Viaggio

Io e il principe di Champassak
Un antico regno dimenticato nel sud del Laos. Un fotografo discendente dei nobili signori di queste terre. Un percorso tra storia e nostalgia in uno degli ultimi tesori archeologici del sud-est asiatico. Ancora tutto da scoprire.

Testo di Christian Caujolle
"D" Repubblica - Settembre 2002

Pur essendo il sud-est asiatico una delle mie regioni preferite, probabilmente non mi sarei mai spinto fino a Champassak se non avessi incontrato un giovane fotografo che porta il nome di quello che, un tempo, era uno degli antichi regni del Laos: Tiane Doan na Champassak.
In effetti, l'unica città importante della regione meridionale, Pakse, offre un interesse molto relativo e di certo non può competere con la magia del nord del Paese. Come se non bastasse, per chi è rimasto affascinato da Angkor, in Cambogia, o dalla favolosa Pagan, in Birmania, l'avventuroso viaggio verso questo regno dimenticato non sembra meritare i tanti sforzi richiesti dal percorso.
Eppure, affascinato dalla storia personale del fotografo e dalle immagini del pellegrinaggio di Vat Phu, la festa del primo mese lunare che si tiene nel sito archeologico del Tempio della Montagna, ho deciso di accompagnarlo. Di fatto, ciò che mi ha convinto a partire, più ancora delle sue rovine, è stata la storia del nome Champassak (o anche Champasak).
Boun Oum na Champassak è stato l'ultimo principe di quel regno. Un regno sul quale la sua dinastia non governava già più dal 1893, quando il Laos era stato annesso ai protettorati francesi in Estremo Oriente, ma cui rinunciò ufficialmente solo nel 1946, per permettere la riunificazione e la costruzione del moderno Laos. Personaggio complesso, Boun Oum entrò nell'amministrazione coloniale nel 1935, per poi ricoprire più volte l'incarico di Primo ministro del governo reale, fino al 1962. Conservatore e anticomunista convinto, finirà esiliato a Parigi nel 1968. E nella capitale francese morirà dieci anni più tardi.
Il principe era amico di una grande famiglia vietnamita di origine cinese e, fra gli altri, anche di Doan Vinh, un avvocato sposato con una francese, i cui due figli avevano studiato in Europa. In segno di amicizia tra le famiglie, lo zio di Boun Oum, Sak Praset, decise, nel 1963, di adottare i due ragazzi, i quali diventarono quindi dei Doan na Champassak.
Nel 1969, mentre Boun Oum era in esilio, i due fratelli fecero un viaggio di un mese nelle terre della loro famiglia adottiva, e compilarono l'inventario delle sculture del sito, ne restaurarono alcune, scattarono moltissime immagini. Riuscirono pure a fotografare la straordinaria testa del dio hindu Vishnu in argento, risalente al VII/VIII secolo, e una sublime statua in arenaria dello stesso periodo, che raffigura una divinità brahminica: un giovane in estasi, i cui tratti ricordano molto quelli di Phnom Da e di Angkor Borei. Entrambi questi capolavori sono scomparsi nel 1975, venduti o saccheggiati dai militari comunisti.
È stato quindi trent'anni dopo il padre che Tiane Doan na Champassak si è recato per la prima volta sulle terre di cui porta il nome. Alla ricerca della propria identità ma anche per via del proprio lavoro. Ed è così che anch'io mi sono messo sulle tracce di Boun Oum na Champassak, incrociandone brandelli di storia a ogni tappa.
Innanzi tutto nella cittadina di Pakse, dove il palazzo che si era fatto costruire - ma che non è riuscito a vedere completato - è diventato un hotel: il "Champassak Palace". E poi, ovviamente, a Champassak dove, davanti alla sua antica dimora, in cui ancora oggi vivono alcuni suoi familiari, si staglia una stele in arenaria, risalente al V secolo, che riporta un testo in sanscrito che annuncia la fondazione da parte del re Devanika della città di Shrestrapura, su quello che è stato battezzato "il sito degli Dèi". Si tratterebbe di uno dei più antichi agglomerati urbani del sud-est asiatico, assieme al sito di Oc Eo, in Vietnam.
Sembra non essere rimasto niente nel piccolo villaggio di Muang Kao, a 6 chilometri di distanza. Al massimo si notano alcuni basamenti in mattoni, sui quali sono state costruite delle rustiche palafitte. Le vestigia sarebbero ancora custodite sotto terra.
