNL non attenuò la sua lotta e le sue forze armate raggiunsero nel 1968 l'entità di 250.000 uomini. La RDVN (il nord), la cui difesa antiaerea risultò progressivamente più efficace e le cui industrie vitali furono frazionate sul territorio e ricostruite in rifugi sotterranei, riuscì, malgrado tutte le difficoltà ad appoggiare in misura crescente la lotta dell'FNL nel sud. Il nord ricevette inoltre dall'Unione Sovietica e dalla Cina gli armamenti, gli equipaggiamenti e i viveri che le consentirono di portare avanti la guerra.

D'altra parte esso godeva nell'opinione pubblica mondiale di crescente prestigio e di sempre più numerosi appoggi. Sul piano diplomatico, la guerra isolava gli Stati Uniti, sviluppava nel mondo intero una viva ostilità nei loro confronti e provocava divisioni in seno alla NATO (da cui la Francia si ritirò nel 1966). Il generale De GauIIe giunse persino a scongiurare gli Stati Uniti, nel settembre 1966, di comprendere che la loro impresa era senza vie d'uscita e che non avrebbero ottenuto nulla con la forza.

Persino all'interno degli Stati Uniti, all'opposizione contro la violenza e la coscrizione e al timore d'un conflitto con la Cina, si aggiunse, a partire dal 1967, la coscienza che si era sbagliato strada, che si erano sopravvalutate le proprie forze, che questa guerra non poteva essere vinta dagli Stati Uniti (i quali peraltro non potevano utilizzare le armi nucleari), che anzi essa nuoceva al prestigio degli Stati Uniti nel mondo e, infine, che non era in gioco la sicurezza degli Stati Uniti. Si mostravano in tal modo i limiti (e anche questo costituisce un rilevante problema storico) sia della potenza americana sia, più in generale, dell'azione esterna di un governo democratico. A cedere, in fin dei conti, sarebbe Stato il fronte interno americano. Dinnanzi alla marea crescente dell'opposizione popolare e alle critiche degli ambienti economici e finanziari, Johnson, prendendo coscienza dello scacco, cercò una via d'uscita. L'offensiva sviluppata dall'FNL nel Tet (gennaio 1968) penetrò fin nel centro di Saigon e dimostrò che gli Stati Uniti non avevano alcuna speranza di larcela: il 31 marzo 1968 il presidente sospendeva i bombardamenti su una parte del nord e Ho Chi Minh accettava immediatamente di avviare i negoziati.

II 13 maggio si apriva a Parigi la conferenza vietnamita-americana. A tale conferenza non s'incontrarono in un primo tempo che la RDVN e gli Stati Uniti. Ci sarebbero voluti cinque mesi per concordare, dopo un arresto completo dei bombardamenti su tutto il nord (primo novembre 1968), di assumere come base del negoziato gli accordi di Ginevra del 1954 e di ammettere alla conferenza, in cambio della partecipazione del governo Thieu (consentita da Hanoi), anche l'FNL. La prova di forza, a Parigi, sarebbe durata quasi quattro anni, mentre i combattimenti al sud non cessarono durante il suo svolgimento. Per tranquillizzare l'opinione pubblica, il nuovo presidente americano Nixon decise di attuare un richiamo (lento e calcolato) delle forze americane dal Vietnam, pur continuando a preoccuparsi di salvare il sud come bastione occidentale. La RDVN e l'FNL rifiutarono di accettare la «reciprocità» richiesta dagli Americani (i quali non volevano ritirarsi se non in cambio di un ritiro delle forze di Hanoi a nord del diciassettesimo parallelo), sottolineando che i Vietnamiti erano a casa loro tanto a nord quanto a sud e che era loro prerogativa assumere decisioni circa il ritiro delle forze nordiste.

