|
Pur essendo il sud-est asiatico una delle
mie regioni preferite, probabilmente non mi sarei mai spinto fino a
Champassak se non avessi incontrato un giovane fotografo che porta il
nome di quello che, un tempo, era uno degli antichi regni del Laos:
Tiane Doan na Champassak.
In effetti, l'unica città importante della regione meridionale, Pakse,
offre un interesse molto relativo e di certo non può competere con la
magia del nord del Paese. Come se non bastasse, per chi è rimasto
affascinato da Angkor, in Cambogia, o dalla favolosa Pagan, in Birmania,
l'avventuroso viaggio verso questo regno dimenticato non sembra meritare
i tanti sforzi richiesti dal percorso.
Eppure, affascinato dalla storia personale del fotografo e dalle
immagini del pellegrinaggio di Vat Phu, la festa del primo mese lunare
che si tiene nel sito archeologico del Tempio della Montagna, ho deciso
di accompagnarlo. Di fatto, ciò che mi ha convinto a partire, più ancora
delle sue rovine, è stata la storia del nome Champassak (o anche
Champasak).
Boun Oum na Champassak è stato l'ultimo principe di quel regno. Un regno
sul quale la sua dinastia non governava già più dal 1893, quando il Laos
era stato annesso ai protettorati francesi in Estremo Oriente, ma cui
rinunciò ufficialmente solo nel 1946, per permettere la riunificazione e
la costruzione del moderno Laos. Personaggio complesso, Boun Oum entrò
nell'amministrazione coloniale nel 1935, per poi ricoprire più volte
l'incarico di Primo ministro del governo reale, fino al 1962.
Conservatore e anticomunista convinto, finirà esiliato a Parigi nel
1968. E nella capitale francese morirà dieci anni più tardi.
Il principe era amico di una grande famiglia vietnamita di origine
cinese e, fra gli altri, anche di Doan Vinh, un avvocato sposato con una
francese, i cui due figli avevano studiato in Europa. In segno di
amicizia tra le famiglie, lo zio di Boun Oum, Sak Praset, decise, nel
1963, di adottare i due ragazzi, i quali diventarono quindi dei Doan na
Champassak.
Nel 1969, mentre Boun Oum era in esilio, i due fratelli fecero un
viaggio di un mese nelle terre della loro famiglia adottiva, e
compilarono l'inventario delle sculture del sito, ne restaurarono
alcune, scattarono moltissime immagini. Riuscirono pure a fotografare la
straordinaria testa del dio hindu Vishnu in argento, risalente al VII/VIII
secolo, e una sublime statua in arenaria dello stesso periodo, che
raffigura una divinità brahminica: un giovane in estasi, i cui tratti
ricordano molto quelli di Phnom Da e di Angkor Borei. Entrambi questi
capolavori sono scomparsi nel 1975, venduti o saccheggiati dai militari
comunisti.
È stato quindi trent'anni dopo il padre che Tiane Doan na Champassak si
è recato per la prima volta sulle terre di cui porta il nome. Alla
ricerca della propria identità ma anche per via del proprio
lavoro. Ed è così che anch'io mi sono messo sulle tracce di Boun Oum na
Champassak, incrociandone brandelli di storia a ogni tappa.
Innanzi tutto nella cittadina di Pakse, dove il palazzo che si era fatto
costruire - ma che non è riuscito a vedere completato - è diventato un
hotel: il "Champassak Palace". E poi, ovviamente, a Champassak dove,
davanti alla sua antica dimora, in cui ancora oggi vivono alcuni suoi
familiari, si staglia una stele in arenaria, risalente al V secolo, che
riporta un testo in sanscrito che annuncia la fondazione da parte del re
Devanika della città di Shrestrapura, su quello che è stato battezzato
"il sito degli Dèi". Si tratterebbe di uno dei più antichi agglomerati
urbani del sud-est asiatico, assieme al sito di Oc Eo, in Vietnam.
Sembra non essere rimasto niente nel piccolo villaggio di Muang Kao, a 6
chilometri di distanza. Al massimo si notano alcuni basamenti in
mattoni, sui quali sono state costruite delle rustiche palafitte. Le
vestigia sarebbero ancora custodite sotto terra.
Nel VI secolo, la città si estendeva su un'area di oltre 4 chilometri
quadrati, era protetta da due mura di cinta e si apriva sul fiume Mekong,
che in questo punto è davvero spettacolare.