Nel VI secolo, la città si estendeva su un'area di oltre 4 chilometri quadrati, era protetta da due mura di cinta e si apriva sul fiume Mekong, che in questo punto è davvero spettacolare.
A circa due chilometri dal santuario Vat Phu, ai piedi del complesso che si inerpica progressivamente sul fianco della montagna, ritroviamo di nuovo le tracce di Boun Oum.
Negli anni Sessanta, Boun Oum fece costruire uno speciale padiglione affinché la famiglia principesca potesse ammirare le giostre sull'antico baray (un laghetto d'acqua rituale). Lo si dimentica peraltro rapidamente non appena si attraversa il sito archeologico la cui pianta e struttura ricordano lo stile khmer classico con l'unica differenza che qui poggia sulla montagna, il Phu Pasak. Due palazzi che accoglievano i pellegrini, uomini da una parte e donne dall'altra, e alcuni bacini lastricati in arenaria rosa brunita dal tempo: ecco che cosa resta dello splendore dell'antico impero... Il più recente degli edifici rievoca il favoloso sito di Angkor, sia per le colonne di pietra tornite con tanto di finestre al primo livello sia per alcune sculture. Qui si ritrovano i delicati architravi, le apsaras e i guardiani in pietra di rara finezza esecutiva.
Fin qui niente di strano: è proprio da questa zona di Champassak che i Khmer, un popolo conquistatore, sono partiti seguendo il corso del Mekong per fondare quella che qualche secolo più tardi sarebbe diventata Angkor. Gli archeologi hanno addirittura ritrovato la strada che collegava fra loro i due luoghi.
Dal Vat Phu, dall'alto della terza terrazza, il panorama sul Mekong è davvero indimenticabile. Il fiume immenso riempie l'orizzonte, primordiale oceano della cosmogonia hindu. Con i suoi 1416 metri, il Phu Pasak termina con una roccia che, da lontano, ricorda molto una costruzione umana. Le prime tribù Tchen-La vi videro una forma fallica, evocatrice del lingam, simbolo reale e rappresentazione di Shiva, dio della Fertilità e della Rinascita. Così il sito è diventato un luogo di culto per tutte le popolazioni che hanno colonizzato il sud del Laos.
Sotto questo lingam naturale, si trovava una sorgente sacra le cui acque, attraverso una rete di canali in pietra, bagnava costantemente il sacro fallo. Il luogo è santificato da un tempio, decorato con sculture e bassorilievi: Visnu che cavalca Garuda, Krishna che lotta contro il serpente Kala.
Il grande lingam, invece, è scomparso ed è stata sostituito nel XVII secolo da una statua del Buddha. E ancora oggi qui si celebrano le maggiori feste rituali, animiste e buddhiste, come quella del Capodanno lunare, in febbraio.
Ritorno a Champassak, costeggiando il Mekong. Fra alberi da frutto e risaie, il modesto villaggio è avvolto da una calma assoluta, con le sue vestigia decrepite e scrostate di architettura coloniale. Uno di quei deliziosi angolini dove il tempo sembra fermarsi o dilatarsi. Un regno fuori dal tempo. Sono meno di una decina i turisti che visitano il sito nell'arco di una giornata.
Qui la vita si svolge come all'epoca di Boun Oum, con l'unica eccezione che dieci anni fa è arrivata l'elettricità. Qualche raro televisore trasmette i varietà thailandesi. Non si sa se questa calma d'altri tempi reggerà ancora per molto, dopo l'inserimento del sito da parte dell'Unesco, nel dicembre 2001, nella lista dei panorami culturali Patrimonio dell'Umanità e il progetto di una strada che colleghi direttamente Champassak a Pakse.
Dopo anni di scavi e di opere di restauro realizzati dagli archeologi francesi, Patrizia Zolese, l'archeologa italiana cui l'Unesco ha affidato il progetto, e il signor Phakhansay, l'architetto laotiano responsabile del sito per il ministero dell'Informazione e della Cultura, hanno fatto di tutto per conservarla. Centinaia di ettari tutt'attorno vengono protetti per evitare il proliferare di un'edilizia selvaggia, alberghi compresi. E per evitare lo sconvolgimento o la scomparsa dei modi di vita e della cultura locale.
Perché nel regno di Champassak non accada quello che è accaduto a Luang Prabang. Una lezione di storia e di speranza per quello che rimane della Terra degli Dèi.

A Oriente - Stagione migliore. Novembre-febbraio. Documenti. Passaporto valido e visto.