Washington decise allora di «vietnamizzare» la guerra, dando al governo di Saigon i mezzi per vincerla da solo. A loro volta, la RDVN e l'FNL negavano qualsiasi «legittimità» al governo Thieu, il quale, secondo Washington, avrebbe potuto dare spazio all'FNL nel sistema politico del sud. Quando poi Nixon ebbe a riaffermare che il governo di Saigon era il solo legittimo, i comunisti in risposta trasformarono l'FNL in un «governo rivoluzionario provvisorio», GRP (giugno 1969), che venne subito riconosciuto dalla Cina, dall'Unione Sovietica e da una ventina di Paesi. In tal modo una soluzione politica avrebbe dovuto necessariamente tener conto che a sud si fronteggiavano ormai, con pari prerogative, due amministrazioni e due eserciti. A partire dall'agosto 1969, la parte sostanziale dei negoziati si sarebbe svolta segretamente fra Hanoi e Washington soltanto. Gli Americani esercitarono una serie molteplice di pressioni per costringere i loro avversari a cedere: rafforzamento dell'esercito di Saigon, operazioni di liquidazione fisica dei dirigenti comunisti, rovesciamento a Phnom Penh del re Sihanouk (accusato di favorire il GRP) e invasione della Cambogia, intensificazione delle operazioni nel Laos per interrompere la pista Ho Chi Minh, approcci con la Cina per isolare il Vietnam e per coinvolgere Pechino nel gioco degli Americani (1971-1972). Non solo gli Stati Uniti non ottennero alcun risultato, ma l'invasione della Cambogia trasformò questo Paese in un grande «santuario» comunista, in cui i Vietnamiti e i Khmer rossi loro alleati avrebbero avuto mano libera, isolando nelle città la destra khmer filoamericana di Lon Nol.

Quanto alla guerra nel Vietnam del Sud, l'avvenimento conclusivo fu, nel 1972, la brusca irruzione dei mezzi blindati di Hanoi a 100 km a nord di Saigon. Nixon, che aveva stretto ora con la Cina di Mao legami tali da consentirgli di ritirarsi dal Vietnam in accordo con essa, decise allora di concludere. Prima di poter dire la parola fine, gli Stati Uniti avrebbero dovuto prepararsi a superare l'opposizione a qualsiasi regolamento della situazione da parte del generale Thieu.

Sottoscritti alfine il 27 gennaio 1973, gli accordi di Parigi posero fine alla guerra americana. Essi prevedevano l'immediata cessazione dei combattimenti, il ritiro delle forze americane entro due mesi, negoziati fra Saigon e il GRP al fine di costituire, dopo una consultazione democratica, un governo unico nel sud. Era in certo modo una nuova versione degli accordi di Ginevra del 1954. In febbraio accordi simili vennero sottoscritti per il Laos. Ma Saigon rifiutò di applicare le disposizioni politiche degli accordi, poi (nel 1974) ruppe le trattative con il GRP: ritenendosi sicuro dell'appoggio americano, costituì un blocco intorno alla zona del GRP che già aveva cercato di ridurre. Una volta di più, si doveva constatare che i compromessi politici non interessavano la destra vietnamita e che essa desiderava soltanto, come fin dal 1949 aveva sempre fatto, escludere i comunisti dalla scena nazionale. Poiché il regime sudista rischiava ancora di consolidarsi con l'aiuto dell'Occidente e della Cina, Hanoi preparò un'offensiva «per farla finita»: partita all'inizio di marzo del 1975, essa si concluse il 30 aprile seguente con la capitolazione senza condizioni di Saigon. Il sud non sarebbe rimasto autonomo a lungo: sin dall'agosto 1975 il partito Lao Dong decise l'unificazione, che venne attuata, dopo elezioni generali, nel luglio 1976, con la proclamazione della Repubblica socialista del Vietnam. In dicembre, il Lao Dong assunse il nome di Partito comunista del Vietnam.

Nel Laos, sin dal dicembre 1975, i comunisti avevano abolito la monarchia e trasformato il Paese in una «repubblica democratica e popolare». Quanto alla Cambogia, i Khmer rossi si erano impadroniti di Phnom Penh il 17 aprile 1975 e avevano esteso a tutto il Paese il loro regime sanguinario. Così, il conflitto indocinese, che si concludeva in tutti e tre i Paesi con la vittoria totale dei comunisti, pareva giunto al termine. Ma una tale apparenza era smentita dalle «contraddizioni» fra Paesi socialisti. Con la sua politica, la Cambogia dava luogo in Indocina a una situazione di tensione, mentre nello stesso tempo il problema delle relazioni fra il Vietnam e la Cina si poneva in termini nuovi. Un nuovo conflitto si profilava all'orizzonte.

