Internet Vietato
MAPPA MONDIALE di Amnesty International
 

L'ultima frontiera della censura? I perseguitati della "Rete"

Arrestati, bloccati, oscurati. In molti stati del mondo - islamici, comunisti o militari -  esprimersi su internet o leggere alcuni siti è un reato. E può costare carcere e tortura, denuncia un rapporto di Amnesty International. L’ultimo arrivato tra i «martiri del Web», per usare le parole forti coniate dalla stampa internazionale, si chiama Kianoosh Sanjari ed è uno studente iraniano di 24 anni. La colpa di Sanjari, arrestato il 7 ottobre, è di avere espresso solidarietà, sul proprio blog, a un gruppo di dissidenti che predica la separazione tra religione e politica. Un affronto che si paga caro, nello Stato confessionale del presidente Mahmoud Ahmadinejad. «Mr. Sanjari» accusa Amnesty Intemational «è in regime di isolamento e non possiamo escludere che sia sottoposto a torture».
Nguyen Vu Binh, Invece, è un vietnamita di 37 anni In carcere dal 2002 con l'accusa di spionaggio. Nei suoi articoli on line e per email Vu Binh denunciava la, corruzione dilagante, reclamava più diritti per il suo popolo e auspicava la nascita di un vero partito democratico.

Nell'elenco dei «martiri», al centro di una campagna per la liberazione da poco rilanciata da Amnesty International, compaiono anche un tunisino e, ovviamente, un cinese. Il primo, Mohammed Abbou, avvocato, sta scontando cinque anni di reclusione per avere «pubblicato informazioni pericolose per l'ordine pubblico». Secondo le ong che hanno seguito il caso, in realtà Abbou sconterebbe il fatto di avere denunciato sul Web le  torture subite dai prigionieri politici nonché l'accostamento tra il capo di Stato tunisino e l'ex premier israeliano Ariel Sharon. Il secondo, Shi Tao, è un giornalista e poeta balzato agli onori della cronaca due anni fa per essere stato prelevato in casa dalla polizia con l'accusa di avere divulgato via email «segreti di Stato». Tali sono, secondo Pechino, le indicazioni contenute in una circolare diramata dal Dipartimento per la Propaganda agli editori cinesi, con dentro le istruzioni da seguire nel caso a qualcuno fosse venuto in mente di occuparsi, per dire, del quindicesimo anniversario del massacro di Tien An Men.

Della vicenda di Shi Tao colpì un dettaglio affatto trascurabile: la polizia era risalita al computer del giornalista grazie alla segnalazione di Alibaba, il partner cinese di Yahoo, la multinazionale che ospitava la posta elettronica dell'uomo e non si è fatta troppi scrupoli a mettere nei guai il cliente. L'episodio aprì l'ennesimo squarcio nel mondo delle relazioni poco onorevoli tra i governi più repressivi e le multinazionali della Rete che - come Yahoo, Google, Cisco, Microsoft,  Sun Microsystems e Nortel Networks - «adattano» i software alla censura.

Con l'Iran, il Vietnam, la Tunisia e la Cina, la Siria, l'Uzbekistan e II Myanmar rientrano nell'elenco degli Stati «rossi». L'orientamento politico non c'entra: rosso è il colore chi nel planisfero di OpenNet Initiative - un'agenzia internazionale finanziata anche dal l'Open Society Institute del fìnanziere-filosofo George Soros - indica il livello più alto di controllo e censura della Rete: pervasive. Open Net è in grado di indicare i contenuti del Web censurati e di spiegare con quali «filtri» i governi riescano ogni giorno, a bloccare l'accesso a un sito scomodo,  a oscurare un blog «dissidente», a sequestrare un Intenet carfé, a mettere sotto osservazione una chat.

In Cina il controllo è alla radice e i siti nel mirino della Repubblica Popolare direttamente oscurati. In Siria, il blocco «alla fonte» rende inaccessibili i siti registrati in Israele. Il governo del Vietnam, invece, delega la censura ai provider locali (tutti di proprietà dello Stato). Proprio al Vietnam è dedicato il rapporto più recente di OpenNet: l'ultima arrivata tra le Tigri asiatiche è un Paese dove la libertà d'espressione è sbranata e i siti in lingua con i nomi dei dissidenti o che contengono le parole «democrazia» e «diritti umani» semplicemente inaccessibili. E poiché nell'ultimo anno la popolazione connessa alla Retè è passata dall' 11 al 17 per cento, è in aumento anche il ricorso a filtri e programmi che riescono ad aggirare i software privati per rendere anonimi i collegamenti con il web. I dati di OpenNet sono stati commentati dal ministero degli Esteri di Hanoi così: «Il governo non applica nessuna misura contro chi persegue obiettivi politici, ci interessa prevenire il rischio che i giovani visitino siti inopportuni».

Non è necessario che il controllo della Rete nel proprio Paese sia «pervasivo», per finire in carcere: in Arabia Saudita, dove il livello di controllo è sostanziale, Mohsen al-Awajy è stato arrestato a marzo per avere pubblicato ordine un articolo scomodo sulla monarchia saudita. In Egitto (che attende la classificazione) Alaa Seif al Islam, 23 anni, è finito in prigione a maggio mentre partecipava a una manifestazione contro il governo di Mubarak. Da allora non aggiorna il blog, tra i più cliccati del Paese, che aveva aperto con la moglie nel 2004 spingendo centinaia di altri giovani a lanciare diari on line dove riversare idee anti-governative. In Bielorussia, invece, nessuno è finito in carcere, finora. Ma in piena campagna elettorale, a marzo, il governo «stalinista» di Lukashenko è riuscito a oscurare i siti riconducibili all'opposizione.

Poi ci sono Europa e Stati Uniti. Secondo OpenNet, il controllo del Web nelle democrazie occidentali è nominal, simbolico, e non turba i diritti di libertà: si oscurano i siti di pedofilia, quelli che inneggiano al nazismo. Ciò non toglie che il 30 ottobre scorso, ad Atene, sia finito in manette un tale con l'accusa di avere «linkato» un sito di satira politicamente scorretto. Accadeva mentre nella capitale greca si celebrava l'Intemet Governance Forum, con 1200 delegati degli Stati di mezzo mondo a parlare in favore della libertà di espressione nella Rete. Ma questa è un'altra storia…     

Paolo Casicci Venerdì di Repubblica - 17 novembre 2006