A circa due chilometri dal santuario Vat Phu, ai piedi del complesso che
si inerpica progressivamente sul fianco della montagna, ritroviamo di
nuovo le tracce di Boun Oum.
Negli anni Sessanta, Boun Oum fece costruire uno speciale padiglione
affinché la famiglia principesca potesse ammirare le giostre sull'antico
baray (un laghetto d'acqua rituale). Lo si dimentica peraltro
rapidamente non appena si attraversa il sito archeologico la cui pianta
e struttura ricordano lo stile khmer classico con l'unica differenza che
qui poggia sulla montagna, il Phu Pasak. Due palazzi che accoglievano i
pellegrini, uomini da una parte e donne dall'altra, e alcuni bacini
lastricati in arenaria rosa brunita dal tempo: ecco che cosa resta dello
splendore dell'antico impero... Il più recente degli edifici rievoca il
favoloso sito di Angkor, sia per le colonne di pietra tornite con tanto
di finestre al primo livello sia per alcune sculture. Qui si ritrovano i
delicati architravi, le apsaras e i guardiani in pietra di rara
finezza esecutiva.
Fin qui niente di strano: è proprio da questa zona di Champassak che i
Khmer, un popolo conquistatore, sono partiti seguendo il corso del
Mekong per fondare quella che qualche secolo più tardi sarebbe diventata
Angkor. Gli archeologi hanno addirittura ritrovato la strada che
collegava fra loro i due luoghi.
Dal Vat Phu, dall'alto della terza terrazza, il panorama sul Mekong è
davvero indimenticabile. Il fiume immenso riempie l'orizzonte,
primordiale oceano della cosmogonia hindu. Con i suoi 1416 metri, il Phu
Pasak termina con una roccia che, da lontano, ricorda molto una
costruzione umana. Le prime tribù Tchen-La vi videro una forma fallica,
evocatrice del lingam, simbolo reale e rappresentazione di Shiva, dio
della Fertilità e della Rinascita. Così il sito è diventato un luogo di
culto per tutte le popolazioni che hanno colonizzato il sud del Laos.
Sotto questo lingam naturale, si trovava una sorgente sacra le cui
acque, attraverso una rete di canali in pietra, bagnava costantemente il
sacro fallo. Il luogo è santificato da un tempio, decorato con sculture
e bassorilievi: Visnu che cavalca Garuda, Krishna che lotta contro il
serpente Kala.
Il grande lingam, invece, è scomparso ed è stata sostituito nel XVII
secolo da una statua del Buddha. E ancora oggi qui si celebrano le
maggiori feste rituali, animiste e buddhiste, come quella del Capodanno
lunare, in febbraio.
Ritorno a Champassak, costeggiando il Mekong. Fra alberi da frutto e
risaie, il modesto villaggio è avvolto da una calma assoluta, con le sue
vestigia decrepite e scrostate di architettura coloniale. Uno di quei
deliziosi angolini dove il tempo sembra fermarsi o dilatarsi. Un regno
fuori dal tempo. Sono meno di una decina i turisti che visitano il sito
nell'arco di una giornata.
Qui la vita si svolge come all'epoca di Boun Oum, con l'unica eccezione
che dieci anni fa è arrivata l'elettricità. Qualche raro televisore
trasmette i varietà thailandesi. Non si sa se questa calma d'altri tempi
reggerà ancora per molto, dopo l'inserimento del sito da parte dell'Unesco,
nel dicembre 2001, nella lista dei panorami culturali Patrimonio
dell'Umanità e il progetto di una strada che colleghi direttamente
Champassak a Pakse.
Dopo anni di scavi e di opere di restauro realizzati dagli archeologi
francesi, Patrizia Zolese, l'archeologa italiana cui l'Unesco ha
affidato il progetto, e il signor Phakhansay, l'architetto laotiano
responsabile del sito per il ministero dell'Informazione e della
Cultura, hanno fatto di tutto per conservarla. Centinaia di ettari tutt'attorno
vengono protetti per evitare il proliferare di un'edilizia selvaggia,
alberghi compresi. E per evitare lo sconvolgimento o la scomparsa dei
modi di vita e della cultura locale.
Perché nel regno di Champassak non accada quello che è accaduto a Luang
Prabang. Una lezione di storia e di speranza per quello che rimane della
Terra degli Dèi.
A Oriente - Stagione migliore. Novembre-febbraio.
Documenti. Passaporto valido e visto. |