"

Il conflitto indocinese costituisce nel sec. XX il caso più cospicuo ed esemplare di un conflitto all'interno del processo di decolonizzazione. Per comprenderlo è indispensabile considerarlo sia in prospettiva che in profondità. Si vedrà allora che la sua fase acuta (che dura trent'anni) non può essere intesa se non come il prodotto di una lunga maturazione avvenuta durante il regime coloniale francese. Il fatto che in Vietnam sia stato costituito un partito comunista in grado di svolgere una missione di liberazione vittoriosa è fatto inseparabile dalla natura del regime coloniale. L'aspetto essenziale del conflitto indocinese consiste nella lotta del popolo vietnamita per la riconquista della sua indipendenza e della sua unità. E una lotta che è stata condotta soprattutto con le armi, per effetto dell'accanimento con cui la Francia prima, poi i suoi alleati indocinesi e americani difesero le loro posizioni e rifiutarono ogni ragionevole compromesso politico. Pertanto un conflitto come questo illustra non soltanto la straordinaria vitalità del popolo vietnamita, ma anche le strategie e le tattiche adoperate dalla Francia e dagli Stati Uniti, come pure l'atteggiamento dei governanti di tali Paesi nei confronti del Terzo mondo.

Infine, il Vietnam è il solo Paese che, dopo essere stato diviso fra l'est e l'ovest, è riuscito a ricostituire la sua unità, contro la volontà delle grandi potenze. E questa è stata certamente una grandissima impresa, il cui merito va riconosciuto anzitutto a Ho Chi Minh, ma anche a tutta la direzione politico-militare del Partito comunista del Vietnam, che ha saputo, nel corso di una lunga lotta, rimanere unita, mobilitare e organizzare un popolo per una causa degna, dargli degli obiettivi chiari. Il Partito comunista ha saputo anche impostare tutto il problema secondo una prospettiva di lunga durata e utilizzare infine le innumerevoli contraddizioni dei propri avversari. Ma diciamo soprattutto: quale altro popolo nel Terzo mondo avrebbe saputo in tal modo resistere, con un simile coraggio, allo scatenarsi di forze awerse di una tale portata, sopportando per di più perdite di tale entità? Si può calcolare che sull'Indocina siano cadute, durante la guerra americana, 14 milioni di tonnellate di bombe (cioè tre volte di più che su tutta l'Europa e l'Asia durante tutta la seconda guerra mondiale). E l'Indocina è stata devastata, ha perso milioni di esseri umani, non conta più gli invalidi, i mutilati, gli orfani, i drogati, ecc. Quanto agli Stati Uniti, si può calcolare che contro l'Indocina abbiano perduto più di 50.000 uomini e 200 miliardi di dollari. [PHILIPPE DEVILLERS]

"

Henry Kissinger
Protagonista della diplomazia statunitense tra il 1968 e il 1976, Henry Alfred Kissinger improntò la sua opera alla conservazione dello status quo; pragmatico fino al cinismo non esitò a definire i diritti umani «stupidaggini sentimentali» e a sacrificarli ai superiori interessi della superpotenza statunitense.
Figlio di ebrei tedeschi emigrati negli USA nel 1938, Kissinger era nato in Baviera nel 1923; nel 1952 si laureò in scienze politiche a Harvard, dove insegnò per parecchi anni. Contemporaneamente fu consulente al dipartimento di Stato e alla Casa Bianca.
Nel 1968 fu scelto dal presidente Nixon come suo «consigliere speciale per gli affari della sicurezza nazionale» e nel 1973 divenne segretario di Stato (carica che conservò anche sotto la presidenza Ford). Incaricato di trovare una soluzione per il problema della guerra d'Indocina, intavolò i negoziati di pace di Parigi con Nordvietnamiti e vietcong che, se non assicurarono la cessazione immediata del conflitto, permisero il disimpegno delle truppe statunitensi; per questi accordi gli fu conferito nel 1973 il premio Nobel per la pace, nonostante egli stesso avesse suggerito che il Vietnam del Nord fosse bombardato durante le trattative.
Nel tentativo di trovare un'alternativa alla politica del «tutto o niente», che rischiava di essere paralizzante, elaborò la cosiddetta «diplomazia del ping pong», di awicinamento alla Cina comunista in funzione antisovietica, che culminò nella visita a Pechino di Nixon nel febbraio 1972 e nella conseguente caduta del veto statunitense all'ingresso della Repubblica popolare cinese nell'ONU.
Più incerta, almeno nei risultati, fu la politica dei «piccoli passi» adottata per tentare di avviare a soluzione il problema della Palestina e dei rapporti arabo-israeliani. Fedele al principio della conservazione delle posizioni di forza e di difesa degli interessi americani, appoggiò, contro «l'irresponsabilità del popolo cileno», il colpo di Stato del generale Pinochet (e per questo fu chiesta la revoca del Nobel).
Con la fine della presidenza Ford (1976) e l'elezione del democratico Jimmy Carter, perse il ruolo di protagonista della vita politica americana e anche quando i repubblicani tornarono al potere con Ronald Reagan (1981) ebbe solo incarichi temporanei e di importanza circoscritta.

"

Un decennio di instabilità in Indocina
Nel luglio 1976, dopo le elezioni generali, Vietnam del Nord e del Sud erano giunti alla riunificazione. Nacque la Repubblica socialista del Vietnam, una nuova potenza regionale nel Sudest asiatico. Intanto Cambogia e Laos erano ormai anch'essi passati, nel corso del 1975, al campo socialista. Ma questa trasformazione dell'Indocina, apparentemente omogenea, non significava affatto che l'area andasse verso una reale stabilizzazione e pacificazione.
Il Vietnam riunificato si era legato strettamente all'URSS, sottoscrivendo nel 1978 un trattato di alleanza ed entrando a far parte del Comecon (l'organizzazione economica dei Paesi del blocco sovietico), nel timore di una possibile egemonia cinese sull'area. Il Laos, a sua volta, si era alleato con il Vietnam, firmando nel 1977 un trattato di amicizia e cooperazione che prevedeva la presenza di truppe vietnamite sul suo territorio. Per contro, la Cambogia, dominata dal sanguinario regime dei Khmer rossi guidati da Poi Pot, si era legata strettamente alla Cina, in funzione antivietnamita e antisovietica. Era un «gioco» politico-diplomatico e militare a più attori destinato a portare in breve tempo a nuovi conflitti. Un «gioco» che dimostrava anche drammaticamente all'opinione pubblica mondiale il tramonto definitivo dell'ideologia dell'internazionalismo comunista, proletario e terzomondista, che aveva ispirato e sorretto molteplici movimenti e lotte politiche negli anni Sessanta, tanto in Occidente quanto nel resto del mondo.
Le tensioni sfociarono in un conflitto armato nell'estate del 1978, quando le truppe vietnamite entrarono nel territorio cambogiano, con la ragione (e il pretesto) di sostenere l'opposizione - riunita nel Fronte unito nazionale per la salvezza della Cambogia - alla feroce dittatura di Poi Pot. Nel gennaio 1979, dopo molti mesi di guerra sanguinosa, i Vietnamiti prevalsero definitivamente, imponendo a Phnom Penh un governo loro fedele, guidato da Heng Samrin: nasceva così la Repubblica popolare della Kampuchea, mentre i Khmer rossi in ritirata davano inizio ad azioni di guerriglia.

La Cina alleata di Poi Pot, nel frattempo, decideva a sua volta l'intervento militare contro il Vietnam, facendo penetrare a scopo punitivo e dimostrativo per ca. 30 km le sue truppe nel territorio nemico. L'Indocina, alle soglie degli anni Ottanta, precipitava di nuovo nella guerra e nel caos, nonostante le vittorie rivoluzionarie contro l'imperialismo e le speranze accese in molti da queste vittorie. Va ricordato, tuttavia, che queste vittorie avevano anche prodotto, negli anni precedenti, l'orrore cambogiano del regime dei Khmer rossi: un vero e proprio genocidio, alcuni milioni di morti sacrificati alla creazione di un comunismo «puro e duro», che avrebbe dovuto dar vita a una società di uguali e felici su questa terra.

Nel 1981 il governo filovietnamita di Heng Samrin fu legittimato da nuove elezioni; l'anno successivo, però, si costituì un governo in esilio - riconosciuto dall'ONU - capeggiato dal principe Sihanouk alleatosi con i Khmer rossi, che aspirava alla liberazione della Cambogia dall'occupazione vietnamita.

L'annuncio di Hanoi del ritiro delle truppe vietnamite dalla Cambogia (1985) non fu sufficiente a smorzare la tensione interna e internazionale. L'avvento del nuovo capo del governo Hun Sen nel 1986 - in concomitanza con la politica di apertura inaugurata da Gorbacèv in Unione Sovietica e la conseguente distensione dei rapporti cino-sovietici - avrebbe comportato una svolta. Il processo di distensione sarebbe culminato, nel 1989, nel ritiro delle truppe d'occupazione vietnamite. Nello stesso anno in Cambogia alcune modifiche alla costituzione posero fine al regime del partito unico. Tuttavia, il ritiro dei Vietnamiti dal Paese coincise, o addirittura contribuì a innescare, una nuova guerra civile in Cambogia, che avrebbe opposto ancora i seguaci di Sihanouk e i Khmer rossi al governo di Hun Sen.